I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), l’autore della trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975), da cui è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells), trasmessa in Gran Breatgna da ITV dal 2016 e In Italia dal canale a pagamento La EFFE.

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane…) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari tra i ragazzini e non fatico a crederlo, che le tragicomiche avventure di questa insolita famglia inglese mi hanno fatto morire dal ridere. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto? La storia raccontata nella serie televisiva (ripeto, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald) inizia nel 1935, quando Louisa Durrell, giovane, vedova e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

In realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri, e per chi come me non aveva idea di chi fossero Gerald, Lawrence e i Durrell in genere prima del 2016, e il perché alla metà degli anni Trenta, avessero deciso di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú, un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Leggendo questa biografia si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta, e uno spostamento di queste dimensioni orchestrato da una giovane donna venodava con quattro figli rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica, Louisa decide che l’India non è il luogo adatto per una donna sola con quattro figli e  torna con la famiglia in Inghilterra dove, dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 si fermano a Bournemouth, sulla costa che si affaccia sulla Manica.  Ma Louisa, più sola e depressa che mai, diventa sempre più dipendente dal gin. E’ allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), decide che è arrivato il momento di salvare madre e fratelli da se stessi e organizza il trasferimento dell’intera famiglia sull’isola cantata da Omero nell’Odissea.  E’ il 1935.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico; Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrell sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

La storia del compensato al Victoria and Albert Museum

È difficile esaltarsi per una mostra sul compensato, ma a rischio di sembrare un po’ suonata, io esaltata lo sono. Pensiamo per esempio ai mobili. Utilizzati in ogni momento della nostra vita – per dormire, mangiare, sedersi sdraiarsi, lavarsi, giocare, fare sport – che cosa saremmo noi senza i mobili? Non solo. I mobili definiscono gli spazi che li ospitano. A partire del Medioevo gli artigiani che li costruivano hanno sviluppato tecniche perticolari per costruire e decorare questi accessori fondamentali della nostra giornata e, grazie all’uso di nuove tecnologie e materiale innovativi, renderli più confortevoli e alla moda. Entri il compensato, che in inglese si chiama plywood.

Leggero e resistente, e considerato (a torto) molto economico e per questo spesso dismesso come parente povero del legno, il compensato ha in realtà una storia molto antica. Inventato nell’antico Egitto (il primo esempio di cassone in compensato a sei strati  è  stato ritrovato nella piramide a gradoni di Saqquara) il compensato diventa particolamente popolare nel XIX secolo, quando la sua adattabilità e il suo potenziale vengono notati e opportunamente sfruttati ai due lati dell’Atlantico. E così, da un tunnel per una ferrovia sperimentale nel 1867 a New York, ai coperchi delle macchine da cucire della Singer, dalle cappelliere ai sistemi costruttivi per abitazioni, passando per mobilio, tavole da surf e persino skateboard all’improvviso il compensato è utilizzato per costruire di tutto.

Singer sewing machine with moulded plywood cover, 1888. Photograph Victoria and Albert Museum, London
Singer sewing machine with moulded plywood cover, 1888. Photograph Victoria and Albert Museum, London

Il procedimento per ottenere pannelli di legno compensato consiste infatti nello “sfogliare” il tronco d’albero con un apposito tornio in grado di tagliare uno strato molto sottile di legno (1-3 mm), incollando poi i fogli fra loro in modo da “incrociare le venature”. In inglese il termine veneer  (che indica il singolo foglio di legno) ebbe a lungo il significato negativo che indicava il rivestimento esteriore usato per nobilitare un legno di scarso valore – una sorta di maschera  insomma e nel corso degll’Ottocento diventa sinomino di falso e di superficialità e di simbolo del nouveau riche. Non a caso Charles Dickens scelse questo nome per due personaggi del romanzo Our Mutual Friend (Il nostro comune amico, 1865): il signor e la signora Veneering  “gente nuova di zecca in una casa nuova di zecca di un quartiere di Londra anch’esso nuovo di zecca. Tutto ciò che li circondava era nuovo fiammante […] tutto era in uno stato di lucidità e verniciatura perfetta. E quel che si poteva notare nel mobilio, si poteva notare nei Veneering.” Forse anche per questo intorno al 1906 il nome del materiale mutò da veneer  in plywood

Armchair, Alvar Aalto, 1932, Finland. © Alvar Aalto Museum. Photograph Victoria and Albert Museum, London

E allora ben venga Plywood: Material of the Modern World, forse la prima mostra dedicata  alla storia e all’impatto di questo materiale sul mondo moderno. Vero e proprio V&A style. La storia comincia  partire dall’Ottocento quando la Singer lo utilizza per i coperchi delle di macchine da cucire.

Ma nonostante i suoi molteplici utilizzi, l’epoca d’oro del compensato arriva con il XX secolo, quando i designer del Modernismo cominciano ad  utilizzare questo modesto materiale per le loro iconiche sedie. Dalle forme sinuose di Alvar Aalto e Marcel Breuer (che insieme a Walter Gropius era precipitosamente emigrato in Inghilterra nel 1934 dopo che l’avvento del Nazismo portò al la chiusura del Bauhaus) negli anni Trenta, a quelle semplicissime in legno e metallo create da Charles e Ray Eames, Arne Jackobsen e Rory Day nel dopoguerra. Diventati famosi dapprima con i leg splints – i supporti ortopedici  in legno compensato creati nel 1942 per le gambe dei feriti della Marina degli Stati Uniti, i coniugi americani Charles e Ray Eames alla fine della guerra si dedicano ala costruzione di mobili in compensato – armadi, tavoli e le loro famose poltrone – alcuni dei quali sono ancora prodotti adesso come la meravigliosa DCM chair (Dining Chair Metal).

Quello che non sapevo è che il compensato era anche ampiamente utilizzato nella produzione automobilistica e nell’aeronautica. L’orientamento delle venature infatti, incrociate strato su strato, rendeva il compensato un materiale particolarmente leggero e resistente, perfetto insomma per le fusoliere di aereoplani. Ne sapeva qualcosa il francese Armand Deperdussin che nel 1912 lo usa per costruire il primo velivolo dotato di monoscocca, una struttura interamente in legno e priva di intelaiatura interna, più leggera, più aerodinamica e, a parità di peso, più robusta di quanto si fosse mai costruito prima.

Workman carrying a complete Deperdussin monocoque fuselage, about 1912, Deperdussin factory, Paris. © Musée de l’Air et de l’Espace-Le Bourget

Il compensato fu utilizzato largamente per la costruzione di aerei da combattimento nella Seconda Guerra Mondiale al posto dello scarseggiante metallo. Ma nonostante tali successi, alla fine della guerra  l’industria aeronautica ritornò all’utilizzo del metallo, influenzata non solo da questioni tecniche ma anche dall’idea di modernità promossa dai loro migliori clienti, le forze armate per cui il legno era troppo old-fashioned, non adatto alla loro visione mascolina e muscolosa dell’estetica bellica.

Charles e Ray Eames, DCM chair, 1947 © Eames Office, LLC Evans Products Company - Molded Plywood Division 1947 Moulded plywood, steel and rubber
Charles e Ray Eames, DCM chair, 1947 © Eames Office, LLC Evans Products Company – Molded Plywood Division 1947 Moulded plywood, steel and rubber

Negli anni Cinquanta il compensato diventa non a caso il sinonimo del DIY (do-it-yourself), il nostro  fai da te, con barche a vela, skateboard e moduli abitativi prodotti in casa. Dopo l’inevitabile periodo d’eclissi, ora il compensato è tornato di moda per i supercool flat-packed designs del XXI secolo come l’esempio di WikiHouse che chiude la mostra. WikiHouse consente agli utenti di scaricare piani di costruzione dal suo website sotto licenza Creative Commons, e di modificarli con un programma chiamato SketchUp, e di utilizzarli per creare pezzi simili a un puzzle eseguite in compensato e/o in cartongesso con una macchina a controllo numerico operata dal computer. #Plywood

2017 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Novembre 2017

Plywood: Material of the Modern World
Victoria & Albert Museum
Cromwell Road – Londra

La caduta dell’Impero americano @Royal Academy

Dove per “fall” si intende il crollo, la caduta della borsa di Wall Street nel 1929. Che la mostra della Royal Academy si occupa dell’arte prodotta negli stati uniti dopo questo storico evento. È una mostra piccola e preziosa, colma di inaspettate delizie. Lontano da tutto e da tutti, liberi dalla tradizione storica classica gli artisti americani possono fare quello che vogliono e come lo vogliono, usando iconografie e tecniche insolite per un occhio europeo abituato a certi temi e stili come il mio. E dopo il primo momento di “ma che roba è questa?” diventa tutto stranamente liberatorio.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.
Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Pochi dipinti dell’epoca moderna sono così iconici  come American Gothic di Grant Wood. Eppure quelle che a prima vista può sembrare un ritratto di una coppia di contadini del midwest americano è in realtà una composizione attentatene costruita. Infatti pare che un giorno dopo aver visto la casa, Wood decise che avrebbe dipinto il tipo di persone che secondo lui ci potevano vivere. In realtà l’arcigna donna del quadro è sua sorella e il fattore è il suo dentista. Ma non importa: ciò che importa è cosa rappresenta: la celebrazione di una vita più semplice di un tempo passato. Come spesso accade ai geni, anche Wood fu frainteso. Il pubblico infatti, lungi dal vedere nel quadro la metafora di un epoca felice, vide un attacco ai valori della terra  e la moglie di un fattore era così arrabbiata da arrivare a minacciare che avrebbe tagliato un orecchio a Wood. Ouch!

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.
Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

 

Oltre a Grant Wood ci sono anche altri iconici artisti come Edward Hopper, Georgia O’Keeffe, un giovane Jackson Pollok pre-Action Painting. Una bella mostra che riflette l’incertezza di un periodo in cui la rapida l’urbanizzazione e industrializzazione  dividono la nazione.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2017

Royal Academy of Arts

America after the Fall: Painting in the 1930s

royalacademy.org.uk

Cecil Beaton: Theatre of War

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione britannico, un organo politico creato alla fine della Prima Guerra Mondiale responsabile non solo dell’ informazione e della stampa, ma anche  della censura e della pubblicitá in patria e della propaganda nei paesi alleati e neutrali. Per me Beaton era soltanto colui che immortalava signore eleganti e la famiglia reale. Come sbagliavo!
Cecil Beaton
Nel 1939, infatti, stanco ed annoiato di fotografare ragazze ricche in abiti eleganti, Beaton contattò  il Ministero dell’Informazione proponendosi come fotografo ufficiale. Incoraggiato dal Ministero a lasciar perdere i reportage di guerra e a fotografare quello che voleva come lo voleva, Beaton produce una serie di scatti tanto memorabili quanto fuori dall’ordinario…  Che si trattasse di personaggi politici, di gente comune, di soldati, marinai e piloti della RAF, o di paesaggi devastati dalle bombe, per Beaton la fotografia, anche quella di guerra era qualcosa di attentamente composto e non esente persino da qualche leggero ritocco…
Cecil-Beaton
Ma la sua esperienza non si limita alla sola Inghilterra. Nel 1942 fu mandato al Cairo e nel 1944 trascorre molti mesi tra l’India e la Cina al seguito delle truppe alleate. Questa esperienze saranno le basi per numerosi costumi teatrali tra cui quelli della sopracitata Turandot.
Cecil Beaton: Theatre of War.
Imperial War Museum,
Lambeth Road
London SE1 6HZ
fino al 1 Gennaio 2013.

Paul Klee: maestro del visibile a Londra

 “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. La mostra alla Tate Modern si apre con una frase che suona come un benvenuto nel magico mondo di Paul Klee, maestro dell’Astrattismo, musicista, letterato, incisore, teorico, lettore accanito, disegnatore instancabile.

Nato vicino a Berna in una famiglia di musicisti e lui stesso un eccellente violinista, Paul Klee (Münchenbuchsee, 1879 – Muralto, 1940) è per molti anni indeciso sulla strada da intraprendere. Optando per la pittura, si trasferisce a Monaco nel 1898 per studiare arte, ma è insoddisfatto. E la sua frustrazione non migliora durante il viaggio in Italia intrapreso tra il 1901 e il 1902 con l’amico scultore Hermann Haller. Davanti ai grandi maestri del passato Klee capisce che i canoni dell’arte tradizionale sono ormai obsoleti e che è necessario cambiare rotta per poter andare avanti. “Veduto Leonardo”, scrive nel suo diario, “non si pensa più alla possibilità di fare molti progressi.” Umiliato dall’esperienza italiana, Klee si concentra quasi esclusivamente sulla grafica. Tornerà  alla pittura solo dopo il 1914, quando un viaggio in Tunisia gli offre la svolta che aspettava: sotto i cieli dell’Africa Klee scopre il colore.
Le  prime incursioni di Klee nel mondo dell’Astrattismo avvengono nel 1911 quando entra in contatto con il Blaue Reiter di Wassily Kandinsky e Franz Marc. Ma a differenza di Kandinsky, per il quale non esiste un contatto tra il mondo oggettivo e la sfera dell’arte, Klee rifiuta l’astrazione pura. L’anno successivo, una una visita a Parigi lo avvicina al Cubismo orfico di Robert Delaunay, le cui ricerche sul colore e la luce lo influenzano profondamente.

Paul Klee, Park near Lu, 1938, Zentrum Paul Klee

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Tate Modern, Londra – fino al 9 marzo 2014.

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

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Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale. Nel Bauhaus non ci sono artisti ma artigiani, e non vi insegnano professori ma maestri di straordinario talento. Personaggi come Paul Klee, Wassily Kandinsky, Oskar Schlemmer, Laszlo Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Gunta Stölzl, l’unica donna a insegnare alla scuola.
Tutto questo e molto di più in Bauhaus: Art as life, la più grande mostra dedicata alla scuola dal 1968. Un epico viaggio in quattrocento oggetti nella storia di questa rivoluzionaria istituzione nelle sue tre incarnazioni di Weimar, Dessau e Berlino. Organizzata in un approssimato ordine cronologico, la mostra curata da Catherine Ince e Lydia Yee si svolge sui due piani dello spazio cavernoso della Barbican Gallery. Uno spazio difficile per un soggetto altrettanto complesso.
Ciò che colpisce del Bauhaus è non solo la diversità della sua estetica, ma l’incredibile ricchezza delle sue discipline che, oltre a pittura e scultura, includono anche fotografia, teatro, danza, design, decorazione d’interni, tessuti e persino giocattoli per bambini e cartelloni pubblicitari.

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Bauhaus.-Marcel-Breuer

Al piano superiore, dedicato alla prima fase della scuola, a Weimar, dipinti di Kandinsky vanno di pari passo con le marionette di Kurt Schmidt, i caratteri da stampa di Herbert Bayer o i servizi da tè e da caffè di Marianne Brandt (l’unica donna impegnata nella fabbricazione di oggetti in metallo), tutti esempi tipici della tipologia standardizzata prediletta da Gropius. Il piano inferiore è invece dedicato al Bauhaus di Dessau, dove la scuola si trasferisce nel 1925 nello splendido edificio progettato da Gropius stesso, una pietra miliare nella storia dell’architettura moderna. Qui studenti e maestri vivono e lavorano insieme: una vibrante comunità artistica, diversa per provenienza geografica e formazione culturale, impegnata in uno sforzo artistico senza precedenti. Curiosamente l’architettura, per cui il Bauhaus è famoso ovunque, non diventa parte del programma di studio fino al 1927, quando Hannes Meyer si unisce alla scuola.
Certo, come per tutti gli esperimenti, anche per il Bauhaus sorgono, inevitabili, i problemi: le grandi industrie tedesche non sono interessate alla nuova estetica e rifiutano di partecipare alla produzione di massa. Senza di loro, i prodotti usciti dai laboratori della scuola sono destinati a rimanere costosissime ed esclusive creazioni che solo pochi possono permettersi. E così, come Morris prima di lui, anche Gropius non riesce a portare la bellezza alle masse.

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Bauhaus.Walter-Gropius-and-masters-on-the-roof.

È un tempo difficile quello tra le due guerre per la Germania, in balìa degli effetti della Grande Depressione e di una lunga instabilità politica. Ma neanche l’atmosfera pesante che si respira negli anni della Repubblica di Weimar sembrano intaccare l’umorismo e l’entusiasmo dei membri del Bauhaus. Nel pensiero di Gropius, il gioco è una parte importante della vita artistica della scuola, e le brillanti fotografie di Lucia Moholy e Joseph Albers aprono una spassosa finestra sulle abitudini, hobby, vestiario e amicizie di studenti e insegnanti, catturandone i preziosi e fugaci momenti di intimità.
L’ascesa al potere di Hitler è per il Bauhaus l’inizio della fine. Nonostante l’approccio apolitico tenuto da Ludwig Mies van der Rohe, il direttore in quell’ultimo, terribile anno a Berlino, la scuola diventa il bersaglio della stampa nazionalsocialista e della Gestapo, che chiude la sede per tre mesi, nel 1933. Privato di fondi, gli insegnanti accusati di bolscevismo, il Bauhaus non riaprirà mai più.
Tanto è successo e tanto in fretta nella storia del Bauhaus che si stenta a credere che tutto ciò sia accaduto in soli quattordici anni. Ed è proprio questa incredibile ricchezza di eventi (e di intenti) che rende ancora più evidente la mancanza di una conclusione nella parte finale della mostra, di una valutazione della straordinaria eredità lasciata dal Bauhaus nell’architettura, nell’arte e nel design di oggi. Ma questa è l’unica nota negativa in un viaggio altrimenti molto approfondito ed estremamente appassionante.

2012 by Paola Cacciari

Londra // fino al 12 agosto 2012
Bauhaus: Art as Life
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550
www.barbican.org.uk/artgallery 

pubblicato su Artribune

Mondrian/Nicholson in Parallel a The Courtauld Gallery

Questa è la storia di una straordinaria amicizia, quella due artisti entrambi all’apice della creatività negli anni Trenta e forze trainanti dell’arte astratta europea: Piet Mondrian (1872–1944) e Ben Nicholson (1894-1982).
Quando, nel 1938, Nicholson invita il suo mentore Mondrian a lasciare Parigi minacciata da una possibile invazione tedesca per Londra, l’olandese accetta. Il Settembre del 1938 lo vede sistemato in una modesta pensione in Parkhill Road, ad Hampstead, il sobborgo londinese sede di numerosi artisti e architetti legati al Modernismo e al movimento dell’Astrattismo. La stretta collaborazione che ne deriva ha una profonda influenza soprattutto su Nicholson che, più giovane è fortemente influenzato dalla statura artistica del più anziano anche se, figlio di un’altra generazione, non ha mai interamente condiviso la visione utopistica di Mondrian.
Ma la parentesi dell’olandese in terra Britannica termina quando, in seguito all’invasione dell’Olanda e alla caduta di Parigi nel 1940, Mondrian lascia Londra per New York, dove rimane fino alla morte.  Una mostra molto interessante, anche se accanto al genio di Mondrian l’inglese appare medriocre.

fino al 20 Maggio 2012

ingresso intero £6; ridotto £4.50


The Courtauld Gallery
Somerset House
Strand
London WC2R 0RN

Ida Kar: Bohemian Photographer alla National Portrait gallery

Ida Kar, by Ida Kar, late 1950s - NPG  - © National Portrait Gallery, London
Ida Kar
© National Portrait Gallery, London

Famosa e celebrata al pari di Cecil Beaton, ma diversamente da Beaton, prontamente dimenticata dopo la sua morte, l’armena Ida Kar (1908 – 1974) si occupa di ritrarre artisti europei del secondo dopo guerra.
I suoi soggetti sono quasi sempre rapresentati nel loro studio, tra le loro creazioni. Ciò che è chiaro è che per la Kar, arte e artista sono una cosa sola. E questa sua capacità di scivolare nelle sue stesse immagini senza farsi notare dona alle sue fotografie una naturalezza senza precedenti.

fino al 19 Luglio 2011

National Portrait Gallery

Il Re ed io

Vivo in Inghilterra ormai da oltre un decennio. Sono un’impiegata statale. Pago le tasse. Ma questo non fa di me una suddita di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.

Non che da cittadina italiana e (sottolineo) fedele sostenitrice della Repubblica ci tenga in modo particolare, ma devo ammettere che la Royal Family esercita su di me un certo fascino. Forse proprio perchè sono nata in uno stato repubblicano (almeno ancora per il momento). O forse perchè mia nonna (materna) era una monarchica convinta che non si perdeva una replica de La Principessa Sissi con Romy Schneider e non ha mai perdonato allo stato Italiano di aver esiliato i Savoia. Forse perchè come ho già detto in altre occasioni adoro la storia e i filmoni in costume. O forse semplicemente perchè gli intrighi di corte sembrano più affascinanti e meno squallidi delle escort di Berlusconi.

Comunque. Ieri sera la mia dolce metà  ed io siamo andati al cinema a vedere The King Speech di Tom Hooper. Un film da vedere. E non solo perchè Colin Firth è davvero straordinario nei panni del balbuziente Giorgio VI, diventato re suo malgrado quando il fratello Edoardo VIII abdica per sposare la divorziata americana Wallis Simpson, Helena Bonham Carter è fantastica come Elisabetta (madre dell’Elisabetta ora sul trono), moglie amatissima e poi regina, e Geoffrey Rush è sublime come Lionel Logue, il logopedista australiano che aiuta il re a controllare e superare la balbuzie che lo ha tormentato sin da quando era bambino. Ma perchè è una di quelle storie che raccontano sentimenti forti. E che ti smuovono qualcosa dentro. Qualcosa che, se fossi cittadino britannico, potrei chiamare orgoglio nazionale.

‘Non mi dispiace avere la Famiglia Reale…’ mi dice sulla strada di casa la mia dolce metà, che è inglese fino al midollo. ‘…che se si comportano con decoro (sì, sì, ha usato proprio questa parola!) e non fanno cose stupide a spese di noi contribuenti, non danno fastidio a nessuno. Che in fondo la Monarchia fa parte della nostra storia. È un simbolo che ci rappresenta. E se lo teniamo va rispettato. Altrimenti che senso ha?’ Uh! ‘Non parlare di simboli a qualcuno che è rappresentato all’estero da un clown ultrasettantenne che se la fa con le minorenni!’ Gli faccio sarcastica. ‘Ma quello è il Capo del Governo!’ mi fa lui di rimando. ‘Non è un “simbolo”. In Italia c’è la Repubblica, me lo ripeti sempre. Il tuo simbolo è la tua bandiera, no?’ Così semplice che ci voleva un inglese a ricordarmelo.

La settimana scorsa, durante una breve capatina in Italia mi è capitato di vedere alla TV quel programma bellissimo che è La Storia siamo noi. Parlava della storia del Tricolore, di questa nostra (oggigiorno) povera, martoriata bandiera. Il simbolo dell’Italia, sopratutto per chi come me vive fuori. Un simbolo che, nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, noi italiani forse dovremmo un po’ riscoprire.