UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Mosca, Settembre 1947. Robert Capa fotografa John Steinbeck in uno specchio. Foto Robert Capa (Fonte) Nel 1947 John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1962) fece assieme a Robert Capa, il fotografo ungherese fondatore dell’Agenzia Magnum, considerato oggi il più grande fotoreporter della Seconda Guerra mondiale e divenuto vera e propria leggenda […]

UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Cecil Beaton: Theatre of War

Dall’archivio del passato, anno 2013: un’insolito Cecil Beaton fotografo di guerra, una vera scoperta…

Vita da Museo

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione…

View original post 216 more words

Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

Il capolavoro di Elsa Morante, pubblicato da Einaudi nel 1974. La tragica esistenza di Ida Ramundo e dei suoi due figli Nino e Useppe nell’Italia degli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale. Continue reading Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante at Uozzart.

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

“Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

«No, non credo che ti piacerebbe questa città sconfitta, con le sue case levantine che si scrostano al sole; un mare liscio, sporco e brunastro, senza flutti che lambisce il porto. Arabo, copto, greco, francese, levantino, niente arte, né vera gaiezza. Una noia mitteleuropea intrisa di alcol. Nessun argomento di conversazione, tranne il denaro», così […]

via “Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

Lee Krasner, il genio dimenticato dell’Espressionismo Astratto

Alzi la mano chi, come me, non è un fanatico dell’arte contemporanea e ha sentito parlare di Lee Krasner (1908-1984).
Non molti? Lo sospettavo. Che Lee Krasner, nata Lena Krasner, ha trascorso la vita a lottare per uscire dall’ombra, per il diritto di essere se stessa: un’artista complete e indipendente, e non solo la moglie di Jackson Pollock.

 Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.
Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.

Questo, insieme al fatto di essere una donna, era il problema più grande quando cercava di essere presa seriamente all’interno di un gruppo al testosterone come gli Espressionisti Astratti. Ma a volte il cercare di guadagnarsi un posto al sole a furia di gomitate non basta, che questo non era un movimento per mammolette.

“I was a woman, Jewish, a widow, a damn good painter, thank you, and a little too independent.” Lee Krasner

I suoi primi lavori sono densi di influenze cubiste e realiste, e forse lo sarebbero rimasti se i primi brucianti insuccessi non le avessero fatto perdere le staffe a tal punto da distruggere in una fitta di rabbia le tele rimaste invendute, solo per riassemblarle in una sorta di collage astratto pieno di furia e frustrazione. E il risultato è qualcosa di radicamente nuovo e diverso anche per l’America di quegli anni.

'Icarus' (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores
‘Icarus’ (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores

La morte di Pollock nel 1956 in un incidente automobilistico è un’altra pietra miliare per la Krasner, che si getta anima e corpo nella pittura – il suo personale antidoto al dolore. Quello che ne risulta è un gruppo opere che grondano tristezza, nostalgia e perdita, e che forse, per la prima, volta parlando davvero con la sua voce.

Lee Krasner, who died in 1984, at work in her studio in the 60s, painting Portrait in Green. Photograph: Mark Patiky

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 1 Settembre 2019

Lee Krasner: Living Colour @ Barbican Art Gallery

www.barbican.org.uk

Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi ne ha uno davvero molto bravo e simpatico (e metallaro) come il mio. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

Please use the sharing tools found via the share button at the top or side of articles. Copying articles to share with others is a breach of FT.com T&Cs and Copyright Policy. Email licensing@ft.com to buy additional rights. Subscribers may share up to 10 or 20 articles per month using the gift article service. More information can be found at https://www.ft.com/tour. https://www.ft.com/content/7599e1f8-5315-11e8-b24e-cad6aa67e23e   A set of dental instruments including five 'pelicans' for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini.

Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

4C4320E100000578-5733149-image-m-66_1526417025729

Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale.

Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 🤔

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth @ Wellcome Collection

Diario russo (A Russian Journal, 1948) di John Steinbeck con fotografie di RobertCapa

Cosa succede quando il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) e il suo amico fotografo, l’ungherese americano Robert Capa (1913-1954)decidono di unire le forze? Succede che nasce Diario russo (in inglese A Russian Journal, pubblicato nel 1948) uno dei libri di viaggio più poetici e divertenti del XX secolo.
Entrambi in bilico tra progetti finiti e progetti non ancora iniziati, nel 1947 i due amici decidono di visitare Mosca, l’Ucraina e la Georgia passando per quella che allora si chiamava ancora Stalingrado (nel 1961 ribattezzata Volgograd per decisione dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv).

La loro missione? Scoprire il popolo dell’Unione Sovietica, la gente comune e vedere con i loro occhi (e quelli della macchina fotografica) cosa indossano le persone, cosa servono per cena, come celebrano le loro festività – evitando per quanto possibile la propaganda della Guerra Fredda che allora al suo culmine.

La prosa di Steinbeck è una delizia e e le foto di Capa sono superlative. Mi pare di vederli all’opera, questi due giovanottoni americani – così caldi, onesti e divertenti. Uno Steinbeck semi-serio ammette apertamente che le loro osservazioni sono superficiali e non potrebbero mai essere altrimenti – e comunque quello non era il punto. Ma il tono è sempre pieno di affetto: il suo punto infatti è che le persone sono persone in tutto il mondo e come tali meritano il nostro rispetto (con l’eccezione dei prigionieri di guerra tedeschi che stanno ricostruendo Stalingrado – in fondo l’aveno distrutta loro…)

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.
USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck. © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ma la cosa per me più divertente sono le descrizioni che Steinbeck da’ di Robert Capa. Per anni ho venerato questo guerriero della macchina fotografica, ammirandone le storiche immagini della Guerra Civile Spagnola e dello Sbarco in Normandia. Ma non avevo idea della persona. Nelle parole di Steinback, Capa si trasforma: non piu’ un’entità astratta dietro la macchina fotografica, diventa una persona in carne ed ossa (e tanti capelli!) dotato da un’infaticabile energia, che si chiude in bagno per ore a leggere i libri sottratti di nascosto ai giornalisti e ai diplomatici americani a Mosca, e che parla tutte le lingue del mondo con gli accenti sbagliati. È triste pensare che solo sei anni dopo l’uscita di questo libro, quella bomba di energia che era Robert Capa sarebbe morto, ucciso da una mina antiuomo in Indocina.

images

Una magnifica istantanea, testuale e visiva, della Russia stalinista del dopoguerra, vista attraverso gli occhi di due viaggiatori che non si prendono troppo sul serio.

Nel sito dell’agenzia Magnum Photos trovate le altre magnifiche foto di Robert Capa www.magnumphotos.com/arts-culture/travel/robert-capa-russian-journal/

2018 ©Paola Cacciari

Una donna in guerra: a Londra le fotografie di Lee Miller

Il mio primo incontro con  Lee Miller (1907-1977) avvenne nel 2007 quando il museo in cui lavoro le dedicò una bellissima mostra dal titolo The Art of Lee Miller e da allora la sua vita non ha mai smesso di affascinarmi, come le sue fotografie.

Modella di successo e musa del surrealista Man Ray, l’americana Elizabeth “Lee” Miller (1907-1977) era anche una fotografa straordinaria e una donna formidabile, entrambe doti necessarie per diventare una delle pochissime fotoreporter accreditate delle forze armate americane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma questo il figlio Anthony Penrose non lo seppe fino al 1977 quando, alla morte della madre, trovò nascosti nella soffitta della casa di famiglia nell’East Sussex circa 60.000 immagini, tra foto e negativi, oltre a numerosi articoli da lei scritti per Vogue durante il periodo trascorso come corrispondente di guerra. Anthony, la cui relazione con la madre era sempre stata difficile e che fino ad allora aveva visto in lei solo una donna isterica e spesso ubriaca, ha ammesso di aver dovuto rivalutare le convinzioni di una vita. E da quel momento ha dedicato gran parte della sua vita a celebrare, conservare e promuovere l’opera materna con l’istituzione del Lee Miller Archives.

Ora, per celebrare i settant’anni dalla fine della della Seconda Guerra Mondiale, l’Imperial War Museum ci regala Lee Miller: a Woman’s War, una straordinaria selezione di immagini che esplorano in particolare la vita e il ruolo delle donne prima, durante e dopo il conflitto mondiale. Ma chi si aspetta la solita lezione di storia sociale si sbaglia di grosso, che Lee Miller era un personaggio incredibile, una donna ostinata e tenace ed una fantastica narratrice: la sua stessa vita sembra uscita dalle pagine di un romanzo…

Nata a New York nel 1907, Lee Miller studiò scenografia e illuminazione di scena all’Art Students League della metropoli americana. Un giorno, camminando per strada a Manhattan, la giovane rischiò di essere investita da un’auto che sopraggiungeva a forte velocità. Fortunatamente un passante la trattenne salvandole la vita, e cambiandola allo stesso tempo per sempre. Che il suo salvatore altri non era che Condé Nast, il fondatore di Vogue che, colpito dalla sua bellezza e dalla sua personalità fuori del comune, la lancia nel mondo della moda. E fu così che Lee Miller, da perfetta sconosciuta si ritrova nel 1927 sulla copertina di American Vogue.

Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray, 20th century © Victoria and Albert Museum, London
Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray © Victoria and Albert Museum, London

Ma il mondo della moda, così vuoto e superficiale, la annoia presto. Ed è allora che Lee Miller decide di cambiare posto e di diventare l’osservatrice anziché l’osservata. Quella per la fotografia d’altra parte, non è una passione nuova: il padre Thodore, ingegnere e fotografo dilettante, le insegna sin da bambina le tecniche fotografiche e ne fa la sua modella. Per cui quando nel 1929, lo scandalo causato da una foto scattata da Edward Steichen pone fine alla sua carriera di modella, Lee Miller decide di trasferirsi a Parigi per diventare l’allieva dell’artista e fotografo surrealista Man Ray. Famoso tra il suo gruppo di amici artisti per non accetare studenti, l’arista soccombe tuttavia irrimediabilmente al fascino della bella americana che diventa così la sua compagna, oltre che la sua musa, modella e preziosa collaboratrice (insieme i sue inventano tecniche innovative come la solarizzazione).

Ma la scintillante vita bohemien parigina non fa per lei e nel 1932, la donna lascia Parigi (e Man Ray) per tornare a New York, dove apre il suo studio fotografico. E a New York conosce a Aziz Eloui Bey, ricco uomo d’affari egiziano. I due si sposano nel 1934, ma una volta trasferitasi al Cairo con il marito, Lee realizza presto che la vita da ricca moglie espatriata le va stretta. Infelice e annoiata, si rivolge ancora una volta alla macchina fotografica per conforto e, grazie al lavoro del marito che le permette di viaggiare in lungo e in largo per l’Egitto e il Medio Oriente, scatta tra il 1935 e il 1939 quelle che sono considerate le sue immagini surrealiste più sorprendenti.

Il matrimonio non era destinato a durare. Stanca del marito e della vita al Cairo, Lee Miller torna per un breve periodo a Parigi nel 1937, dove incontra Roland Penrose (1900-1984), pittore, storico e poeta inglese e uno dei protagonisti del Surrealismo britannico, a sua volta reduce da un matrimonio fallito. Nel 1939 la donna si trasferisce a Londra per vivere con Penrose. Ed è qui che la sorprende lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

lee miller fire masks
Fire Masks, Downshire Hill, London, England 1941 by Lee Miller © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

 

Incaricata da British Vogue di produrre una serie di reportage fotografici sullo sforzo bellico in accordo con il programma di propaganda del nuovo Ministero dell’Informazione, Lee Miller si butta con passione nel progetto. Ritrae le donne britanniche al lavoro, impegnate a mandare avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte, e le immagini di questo primo periodo catturano con freschezza questa nuova libertà e con essa l’emancipazione che ne deriva. La necessità di sopperire alla mancanza di manodopera causata dalla guerra, dona alle donne, seppure tra dolori e disagi, una possibilità di emancipazione senza precedenti.

Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved
Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved.

Ma Lee Miller vuole di più e con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1942 la trovaimo in prima linea al seguito dell’83a divisione di fanteria dell’esercito americano come rappresentante del London War Correspondents Corp, violando così il suo accreditamento che non permetteva alle donne corrispondenti di guerra di entrare in una zona di combattimento; finisce agli arresti per un certo periodo, ma fotografa con successo per l’editore Condé Nast l’avanzata alleata dalla Normandia da St. Malo nel 1944, la liberazione di Parigi e l’avanzata in Germania.

È il 29 aprile 1945 quando Lee Miller varca con le truppe di liberazione americane le porte di Buchenwald e Dachau. Lo shock, la rabbia l’emozione di quest’esperienza sono ancora palpabili nelle foto da lei scattate a documento dello sterminio degli ebrei e altri ‘nemici’ del Terzo Reich “con rabbia glaciale e piena di odio e disgusto”, come racconterà il suo collega e amante occasionale David Sherman, fotografo di Life. Sono immagini forti che a settant’anni di distanza non hanno perso nulla del loro impatto emotivo. Più tardi, quello stesso giorno, la Miller accompagnerà i soldati a Monaco di Baviera, dove entrano nell’appartamento di Hitler. E lì si fa fotografare nuda da David Sherman nella vasca da bagno del Führer, accanto ad una cornice con una sua fotografia, ignara del fatto che, da lì a poco, si sarebbe ucciso nel suo bunker di Berlino insieme alla sua compagna Eva Braun. Davanti alla vasca, gli stivali della Miller, ancora coperti dalla sporcizia di Dachau, conferiscono all’immagine una forza emotiva straordinaria.

Lee Miller in Hitler's bath, 1945 © Lee Miller with David E. Sherman, Lee Miller Archives, England 2015
Lee Miller in Hitler’s bathtub, Hitler’s apartment, Munich, Germany 1945 By Lee Miller with David E. Scherman © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

La fine della guerra fu per Lee Miller, e per molte delle donne dell’epoca, una grande delusione. Impegnate attivamente nello sforzo bellico, le donne si ritrovano alla fine del conflitto nuovamente relegate al ruolo originario di mogli, madri e custodi del focolare domestico e dopo aver sperimentato la libertà e l’appagamento di una vita attiva, molte trovarono il riabituarsi alla normalità e alle limitazioni imposte dalla quotidianità, insostenibili.

Depressa e traumatizzata, alla fine della guerra Lee Miller torna da Penrose, che sposa nel 1947 (dopo aver ottenuto il divorzio dal marito egiziano) quando scopre di aspettare un figlio da lui. Ma anche se le commissioni da parte di British Vogue continuano ad arrivare, si tratta di lavori di routine che dopo l’altalena emotiva della guerra non sono più sufficienti ad impegnarla; cerca conforto nell’alcool per alleviare la depressione – una condizione oggi nota come disturbo post traumatico da stress, ma i suoi demoni danneggiano gravemente la sua relazione con il figlio Anthony.

Photographed by Cecil Beaton, originally published in the April 15, 1965 issue of Vogue
Lee Miller by Cecil Beaton, published in the April 15, 1965 issue of Vogue

Continua a fotografare Picasso e Antoni Tàpies per le biografie scritte dal marito su di loro, ma negli ultimi anni della sua vita Lee Miller scambia la camera oscura per il cibo e dopo aver frequentato un corso di cucina Cordon Bleu, si reinventa come cuoca surrealista, tenendo rubriche culinarie di successo su riviste e giornali. Il suo ultimo saggio fotografico apparso su Vogue del luglio del 1953 è, a mio avviso, anche il più divertente. Dal titolo Working Guests, ritrae amici pittori e letterati che frequentano la casa dei Penrose nel Sussex impegnati ad estirpare le erbacce, nutrire i maiali o innaffiare il giardino. Il tutto mentre la padrona di casa si gode di un meritato pisolino…

Londra//Fino al 24 Aprile 2016

iwm.org.uk

2016 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Ernest Haas: Reconstructing London.

Le grandi arterie di Shaftesbury Avenue e Regent Street sono immediatamente riconoscibili negli scatti che il fotografo austriaco Ernst Haas (1921-86) dedica alla Londra dell’immediato dopoguerra.

Espulso dalla facoltà di medicina perché ebreo, Haas volge il suo interesse alla fotografia e la sua fortuna cambia quando le sue immagini dei prigionieri di guerra che fanno ritorno a Vienna attirano l’attenzione di Robert Capa che lo invita ad unirsi all’agenzia da lui fondata a New York, la Magnum. Haas visita Londra per la prima volta nel 1948, restandoci fino al 1949. Allora un giovane fotoreporter d’assalto, l’austriaco si fece un nome con i suoi reportage raffiguranti la città ricostruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Affascinato dallo spirito indomito della città e dei suoi abitanti, vi ritornò ancora una volta nel 1951 catturando gentiluomini in tuba e impiegati della City in bombetta. E in una serie di immagini dedicate allo Speakers Corners di Hyde Park ci regala le prime testimonianze di una società multiculturale allora ancora allo stato embrionale.

Enst Haas_-Speake_rs Corner Courtesy Atlas gallery
Enst Haas Speake rs Corner Courtesy Atlas gallery

Londra//fino al 4 Luglio 2015

atlasgallery.com

2015 ©Paola Cacciari

da Cinque mostre di fotografia per l’estate a Londra pubblicato su Londonita