Il magico mondo di Alighiero Boetti

Oggi ho cominciato a pensare ai viaggi che non posso fare e mi e’ venuta una gran voglia di vedere le mappe colorate di Alighiero Boetti…

Vita da Museo

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti(1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere…

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The Shadow of the Sun (Ebano) di Ryszard Kapuściński

L’Africa. Questa sconosciuta. Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, non sono mai riuscita ad appassionarmi a quella africana. Il memorizzare il nome degli stati e la loro posizione geografica in quell’immenso continente è sempre stato per me come cercare di trattenere sabbia tra le dita. Non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee dritte, tracciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose. Il grande merito di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è stato quello di avermi aiutato a capire un po’ meglio mondo per me ancora molto enigmatico.

Per quasi 30 anni infatti Kapuscinski è stato corrispondente estero per l’agenzia di stampa polacca, un periodo durante il quale è stato testimone di episodi cruciali e terribili e ha assistito a 27 tra rivoluzioni e colpi di stato – il colpo di Stato del 1966 in Nigeria; la terribile carestia nell’Etiopia di Menghistu e la sua ingloriosa caduta; la presa del potere in Uganda dello spietato dittatore Idi Amin; il tremendo genocidio in Ruanda del 1994, le conseguenze dell’interminabile guerra civile in Sudan; il desolante lascito della guerra tra i sanguinari ed inetti signori della guerra liberiani, coi loro bambini soldato. Ricordo alcuni di questi eventi, più o meno chiaramente – almeno quelli accaduti dagli anni Settanta in poi. Ma ancora adesso quando si tratta di capire le ragioni alla base dei confitti ancora in corso, finisco sempre con il rinunciare. Semplicemete non conosco abbastanza la cultura del luogo per comprendere i radicati odi tribali o di casta che in qualunque momento possono scatenare sanguinosi massacri di cui, a farne le spese, è semprela popolazione.

Pubblicato nel 1998, e tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 con il nome di Ebano, questo libro offre un compendio delle più significative avventure di un bianco europeo in un continente al tempo stesso antico, e giovane e vitale com’era l’Africa degli anni Sessanta e Settanta, appena passata dal colonialismo all’indipendenza. A partire dalla sua prima esperienza nel 1957 in un Ghana da poco divenuto indipendente, per arrivare fino agli anni Novanta in Nigeria, Etiopia ed Eritrea, Kapuściński racconta il passaggio di questa terra dallo sfrenato entusiasmo per l’indipendenza alla disillusione post coloniale. Un mondo abbandonato a se stesso e lasciato alla mercè di corruzione e instabilità, dominato da continue lotte di potere e colpi di stato, spesso legati alla lotta tra Occidente e imperialismo sovietico nella Guerra Fredda.

Spostandosi spesso con mezzi pubblici poco affidabili, chiedendo passaggi a chi per lavoro poteva giungere nelle zone meno conosciute, incontrando la gente comune Kapuscinski è andato alla ricerca dell’essenza di questa terra e dei popoli che la abitano; popoli regolarmente in lotta tra loro, in un ambiente ostile, duro e spietato che per sopravvivere a questo permanente senso di precarietà hanno sviluppato un fatalismo che farebbe invidia a Dostoevsky. In questo mondo cui la razionalita occidentale non trova spazio, il soprannaturale diventa l’unico rifugio dalla realtà – e dove un ciuffo di penne di gallo bianche appese allo stipite di una porta basta a scoraggiare i malintenzionati e potenziali ladri. E dove nulla di quello che si rompe viene riparato, perché anche una buca in mezzo ad una strada può incredibilmente diventare una fonte di guadagno ed opportunità per anni a venire.

Un’altro autore da aggiungere alla mia lista degli scrittori “importanti”.

2020© Paola Cacciari

Drawing dialogues on Bolognina

Once upon a time, just across the central Station, there was quite a large district of town called Bolognina (yes, it translates exactly “Little Bologna”: how sweet is that?). Mainly inhabited by the working class and quietly out of the radar, it gained some popularity in the Nineties after becoming synonymous with the official death […]

Drawing dialogues on Bolognina

Oscar italiani – Mediterraneo, il viaggio epico rivisitato attraverso la lente della denuncia contemporanea: Il non ritorno ad “Itaca”, la fuga

Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Premio oscar come miglior film straniero con Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio e Vana Barba. Il non ritorno ad “Itaca” di Ulisse, il viaggio della fuga. Ultimo film della trilogia della fuga di Gabriele Salvatores

Oscar italiani – Mediterraneo, il viaggio epico rivisitato attraverso la lente della denuncia contemporanea: Il non ritorno ad “Itaca”, la fuga

I diari del COVID-19 #3

La mattina quando mi alzo apro la finestra e lascio entrare l’aria fresca. Mi è sempre piaciuto annusare l’aria, contiene un sacco di informazioni. E’ un po’ più caldo, ma fa ancora fresco a queste latitudini. Il cielo è blu e la primavera è scoppiata in tutti i suoi colori, alla faccia del COVID-19 e i rami dell’albero che vedo fuori dalla finestra sono coperti da foglie verde billante.

Odori, profumi di fiori, di terra, il canto degli uccelli che prima faticavo a sentire per via del traffico. Mi accordo di attendere con gioia il momento in cui devo uscire a portare la spazzatura e mi attardo sul marciapiede ad osservare incredula la surreale immagine di una delle strade più trafficate di Londra virtualmente deserta…

Al momento la mia realtà ha ritmi diversi, forse davvero per la prima volta in vita mia, ha i MIEI ritmi. E nella tragedia, questo è stato per me un piacere inaspettato. Mi ha dato il tempo di fermarmi a respirare e dedicarmi alle cose che amo di più. Leggere, scrivere, dedicarmi allo studio e allo sfruttamento a indeterminato dei doni gratuiti dispensati da musei e teatri di tutto il mondo sui loro canali YouTube, indulgendo per ore e totalmente libera da sensi di colpa (che non ci sono altre cose pressanti da fare diciamocelo, a parte passare il tempo) in opere, balletti e tour virtuali di musei europei e mondiali, quasi tutti i giorni, a volte più volte al giorno, cortesia della mia connessione internet.

Per questo mi sembra eccessivo paragonare il COVID-19 alla. Seconda Guerra Mondiale. O ad una delle tante guerre che hanno piagato la nostra storia contemporanea.  Una collega croata venuta in Inghilterra negli anni Novanta come rifugiata a causa della guerra nella ex-Yugolavia mi ha detto che era normale, che per quattro anni le persone quasi non sono uscite di casa. Un mese contro quattro anni. Certo, essere agli arresti domiciliari è surreale ed inquietante per la nostra generazione che non ha mai vissuto restrizioni di questo tipo, ma la nostra (e parlo di chi ha la fortuna di essere in salute durante questa pandemia), è una ‘guerra’ dorata, combattuta sul divano di casa, con il frigo pieno, libri e giornali a disposizione, e la connessione internet. Chi fa la ‘guerra’ è il personale sanitario, i commessi dei supermercati, gli autisti degli autobus, i netturbini, la polizia e tutti coloro che mandano avanti la baracca mentre noi siamo a casa a guardare Netflix.

2020 ©Paola Cacciari

Il calzolaio magico: Manolo Blahnik alla Wallace Collection

“I’ve always been mad for little bows, ribbons and satins”

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Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Forse perché per lavoro sono costretta ad indossare calzature basse e comode, al suono del nome “Manolo Blahnik” vado immediatamente in estasi. Sandali, scarpe da ginnastica, stivali, stivaletti, scarponi e ballerine: adoro le scarpe, in tutte le forme e modelli. E quelle di Blahnik non sono semplici “scarpe” sono vere e proprie opere d’arte.

Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari (4)
Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari

 

 

In questa divertente mostra estiva, le creazioni dello stilista spagnolo sono esposte accanto alle opere d’arte di quella bomboniera settecentesca che è la Wallace Collection, splendido piccolo, prezioso museo a due passi dal caos di Oxford Street. Ho passato un paio d’ore felici ad ammirare le fantasiose creazioni del calzolaio più famoso del mondo (come queste deliziose scarpette rosa, realizzate per il film di Sofia Coppola, Maria Antonietta) esposte accanto a quadri di Jean-Honoré Fragonard e Franz Hals, porcellane di Sèvres e mobili di André-Charles Boulle.

Screenshot_2019-08-27 Exhibition pairs Manolo Blahnik shoes with the paintings that inspired them
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Sex and the City ha trasformato le scarpe di Blanhik in un personaggio vero e proprio, “le Manolo” venerate da Carrie Bradshaw. Tante sono i suoi riferimenti alle mitiche scarpe dello stilista spagnolo che ci sono addirittura pagine su internet con alcune delle citazioni  piu’ divertenti della nostra eroina calzature-dipendente, come questa .

 

“Please sir, you can take my Fendi baguette, you can take my ring and watch but you can’t take my Manolo Blahniks.”

 

La nostra Carrie sarebbe stata davvero in paradiso! 🥰

 

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 1 Settembre 2019

An Enquiring Mind: Manolo Blahnik at the Wallace Collection

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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