Drawing dialogues on Bolognina

Once upon a time, just across the central Station, there was quite a large district of town called Bolognina (yes, it translates exactly “Little Bologna”: how sweet is that?). Mainly inhabited by the working class and quietly out of the radar, it gained some popularity in the Nineties after becoming synonymous with the official death […]

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Ragazzi di Zinco

Boys in Zinc, Penguin Modern Classics. London 2020© Paola Cacciari

“Siamo saliti con l’elicottero. Da lassù ho visto centinaia di bare di zinco pronte in anticipo, scintillanti al sole con una bellezza spaventosa …” (Svetlana Aexievich, 1986)

Era il 1979 quando i carri armati dell’Unione Sovietica invadono l’Afganistan. Ero ancora una bambina, piccola sì, ma grande abbastanza per comprendere che la guerra significava mosrte e distruzione ed esserne spaventata a morte.  La guerra, come la conoscevo io dai racconti dei nonni che l’avevano vissuta era una cosa lontana, una cosa brutta e dolorosa, ma che era finita tanti anni fa. Non era qualcosa che poteva ancora accadere nel mio mondo. Ora c’era la pace. O così almeno pensavo. E il fatto che tutto ciò avvenisse in una terra lontana d Bologna, non rendeva questa guerra meno spaventosa. Sono sempre stata una pacifista io.

Ricordo di essere andata a casa e di aver chiesto alla mamma perché gli uomini facessero la guerra. Se lo è  chiesto anche Svetlana Aexievich e il risultato è questo straordinario Ragazzi di Zinco, dedicato ai reduci della guerra in Afganistan.

Conosco bene i libri della Alexievich, scrittrice e giornalista bielorussa, Premio Nobel per la Letteratura 2015. I suoi sono struggenti romanzo corali, straordinarie testimonianze dei principali eventi dell’Unione Sovietica (La guerra non ha un volto di donna) e della Russia post-comunista (Tempo di Seconda Mano). Lei si definisce “una storica del non rintracciabile” perché i suoi non sono libri di storia nel senso noto, con date, bandiere e mappe, ma nascono dal suoi profiondo odio per la guerra. Come i libri precedenti, anche Ragazzi di Zinco nasce, oltre che dalla sua testimonianza personale dell’Afghanistan, visitato durante il conflitto, dalle memorie di veterani, medici, vedove e madri di soldati uccisi.

Il tutto inizia nel settembre 1979 quando Nur Mohammad Taraki leader della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, venne assassinato su ordine del suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che lo sostituisce alla guida del paese. L’URSS, sospettando Amin di legami con la CIA, decide così di invadere il paese. L’Armata Rossa entra a Kabul  il 27 dicembre 1979, ma la guerra con i mujaheddin (finanziati anche dagli Stati Uniti) fu lunga e cruenta e terminò dieci anni dopo solo, con l’abbandono del paese da parte dei sovietici nel febbraio 1989.

Un milione di ragazzi e ragazze partono per la guerra, e circa quattordicimila di loro tornano in URSS sigillati, appunto, in bare di zinco. Perché come era accaduto in Vietnam, anche questa che infuriava in Afganistan era una guerra che nulla aveva a che fare con le gesta eroiche della Grande Guerra Patriottica (come in Russia si chiama la Seconda Guerra Mondiale), ma qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Qualcosa che bisognava dimenticare, insieme alle madri disperate e ai reduci storpi e ai corpi dei soldati morti sepolti in silenzio e senza cerimonie.

Pubblicato solo nel 1985 – quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka di Gorbačëv, il successore di Brežnev, il libro suscitò grande scandalo e Svetlana Aleksievič  fu accusata di aver falsificato e deformato le testimonianze dei reduci e delle loro madri e nel 1993 viene persino citata in giudizi da alcuni degli intervistati, che a distanza di anni avevano deciso di ritrattare la loro testimonianza. A chi la accusa di diffamazione, la scrittice risponde:

“Siamo tutti colpevoli, siamo tutti implicati in quella menzogna – di questo tratta il mio libro. Qual è il pericolo del totalitarismo? Trasforma tutti in complice dei propri crimini.” (Svetlana Aleksievič, dalla trascrizione della seduta conclusiva del tribunale, 8 dicembre 1993)

2020© Paola Cacciari

Tschingis Aitmatov | Il battello bianco

“Il battello bianco” di Tschingis Aitmatov (marcos y marcos, 203 pagine, 14,50 €) è uno dei libri che ho acquistato al BookPride di Milano; era da parecchio tempo che desideravo leggere questo autore kirghiso, più o meno da quando lo trovai citato in un libro che amo molto: “Buonanotte signor Lenin” di Tiziano Terzani. Al […]

Tschingis Aitmatov | Il battello bianco

Il dipinto del 1980: Il sonno della ragione genera mostri di Renato Guttuso e la strage di Bologna

Il sonno della ragione genera mostri è un dipinto ad acquarello dell’artista Renato Guttuso. Fu eseguito per un numero speciale del settimanale L’Espresso dedicato alla strage di Bologna. Guttuso, per quest’opera, si ispira all’omonima incisione di Francisco Goya… Continue reading Il dipinto del 1980: Il sonno della ragione genera mostri di Renato Guttuso e la…

Il dipinto del 1980: Il sonno della ragione genera mostri di Renato Guttuso e la strage di Bologna

Back in time: Alphaville – Big in Japan

Big in Japan (1984)

Alzi la mano chi ricorda gli Alphaville. Non molti? Non mi sorprende, che almeno in Italia non si senta parlare di questo gruppo musicale tedesco dagli anni Ottanta. Big in Japan, e’ stato il singolo di debutto del gruppo. Buon ascolto! 🙂

Gli anni ottanta e Pier Vittorio Tondelli

Non l’ho mai letto, Rimini di Pier Vittorio Tondelli dico. Ma per una vita ho passato le vacanze a Rimini, e proprio durante quegli anni Ottanta raccontati nel libro. La curiosità di comprendere meglio una parte della mia vita che mi è passata accanto senza che me ne accorgessi è troppo forte. Un’altro da aggiungere alla mia interminabile lista su Goodreads… Grazie a Zona di Disagio per il suggerimento. 🙂

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Gli anni ottanta nella ricchezza  di inesauribili fermenti culturali, una stagione intensa di idee e di scrittori destinata a restare, a cui oggi molti di noi guardano con grande nostalgia.

Pier Vittorio Tondelli è stato uno dei protagonisti della cultura italiana di quel magnifico decennio, l’ultimo scrittore in grado di rappresentare un’intera generazione.

Ricordo come se fosse oggi quel lontano 1985, avevo ventidue anni e in libreria usciva Rimini, il terzo romanzo di  Pier Vittorio Tondelli.

Mi precipitai a comprarlo e lo lessi con avidità come era sempre stato con i suoi romanzi precedenti.

Come accadeva sempre all’uscita di un suo libro, lo scrittore emiliano tendeva sempre a dividere sia il pubblico che la critica.

Io trovai Rimini un libro davvero bello e lo considerai subito uno spaccato importante degli anni che stavamo vivendo.

Una parte rilevante della critica non lo amo e lo liquidò con un romanzo da spiaggia.

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Deutschland 83 🇩🇪

 Devo dire che l’essere stata a Berlino l’anno scorso non ha fatto che acutizzare un interesse per un periodo della mia vita la cui Storia con la “S” maiuscola mi e’ passata accanto come un fantasma. Parlo della Guerra Fredda, della Cortina di Ferro e del disatro nucleare che pendeva sulle nostre teste come una spada di Damocle. A Berlino avevo portato con me anche1983: The World at the Brink dello storico inglese Taylor Downing che, parlando di spie e affini mi sembrava appropriato al luogo che avrei visitato, e che non ha fatto altro che raffozare il fascino per quel periodo e per una parte della Germania che avevo cmpletamente ignorato.  Una visita al DDR Museum (Museo della DDR) ha rispolverato dalla memoria un passato che ricordavo a malapena, come quello delle due germanie (con tanto di due nazionali di calcio), mentre quello della Deutsches Spionagemuseum (Museo dello spionaggio tedesco) mi ha fatto realizzare che ci fossero altre spie con la licenza di uccidere oltre a James Bond

Per cui ho preso come un segno del “fato” che in questi giorni di arresti domiciliari da COVID-19 in cui mi sto dedicando al binge watching della spropositata quantità di vecchie serie televisive messe a disposizione online dalle varie reti televisive, per aiutare i prigionieri a fronteggiare meglio l’emergenza coronavirus, sia incappata in Deutschland 83. E sono completamente presa.Deutschland 83 è una miniserie televisiva tedesca cooprodotta con l’americana SundanceTV che ha per tema gli eventi del 1983. Wikipedia mi dice anche che è  stata trasmessa per la prima volta negli Stati Uniti, Germania e Italia nel 2015.

È  l’autunno del 1983, il culmine della guerra fredda, quando la NATO annuncia delle manovre militari nell’Europa occidentale. Tra i vertici moscoviti e di Berlino Est scoppia il panico in quanto si presume che queste mosse siano progettate per colpire l’est con il cosiddetto primo colpo nucleare. Il servizio segreto di spionaggio all’estero del Ministero per la Sicurezza di Stato, l’Hauptverwaltung Aufklärung (HVA), invia per questo motivo una spia nell’ovest, con l’obiettivo di spiare i piani della NATO e del Bundeswehr. Per questa missione è stato selezionato il sergente maggiore delle Truppe di frontiera della RDT Martin Rauch, il quale accetta, a malincuore, l’incarico, con la promessa che lo Stato avrebbe ricollocato la madre ai primi posti della graduatoria per un trapianto di reni. Nella Germania Ovest, Rauch si sarebbe infiltrato sotto falsa identità come tenente e aiutante di campo del generale Edel del Bundeswehr e avrebbe dovuto rivelare la posizione dei missili americani Pershing II e altri piani della NATO.

Come sempre accade quando la storia è coinvolta, anch’io mi sono chiesta quanto attinente ai fatti accaduti fosse realmente Deutschland 83 , soprattutto dopo aver letto alcune recensioni di esperti della Germania orientale, che avevano descritto il modo in cui il protagonista Martin viene reclutato dalla Stasi (la polizia segreta della Germania orientale) come un mucchio di fesserie. D’altra parte persino una fanatica del fact checking storico come lo sono io capisce che, come esiste la licenza poetica, ne esiste anche una “simbolica”, che permette agli autori di drammi storici di comunicare informazioni complesse in modo rapido, senza che queste interrompano il ritmo narrativo. Soprattutto quando si tratta di un thriller di spionaggio!

La colonna sonora poi è uno sballo, soprattutto per chi come me, la musica di quel periodo la ricorda bene, a cominciare dal tema iniziale “Major Tom (Coming Home)” uscita nel 1983 del tedesco Peter Schilling liberamente ispirata al “Major Tom”, protagonista della più famosa Space Oddity di David Bowies 1969.

2020 ©Paola Cacciari