A Londra è l’ora del Campari

Quando a Londra entro in un coffee shop e chiedo un caffè, devo specificare che tipo: voglio un semplice espresso (singolo o doppio?), un espresso macchiato (caldo o freddo?), un cappuccino o un (caffè) latte? La scelta pare infinita e se non specifico il barista in questione è probabile che mi prepari un bicchierone di caffè americano. A meno che il barista non sia italiano. In questo caso, sentendo l’accento nostrano pronunciare le schioccanti consonanti doppie di “espreSSo”, e la parola “caffè” con l’accento sulla “e”, sorride e senza aggiungere altro mi mette davanti una tazzina fumante contenente pochi millilitri di liquido nero e profumato. That’s it. Non occorre altro. Allo stesso modo quando a Bologna chiedo un “bitter” al bar sotto casa di mio padre, il barista estrae dal frigo una bottiglietta triangolare colma di un liquido rosso rubino dal sapore amarognolo. Che di bitter c’è solo lui, il Campari.

Quello che non sapevo (o meglio, che mi sono mai posta il problema di sapere, come accede con tante cose con cui si cresce e che si danno per scontate) è fu il futurista Fortunato Depero a creare l’iconica bottiglietta conica a “calice rovesciato” del Campari Soda, lanciata sul mercato nel 1932 e tuttora in commercio (l’equivalente italiano della bottiglia della Coca-Cola… ). All’epoca il suo design, così semplice ed essenziale, con la scritta in rilievo sul vetro della bottiglietta (che rendeva obsoleta l’etichetta), era rivoluzionario. Ancora oggi rimane un punto di riferimento essenziale per il design.

Fondata a Milano nel 1860 da Gaspare Campari, che avviò nella città lombarda una distilleria, seguita    dall’apertura del Caffè Camparino, nell’elegante Galleria Vittorio Emanuele II, la società inizia la sua avventura internalionale grazie al figlio di Gaspare, Davide. Alla morte del fondatore, infatti, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passa a uno dei suoi cinque figli, Davide Campari, che nel 1896 cambia la denominazione in Gaspare Campari – Fratelli Campari Successori, iniziando a vendere la bevanda di famiglia, prima in tutta Italia e poi nel resto del mondo.

Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Questo nuovo prodotto, fabbricato dall’uomo e non soggetto ai capricci della natura come il vino, e completamente slegato dalla tradizione culturale del passto, rendeva il Campari Soda la bevanda ideale per un paese giovane come l’Italia ( che era stata unificata solo sette anni prima). E la rendeva perfetta anche per la nuova arte di pubblicità di massa.

Le prime campagne pubblicitarie, create all’inizio del Novecento, impiegano artisti come il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) o il tedesco Adolf Hohenstein (1854-1928), associano il Campari con il glamour e la solare raffinatezza della borghesia della Belle Époque con i loro eleganti poster ispirati alla Seccessione Viennese.

Lo stile cambia drammaticamente con l’arrivo nel 1926 del suddetto Fortunato Depero (1892-1960). Lo stile di Depero, fatto di immagini astratte monotone, motivi tribali, slogan e figure stilizzate, così particolare e immediatamente riconoscibile, fa del pittore futurista l’esponente più entusiasta di questa nuova unione di arte, design e commercio. Ma Depero non fu l’unico artista che credere che l’arte del futuro sarebbe stata in gran parte fatta di pubblicità, a creare poster per la ditta Campari, come ci racconta The Art of Campari questa piccola e deliziosa mostra della Estorick Collection of Modern Italia Art.

Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Nel corso della sua storia, il marchio di fabbrica della ditta Campari è stato più volte modificato, anche sostanzialmente nel corso del XX secolo, seguendo i capricci e le evoluzioni del linguaggio grafico e dello stile del momento, collaborando con gli artisti d’avanguardia come commissionato alcune delle opere di design più innovative prodotte nell’Italia moderna come Marcello Nizzoli, Bruno Munari  e Ugo Nespolo e promuovendo allo stesso tempo le nuove tendenze dell’arte moderna italiana tra un pubblico sempre vasto.

Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Tutto ciò sotto il naso del regime fascista di Mussolini. Inizialmente, la visione del dittatore riecheggiò con i futuristi, ma le cose finiscono lì. Come mostrano gli allegri poster di Depero, il tentativo di Mussolini di imporre ad artisti e designer le sue richieste per un’arte che riflettesse l’immagine dell’Italia cattolica, agricola e familiare voluta dai Patti Lateranensi del 1929 furono allegramente ignorati e le pubblicità continuarono come prima. Pare che  pubblicitari avessero più libertà di espressione nell’Italia fascista, di quanto non accada nella moderna Gran Bretagna. Succede.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Settembre 2018

The Art of Campari
Estorick Collection of Modern Italian Art, London
www.estorickcollection.com

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I giovani disoccupati di Tish Murtha

Vedendola da fuori, dalla realtà ovattata della mia piccola vita bolognese fatta di scuola, compiti, sabati pomeriggio in centro e domeniche pomeriggio al cinema, l’Inghilterra della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta sembrava un posto straordinariamente eccitante. Quegli erano gli anni dei Clash, dei Pink Floyd, di David Bowie e del New Romantic. Anni di grande innovazione e non solo nella musica pop, che avevano visto l’Inghilterra sconvolta da una controrivoluzione sociale, culturale e politica seconda solo a quella degli anni Sessanta. Avrei voluto esserci.

La “mia dolce metà” invece che in quegli anni c’è cresciuto, cerca di dimenticare di esserci stato. E dopo aver visto le foto di “Tish” Murtha (1956-2013) capisco anche perché.

 Kids jumping onto Mattresses, 1980 - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Kids jumping onto Mattresses, 1980 – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Nessuna bomba era caduta di recente su Kenilworth Road a Elswick, ma avrebbe potuto benissimo averlo fatto appena qualche giorno prima. Ma non ci troviamo nell’Inghilterra del dopoguerra, martoriata dalla bombe di Hitler, ma nella Newcastle Upon Tyne degli anni Ottanta dove, nel nord-ovest del Paese, grazie all’alacrità del governo di Margaret Thatcher nel distruggere l’industria manifatturiera e nel chiudere le miniere, in poco tempo erano spariti un milione di posti di lavoro.

La periferia ovest di Newcastle era tra i luoghi più colpiti. Qui i giovani si affacciavano alla vita adulta senza opportunità, tra il declino industriale e la stagnazione economica, vittime di una società che non era in grado di offrire una soluzione o un’alternativa ai loro problemi. Ora capisco cosa intenda il mio lui quando mi dice che non era facile essere adolescente sotto la Thatcher.

Youth Unemployment (1981)​ - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Youth Unemployment (1981)​ – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Le foto della Murtha sono una coraggiosa critica al governo conservatore, più impegnato a oscurare la portata del problema con la creazione di schemi fumosi come il “Programma per le opportunità giovanili”, che a fare qualcosa di concreto per coloro che avevano lasciato la scuola e si trovavano senza lavoro e senza alcuna speranza di trovarne uno. Quello della ragazza sulla sedia rovesciata, che sembra affondare sotto le macerie fumose della sua vita, era un mondo lontano anni luce dalla bolla dorata della City e dai suoi Yuppies.

Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Come racconta Owen Jones nel suo Chavs: The Demonization of the Working Class il sistema di classe britannico è “una prigione invisibile” da quale è sempre più difficile uscire per chi è nato in una famiglia della classe operaia. Sempre piú spesso solo un settore della popolazione può permettersi un’istruzione superiore in una scuola prestigiosa che a sua volta permetta di accedere ad un’Università prestigiosa e sucessivamente ad carriera redditizia. La Gran Bretagna è sulla buona strada per diventare una società gestita dai ricchi per i ricchi. A partire da quello della Thatcher, ogni governo successivo sembra essersi impegnato a smantellare i diritti politici ed economici della la classe operaia, e allo stesso tempo a trasformare agli occhi del ceto medio l’immagine del vecchio proletariato di un tempo (deferente, lavoratore, morale) in una crudele caricatura di se stesso (pigro, scansafatiche, amorale).

Ho letto questo libro nel gennaio del 2016, alla vigilia del Referendum e con ogni pagina cresceva la consapevolezza che l’uscita dall’Unione Europea fosse una realtà davvero da non sottovalutare. Londra (e il sud-est del Paese) è una bolla multietnica e multiculturale in una realtà politica, sociale e culturale che non ha nulla in comune con la Capitale. Gli adolescenti fotografati da Tish Murtha sono diventati adulti e hanno votato per la Brexit. E vedendo queste foto capisco anche il perché.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 14 Ottobre 2018.

Tish Murtha: Works 1976-1991, The Photographer’s Gallery

thephotographersgallery.org.uk

2 agosto 1980: Bologna non dimentica

La Stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980 poco dopo lo scoppio della bomba
La Stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980 poco dopo lo scoppio della bomba

Abito a Londra da quasi vent’anni, ma resto sempre una bolognese. E Bologna non dimentica quegli 85 morti.

Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

Back in time: Tears For Fears – Shout

“Shout
Let it all out
These are the things I can do without!”

Oggi mi sento un po’ così: sopraffatta dalla vita e dal caos delle vacanze di metà quadrimestre…  :/ (chi abita in Inghilterra o conosce il sitema scolastico britannico sa di cosa parlo)

Tears For Fears – Shout 1984

Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Songwriters: Ian Stanley / Roland Orzabal
Shout lyrics © Sony/ATV Music Publishing LLC, BMG Rights Management US, LLC

Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari

Back in Time: U2 – Pride (In The Name Of Love)

Che anno il 1984!  E sfido chiunque appartenga alla mia generazione a non provare un brivido ascoltando Pride (In the Name of Love) della mitica band irlandese U2, tratto dall’album The Unforgettable Fire. Tutta presa com’ero dal mio grande amore per i Duran Duran non avevo tempo per dedicarmi musicalmente ad altro. O almeno pensavo, prima di imbattermi per caso nel suond degli U2 un giorno per caso del 1984. Non avevo mai sentito nulla del genere ed è stato amore a prima vista. Quel Bono! Che voce, che carisma! #BonoVox #U2

(ps: per la cronaca, 34 anni dopo Bono & C. sono ancora presenti nella vita vita della sottoscritta, sebbene in modo meno passionale…).

U2 – Pride (In The Name Of Love) 1984

Back in time: Ofra HAZA – Im Nin’ Alu

Come per chissà quanti altri, anche per me Ofra Haza (1957-2000) ha segnato con la sua voce e le sue canzoni una parte dell’adolescenza, quella che mi vedeva appena diciottenne sfidare le ire materne per le discoteche della bassa padana il sabato sera. Ci mettevo ore a “prepararmi” (ora ci metto dieci minuti – come cambiano i tempi!), preparavo con cura l’abbigliamento e litigavo inevitabilmente con la mamma sull’ora del rientro, ma valeva la pena. Mi sono divertita un mondo…

E questa Im Nin’ Alu era una delle canzoni-tormentoni del periodo. L’ho ballata migliaia di volte, l’ho ascoltata altrettante migliaia di volte alla rado e alla TV trasmessa in continuazione de Video Music. Esotica e bellissima, Ofra Haza aveva aveva una voce che restava nel cuore. Certamente lo e’ rimasta in quello di molti ex-adolescenti degli anni Ottanta…. 🙂

Ofra HAZA – Im Nin’ Alu (Original Video Clip – 1988)

Back in time: Eighth Wonder – I’m Not Scared

A 17 anni andai dalla mia parrucchiera con una foto di Patsy Kensit. ‘Fammi come lei.’ Fu la mia richiesta categorica, che sulle cose stupide ho sempre avuto le idée molto chiare. Che davvero mi sarebbe piaciuto avere il suo caschetto biondo, i lineamenti delicati e la sua boccuccia imbronciata di quando cantava I’m not scared con la pop band britannica Eight Wonder. Eppoi allora era sposata con il marito numero uno, Dan Donovan dei Big Audio Dynamite e questo me la faceva sembrare ancora più cool. A Donovan seguiranno Jim Kerr, dei Simple Minds nel 1992, Liam Gallagher, il nevrotico cantante degli Oasis nel 1997 e Jeremy Healy, DJ inglese da cui ha divorziato nel2008.

La parrucchiera prese la foto con un sospiro,  di certo sollevata dal fatto che, almeno, quella volta gliene avessi portato una di una donna e non una di Simon Le Bon chiedendole di farmi i capelli come quelli di lui. Tornai a casa con una permanente alla Loredana Bertè, rassegnata al fatto che, come mi diceva sempre la nonna, nella vita bisogna essere realisti e che non si può essere ciò che non si è. E che non si potrà mai essere. A cominciare dai capelli.

Ora, vent’anni dopo Patsy – quattro matrimoni quattro divorzi e due figli e una carriera piena di alti e bassi e vari tentativi di ritorni tra cui Strictly Come Dancing (la versione inglese di Ballando con le Stelle) è ancora molto bella (e molto bionda). Ed io sono molto contenta di essere lei. Il che è certamente molto meno stressante.

 

I’m Not Scared” is a 1988 by British pop band Eighth Wonder

Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

2018 ©Paola Cacciari