Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Tutti i colori dell’espressionismo. Ma solo se astratto. A Londra.

“L’Espressionismo Astratto non è roba da mammolette” mi viene da pensare davanti a Composizione (1955) di Willem de Kooning. Posso quasi immaginare la rabbia, e la violenza emotiva con cui l’artista attacca la tela; le pennellate sono larghe come quelle di una pennellessa e sono così cariche di colore da trasformare parti di questo quadro una sorta di oggetto tridimensionale. Davvero l’Espressionismo Astratto fa esattamente quello che dice di fare: è astratto, ed è violentemente espressivo.

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Questo movimento fa il suoi ingresso sul palcoscenico dell’arte intenazionale negli anni Cinquanta a New York, atterrando sulla scena artistica americana con la violenza di un meteorite. E che esplosione! Colore, espressione, emozione – in pratica tutti quegli “ismi” (Cubismo, Costruttivismo, Surrealismo, Astrattismo, Espressionismo) che popolavano l’Europa all’inizio del XX secolo e che gli Stati Uniti non avevano mai sperimentato prima.
Colpa della Seconda Guerra Mondiale che aveva fatto si’ che l’Europa avesse visto morire o fuggire i suoi artisti migliori interrompendo bruscamente il fluire della vita artistica del vecchio continente. New York diventa la nuova Parigi e l’Espressionismo Astratto il primo movimento artistico americano. Non che i suoi artisti più famosi lo fossero, americani dico: lo diventarono dopo. Mark Rothko (1903-1970) veniva da quella che ora è la Latvia, Willem de Kooning (1904-1997) era olandese, Arshile Gorky (1904-1948) armeno. Ma dubito che quando cambiarono la  loro cittadinanza, questi artisti avrebbero mai pensato che avrebbero cambiato l’arte americana per sempre.

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra (c) The Pollock-Krasner Foundation ARS, NY and DACS, London 2016

Poiché erano tagliati fuori dall’Europa, e poiché a New York avevano la possibilità di vedere appartenenti a vari movimenti europei, questi artisti cominciarono a sperimentare con ciò che vedevano delle avanguardie e a sintetizzare questi stimoli in qualcosa di completamente nuovo e diverso.
Certo, in un’epoca come la nostra dove la controversia in arte è la norma, è difficile realizzare QUANTO fosse rivoluzionaria l’arte di questi pittori. Ma lo era. Il gesto di Pollock di rimuovere la tela dal cavalletto, metterla sul pavimento e coprirla di colore gocciolante, o quello di Rothko ridurre la pittura a semplici i blocchi di colore condensato, non si limita a dare una forma nuova alla pittura, ma la distrugge, ricostruendola dall’inizio. L’espressionsimo astratto diventa la risposta americana alla guerra fredda. Tradizione vs innovazione, libertà vs regime. L’Action Painting di Pollock diventa il simbolo dell’America libera di agire e di pensare, in contrasto con La Russia comunista. E tutto con il benestare della CIA.

Certo, leggendo le loro biografie viene da chiedersi se gli artisti dell’Espressionismo astratto non avessero preso un po’ troppo letteralmente l’immagine dell’artista tormentato dall’arte. Insomma: Pollock divenne un alcolista e morì in un incidente, al volante della sua auto, completamente ubriaco. Gorky morì suicida all’età di 44 anni, ma solo dopo aver visto il suo studio andare in fiamme, la moglie tradirlo con il suo migliore amico Roberto Matta, scoprire di avere il cancro e essere stato la vittima di un grave incidente incidente automobilistico in cui si fratturò l’osso del collo: davanti a questo la morte di de Kooning, sopravvissuto ad una vita dedita all’alcool e spentosi con l’Alzheimer pare davvero un sogno!

Londra// fino al 2 Gennaio 2017.

Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

George Catlin: American Indian Portraits

Ecco una mostra che mio padre, da sempre appassionato del “far West” sarebbe felice di vedere. George Catlin: American Indian Portraits alla National Portrait Gallery.
Nato in Pennsylvania nel 1796, George Catlin (1796 –1872) era affascinato dagli indiani d’America ed era convinto (cosa del tutto insolita per quei tempi) che fosse sbagliato cercare di cancellarli dalla faccia della Terra. Utilizzando una paletta limitata, carica di rossi e marroni, Catlin sforna un ritratto dopo l’altro, registrando fedelmente acconciature e decorazioni. E quello che i suoi ritratti mancano in stile o eleganza, compensano in osservazione antropologica.  Soprattutto colpisce lo sforzo di catturare qualcosa di più dell’aspetto esotico dei suoi soggetti, che sono e restano prima di tutto persone. Davvero interessante.

Londra // fino al 23 giugno 2013

National Portrait Gallery
St Martin’s Place
London, WC2H 0HE

http://www.npg.org.uk/

The bride and the bachelors @ Barbican


Marcel Duchamp’s Fountain (1950, replica of 1917 original). Photograph: Succession Marcel Duchamp, 2013, ADAGP/Paris, DACS/London

Marchel Duchamp è considerato uno dei più rappresentativi artisti del XX secolo. E se non fu per tutti, certo lo fu per i quattro artisti americani del dopoguerra protagonisti della grande mostra della Barbican Gallery: Jasper Johns, Robert Rauchenberg, il coreografo Merce Cunningham e il compositore John Cage.

Duchamp che era tanto filosofo quanto artista e il cui contributo alla storia dell’arte, il readymade – un oggetto già pronto presentato come un’opra d’arte – dimostra che è l’idea che conta e non l’oggetto in sè, era entusiasmato dall’idea della “possibilità”. Lo stesso concetto esplorato nell’opera di questi quattro artisti, a partire dalla musica di John Cage le cui composizioni sono suonate da due pianoforti sono appositamente programmati. Allo stesso modo, uno stage offre un’assggio delle performances dal vivo create da Cunningham.
Jasper Johns’s Figure 8 (1959). Photograph: The Sonnabend Collection, New York
E se Rauschenberg unisce dipinti e readymade, Jasper Johns inverte il concetto di readymadestesso producendo opere che sembrano oggetti d’uso.

Una mostra affascinante in cui c’è molto da vedere e soprattutto da sentire.


Londra // fino al 9 giugno 2013
The bride and the bachelors
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550

Arshile Gorky. Una retrospettiva. Londra, Tate Modern

Nato all’inizio del Novecento nell’Armenia occidentale allora parte dell’Impero Ottomano, Arshile Gorky (c.1904-1948) attraversa gli eventi dell’Europa d’inizio secolo con l’intensità di una cometa. Ha soli cinque anni Vosdanig Adoian quando vede il padre lasciare il piccolo villaggio di Khorkom per evitare di essere deportato dai Turchi. Va per cercare lavoro in America e promette alla moglie Shushan e ai due figli che presto avrebbe mandato loro il denaro per raggiungerlo. Ma gli anni passano e il denaro non arriva. Forse per ricordare al marito lontano la sua famiglia in Armenia, Shushan posa con il giovane Vosdanig per una foto. È il 1912. E su questa foto ritrovata anni dopo, Gorky basa le due versioni de The Artist and his Mother (circa 1926-36 e 1929-42). Per comprendere in pieno la potenza espressiva dell’arte di Gorky basta guardare questi due ritratti. Memorie dell’infanzia perduta e dell’esilio rese con una pennellata potentemente espressiva. Entrambi mostrano il giovane Gorky in piedi mentre stringe un piccolo mazzo di fiori; accanto a lui, siede la madre ieratica come un’icona bizantina. Gorky è un maestro di sintetismo.

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Arshile Gorky – The Artist and His Mother (ca. 1926-1936), Whitney Museum of American Art, New York City

Abbandonata al proprio destino e agli orrori del genocidio degli armeni operato dai Turchi a partire dal 1915, la piccola famiglia si rifugia in Russia. E qui, nell’inverno del 1918-19, Shushan muore di fame e di stenti tra le braccia del figlio quindicenne.
Gli orribili eventi di quegli anni segnano Gorky per sempre, caricandolo di una tristezza che finirà con lo schiacciarlo. Fugge in America nel 1920 con la sorella, e qui in questa nuova terra, Vosdanig Adoian diventa Arshile Gorky. ‘Gorky’, che nella sua lingua significa “l’amaro.” Ma anche in omaggio allo scrittore russo Maksim Gorky che, come lui, fece una vita errante e dolorosa.
A molti critici europei l’opera di Arshile Gorky appare poco originale. L’artista armeno-americano ha studiato profondamente la pittura europea e di ogni singolo quadro è facile individuare la provenienza. In bilico tra le forme biomorfiche di Joan Miró e il cubismo di Picasso, Gorky impiega quasi un decennio per trovare la sua voce. All’inizio della sua carriera dipinge pastiche di Cézanne, Léger, Kandisky e Miró realizzati attraverso gli esempi che vede nei numerosi musei di Boston e New York. Esempi che traduce su tela con una pennellata così densa e spessa da risultare quasi soffocante. Ma Gorky non copia: traduce. Come Hemingway and Scott-Fitzgerald scrivono in inglese, ma fanno una letteratura americana, così Gorky traduce la letteratura pittorica europea rendendola comprensibile in America.Se l’America tra le due guerre non è il posto migliore per un aspirante artista, la New York degli anni Venti al contrario è una città in grande fermento.

Qui il giovane Gorky stringe amicizie con gli artisti emergenti dell’avanguardia newyorchese Willem de Kooning, John Graham, Isamu Noguchi,David Smith. La sua grande opportunità arriva all’inizio degli anni Quaranta con la serie Garden in Sochi (1940-41) dove il recupero dell’infanzia perduta – la famiglia, il giardino assolato, una farfalla – coincide per Gorky con l’incontro con i surrealisti europei rifugiatisi a New York per sfuggire alla Seconda Guerra Mondiale. L’entusiasmo di André Breton gli apre le porte del movimento surrealista permettendogli di raggiungere un pubblico più vasto. Ma Gorky non è un surrealista: per lui il Surrealismo è accademismo in incognito. Quello che vuole è che i suoi dipinti siano riconosciuti come arte americana.

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 Arshile Gorky (1904-1948): Garden in Sochi, 1943. New York, Museum of Modern Art (MoMA)

Le sue liriche astrazioni spianano la strada all’Espressionismo Astratto che vedrà in Willem de Kooning, Mark Rothko, Jackson Pollock e Cy Twombly i suoi profeti.Gli anni della Seconda Guerra Mondiale sono sono i migliori per Gorky che  produce un’incredibile quantità di disegni. Nel 1941 sposa Agnes “Mougouch” Magruder e la coppia passa sempre più tempo in campagna.  L’incontro con il paesaggio della Virginia ispira opere come Untitled (Virginia Landscape)(1943) e Waterfall (1943) in cui l’astratto biomorfismo di Miró lascia il posto a leggeri veli di colore ispirati a Kandinsky in un miracolo di diafana leggerezza.
Ma il disastro è dietro l’angolo anche se, guardando gli evanescenti astrattismi dipinti da Gorky  negli ultimi anni, è difficile crederlo. Il 1946 è un anno terribile per il pittore che vede un incendio distruggere il suo studio polverizzando in un attimo un anno di lavoro, il cancro, il tradimento della moglie con il suo migliore amico e un grave incidente incidente automobilistico in cui si frattura l’osso del collo.  Precipita in una depressione da cui non uscirà più e che nel 1948 lo porterà al suicidio.
Una vita quella di Gorky cominciata e finita allo stesso modo: in tragedia.2010©Paola C. Cacciari