Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

L’Inghilterra del dopo-Brexit: riflessioni dall’interno.

La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi alle 6.45 del mattino di venerdì 24 Giugno è stato prendere il telefono e controllare Internet. Non lo faccio mai di solito, che fortunatamente non appartengo ancora ai sempre più numerosi internet addicted. Ma c’era una cosa che davvero mi premeva sapere e che non poteva aspettare la colazione e la doccia: il risultato del Referendum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea.

Nel tentativo di aprire con occhi semichiusi l’app della BBC News, le mie dita addormentate sono scivolate sull’app di Facebook che gli sta affianco. E mi sono svegliata subito quando ho letto questo: “To anyone who voted Leave: well done. You got what you wanted, a segregated country that will have Boris Johnson at its helm, Farage sticking his racist nose in and the loss of funding for research, education and healthcare as well as a housing crash and no future for your children or generations to come. Congratulations.”

Il post è di una mia giovane collega. E non lascia dubbi né sull’esito del Referendum né sulla sua posizione al riguardo. “Ok, you are out.” Ho informato con aria incredula la mia dolce metà, ancora profondamente addormentato. “Uhmmm…” E stata la sua risposta. “Ho detto che siete fuori. Brexit won. Bye, bye EU!” “What??” La sua testa emerge improvvisamente da sotto le coperte. Mi guarda con aria incredula. “It can’t be…” Gli mostro lo schermo del cellulare questa volta aperto (correttamente) sul sito della BBC con il risultati del referendum con cui il 51.9 % del Paese ha deciso di tornare ad essere un’isola. E il restante 48.1% deve vivere con le conseguenza. “I really didn’t think it would happen…” mi guarda stupito. “I’m sorry. I really am.”

E sono in molti ad esserlo, dispiaciuti dico. Non solo gli espatriati come me che dall’oggi al domani si sono trovati ad essere stranieri in quella che fino al giorno prima avevano considerato casa, ma anche i giovani britannici che si sono visti sempre dall’oggi al domani venir meno la possibilità di vivere, studiare e lavorare liberamente in 27 paesi dell’Unione. E non parliamo di coloro che hanno comprato casa in qualche paese mediterraneo e si godono la pensione (e l’assistanza sanitaria locale) o speravano di farlo in un prossimo futuro. Un collega posta su FB la fotografia della sua European Health Insurance Card e del suo passaporto con il logo dell’UE con la scritta: “R.I.P. my friends.” La sua ragazza è canadese, il suo migliore amico spagnolo. Ha una trentina d’anni, è uno sceneggiatore che lavora part-time al museo e uno dei tanti cittadini britannici di mente aperta, abituati a saltare su un aereo come su di un autobus e a viaggiare ovunque e ogni volta se ne presenti l’occasione. E ce ne sono tanti come lui, non solo a Londra, ma anche a Cambridge, Oxford, York, Leeds, Liverpool, Brighton, Manchester: persone che vedono l’Europa e il multiculturalismo come un’opportunità da afferrare a piene mani e non come che una minaccia.

Cosa Brexit significherà per noi cittadini dell’UE che vivono e lavorano in Gran Bretagna ancora non si sa – come ho scritto nel post precedente, probabilmente la prossima mossa sensata sarà quella di richiedere un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) se non la doppia cittadinaza. Ma il vento è cambiato, e non in meglio. E comunque voglio prenderlo il passaporto di una nazione che ha votato per tornare ad essere un’isola? La cosa mi sta facendo pensare. E’ come essere forzati in un matrimonio dopo anni di felice convivenza. Toglie freschezza, toglie libertà.

File photo: David Cameron has accepted there will be no deal before February – and the prospect of Brexit appears closer than ever

Nessuno era preparato, preparato DAVVERO, a tutto questo, neanche coloro che hanno votato Leave per protestare contro un governo sempre più lontano e distaccato dai bisogni della gente comune. Certo non lo era David Cameron che quando ha indetto il referendum nel 2015 aveva 10 punti di svantaggio sul Labour nei sondaggi e non si aspettava di vincere le elezioni da solo, ma insieme ai liberaldemocratici, da sempre europeisti convinti e che con tutta probabilità si sarebbero opposti. Forse neanche Boris Johnson pensava che avrebbe vinto Leave quando le sparava grosse per compiacere l’ala più euroscettica dei Conservatori. Sta di fatto che siamo (mi ci metto in mezzo anch’io) tutti ancora storditi. C’è tristezza e una certa ansia per l’ondata xenofoba che ha improvvisamente investito questa che era un tempo la culla della democrazia e della tolleranza. Ma il 23 Giugno ho capito che democrazia è anche permettere al conservatore che vuole ritornare alle glorie dell’Impero Britannico e al pensionato del paesino perso nel mezzo della campagna di decidere del futuro della città ombelico del mondo, Londra. E l’ironia più grande è che coloro che hanno voluto uscire dall’UE non saranno qui a pagarne le conseguenze. Basta guardare il grafico qui sotto.

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Ma l’altra cosa interessante è la geografia: Londra e le grandi città britanniche in genere hanno votato per restare nell’Unione (se siete curiosi, trovate la lista completa qui), mentre le aree rurali e le province hanno votato per uscire. E le ragioni sono le solite: la troppa immigrazione che pesa sul già traballante servizio sanitario britannico (NHS), la mancanza di case, di lavoro, la povertà e l’abbruttimento morale che imperversa in aree del Nord massacrato da Margaret Thatcher negli anni Ottanata e regolarmente dimenticate dai politici di tutti i partiti, incluso il New Labour di Tony Blair e compagni.

E se il voto Remain della Scozia non ha sorpreso (farebbero qualunque cosa per contrariare l’ingilterra e comunque a loro fa comodo restare in Europa) la più grossa sorpresa è stato il Galles. Un amico gallese da anni residente a Londra, scrive con aria sconsolata sul suo profilo FB a proposito della reazione della sua terra d’origine: “Do we now have to return all the roads and bridges?” Che, ironia della sorte, nonostante vari milioni in fondi investiti dall’UE per rigenerare aree della regione impoverite dalla chiusura delle miniere di acciaio, la stragrande maggioranza degli abitanti del Galles (fatta eccezione per la capitale, Cardiff) ha votato Leave. Senza tanti ringraziamenti.

Il Primo Ministro David Cameron, colui che indicendo il Referendum ha aperto questo vaso di Pandora, ha dato le dimissioni nella mattinata di venerdì e le voci danno Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra dai capelli color pannocchia come favorito come prossimo leader del Paese –  colui che dovrà gestire la patata bollente del post-Brexit. Il che rende la dipartita di Cameron ancora più grottesca.

In mezzo a tutto questo caos, il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan ha  parlato chiaro: gli stranieri, di qualunque razza, religione e nazionalità sono i benvenuti nella Capitale. E Londra sembra ancora meno Inghilterra.

There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressure con quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che in quel torrido giorno di Luglio del 1985 sotto i miei occhi si stesse verificando una specie di miracolo.

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

C’era una certa incredulità questa mattina tra i colleghi, e molte facce tristi: neanche fosse scomparso un caro amico o un parente. Ma questa è stata esattamente la sensazione che hanno provato tutti coloro che (come la sottoscritta) hanno sperimentato sulla propria pelle l’isteria che aveva avvinghiato il museo e i suoi visitatori durante quei quattro lunghi mesi e mezzo dell’estate del 2013 alla notizia che David Bowie era morto di cancro a 69 anni. “Ma come…” ci guardavamo un po’ allibiti, “… solo due (anzi tre, siamo nel 2016 adesso) anni fa era qui, c’era la sua mostra...”Che se il 2015 resterà per sempre l’anno di Alexander McQueen e di Savage Beauty, negli annali del mio museo il 2013 è stato l’anno in cui Londra (se non l’intera Inghilterra e, a giudicare dal numero dei turisti stranieri, forse il mondo intero…) è stata assalita (o ri-assalita) dalla bowiemania. Ed io, come molti altri miei colleghi, c’ero. E ho fatto la mia parte nel gestire le code, calmare gli isterici, soccorrere gli sfiniti, e consolare gli sfortunati che non erano riusciti a procurarsi un biglietto per l’evento dell’anno. Perchè più che una mostra, David Bowie Is è stato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, un santuario a cui un devoto esercito di nostalgici pellegrini per mesi e’ accorso per venerare le vestigia di questo dio della musica e della performance.

V&A staff night2013

People queueing outside the Museum. London, 2013 © Paola Cacciari

C’erano costumi di scena, fotografie, disegni, strumenti musicali, dischi, videoclips, testi di canzoni scritti a mano da Bowie su pezzi di carta a casaccio, film, dipinti, foto. Ma non erano solo gli adolescenti di ieri come me e la mia dolce metà quelli che aspettavano più o meno pazienti in fila per ore per assicurarsi uno dei pochi, preziosissimi, biglietti messi in vendita quotidianamente (quelli on-line erano esauriti da settimane) che avrebbero permesso loro di riassaporare la loro gioventù: c’erano anche un sacco di giovani davvero troppo giovani per averlo vissuto di persona l’uragano Bowie (ho parlato un ragazzino di 12 anni che conosceva tutte le canzoni a memoria…), ma che lo amavano come se Ziggy Stardust e One Direction fossero in qualche modo contemporanei…

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

E comunque, perchè sorprendersi? Se gli Anni Sessanta sono stati quelli dei Beatles e dei Rolling Stones, David Bowie ha sequestrato le decadi successive e neppure quel silenzio di dieci anni interrotto proprio nel 2013 con l’abum The Next Day era bastato a farlo uscire di scena. E d’altra parte è difficile restare impassibili davanti a pezzi iconici come il costume da Ziggy Stardust (1972) quello disegnato da Freddie Burretti, o quello incredibile creato da Kansai Yamamoto per l’Aladdin Sane tour (1973); oltre a copertine di album, pezzi di film e, naturalmente, tanta, tantissima musica.

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Ma quella mostra è stata bella anche percè ha portato alla ribalta il ruolo creativo di Bowie nella storia del costume, e le sue collaborazioni con artisti e designer nel campo di moda e costume, grafica, teatro, arte e cinema. Ricordo la delusione dei curatori quando Bowie, pur mettendo a dispozione del museo il suo archivio privato di New York, si era rifiutato ostinatamente di collaborare alla mostra a lui dedicata, lasciando al museo l’onore (e l’onere…) di presentare la sua vita e le sue opera come meglio ritenevano opportuno. “Mi dispiace non averlo mai incontrato“ si era lamentata una dei due curatori. E aveva ragione che un sacco di altra gente era venuta, incluso Robert Redford che, apparso nel primo pomeriggio di una normalissima gionata d’estate, aveva gettato l’intero museo in uno stato di puro delirio… ). Eventualmente, Bowie decise di cedere e, una mattina presto, all’insaputa di tutti, venne a visitare la sua mostra, visto praticamente da nessuno a parte i curatori e uno dei miei colleghi che trovandosi accidentalmente nei paraggi, ebbe il privilegio di stringergli la mano diventanto in modo pressoche’ istantaneo un fan a vita del Duca Bianco.

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

Per noi dello staff erano state organizzate serate speciali per visitare la mostra fuori orario e quella è stata una delle (molte) occasioni in cui ringrazio la mia stella che mi ha fatto lavorare in un museo. Varcare la soglia di quella mostra è stato come ritornare adolescente, quando ascoltavo Ashes to Ashes. E se i video dei concerti live come Heroes al Freddie Mercury Tribute del 1992 con i Queen mi hanno fatto venire le farfalle nello stomaco come non mi capitava da tempo, quelli proiettati sul mega-schermo all’interno della sala principale della mostra erano a dir poco epici. Addio David, e grazie di tutto.

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

Ricordo di essermi seduta su una delle panche per un tempo che mi è sembrato interminabile ad ascoltare il concerto Ziggy Stardust The Motion Picture. Quando è finito Rock ‘n’ Roll Suicide, avevo le lacrime agli occhi.

Bye bye, David. E grazie.

No way Home di Carlos Acosta

Forse non passerà alla storia della letterartura per le sue qualità di scrittore, ma poco importa visto che Carlos Acosta (L’Avana, 2 Giugno 1973) è già passato alla storia come uno dei più grandi danzatori classici del mondo. Ma anche se non è certo un capolavoro, non riuscivo a staccarmi da questo libro. Forse proprio per la sua prosa semplice e diretta che da’ spazio al racconto di una vita straordinaria, narrata con semplicità e tanta, tanta autoironia.

Carlos Acosta

Figlio mulatto di una casalinga e di un camionista di colore, Carlos cresce nella difficile realtà della Cuba degli anni Ottanta, in una famiglia povera, con poche opzioni e uno spirito indipendente che spesso lo fa finire nei guai con bande di monelli come lui, con cui ballava la break-dance e sognava di diventare un grande calciatore come il suo idolo Pelè. E proprio per allontanarlo dalle cattive compagnie il padre lo iscrive, contro la sua volontà, alla scuola di ballo de L’Avana. A nulla valgono gli innumerevoli tentativi del giovane Carlos di farsi espellere per tornare a giocare a calcio con gli amici di sempre. Sfortunatamente per lui (e fortunatamente per tutti gli amanti della danza classica), già da bambino il nostro eroe aveva un talento straordinario. Un talento che lo ha portato appena diciasettenne in Italia alla Compagnia Teatro Nuovo di Torino a ballare niente di meno che con Luciana Savignano, eppoi a Losanna dove vinse la Medaglia d’oro 1990 al Prix de Lausanne. Eppoi Parigi, Huston e infine Londra, al Royal Ballet dove la sua stella ha brillato per 17 anni.

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Proprio alla Royal Opera House di Covent Garden ho avuto la fortuna di vederlo nei panni di Romeo in Romeo e Giulietta, di Basilio in Don Chisciotte, di Colas ne la La fille mal gardée, del principe Siegfried ne Il lago dei Cigni e Lescaut ne L’histoire de Manon, con il Roberto Bolle nazionale ospite del Royal Ballet per l’occasione, che interpretava Grieux. Una gara di bravura tra fuoriclasse che non dimenticherò mai e che mi ha ridotto in lacrime.

E quest’anno, dopo 17 anni al Royal Ballet di Londra, Carlos Acosta ha deciso di lasciare Covent Garden per concentrarsi su altri progetti, come il costituire una compagnia di danza contemporanea nella sua nativa Cuba, ma non prima di averci regalato la sua versione di Carmen, creata appositamente per il Royal Ballet.

Che dire? Meno male che non era bravo a giocare a calcio. Avremo perso uno dei più carismatici danzatori classici del nostro secolo!

9780007250783

C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio

“Nessun Paese è riuscito a distruggere le proprie istituzioni con tanta solerzia come l’Inghilterra. Gli ultimi quindici anni sono stati segnati da classi dirigenti corrotte, dallo strapotere mediatico, da Grandi Fratelli e popolarità a ogni costo, da uno stile  di vita dettato dal gossip e da una famiglia reale sempre meno dignitosa e sempre più chiacchierata. Con uno stile vivace e ironico, Gaia Servadio raccoglie dati, avvenimenti, storie vere, mettendo a nudo le piaghe di una società ferita, colpita da mali simili a quelli che affliggono tutta Europa (e forse l’Italia in particolare): una burocrazia ipertrofica, l’aumento della disoccupazione, lo spreco di denaro pubblico, lo sfascio della sanità e dell’istruzione. L’Inghilterra del senso dell’umorismo, del distacco, il Paese guida della ricostruzione nel secondo dopoguerra si ritrova oggi deprivato di risorse e di speranza. A meno che i cittadini non ricostruiscano tutto quello che, da Margaret Thatcher a Tony Blair, è stato distrutto sotto i loro occhi: la tradizione, la cultura, la dignità, il senso dello Stato.”

313Q3fnKJfL._BO1,204,203,200_Con queste parole l’editore Salani descrive il libro C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio. Quando mio padre me lo regalò nel 2011, questo libro mi fece l’effetto di una bomba. Lo lessi con rabbia – una rabbia diretta principalmente all’autrice che mi aveva costretto a vedere quello che non volevo vedere, rompendomi il sogno della Cool Britannia come si rompe un giocattolo ancora semi-nuovo. Ma il danno era fatto, gli occhi mi erano stati brutalmente  e da allora non sono più riuscita a chiuderli. Meglio così.

Ho riletto questo libro di recente, dopo aver letto molti più giornali e dopo aver discusso molto di più di polita con amici e colleghi (che adesso e’ accettabile parlare di politica in Inghilterra, almeno tra i giovani), e soprattutto dopo aver sperimentato sulla mia pelle cinque anni dell’austerity dei Conservatori che – a sentir loro – non fanno altro che raccogliere i pezzi di un’economia rotta dal New Labour. E improvvisamente tutto ha cominciato ad avere senso. O almeno più senso di prima…

Scrittrice, storica e giornalista, Gaia Servadio vive dal 1956 tra la Gran Bretagna e l’Italia, quindi chi meglio di lei può raccontare “dall’esterno” questa spettacolare caduta? E lo fa in netti capitoli/ritratti, che ripercorrono principalmente gli ultimi trent’anni, anche se non mancano incursioni in anni più lontani, come quelle nell’amore Edoardo VIII per la divorziata americana Wallis Simpson o nel misterioso viaggio di Rudolf Hess, il portetto di Hitler, in Gran Bretagna nel bel mezzo della la II guerra Mondiale (se Churchill l’avesse saputo…!). E naturalmente dal libro non manca Margareth Thatcher, The Iron Lady, che odiava i deboli in quanto erano sanguisughe che succhiavano il sangue dello Stato e se avesse potuto li avrebbe sterminati tutti; certamente li sterminò dal suo Governo…

Ho rivissuto la vita di personaggi di cui avevo letto più o meno distrattamente sul giornale o, nel caso di Jade Goody, la “proletaria” londinese diventata famosa per aver partecipato al Big Brother, la morte in diretta televisiva nel 2009 per assicurare un futuro economico ai suoi figli. Aveva 28 anni e un cancro al collo dell’utero. Ma soprattutto ho letto con orrore di cose che mi erano sfuggite all’epoca, principalmente perché il mio inglese non era all’altezza e perché non avevo idea di chi la meta di questi personaggi fosse. Come l’aver sfacciatamente alimentato le menzogne sulla presenza di armi nucleari in Iraq di Tony Blair per portare il Paese in guerra – evento a cui viene legata anche la storia della misteriosa morte nel 2003 dello scienziato David Kelly, colpevole di aver puntato il dito contro quelle bugie.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps

“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by Kennard Phillips

E improvvisamente l’immagine “finta” creata da Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme che avevo visto alla mostra Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain nel 2010 e che allora non avevo capito, ora ha senso. I danni lasciati dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown sono stati epocali, direi ormai irreparabili. La degenerazione dell’Inghilterra che credevo di conoscere è definitiva. E quando la Servadio dice, ad un certo punto del libro, che l’Inghilterra di adesso è come l’Italia, ma senza il bel tempo non posso che convenire…

Ma non bisogna disperare, che ci sono ancora cose che funzionano meglio che da noi. In Novembre per esempio, il ministro del Tesoro  George Osborne all’ultima manovra economica non ha tagliato i fondi ai Beni Culturali, tra il sospiro di sollievo di tutti noi che lavoriamo nel settore. Il motivo?  Il fatto che uno dei migliori investimenti che una nazione può fare è nell’arte, nei musei, nei beni culturali, nei media e nello sport. Alla faccia di quel filisteo di Tremonti che nel 2010 aveva detto checon la cultura non si mangia.” Si mangia eccome, provare per credere…

Ma questo di Gaia Servadio resta un libro che tutti quelli che sognano ancora l’Inghilterra delle teiere con la Union Jack e la Cool Britannia dovrebbere leggere…

Su You Tube un’interessante intervista della giornalista.

Il magico mondo di Mademoiselle Privé alla Saatchi Gallery

Dato il mio scarso interesse per l’arte contemporanea, la Saatchi Gallery non è il tipo di museo in cui capito così per caso, tanto per godermi la collezione come faccio con la National Gallery ogni volta che mi trovo a passare dale parti di Trafalgar Square. Anche se, a dire il vero, i motivi non mancherebbero, a cominciare dall’architettura.

SaatchiGallery

          SaatchiGallery, Duke of York’s Headquarters

Dal 2008 infatti, da quando ha lasciato gli spazi del County Hall sul Tamigi, la galleria d’arte del miliardario e collezionista (spesso le due cose vanno di pari passo…) Charles Saachi è ospitata in quel magnifico esempio di architettura Georgiana che è il Duke of York’s Headquarters, disegnato da John Sanders (l’allievo di Sir John Soane, l’architetto della Dulwich Picture Gallery) nel 1801.

Eppoi la posizione, che si affaccia sulla super-trendy King’s Road, la strada del Re, chiamata così in quanto era un tempo una strada privata che Carlo II utilizzava per andare al villaggio di Kew. Cuore pulsante della Swinging London degli anni Sessanta, King’s Road vide svolgersi la rivoluzione della minigonna di Mary Quant (che ha ancora un negozietto da queste parti) diventando negli anni Settanta e Ottanta il quartier generale del punk con i suoi trasgressivi numi tutelari, Vivienne Westwood e Malcom McLaren.

Ma la Saatchi Gallery resta per sempre una galleria di arte contempoaranea. E allora, uno si chiede, che ci faccio qui, in fila insieme a svariate decine di persone (perlopiù donne) attendendo pazientemente il mio turno per entrare in questo tempio dell’arte contemporanea? La risposta è semplice, quanto insolita per la galleria del magnate di origine araba: Gabrielle “Coco” Chanel. Fino al 1 Novembre infatti, la Saatchi Gallery ha messo a disposizione delle creazioni senza tempo della Maison Chanel i tre piani della sua galleria d’arte e, per la gioia di molti, inclusa la sottoscritta, questo tempio dell’arte contemporanea è stato trasformato (seppure temporaneamente) in un tempio dedicato alla moda e alla bellezza.

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Oltre a celebrare le novità introdotte da Karl Lagerfeld, che da oltre trent’anni è il direttore creativo di Chanel, la mostra racconta la storia della casa Chanel, il suo ruolo nella haute couture e le vicende che portarono alla nascita del suo iconico profumo, Chanel No 5. E se non bastano una serie di abiti mozzafiato (anche se non abbastanza per i miei gusti…) per farci sognare, c’è anche la famosa collezione ‘Bijoux de Diamants’, la prima ed unica collezione di gioielli create dalla stessa Coco Chanel nel 1932.

Mademoiselle Prive. Chanel

‘Coco’ Chanel famosamente disse che “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”. E visto l’immutato successo della casa di moda francese, la signora aveva certamente aveva ragione…

Londra// fino al 1 Novembre 2015.
Saatchi Gallery

Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

Spulciando tra gli articoli che ho scritto in passsato per Exibart ho trovato questo di una mostra dedicata allo stilista Stephen Jones tenutasi al V&A nel 2008. All’epoca non sapevo chi fosse il signore in questione, ma conoscevo tutti gli altri di nomi…

Portrait of Stephen Jones

                                                            Portrait of Stephen Jones

Un giardino ‘barocco’ al tramonto. Siepi ordinate e bassi steccati. Luci soffuse. E magia nell’aria: benvenuti nel magico mondo di Stephen Jones (Wirral, 1957- vive a Londra). Non siamo tra le pagine di Alice nel paese delle meraviglie, ma negli spazi avvolgenti di Hats: An Anthology by Stephen Jones, la nuova mostra curata per il Victoria and Albert Museum da uno tra i più geniali creatori di acconciature femminili della nostra epoca.

Silk and straw bonnet, 1807

Silk and straw bonnet, 1807

Frustrato dalla noiosa uniformità che permeava la moda di fine anni Settanta, tutta toni beige e tessuti tweed, Stephen Jones – allora punk dalle unghie smaltate che studia alla prestigiosa St Martins School of Art di Londra- decide di riversare la sua ironica creatività nella creazione di cappelli da donna. Mossa coragiosa. Soprattutto in un periodo in cui indossarne uno non era affatto cool. Ma con l’avvento della nuova decade tutto cambia. Gli anni Ottanta vedono Londra al centro di uno dei periodi più brillanti e oltragiosi della storia del costume. Con le sue stravaganti acconciature ispirate alla storia della moda, il movimento New Romantic trasforma il concetto di cappello da polveroso obbligo da indossare ai matrimoni in accessorio pieno di vitale ironia. Al cuore della scena giovanile locale, la musica pop ha un’enorme importanza per Jones. Abbandonato il punk per il New Romantic comincia a frequentare il leggendario Blitz club in Covent Garden e crea copricapi per amici come Boy George e Spandau Ballet. Ed è grazie alla musica dei Culture Club che, nel 1984, lo stile di Stephen Jones raggiunge le passerelle parigine. Jean-Paul Gaultier vede il video di ‘Do You Really Want to Hurt Me’, in cui Jones indossa un fez da lui stesso disegnato, e lo invita a collaborare con lui. E il resto è storia.

Da sempre affascinato dalla psicologia del cappello, o meglio da ciò che porta e com-porta l’indossarlo Stephen Jones ha creato – con la collaborazione del disegnatore teatrale Michel Howells e dalla curatrice del V&A Oriole Cullen- un mondo fantastico popolato da oltre trecento copricapi, molti dei quali letteralmente ‘dissotterrati’ dall’immensa collezione del V&A. Tematicamente suddivisa in quattro sezioni –Inspiration, Creation, The salon, The client– la mostra esplora l’intero ciclo della vita del cappello, strizzando l’occhio alla storia del costume. E così se gli appasionati di storia possono gioire davanti alla maschera di Anubi del 600 A.C. e all’esuberante cappellino del 1845 appartenuto ad una giovane regina Vittoria ancora lontana dalla vedova triste a cui la storia più ha abituati, per gli amanti del cinema ci sono il tricorno indossato da Johnny Deep in Pirati dei Caraibi, il cappello di paglia di Audrey Hepburn in My Fair lady e il copricapo in plastica del cattivo di Guerre Stellari, il tetro Darth Vader, esibito a fianco dell’elmo da samurai a cui è ispirato.

Portrait of Stephen Jones, 2008

                                                             Portrait of Stephen Jones, 2008

E naturalmente non mancano le creazioni di Jones per Christian Dior, John Galliano e Giles Deacon, accanto a quelle ‘storiche’ di <b>Elsa Schiaparelli, Cecil Beaton e Baleciaga. Accessorio universale, il cappello è per tutti, giovani e meno giovani allo steso modo. Finisce e definisce un look. Rispecchia la personalità di chi lo indossa. Come sanno le celebri clienti di Stephen Jones. Regine del Pop come Madonna e Kylie Minogue e regine di altro tipo, da sua Maestà Elisabetta II a Carla Bruni nella sua nuova veste di signora Sarkozy. Piume, nastri, fiori, legno, plastica e chi più ne ha più ne metta: tutto può diventare un cappello, anche un disco a quarantacinque giri. A patto che il tutto sia condito da una buona dose di satira e di spiritosa ironia, caratteristiche possedute in abbondanza dagli inglesi e che Jones eleva all’ennesima potenza. E davanti a tanta ottimistica esuberanza e gioiosa frivolezza, si sorride. E apertamente, si ride. E, segretamente, si sogna.

Londra// fino al 31 maggio 2009

vam.ac.uk

 

Fighting History: La storia è adesso. A Tate Britain

Più di una volta Penny Curtis, la direttrice uscente della Tate, è stata criticata per la scelte dei soggetti delle sue mostre – artiste donne semi-sconosciute ai più come Marlene Dumas e Agnes Martin, o una mostra dedicata alla scultura vittoriana come Sculpture Victorious– e di certo non credo si sia fatta molti amici con questa ultima di Tate Britain del titolo Fighting History, che ci offre una carrellata tematica di quadri di soggetto storico o pseudo-storico che attraversa gli ultimi 250 anni di pittura di britannica. Una mostra che riesce ad essere, al tempo stesso, pomposa e stiracchiata e sorprendentemente intrigante, anche se alcune scelte curatoriali sono alquanto discutibili che sotto l’etichetta di pittura di storia sembrano essere raccolti tutti i generi che non sono paesaggio e ritratto: dalla mitologia ai soggetti biblici (ci sono ben SEI, dico SEI quadri raffiguranti il Diluvio Universale e quasi tutti appartengono alla Tate: se non è stiracchiare questo!). E che ci fa un quadro con Re Lear per soggetto in una mostra dedicata alla pittura di storia? Non era Re Lear un personaggio inventato dalla geniale fantasia di Shakespeare? I veri dipinti di storia sono pochi e rappresentano i soliti noti, gli eroi come Wellington, Nelson (e altri oscuri personaggi che a me, forestiera, sono praticamente sconosciuti), fatta l’eccezione per un magnifico quadro di Walter Sickert (1860-1942), un quadro di Allen Jones e una foto di Steve McQueen, il regista di 12 anni schiavo (12 Years a Slave).

Miss Earhart's Arrival 1932 Walter Richard Sickert 1860-1942 Purchased 1982 http://www.tate.org.uk/art/work/T03360

Miss Earhart’s Arrival 1932, Walter Richard Sickert. Tate

Fino al XX secolo la pittura di storia è stata la forma più alta di pittura. I soggetti storici avevano il compito di istruire e mostrare le virtù senza tempo del coraggio e dell’integrita’ morale. Ma quando, nel XX secolo, la pittura si sposta verso l’astrazione e il Modernismo, questi primato si perde. Ma questo non significa che gli artisti contemporanei abbiano smesso rappresentare eventi storici (e con essi, la nostra reazione ad essi); solo, lo hanno fatto utilizzando modi diversi. E allora entri Jeremy Deller.

Artista concettuale che nel 2013 ha partecipato alla Biennale di Venezia rappresentando la Gran Bretagna nel Padiglione Inglese (che ho opportunamente visitato e apprezzato), è stato in assoluto la star della mostra.

La sala da lui creata e che ospita, oltre a memorabilia poster e ritagli di giornale, il filmato della rievocazione della Battaglia di Orgreave nel Sud dello Yorkshire, tra minatori e forze dell’ordine nel1984, mi ha lasciato completamente a bocca  aperta. Posso solo paragonarlo alla forza emotiva che avrebbe su di me-donna adulta, il vedere una rievocazione  storica fatta nei benché minimi dettagli delle lotte studentesche avvenute a Bologna nel 1977 quando avevo neanche sette anni.

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Flashpoint: A mounted policeman swings his baton during the clash with miners at Orgreave, 1984. Photo John Harris

Quello compreso tra il 1984 e il 1985 è uno dei periodi più cupi dell’Inghilterra ‘tacheriana’, quando la polizia a cavallo attacca i minatori in sciopero che stavano facendo picchetto davanti alle miniere, picchiandoli con i manganelli. Centinaia di feriti e un massiccio insabbiamento di quanto era effettivamente accaduto, da parte del Governo britannico che ordina (letteralmente!) alla BBC di montare il filmato al contrario per far apparire i minatori colpevoli di aver attaccato per primi la polizia, in modo da giustificare la reazione spropositatamente violenta della polizia. Con questa rievocazione, avvenuta il 17 giugno 2001, Deller propone la verità storica di coloro che vi presero parte (ex-minatori, ex-poliziotti) e che sono stati appositamente coinvolti nel progetto, prendendo le distanze dalla mistificazione che ne fecero i media per volere dell’allora primo ministro Margaret Thatcher (1925-2013).

“What’s a grim part of history!” esclama la mia dolce metà, scuotendo la testa amareggiato, prima di alzarsi dalla panca alla fine del filmato e scomparire nella sala successiva. Io invece, ho faticato a staccarmici. Nel 1984 avevo 14 anni ed ero pazza per i Duran Duran: la mia idea dell’Inghilterra non andava oltre i capelli cotonati di Boy George e degli aderenti al New Romantic. Mentre io sognavo i boccoli biondi e gli occhioni azzurri di Simon le Bon, qualche centinaio di km a nord di Londra i minatori lottavano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro il governo della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Inutile dire chi ha vinto…

E solo allora ho compreso il titolo della mostra: Fighting History, storia di battaglie. Da quelle combattute da Nelson e di Wellington contro Napoleone, a questa lotta civile contempoaranea tra stato e cittadini. E a questo serve la pittura di storia: a non dimenticare

Londra//fino al 13 Settembre 2015

Tate Britain

tate.org.uk

I favolosi anni Ottanta @Victoria and Albert Museum

Mai come negli anni Ottanta Londra è stata l’ombelico del mondo. Soprattutto quando si parla di nuove tendenze. E anche se la mia dolce metà inorridisce solo al sentirmelo dire, avrei voluto esserci. O almeno passarci. Erano gli anni in cui David Bowie regnava sovrano – gli anni post Ziggy Stardust e Aladdin Sane, quando personaggi come Boy George e i fratelli Martin e Gary Kemp investiti dal ciclone Bowie, fondano rispettivamente i Culture Club e gli Spandau Ballet. Erano gli anni di Adam Ant e del suo costume da pirata e di George Michael con le T-shirtst di Katharine Hamnett con scritte provocatorie contro il regime della Thatcher

Katherine Hamnett T-shirt that says 'stay alive in 85'

T-shirt designed by Katherine Hamnett in 1984. Photograph: Mike Kitcatt/Victoria and Albert Museum, London

Ma sono stati anche gli anni in cui mai come prima moda e musica sono andate di pari passo. E visto che ho vissuto tutto questo solo da lontano, ora non mi resta altro che divertirmi con programmi televisivi come quello di iei sera su ITV o con mostre come quella che l’anno scorso ha deliziato il pubblico (e lo staff) del Victoria and Albert Museum.Parlo di Club to Catwalk (2014) il cui tema era la moda a Londra negli anni Ottanta, quando una nuova generazione di stilisti e designers come Betty Jackson, Katharine Hamnett, John Galliano, Jasper Conran, Vivienne Westwood, Wendy Dagworthy e Stephen Jones influenzati dalla nuova scena musicale  dei club (nel senso di night-club) si danno da fare per reiventare la moda stessa – anche se non necessariamente in modo migliore: chi non  ricorda con  orrore la permanente da barboncino di Kylie Minogue, le maniche a raglan dei maglioni o le “spallone” superimbottite da giocatore di Football Americano delle giacche?

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                                    Adam Ant

Più che una mostra, un vero e proprio tuffo nel passato con tanto di colonna sonora video-musicale che, per i nostalgici ex-adolescenti di quel periodo come la sottoscritta, aveva lo stesso effetto di una  madeleine di Proust (con tutto il rispetto per il grande francese, ma il paragone rende l’idea) soprattutto quando riportano alla luce dai meandri del dimenticatoio canzoni come questa e questa che rendono impossibile non ballare. Che quelli della mia generazione che per motivi geografici oltre che anagrafici, avevano mancato in un colpo solo la nascita del punk rock (avevo sette anni quando The Clash fecero un concerto a Bologna), non appena raggiunta l’adolescenza cercavano di rifarsi come potevano aggrappandosi disperatamente agli ultimi rigurgiti della New Wave – qualunque cosa fosse (che io all’epoca non l’avevo mica tanto capito…). E la Bologna degli anni Ottanta si ritovò invasa da una folla di adolescenti multicolori che indossavano T-shirts da surfista e il mullet (come si chiamava quel terribile taglio di capelli che ha tormentato gli anni Ottanta) o che, volento essere alternativi, giocavano a fare i misteriosi con il Gothic look (che in Italia si chiamava Dark) ispirato a Robert Smith dei Cure. Questi nuovi “looks” in Inghilterra erano documentati  in riviste del settore come The Face e Blitz. E  così ebbe inizio una decade contrassegnata da un modo di vestire al limite della teatralità. Una moda era senza limiti, liberata e controcorrente.

Mandatory Credit: Photo by MAURO CARRARO / Rex Features (111660b)  SIMON LE BON OF DURAN DURAN 1984  Tube Music Box in St Tropez, France - 1984
Simon Le Bon. Photo by MAURO CARRARO / Rex Features

Naturalmente, come ogni adolescente che si rispetti, anch’io ero pazza del bellone di turno che, nel mio caso (e non solo nel mio), era Simon le Bon il cantante dei Duran Duran. Sognavo che il miracolo accadesse e lui apparisse all’orizzonte per salvarmi da una vita piatta e grigia fatta di mattinate a scuola e di sabati pomeriggio trascorsi con le amiche da Nannucci 9(quando ancora esisteva quel negoszio di dischi) a spulciare tra dischi che non avrei mai comprato (anche perchè non avevo il giradischi, ma solo un monumentale stereo mangiacassette). Avevo cominciato a studiare ossessivamente l’inglese in caso Simon apparisse al mio orizzonte e in un momento di follia mi ero fatta persino tagliare i capelli come lui con risultati quantomeno disastrosi, che a poarte le pop stars e qualche attore difficilmente il mullett si adattava ai comuni mortali come me che non avevano un filo diretto con il parrucchiere o un conto aperto con una fabbrica di lacca per capelli.

E poi, come sempre accade in questi casi, Simon lo vidi per caso anni dopo proprio a Bologna, intento a firmare autografi all’ingresso del Grand Hotel Baglioni un giorno di Settembre del 1995, quando ormai il mio cuore era tutto preso da Axl Rose e Kurt Kobain. Un solo un attimo di esitazione, un sorrisetto nostalgico sulle labbra prima di proseguire per la mia strada lasciando le nuove fan dei Duran Duran ad accapigliarsi sulle scale senza di me. Che la vita è fatta così: un po’ bastarda.

The Iron Lady, un anniversario

Pochi l’hanno amata, molti l’hanno odiata, ma nessuno è rimasto senza un’opinione di qualche tipo su di Margaret Thatcher (1925-2013). Inclusa la sottoscritta. Suppongo di sentire per la defunta baronessa la stessa morbosa curiosità che gli inglesi avevano (e hanno tutt’ora) per Berlusconi o per le vicende politiche dell’Italia. Fatto sta che durante una delle mie razzie in biblioteca ho trovato l’ultima biografia sulla Signora Thatcher (Margaret Thatcher: The Authorised Biography, Volume One: Not for Turning, di Charles Moore se qualcuno è interessato o semplicemente masochista) e ho iniziato a leggerla, con buona pace della mia dolce metà che non capisce il perchè della mia curiosità per un capitolo della storia britannica che lui (e molti altri con lui) preferirebbe dimenticare. Bambinello negli anni Settanta e giovanotto negli Ottanta, il mio compagno l’uragano Maggie l’ha vissuto in prima persona. E da quanto mi pare di capire, non è stata un’esperienza piacevole.

Una cosa è innegabile: sotto la Thatcher la Gran Bretagna ha visto enormi cambiamenti economici, demografici e culturali. Ci sono state due grandi recessioni e il boom degli anni 1980 (OK, un boom in cui il PIL non era cresciuto più di un paio di punti percentuali, ma il Ministro del Tesoro George Osborne solo due anni fa avrebbe ucciso per una crescita del 2,2%…); i poveri sono diventati più poveri e i ricchi più ricchi, i sindacati sono diventati fantocci e i datori di lavoro più potenti. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Lo stesso sta accadendo da quando i conservatori di David Cameron sono tornati al potere nel 2010. Eppure fu una dei pochi parlamentari Conservatori a votare a favore della depenalizzazione dell’omosessualità maschile e (udite, udite!) dell’aborto, s’impegnò (invano bisogna dirlo) per l’abolizione dell’apartheid ed è stato anche grazie a lei che Unione Sovietica e Stati uniti hanno ripreso a parlarsi. E se questo non la cancella il resto, non posso esimermi dall’essere affascinata dalla Lady di Ferro e dalla sua determinazione. Che ci è voluta davvero una volontà di ferro per una donna degli anni Cinquanta per entrare in polica, alla faccia di tutto e di tutti.

Il resto non sta a me giudicarlo. “Gli anni Settanta erano lugubri perchè il Paese andava a catafascio, e negli anni Ottanta il Paese andava a catafascio per colpa di ‘Maggie’…” sentenzia la mia dolce metà con tono lapidario. “Horrible years the Eighties…” “Insomma, non era poi così male!” replico con sincero entusiasmo pensando con nostalgia agli anni della mia adolescenza. “Pensa alla musica! I Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Culture Club…” “As I said…” fa lui lapidario. “Horrible years the Eighties…”

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Nils Jorgensen/Rex