Staying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Dall’archivio del passato, anno 2015: Staying Power, una mostra fotografica- inno all’integrazione e al multiculturalismo.

  Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,  © The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London  Armet Francis, ‘Self-Portrait in Mirror’, London, 1964,  © Armet Francis / Victoria and Albert, London  Normski, African Homeboy - Brixton, London, 1987, printed 2011,  © Normski / Victoria and Albert, London  Yinka Shonibare, Diary of a Victorian Dandy, 1998,  © Yinka Shonibare / Victoria and Albert, London
Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,
© The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London

Vita da Museo

Il V&A non è solo Alexander McQueen, sebbene per arrivare all’ingresso della sala della fotografia bisogna lottare per aprirsi un varco tra la folla in fila per entrare a vedere la mostra della anno. È ancheStaying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Questa piccola e affascinante mostra nella Sala della Fotografia è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archive – il risultato di un progetto durato sette anni e di una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. La mostra prende il nome dal famoso libro di of Peter Fryer, Staying Power: The History of Black People in Britain (1984) che spiega come gli africani, gli asiatici e i loro discendenti…

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Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

Il magico mondo di Alighiero Boetti

Oggi ho cominciato a pensare ai viaggi che non posso fare e mi e’ venuta una gran voglia di vedere le mappe colorate di Alighiero Boetti…

Vita da Museo

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti(1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere…

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David Bowie – “Heroes”

David Bowie – “Heroes” – Live at Earls Court – 1978

Heroes

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day

And you, you can be mean
And I, I’ll drink all the time
‘Cause we’re lovers, and that is a fact
Yes we’re lovers, and that is that
Though nothing will keep us together
We could steal time just for one day
We can be heroes for ever and ever
What d’you say?

I, I wish you could swim
Like the dolphins, like dolphins can swim
Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, for ever and ever
Oh we can be Heroes, just for one day

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one dayI, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns, shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame, was on the other side
Oh we can beat them, for ever and ever
Then we could be Heroes, just for one day

We can be Heroes
We can be Heroes
We can be Heroes
Just for one day
We can be Heroes

We’re nothing, and nothing will help us
Maybe we’re lying, then you better not stay
But we could be safer, just for one day

Oh-oh-oh-ohh, oh-oh-oh-ohh, just for one day

The Shadow of the Sun (Ebano) di Ryszard Kapuściński

L’Africa. Questa sconosciuta. Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, non sono mai riuscita ad appassionarmi a quella africana. Il memorizzare il nome degli stati e la loro posizione geografica in quell’immenso continente è sempre stato per me come cercare di trattenere sabbia tra le dita. Non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee dritte, tracciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose. Il grande merito di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è stato quello di avermi aiutato a capire un po’ meglio mondo per me ancora molto enigmatico.

Per quasi 30 anni infatti Kapuscinski è stato corrispondente estero per l’agenzia di stampa polacca, un periodo durante il quale è stato testimone di episodi cruciali e terribili e ha assistito a 27 tra rivoluzioni e colpi di stato – il colpo di Stato del 1966 in Nigeria; la terribile carestia nell’Etiopia di Menghistu e la sua ingloriosa caduta; la presa del potere in Uganda dello spietato dittatore Idi Amin; il tremendo genocidio in Ruanda del 1994, le conseguenze dell’interminabile guerra civile in Sudan; il desolante lascito della guerra tra i sanguinari ed inetti signori della guerra liberiani, coi loro bambini soldato. Ricordo alcuni di questi eventi, più o meno chiaramente – almeno quelli accaduti dagli anni Settanta in poi. Ma ancora adesso quando si tratta di capire le ragioni alla base dei confitti ancora in corso, finisco sempre con il rinunciare. Semplicemete non conosco abbastanza la cultura del luogo per comprendere i radicati odi tribali o di casta che in qualunque momento possono scatenare sanguinosi massacri di cui, a farne le spese, è semprela popolazione.

Pubblicato nel 1998, e tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 con il nome di Ebano, questo libro offre un compendio delle più significative avventure di un bianco europeo in un continente al tempo stesso antico, e giovane e vitale com’era l’Africa degli anni Sessanta e Settanta, appena passata dal colonialismo all’indipendenza. A partire dalla sua prima esperienza nel 1957 in un Ghana da poco divenuto indipendente, per arrivare fino agli anni Novanta in Nigeria, Etiopia ed Eritrea, Kapuściński racconta il passaggio di questa terra dallo sfrenato entusiasmo per l’indipendenza alla disillusione post coloniale. Un mondo abbandonato a se stesso e lasciato alla mercè di corruzione e instabilità, dominato da continue lotte di potere e colpi di stato, spesso legati alla lotta tra Occidente e imperialismo sovietico nella Guerra Fredda.

Spostandosi spesso con mezzi pubblici poco affidabili, chiedendo passaggi a chi per lavoro poteva giungere nelle zone meno conosciute, incontrando la gente comune Kapuscinski è andato alla ricerca dell’essenza di questa terra e dei popoli che la abitano; popoli regolarmente in lotta tra loro, in un ambiente ostile, duro e spietato che per sopravvivere a questo permanente senso di precarietà hanno sviluppato un fatalismo che farebbe invidia a Dostoevsky. In questo mondo cui la razionalita occidentale non trova spazio, il soprannaturale diventa l’unico rifugio dalla realtà – e dove un ciuffo di penne di gallo bianche appese allo stipite di una porta basta a scoraggiare i malintenzionati e potenziali ladri. E dove nulla di quello che si rompe viene riparato, perché anche una buca in mezzo ad una strada può incredibilmente diventare una fonte di guadagno ed opportunità per anni a venire.

Un’altro autore da aggiungere alla mia lista degli scrittori “importanti”.

2020© Paola Cacciari

Il cibo nella fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perché sono una buona forchetta, ma perché il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti, sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…!

E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

Mary Quant e la Swinging london

Molto prima che Cindy Lauper scrivesse Girls want just have Fun, Mary Quant voleva che le donne si divertissero. E così si mette di buona lena a creare un tipo di abiti che permettesse loro di farlo e – dalla biancheria intima che lasciava respirare la pelle, ai tessuti che non si disintegravano dopo un solo lavaggio al mascara resistente all’acqua, il marchio omonimo della Quant, l’iconica margherita monocromatica, ha permesso ai suoi clienti di apparire belli senza davvero sforzarsi, come se fossero tutti nati così…

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.

Per Mary Quant, l’abito di una donna doveva assolvere  tre funzioni principali: farla notare, farla sentire sexy e, soprattutto, farla sentire bene.  Che per lei gli abiti non sono “arte da indossare”, ma qualcosa da vivere, con cui andare al lavoro, al supermercato, al cinema, in discoteca; qualcosa con cui poter camminare, correre, ballare e saltare liberamente. Con i suoi abiti dalla linea fluida che scivolano sul corpo senza costringerlo dentro ad una forma prestabilita, Mary Quant  regala alle giovani donne degli anni Sessanta la libertà di movimento e di reclamare il prorio corpo, mostrando chilometri di gambe. Con lo stile rivoluzionario della Swinging London cucito addosso non solo a Twiggy e Jean Shrimpton, ma anche a madri, commesse e dattilografe, Mary Quant anticipando il femmismo, ha contribuito alla liberazione della donna.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Nata e cresciuta a Blackheath, in un sobborgo del su-est di Londra da due insegnanti gallesi che anche per lei sognavano un tranquillo futuro d’insegnante, dopo il rifiuto dei suoi genitori di lasciarla frequentare un corso di moda,  Mary Quant studia illustrazione presso Goldsmiths, dove ha incontrato il suo futuro marito, l’aristocratico Alexander Plunket Greene, appartenente ad una nobile famiglia inglese e nipote di Bertrand Russell, anche lui smanioso di libertà e di stravaganze. I due iniziano un divertente ménage: mangiano quando hanno soldi, viaggiano come possono, si vestono come passa loro per la testa.

Mary Quant and Alexander Plunket Greene
Mary Quant and Alexander Plunket Greene

Mary ha una predilezione per le gonne corte e gli stivaletti, Alexander si adatta. I due fanno amicizia con un ex avvocato diventato fotografo, Archie Mc Nair, e quando Alexander per il suo ventunesimo compleanno eredita dei soldi, decidono, con l’aiuto di Mc Nair, di comperare una casa. Nello scantinato aprono un ristorante ed al primo piano la boutique Bazaar (1955). La boutique è situata sulla Kings Road a Londra, e tra i giovani ha un successo immediato che finalmente hanno trovato qualcuno che la pensa come loro, che vive come loro e che capisce perfettamente quello che può piacere a loro.

I giovani del Paese più conformista d’Europa sono i primi a sentire la necessità di cambiamenti. E proprio per la forza della tradizione che devono spezzare, questi cambiamenti devono essere necessariamente estremi. La frattura con il vecchio mondo è rappresentata dai capelli lunghi per i ragazzi, dalle gonne corte per le ragazze e dalla musica dei Beatles.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

“Non siamo tutte duchesse,” dice la Quant , e  lei che veniva da una famiglia della “working class” gallese e duchessa non lo era e di certo non voleva sembrarlo, non esistevano gli abiti giusti. Così si mette a disegnarli lei gli abiti che voleva indossare: mini-abiti di jersey di lana dalla linea morbida, svasati all’orlo (un orlo corto) perfetti con le scarpe basse, eleganti e pratici. Perfetti per chi deve correre per prenbdere l’autobus per andare al lavoro. Presto tutavia si accorge di non essere la sola: il mondo stava cambiando e le donne erano pronte a qualcosa di nuovo. “La moda riflette ciò che è nell’aria. Riflette ciò che la gente legge, pensa, ascolta. E l’architettura, la pittura, i comportamenti, la società tutta.”  Scoprendo le ginocchia delle signore. Dapprima tagliando le gonne di una quindicina di centimetri, poi osando sempre di più.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

I suoi vestiti non erano economici, ma non lo erano nemmeno fuori portata. La sua filosofie era anti-elitario, del tipo “tutti meritano-cose carine”, tanto che ci si potava persino cucire da soli i suoi disegni con i modelli di cucito. Dal 1962 in poi, i suoi abiti furono prodotti in multipli democratici di 1.000 disponibili sul grande mercato e quindi alla portata di chiunque.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Ma l’instancabile Mary Quant  presto si accorge che, una volta cambiati gli abiti, il trucco e le acconciature erano sbagliate: il look androgino e giovani inventato da Quant  mal si adattava con le elaborate acconciature degli anni Cinquanta. Entri Vidal Sasson che con il suo iconico taglio carré “a cinque punte” ha liberato le donne da lacca e bigodini e da ore di cottura sotto il casco.

Questa mostra è un inno alla donna comune. In effetti, molti dei capi sono stati acquistati tramite un appello pubblico per indurre le persone a frugare nei loro armadi. Quindi, insieme agli abiti dei modelli, ce n’è uno appartenente, ad esempio, a un insegnante di Newport.

Questi sono abiti in cui mangiare, bere una pinta, avvolgere le gambe attorno a qualcuno. Abiti in cui poter vivere. #WeWantQuant.

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Febbraio 2020

Mary Quant @ Victoria and Albert Museum

www.vam.ac.uk

 

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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