10 London hills – 2. Cornhill…

The highest of the city’s three ancient hills (at 17.7 metres or 58 feet above sea level), it was on Cornhill that the first Romans settled following the invasion of 43AD and the later the site of the basilica. In medieval times, a grain market was established on Cornhill which gave it the name it […]

10 London hills – 2. Cornhill…

10 London hills – 1. Ludgate Hill…

Le colline non sono la prima cosa che ci viene in mente quando si pensa a Londra, ma la Capitale possiede un numero niente affatto trascurabile di colline e collinette che hanno influenzato lo sviluppo urbano della città fin dall’antichità. Nel cuore della City of London la zona che ospita il nucleo romano della città, Ludgate Hill è con Tower Hill e Cornhill una delle tre antiche colline di Londra. Ora vi sorge la Cattedrale di Saint Paul, costruita (almeno secondo la leggenda) sulle rovine di un tempio romano dedicato alla dea Diana

Lud Gate era la porta più occidentale del London Wall (il muro di conta della Londra romana). Da lì passava la strada che portava al principale luogo di sepoltura dei romani in quella che oggi è Fleet Street, vicino ad un piccolo affluente del Tamigi che ora scorre sottoterra, il Fleet River. La tradizione dice che la porta venne costruita da re Lud, nel 66 a.C. ma è più facile che essa sia stata edificata dai romani e abbia soltanto preso il nome da Lud. Godetevi il post del blog Exploring London 🙂

Rome has its seven hills, Athens has the Acropolis and Paris – well, who can go past Montmatre? Yet, while hills may not be the first thing which come to mind when thinking of London, the city is home to numerous (low) peaks which have shaped the urban environment since ancient times (and some of […]

10 London hills – 1. Ludgate Hill…

La leggenda dei Vichinghi

Ebbene sì, Amazon Prime Video mi ha dato il colpo di coda di questo lockdown. Alla vigilia della riapertura dei musei e in pieno online training su come si svolgerà il nostro ruolo al museo, l’unica cosa a cui riesco a pensare è il prossimo episodio di Vikings. In quattro gg ho visto due serie. Me ne mancano ancora quattro…

E allora ho pensato di ripubblicare un post di qualche anno fa su un’interessantissima mostra al British Museum dal titolo Vikings life and legend. Così, per rinfrescare la memoria. 🙂

Vikings
Vikings life and legend al British Museum

Quando si pensa ai vichinghi si pensa a giganti biondi che indossano elmi con le corna, hanno spade gigantesche e solcano i mari su navi eleganti dalle teste di drago. O almeno questa era  l’idea che me ne ero fatta. Potete immaginare la delusione quando sono andata a vedere al British Museum a vedere Vikings life and legend e ho scoperto che gli elmi cornuti erano un’invenzione vittoriana abilmente sfruttata da Wagner! 

Pettini vichinghi, circa 900-1000. British Museum. Londra 2014©Paola Cacciari

E se i giganti in questione erano biondi e sanguinari, è vero anche che tenevano parecchio al loro aspetto, non risparmiavano in pettini, e non si vergognavano di usare il bistro per gli occhi o di adornarsi di bracciali e spille tanto grandi  e risplendenti che oggi sarebbero l’invidia ogni rapper. Certo si davano nomi terrificanti, ma in fondo (è la linea adottata dai curatori) erano pacifici mercanti che commerciavano, creavano bellissimi oggetti di oreficeria e scrivevano poesie. Anche se non credo che i monaci di Lindisfarne, isoletta al Nord dell’Inghilterra che nel 793 ebbero la sfortuna di ricevere la visita della prima incursione vichinga registrata nei documenti storici, sarebbero della stessa opinione…

Spille vichinghe, circa 800-900. British Museum.
Londra 2014© Paola Cacciari
Erano anche agricoltori, almeno fino a quando non andavano in giro a fare i vichinghi (cioè i pirati) e ad invadere le terre altrui – attività a cui questi giganti provenienti da Danimarca, Svezia e Norvegia si dedicarono con puntigliosa costanza per un paio di secoli, dall’800 al 1050. E come gli inglesi sanno bene, avendolo sperimentato di persona durante quei due secoli, i vichinghi oltre a a morte e distruzione, hanno lasciato dietro di sè anche una scia di preziosi artefatti (alcuni davvero meravigliosi), oltre alle bellissime saghe messe per iscritto nel XII secolo dai loro discendenti. Ma nonostante lo sforzo dei curatori, proprio non ce li vedo i vichinghi come creatori di una cultura raffinata. La vita quotidiana che traspare dagli oggetti di questa mostra appare dura, crudele e ripetitiva e al loro cospetto la raffinatezza degli artefatti franchi e bizantini sembra davvero di un altro pianeta.

Roskilde 6. Photograph: Frantzesco Kangaris for the Guardian 

Poi mi sono trovata davanti la Roskilde 6 mi sono dovuta ricredere: che i vichinghi erano di fatto degli artisti raffinati. Ma le loro più grandi opere d’arte erano le navi lunghe. E questa qui del British Museum, con i suoi 37 metri, lunga lo è davvero. Certo bisogna lavorare un po’ di fantasia per ricostruire i pezzi mancanti visto che della struttura originale di legno è sopravvissuto solo il venti per cento, ma la forma della nave è li, davanti a voi. Ed oltre ad essere lunga, è elegante e potente e bella da mozzare il fiato. Con navi così hanno conquistato terre lontane e sono diventati la leggenda che tutti conoscono. È impossibile guardare questa nave (anche se allo stato attuale di scheletro) e non provare un fremito di emozione lungo la schiena. Fu trovata nel 1997 durante i lavori di costruzione del Museo delle navi vichinghe diRoskilde, in Danimarca e poteva contenere un centinaio di guerrieri.

Armi vichinghe. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra

Immaginate di trovarvi dalla parte sbagliata della prua di questa nave e trovarvi davanti cento giganti biondi armati di asce da guerra decorate da serpenti argentati e spade risplendenti che (come Excalibur) avevano un nome e forse anche un’anima ed erano al centro della sociologia vichinga, visto che le spade erano “sacrificate” agli dei come le persone o gli animali! Immaginate…

Londra//fino al 22 giugno 2014

British Museum,
Great Russell Street,
London, WC1B 3DG
www.britishmuseum.org/

2021 Â© Paola Cacciari

Il mito di Troia colpisce ancora

«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.»

Sono passati molti anni dalle lezioni di Epica alle scuole medie, ma il proemio dell’Iliade ancora me lo ricordo. L’Iliade, il poema della guerra di Troia una storia di violenza, gelosia, inganno e stupido orgoglio: con questi ingredienti non sorprende che il poema di Omero sia ancora attuale! Era pertanto solo questione di tempo prima che il British Museum ci facesse sopra una mostra.

The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Come tutte le strie che si rispettino, si comincia dall’inizio, dalle nozze di Teti e Peleo, al ratto di Elena, rapita al marito Menelao perchè Venere aveva promesso a Paride l’amore della donna più bella del mondo se le avesse dato il pomo d’oro, prima di passare alla discordia e dalla guerra, per arrivare poi all‘ira di Achille. Che l’Iliade non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell’intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra che copre l’arco di 51 giorni, l’ira di Achille (causata dal fatto Agamennone avesse deciso di prendere per se stesso la sua schiava, Briseide ferendo Achille nell’orgoglio-nessuno naturalemnete aveva chiesto l’opinione di Briseide…). Ne segue una colossale battaglia tra greci e troiani nel quale Achille viene ucciso (non prima di aver vendicato l’amico Patroclo morto per mano di Ettore), ma Troia capitola solo grazie all’inganno del cavallo escogitato dallo scaltro Odisseo.

Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum
Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum

Ma quando i greci vittoriosi decidono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno, cominciano i guai, e comunque questa è un’altra storia, l‘Odissea. Naturalmente non mancano episodi dall’Odissea, che in fondo le avventure di Ulisse e C. costretti a vagare per vent’anni per il Mediterarrneo in balia di dispettosi dei, forniscono una ricchissima fonte di immagini ampiamente utilizzate per la decorazione di vasi a figure rosse come questo qui sotto che mostra Ulisse (nome latino) che, dopo aver tappato le orecchie ai compagni, si fa legare all’albero maestro della nave per udire il canto delle sirene – un canto che  uccide tutti coloro che lo ascoltano.

Con il Rinascimento e la riscoperta della letteratura classica, le vicende della guerra di Troia come l’episodio del cavallo e la fuga di Enea dalla città in fiamme con il padre Anchise sulle spalle) diventano particolarmente popolari nelle mani di maiolicari come Francesco Xanto Avelli da Urbino,

 

mentre in pieno Neoclassicismo il pittore George Romney contemporaneo del piu’ noto Heinrich Füssli, immortalerà la famosa bellezza di Emma Lady Hamilton, dipingendola nei panni di Cassandra, sfortunata figlia di Priamo e che ebbe da Apollo la facoltà della preveggenza, ma che per il fatto di prevedere terribili sventure, era invisa a molti.

 

 

George Romney, Lady Hamilton as Cassandra
c.1785–6. Tate.

 

Ma l’interesse per Troia resta, e nel 1871 l’archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), seguendo le indicazioni e le descrizioni dei testi omerici, credette di trovarla in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. I suoi scavi si concentrarono sulla collina di Hissarlik, dove era avvenuto un precedente scavo archeologico della scuola francese guidata da Calvert, poi interrotto per mancanza di fondi. Qui si trovò di fronte a più strati, che corrispondevano a differenti periodi della storia di Troia. Arrivato al secondo strato (a partire dal basso), aiutato solo dalla moglie, la greca Sophia Engastromenou, riportò alla luce un immenso tesoro e pensò di aver scoperto il leggendario tesoro di Priamo che il Re di Troia aveva nascosto prima della distruzione della città e che era narrato nell’Iliade.

Sophia Schielmann wearing Helen's jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
Sophia Schielmann wearing Helen’s jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Inutile dire che queste scoperte scatenarono un vera e propria mania per la mitica città e il suo altrettanto mitico passato. Poco importava che Schliemann avesse in realtà trovato qualcosa di molto più antico che i suoi ritrovamenti risalivano infatti a un periodo precedente a quello della Troia omerica, collocata intorno al XIII secolo a.C. (la città narrata nei poemi omerici era collocata al settimo strato).

Ora come allora la storia di Achille, Ettore, Elena e Cassandra, di Enea ed e compagni continua ad affascinare e, a giudicare dalle centinaia di persone che hanno visitato questa mostra, a treceno anni di distanza siamo ancora vittime del suo incantesimo.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// fino all’8 Marzo 2020

Troy: Myth and Reality @ British Museum, London,

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh

Ho pensato molto e molto a lungo, se davvero volevo farlo, se davvero volevo vedere la mostra alla Saatchi Gallery su King Tut dico. E non solo per il prezzo del biglietto, che costa dalle £24.50 alle £28.50 a seconda se si tratti di un giorno o di un’ora di punta, senza sconti di nessun tipo, neanche per il chi lavora in altri musei, come spesso è il caso per le altre esposizioni. Ma anche, e soprattutto, per il caos, la folla, la fila, le teste assiepate davanti alle teche, il pigia-pigia genereale e gli inevitabili isterismi legati alle must-see-exhibitions, le mostre da vedere che se non le vedi non sei nessuno.

Tutankhamun Saatchi (7)

Poi ho pensato che la io la mostra la volevo vedere nonostante tutto, e non solo perché da sempre l’Egitto mi affascina (anche se non riesco a trascorrere più di cinque minuti nella sale egizie del British Museum per in motivi citati sopra….), ma soprattutto perché questa sarà l’ultima volta che saranno visti fuori dall’Egitto. E e visto che non prevedo di fare una gita sul Nilo nel prossimo futuro, ho deciso di approfittare della sua presenza a Londra per andare a porgere i miei omaggi al divino faraone Tutankhamun.

Tutankhamun Saatchi (9)

Allestita per celebrare i 100 anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamun, il 4 novembre 1922 da parte dell’archeologo Howard Carter, la mostra della Saatchi si rivela essere una vera sorpresa. Non solo perche, dato il volume di gente che la visita, la fila non è troppo lunga e le sale non sono troppo piene (anche se la strana conforrmazione della galleria rende il percorso un po’ confuso) ed effettivamente riesco a vedere qualcosa invece che come al solito intravedere in contemuto delle teche tra la di teste assiepate davanti al vetro, ma per gli oggetti stessi. Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti (60 dei quali mai usciti dall’Egitto) la maggior parte molto scintillanti, altri più’ umili, tutti provenientii dalla tomba del giovane faraone. Proprio la tomba di Tutankhamun sarà l’attrazione principale del nuovo Grande Museo Egizio del Cairo, il cui completamento finanziato anche dalla mostra,  si concluderà in tempo per celebrare il centenario dalla scoperta. La novità qui è la mancanza di novità: la mostra fa quello che dice di fare, cioè mostrare i tesori di Tutankhamun, un’occasione unica per entrare nella sua, un po’ come fece Carter quasi un secolo fa, e ed questo il suoi più grande merito.

Ovviamente al termine del percorso della mostra non manca un gigantesco shop modello Las Vegas, con ogni genere di gadget e pubblicazione sul tema, ma a £50 il catalogo è decisamente troppo costoso. Non c’è problema: i miei occhi (e la memoria del mio smartphone) sono pieni di “cose meravigliose”… 🙂

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Maggio 2020

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh @ Saatchi Gallery, London

Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Assurbanipal, Re dell’Assiria al British Museum

Certo che l’essere un leone nell’Assiria di Assurbanipal non era davvero una gran cosa che a guardare i bassorilievi pare che il passatempo preferito del sovrano fosse infilzare le povere bestie con tutte le armi a disposizione all’epoca.  Ma se Assurbanipal aveva armi in abbondanza per combattere i leoni, furono le sue capacità amministrative che lo resero un formidabile domatore di popoli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Servito da un efficentissimo esercito di eunuchi che, liberi da ambizioni di farsi una famiglia erano  funzionari pubblici ideali, Assurbanipal assomigliava più allo spietato direttore di un’impresa globale che alla figura del conquistatore romantico impersonata da Alessandro Magno. In un periodo in cui le città-stato greche (come Atene e Sparta) erano ancora agli albori e Roma era ancora solo un piccolo insediamento di pastori,

Assurbanipal (669- 631 aC), fa dell’Assiria il più grande impero al mondo, che si estendeva da Cipro all’Iran e persino l’Egitto con capitale Ninive (nell’odierna Iraq). Quando non era impegnato a uccidere leoni e nemici, Assurbanipal amava leggere e studiare (saper leggere e scrivere era allora insolito per un re) ed era molto fiero delle sue doti accademiche , e la sua immagine è opportunamente rappresentata nei rilievi di palazzo con uno stilo nella cintura, insieme alla spada. Che se la penna è più potente della spade, bisogna dire che Assurbanipal è stato molto destro con entrambe…

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che proprio fu proprio Assurbanipal  a dare inizio alla prima biblioteca sistematicamente raccolta e catalogata al mondo. Il sovrano voleva una copia di ogni libro che valesse la pena avere e mandò i suoi servi in giro per l’impero a raccogliere tutte le conoscenze del mondo su tavolette d’argilla con una scrittura  a simboli chiamata cuneiforme. Le centinaia di migliaia di tavolette raccolte, erano conservate gelosamente di Assurbanipal nella sua grande biblioteca: la prima testimonianza che il sapere è potere e come tale deve esser preservato Eventualmente la biblioteca bruciò nella distruzione di Ninive alla fine del VII secolo A.C. – una vera fortuna se lo chiedete a me, che le tavolette di argilla non bruciano: si cuociono. E così, indurite e preservati dal calore, queste tavolette d’argilla provengono dalla grande biblioteca Assurbanipal  sono sono preservate: il più grande e duraturo contributo del re assiro alla civiltà.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Ma come accade a tutti i regni,ad un glorioso apogeo segue quasi inevitabilmente un inglorioso declino, che nel caso di dell’Assiria si materilizza intorno al 612 A.C. quando, dopo la morte di Assurbanipal, l’impero si indebolì e vari gruppi di saccheggiarono le città assire, portando al collasso dell’impero a alla distruzione di Ninive senza troppi preamboli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

E cosi finirono  Ninive e Nimrud, periodicamente attaccate e saccheggiate dal predone di turno. L’ultima volta, nel 2014 dai militanti dell’Isis che che, nei tre anni di vita del “califfato” dal giugno 2014 al luglio 2017, hanno fatto sistematicamente  saltare in aria quello che altri vandali avevano lasciato in piedi dei resti  della cultura pre-islamica dell’Assiria di Assurbanipal, prima di essere a loro volta cacciati da Mosul, alla periferia della quale si trovano  le rovine di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro – ma non prima di aver distrutto anche il Museo di Mosul.

Secondo le cifre ufficiali del consiglio di stato iracheno delle antichità, il 70% di Ninive, nella provincia di Mosul [un tempo il centro del califfato autoproclamato da Iside] fu distrutto. In Nimrud parliamo dell’80%. C’e’ molto da fare molto per valutare i danni a questi siti archeologici, ragion per cui il British Museum ha lanciato in Aprile un programma di formazione per archeologi (donne e uomini) dell’area di Mosul, la maggior parte dei quali hanno vissuto come rifugiati. Una grande speranza per il futuro. #Ashurbanipal

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino all’24 Febbraio 2019

I am Ashurbanipal king of the world, king of Assyria

British Museum

Rodin e la Grecia

La mia prima impressione quando ho varcato la soglia della mostra del British Museum è stata che quella volta avrei rischiato davvero la sindrome di Stendhal. Una reazione più che normale se volete, quando un comune mortale si trova davanti a qualcosa di davvero sublime. Signori e Signore, ecco a voi Rodin e Fidia. Due divinità della storia dell’arte, due talenti colossali, due geni così lontani nel tempo eppure così vicini nella rappresentaione dell’emotività più pura e viscerale. Due artisti che a distanza di millemmi hanno rivoluzionato il modo di vedere di percepire la forma umana.

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The two goddesses from the Parthenon with Rodin’s Pallas (Athena) and The Kiss. Photograph: James Gourley/REX/Shutterstock

L’ultima grande mostra su Rodin è stata alla Royal Acdemy nel 2007 (una mostra che ho visto) e io ho la fortuna di lavorare in un museo con una bella collezione di sculture di Rodin donati dall’artista stesso (sono 18 bronzi e magari un giorno ci scrivo un post…). Sebbene al British Museum manchino dall’esposizione le famose Porte dell’Inferno precedentemente esposta alla Royal Academy, e ispirate alla Divina Commedia di Dante, ci sono tuttavia singoli elementi di questo immenso capolavoro, neanche a dirlo capolavori essi stessi come Il Pensatore, Il bacio tra Paolo e Fracesca, La Caduta.

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Auguste Rodin (1840–1917), The Kiss, large version, after 1898, Plaster, cast from first marble version, of 1888–98 (Musée Rodin)

Della precedente retrospettiva ricordo bene I Borgomastri di Calais, una scultura emotivamente imponente quanto le sue dimensioni. Rodin capì che una delle idee più potenti nell’arte antica è il pathos. Il corpo può esprimere dolore in muscoli tesi, pose strazianti. Ecco perché le figure angosciate dei borghesi di calais che esprimono la tragedia con la punta delle loro dita (letteralmente – quelle dita contorte dicono tutto), è il più autentico dei capolavori di Rodin, anche se ha un tema medievale.

The Burghers of Calais by Auguste Rodin
The Burghers of Calais by Auguste Rodin

Rodin non visitò mai la Grecia – troppo calda, troppo lontana e lui era troppo malato. Ma trova la sua Grecia tra le sale del British Museum, tra i marmi portati in Inghilterra un secolo prima dall’avventuriero Lord Elgin. Quei marmi meravigliosi che mi riempiono di stupore ogni volta che ci poso l’occhio. Rodin ammassa una tale collezione di arte greca e romana da farsi costruire una villa fuori Parigi per ospitarla. Lo farei anch’io. Come non gioire alla vista dell’interazione tra queste divine creature di marmo e bronzo eppure così incredibilmente pieni di vita pulsante? #RodinExhibition

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 29 Luglio 2018

Rodin and the Art of Ancient Greece

British Museum

A Londra le città sommerse d’Egitto

Il Paese in cui ho abitato per quasi vent’anni si sta sgretolando sotto i miei occhi, ma la vita continua e per distrami dalle catastrofe politica, economica e sociale che è l’Inghilterra post-Brexit sono andata ad annegare la mia tristezza al British Museum.

Non ho usato a caso il termine annegare. Atlantide infatti non è stata l’unica leggendaria città sommersa e forse se avessi letto Diodoro Siculo, Strabone ed Erodoto con più attenzione l’avrei saputo prima. Ma non l’ho fatto che letteratura Greca non era parte del mio corso di studi universitari. E allora ben venga Sunken cities: Egypt’s lost worlds a colmare le mie lacune.

Canopus menouthis herakleion.jpgPer oltre mille anni le due antiche città di Thonis-Heracleion e Canopus sono state considerate roba da leggenda. In origine situate sul Delta del Nilo e oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa, Thonis-Heracleion era uno dei piu’ importanti centri di commercio e scambio del mediterraneo, mentre Canopus, dal canto suo era un importante luogo di culto. Pare che le due città siano scomparse attorno al VI o VII secolo d.C. a causa di un progressivo sprofondamento nel mare (presente Venezia?), o forse di un terremoto/maremoto a seguito del quale il terreno si è trasformato in poltiglia. Attraversate da una rete di canali, erano dotate di numerosi ancoraggi per navi e possedevano grandi templi dedicati a Khonsu (che i greci identificarono poi con Eracle) e a Osiride.

I mercanti greci che cominciarono ad arrivare intorno al 650 a.C. e finirono con il mettere radici, integrando la loro cultura greca con quella egiziana. Persino Alessandro Magno (356 a.C.–323 a.C.) che conquistò il paese tre secoli più tardi dimostrò grande rispetto per gli dei egiziani ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e conquistando la fiducia del popolo. E per onorare il grande Ramses II per cui provavava una profonda devozione, Alessandro costruì una stele (seppure di dimensioni impressionanti), per onorare se stesso costruì una città (la prima) chiamata appunto Alessandria d’Egitto. Ma la costruzione di Alessandria (fondata tra il 332 e il 331 a.C.)  segna la l’inizio del declino di Thonis-Heracleion e Canopus. Nominando re l’amico d’infanzia e suo generale Tolomeo Sotere, Alessandro diede vita alla dinastia Tolemaica che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C. fino alla conquista romana – una conquista che come ben sappiamo si chiude con la morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra.

Ma sebbene le fonti greche citassero queste fiorenti città, nessuno di fatto ci credeva alla loro esistenza. Fino al 1996 quando, dopo anni di ricerche, l’archeologo Franck Goddio e il suo team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine hanno provato il contrario. Gli scavi subacquei portati avanti vicino alla costa di Alessandria hanno portato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto a 40m sotto il mare, fatto di gigantesche statue e oggetti sorprendenti, conservati in modo immacolata grazie alla loro immersione nelle acque turchesi del Mediterraneo. E questo secondo Godio è solo l’inizio che, secondo lui, nonostante i circa 300 oggetti in mostra (mostra di cui Goddio è il co-curatore), il “il 95% dei reperti sono ancora da scoprire.”

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.
Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Tolomeo I (il generale di Alessandro) e i suoi successori adottarono usi e rituali egizi per dare legittimità al loro regno, e la comunione culturale era tale che egizi e greci si scambiarno anche gli dei, a volte chiamandoli con altri nomi, a volte mantenendo inalterati i loro attributi, a volte modificandoli. Ecco così che Osiride, il dio egizio per eccellenza, diventa il Dioniso dei greci, mentre Iside era rappresentata come Afrodite e Serapide come Zeus. Thoth diventa il romano Mercurio. Ogni cultura rispettava la religione e riti dell’altro. Se potessimo anche noi imparare da loro…

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Novembre 2016

Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds

#SunkenCities

britishmuseum.org

 

I Celti al British Museum di Londra

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark
Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.
Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

 

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.
The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

 

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

2016 © Paola Cacciari

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org