Bologna in Russia

Viale Fioravanti a Bologna non andrebbe molto lontano in un concorso di bellezza sulle vie della città. Nel quartiere Navile, al Nord della linea ferroviaria, un tempo era una delle aree più produttive della città, sede del mercato ortofrutticolo, ma da tempo caduta in disgrazia e abbandonata alla microcriminalita’, nonostante i vari tentativi di riconversione e riqualificazione urbana operati dal Comune.
Nella mia mente, viale Fioravanti sarebbe sempre stato associato al Centro Sociale indipendente LINK (acronimo di L’Isola nel Kantiere o LINK Project), in cui andavo a sentire musica tecno e a bere birra durante i miei giorni universitari, e ai bellissimi murales che l’artista di strada Blu aveva dipinto sui uri esterni della struttura.
Non ho mai pensato al nome della strada o al personaggio che le aveva dato il nome – che un nome ce l’aveva, Aristotele Fioravanti. Ma non mi sono mai preoccupata di sapere chi fosse. Fino a due giorni fa, quando su Amazon Prime mi sono imbattuta su una serie televisiva russa sulla storia della Principessa Sofia Paleologa.

Ora, direte voi, che centrano una serie TV russa e una principessa bizantina con una strada di Bologna? Centrano, centrano. Abbiate pazienza. Che se non fossi stata bloccata dal COVID-19 e non avessi ceduto alle lusinghe della sottoscrizioni su internet, non sarei mai venuta a conoscenza di questo singolare scambio interculturale tra la Russia e la mia Bologna avvenuto nella seconda meta’ del XV secolo.

Nato a Bologna nel 1415 (motivo per cui gli è stata dedicata una strada in primo luogo…) Ridolfo “Aristotele” Fioravanti era un architetto e medaglista, ma soprattutto fu un brillante ingegnere militare, civile e idraulico.  E proprio a Bologna Aristotele realizzò importanti opere architettoniche in cui utilizzò innovazioni tecniche, ponteggi e macchinari per la ricostruzione delle torri delle famiglie nobili della città, cosa per cui divenne celebre. Riuscì persino a sposta di oltre 13 metri e senza danneggiarla, la torre di Santa Maria della Magione (alta 24 metri) con un sistema di cilindri – un vero prodigio della meccanica, avvenuto nel 1455 tra lo stupore dei bolognesi. Semre a Bologna, Fioravanti realizzò anche il progetto della nuova facciata del Palazzo del Podestà, che chiude con la sua grazia rinascimentale la gotica Piazza Maggiore – anche se l’edificio fu terminato solo nel periodo 1484-1494 da Giovanni II Bentivoglio.

Ma il nostro Fioravanti bolognese non si fermava mai e gli anni tra il 1458 e il 1467 lo vedono prima a Firenze al servizio di Cosimo de’ Medici, poi a Milano; nel 1467 Mattia Corvino, re d’Ungheria chiese il suo intervento per costruire ponti e castelli per arginare l’avanzata dei Turchi.

La sua fama di ingegnere arrivò anche in Russia dove la nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo, Zoe Paleologa (1455-1503), aveva sposato Ivan III di Russia ed era diventata la Gran Duchessa e principessa di Mosca con il nome ortodosso di Sofia.

Sofia era una donna straordinaria. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani nel 1453, in cui morì l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, il padre di Zoe Tommaso Paleologo (il fratello minore del defunto Costantino XI) fuggì a Roma. Qui, il 7 marzo 1461, fece il suo ingresso trionfale come legittimo erede dell’Impero Bizantino1.  Alla morte del padre Tommsaso, Zoe fu adottata dal Papa e crebbe alla corte di Sisto IV, la sua educazione affidata alle cure del cardinale e umanista greco Basilio Bessarione.

Probabilmente fu proprio di Bessarione l’idea di proporre Zoe come sposa per sovrano russo Ivan III, probabilmente con la speranza di rafforzare l’influenza della Chiesa cattolica in Russia, o di unire cattolici e ortodossi come era stato stabilito nel Concilio di Firenze. Qualunque fosse il vero motivo del Papa per il matrimonio, il progetto fu un fallimento per Roma, visto che appena arrivata Sofia ritornò immediatamente alla fede Ortodossa dei suoi antenati. Ivan III, dal canto suo, interessato allo status e ai diritti derivatigli da un’unione con la principessa di Costantinopoli, fu più fortunato.

Il matrimonio fu celebrato per procura a nella Basilica di San Pietro a Roma nel giugno 1472 e in Novembre Sofia arrivò finalmente a Mosca.
Inutile dire che la presenza di questa greca cresciuta nell’Italia umanista colta e dal carattere forte, fu una delle principali fonti di tensione alla corte di Ivan III, secondo cui il Gran Principe si lasciava troppo influenzare dai suggerimenti della moglie. Certo, se fu lei a suggerire allo Zar l’introduzione al alla sua core dello splendore e della meticolosa etichetta delle cerimonie bizantine (che se Mosca doveva diventare la Terza Roma bisognava darsi da fare) lui accettò il suggerimento di buon grado…

La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti
La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti

Comunque. Probabilmente fu grazie all’insistenza di Sofia che Ivan III di Russia chiamò Aristotele Fioravanti, allora impiegato presso il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, per affidargli la ricostruzione da zero della cattedrale della cattedrale della Dormizione, che era stata distrutta da un terremoto, un evento estremamente raro a Mosca, nel 1474. Qui tra il 1475 e il 1479 Fioravanti diresse la costruzione della nuova cattedrale. Ispirata alla preesistente cattedrale della Dormizione di Vladimir per la costruzione, Fioravanti tuttavia progettò un edificio luminoso e spazioso in cui i retaggi rinascimentali si fondevano alla tradizione russa.
Da eccellente ingegnere qual’era, il bolognese utilizzò per la costruzione una tecnica ultramoderna simile al cemento armato che inglobava uno scheletro di ferro entro la costruzione stessa.

Per anni Fioravanti servì fedelmente Ivan III e più volte chiese il permesso di poter tornare in patria, facendo intervenire anche il Governo di Bologna, ma lo zar Ivan III fu irremovibile e negò l’assenso ad ogni sua istanza. Fioravanti morì a Mosca nel 1486 circa, senza mai rivedere Bologna.
Non guarderò mai più né viale Fioravanti né il Palazzo del Podestà come prima…

2020 ©Paola Cacciari

Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily
Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (IdrÄ«sÄ« o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD
Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Da quando ho letto Guerra e Pace sono stata assalita dalla curiosità per la Russia e per la storia e la cultura di questa immensa nazione. Che si tratti di trascorrere intere giornate a lavorare nelle sale dell’europa, quelle dedicate e Napoleone e Caterina II La Grande, di leggere con rinnovato interesse e attenzione articoli che sembrano apparire dal nulla ogni volta che riordino la mia mia collezione di Art & Dossier, o lo sbrodolare d’invidia per lo stage di una mia giovane collega/studentessa universitaria di Lingua e Letteratura Russa che ha trascorso tre mesi di studio nientemeno che a San Pietroburgo per migliorare la lingua e a fare la gallery assistant come volontaria all’Hermitage, il fascino per l’arte russa non mi ha ancora abbandonato.

Ma se conosco i grandi nomi della letteratura come Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov, Turgenev  della musica come Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky-Korsakov (etc etc etc) e naturalemente l’impresario  per antonomasia, Sergei Pavlovich Diaghilev che con il suo protetto il danzatore Vaslav Nijinsky hanno preso d’assalto l’Europa Occidentale con i Balletti Russi (e qui non in mostra perchè al di fuori del periodo storico qui preso in esame), devo ammettere che la mia conoscenza della pittura russa, soprattutto quella del XIX secolo, è praticamente inesistente: una voragine storica artistica profonda come la Fossa delle Marianne che sembra contemplare il nulla nel periodo compreso tra le icone bizantine e le Avanguardie.

E così la piccola e perfetta mostra della National Portrait Gallery, con i suoi 12 dipinti provenienti dal Museo Tretyakov di Mosca è la benvenuta (il titolo Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky non necessita ulteriori spiegazioni) arriva a proposito ad allargare le mie magre conoscenze dei grandi russi della pittura.

Il ricco mercante e filantropo Pavel Mikhaylovich Tretyakov (1832-1898) cominciò a collezionare opere di artisti russi nel 1856 e già nel 1881 ne aveva accumulati così tanti che nel 1881  eventualmente trasformando la sua dimora vicino al Kremlino in un tesoro di arte russa che desiderando celebrare i grandi musicisti, compositori, scrittori, drammaturghi russi, ne commissiona ritratti in un momento in cui il ritratto realista si stava aprendo ad influenze  dell’Impressionismo e al Simbolismo. Ne accumulò così tanti che nel 1881 aprì un’importante pinacoteca che porta il suo nome e che fu da lui donata alla città di Mosca nel 1892.

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Tra tutti i ritratti in esposizione, quello di Modest Mussorgsky (1839-1881) è il mio preferito. E non solo perché la pennelata larga e intrisa di colore di Ilya Repin (1844-1930) mi ricorda quella di un altro mio grande favorito, l’olandese Franz Hals, ma perché è l’ultimo che ritrae il musicista ancora in vita. Eseguito nella primavera del 1881 nell’ospedale di San Pietroburgo dove il compositore di opere come Boris Godunov e la straordinaria Quadri da un’esposizione era ricoverato per alcolismo, lo mostra in vestaglia, con i capelli arruffati, gli occhi brillanti e il naso rosso dell’acolista cronico. Repin rimase profondamente colpito dalla brillante personalità del musicista, con cui aveva passato il tempo a discutere di politica e a leggere i giornali insieme. Ma quando, qualche giorno dopo, il pittore ritornò  per continuare la seduta, il compositore era già morto: nonostante gli stretti ordini di mantenersi sobrio infatti, quailcuno gli face avere una bottiglia di cognac per il suo onomastico che gli fu fatale. Sulla fronte, un ricciolo morbido ci ricorda che Musorgskij era ancora un uomo nel fiore degli anni, che 42 anni sono davvero ancora pochi. Più che un ritratto, quello di Repin è un atto di riverenza, da un grande artista ad un altro.

Repin dipinse anche Ivan Turgenev (1818-1883), ma i due ebbero un dissenso. Tretyakov volle ugualmente che il pittore terminasse il ritratto, ma lo sdegno e freddezza che i due uomini provavano l’uno per l’altro è evidente e, a differenza di quello Mussorgsky, il ritratto manca totalmente  di empatia.

Portrait of Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov
Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov, 1893.

Ilya Repin è l’unico artista tra quelli esposti di cui avevo già sentito parlare in occasione di una mostra tenutasi alla Royal Academy nel 2008 da titolo From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg, ma qui ci sono molti altri grandi (per me) sconosciuti, come Valentin Serov per esempio che ci regala uno splendido Nikolai Rimsky-Korsakov (1844-1908) all’opera, all’apparenza inconsapevole della presenza del pittore. O Nicholai Kutnezon che ritrae un malinconico Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) nel 1893, una mano posata su uno spartito, l’altra nascosta dietro la schiena. Tchaikovsky era un uomo molto infelice e il ritratto non fa nulla per nasconderlo. All’apice del successo dopo aver diretto vari concerti della Carnegie Hall a New York nel 1891, il compositore trova sempre più difficile celare al mondo la sua omosessualità. La sua scomparsa nel 1893, dove aver terminato la sua ultima sinfonia Pathétique, fa ancora discutere: l’ opinione comune è che abbia commesso suicidio, ma si è anche parlato di colera, contratto bevendo acqua infetta, e persino da avvelenamento da arsenico.

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Uno degli allievi di Repin fu Iosi Braz che ci regala questo spelndido ritratto del drammaturgo Anton Chekhov (1860-1904) eseguito nel 1898, quando lo scrittore aveva 38 anni, solo sei anni prima che la tubercolosi se lo portasse via. Comodamente appoggiato allo schienale della poltrona, Cechov si porta un dito alla tempia pensieroso, guardandoci dritto attraverso le lenti del pince-nez con l’espressione attenta del medico che contempla una diagnosi. Chechov, che era davvero laureato in medicina ed esercitò la professione per qualche tempo mentre cercava di sfondare come scrittore.

Al contrario, Fedor Dostoevsky (1821- 1881), ritratto nel 1879 da Vasily Perov, si trova nell’oscurità, la testa, di tre quarti, il cranio ossuto e pallido. Arrestato nel 1849, all’età di 28 anni, per il suo coinvolgimento in una società socialista segreta, lo scrittore dovette subire una finta esecuzione, prima di trascorrere quattro anni in un campo di lavoro e altri cinque in servizio militare forzato. Quanto torna in libertà, la sua salute era irrimediabilmente compromessa.

Tutto quello a cui riesco a pensare quando esco dalla mostra è quanto sia forte la presenza della storia in questa piccola mostra che racconta una societtà sull’orlo del baratro in cui chi non muore di morte naturale (di solito per tubercolosi o alcolismo) sembra essere destinato ad essere spazzato via dal lungo braccio della Rivoluzione Bolscevica del 1917 che, a mio avviso, lungi dall’aver segnato l’inizio del Modernismo Russo, ha segnato la tragica fine di un periodo d’oro per l’arte russa.

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Londra// fino al 26 Giugno 2016.

National Portrait Gallery,


Le sale del Medioevo e del Rinascimento al Victoria and Albert Museum

Inaugurate nel Dicembre 2009 dopo quasi dieci anni di lavoro e di ricerca, le gallerie dedicate all’arte del Medioevo e del Rinascimento del Victoria and Albert Museum occupano una superficie espositiva pari a 3.300 metri quadrati e si sviluppano cronologicamente su tre livelli pertendo dal 300 D.C. per arrivare al 1600. Costate 30 milioni di sterline e affettuosamente abbreviate in ‘MedRen’ dagli addetti ai lavori, le dieci sale occupano un’intera ala dell’edificio originale progettato da Sir Aston Webb nel 1899. Con 1.800 oggetti costituiscono la più grande collezione di scultura italiana esistente all’estero.


Alla base di questo mastodontico progetto, è l’ambiziosa visione dei curatori di sfatare il mito negativo di un Medioevo senza luce, tutto cenere e preghiera, prima della rinascita avvenuta del XV secolo. Visione tradotta nella pratica con la creazione di armoniosi spazi espositivi, privi di rigidi confini architettonici che riflettono con la loro continuità spaziale un dialogo mai interrotto tra antichità, Medioevo e Rinascimento. L’idea era quella di raccontare una storia dell’arte e del design europeo che fosse più di una semplice carrellata di stili, e per dare al pubblico il senso dell’utilizzo pratico degli oggetti si è cercato di ricreare quanto più possibile il loro contesto originale.

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Una gigantesca trifora romanica del XII secolo introduce il visitatore che arriva dal pianterreno nel più profondo passato. Questa prima parte delle gallerie (300-1250) esplora lo sviluppo dell’arte cristiana dal perido tardo antico al Pieno Medioevo, e di come la Chiesa e i primi sovrani medievali come Carlo Magno abbiano guardato indietro alle forme e ai valoridell’arte romana per adatterle ai loro necessità.

Qui si possono ammirare  capolavori assoluti come una valva del dittico eburneo di Simmaco (sec. VI), il cofanetto intagliato della Cattedrale di Veroli (sec. X-XI) e come il reliquiario smaltato in cui erano custoditi i resti di San Thomas Becket (sala 8) e il Candelabro di Gloucester, realizzato per la cattedrale di Gloucester, all’inizio del XII secolo, uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio. 

Nelle sale successive, dedicate all’ascesa del Gotico (1200–1350), da non perdere sono le vetrate della Sainte-Chapelle a Parigi(circa 1243-1248), il Crocifisso di Giovanni Pisano(circa 1285-1300) (sala 9), una minuscola figura scolpita in avorio, un vero e proprio capolavoro di potenza espressiva e di grande emozione e il gigantesco busto di un Profeta (1285-1297) sempre dello stesso Giovanni Pisano, realizzato per il Duomo di Siena (sala 10). In queste sale si trova anche uno dei famosi arazzi di caccia del Devonshire (sala 10a) un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo – gli altri tre sono nelle Tapestries Galleries al terzo livello (sala 94).

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Al pianterreno, opere di grandi dimensioni  un tempo parte di imponenti palazzi rinascimentali e chiese, sono esposte nel contesto di un paesaggio urbano. Immaginate il cortile di un palazzo rinascimentale, con un giardino popolato da alberi e fontane e impoeneti sculture come il Sansone e il Filisteo di Giambologna (1560-1562) (50a). Ma passate attraverso la gigantesca balaustra che separava il coro dalla navata nella Cattedrale di San Giovanni a Hertogenbosch (1600-1613) in Olanda, uno degli oggetti più grandi in mostra e vi ritroverete in un’imponente chiesa (sala 50b), evocata da grandi pale d’altare e vetrate, dominata dalla Cappella di Santa Chiara, costruita a Firenze nel 1494, e che il V&A dice essere il solo edificio rinascimentale italiano esitente fuori dall’Italia. E comunque la collezione di scultura italiana appartenente al museo trova rivali solo a Firenze a Roma. 

Giambologna, Sansone e il Filisteo (1560-1562)

Al secondo piano  si esplora come tra il 1500 e il 1600 le idee e l’interesse per l’antichità classica hanno influenzato il processo creativo dell’artista e di come le nuove tecnologie, (in particolare la stampa) hanno contribuito a diffondere idee e progetti e come gli oggetti diventano espressione d’identità e delle ambizioni di una famiglia. Ma non solo: qui si prendono in esame anche i vari aspetti della vita e del rituale domestico e dei suoi risvolti sociali visti attraverso beni di lusso come gioielli, mobili, armature e oggetti relativi alla salute e alla bellezza (sale 62 e 63).  Oltre ad un autoritratto di Tintoretto (1548) monete di Pisanello e stampe di Dürer, è stato ricostruito lo studiolo rinascimentale di Pietro de Medicicon il soffitto a volta in cui sono incastonati i tondi di maiolica con i Mesi di Luca della Robbia (1450-1456) (sala 64).
In una società che fa tesoro dei libri non possono mancare i taccuini di Leonardo da Vinci che sono per la prima volta in mostra permanente (il V&A ne possiede cinque, che sono esibiti a rotazione) e grazie ad un computer si possono sfogliare -almeno virtualmente- le pagine (sala 64). Accanto a Leonardo, il minuscolo bozzetto in cera di uno Schiavo (1516- 1519), l’unica opera di Michelangeloposseduta dal V&A, mentre un’intera sala è dedicata Donatello e ai suoi contemporanei Agostino di Duccio e Antonio Rossellino (64a). I curatori hanno setacciato le immense collezioni del V&A, ma ne è valsa la pena: dai depositi del grande museo londinese sono emersi tesori che non vedevano la luce da anni, come lo straordinario arazzo fiammingo raffigurante la Guerra di Troia (1475) (sala 64) il cui restauro ha richiesto oltre quattromila ore di lavoro. 

Tapestry with scenes of the war of Troy, Tournai, Belgium, 1475-1490


Ogni centimetro quadrato di spazio inutilizzato è stato reclamato e convertito (o ri-convertito) in spazio espositivo; persino l’area esterna esistente tra due edifici è stata coperta da un tetto trasparente e trasformata in zona di studio e relax per il pubblico (sala 64b). in questa nuova galleria sono riuniti oggetti di grandi dimensioni, come la facciata della casa di Sir Paul Pindar un tempo nella City of London o la gigantesca scalinata in legno di quercia1522-1530 proveniente da una casa di Morlaix, in Bretagna, ma ci sono anche calchi in gesso del XIX secolo, inferriate in ferro battuto e portoni, tutti oggetti attraverso cui si vuole mettere in evidenza come frammenti del passato medievale e rinascimentale continuano ad abitare le città e i paesaggi rurali d’Europa.

2014 © Paola C. Cacciari  pubblicato sul sito Londra Culturale


Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre
Ingresso libero
Info: Tel. +44 (0)20 7942 2000
 vanda@vam.ac.uk

Arshile Gorky. Una retrospettiva. Londra, Tate Modern

Nato all’inizio del Novecento nell’Armenia occidentale allora parte dell’Impero Ottomano, Arshile Gorky (c.1904-1948) attraversa gli eventi dell’Europa d’inizio secolo con l’intensità di una cometa. Ha soli cinque anni Vosdanig Adoian quando vede il padre lasciare il piccolo villaggio di Khorkom per evitare di essere deportato dai Turchi. Va per cercare lavoro in America e promette alla moglie Shushan e ai due figli che presto avrebbe mandato loro il denaro per raggiungerlo. Ma gli anni passano e il denaro non arriva. Forse per ricordare al marito lontano la sua famiglia in Armenia, Shushan posa con il giovane Vosdanig per una foto. È il 1912. E su questa foto ritrovata anni dopo, Gorky basa le due versioni de The Artist and his Mother (circa 1926-36 e 1929-42). Per comprendere in pieno la potenza espressiva dell’arte di Gorky basta guardare questi due ritratti. Memorie dell’infanzia perduta e dell’esilio rese con una pennellata potentemente espressiva. Entrambi mostrano il giovane Gorky in piedi mentre stringe un piccolo mazzo di fiori; accanto a lui, siede la madre ieratica come un’icona bizantina. Gorky è un maestro di sintetismo.

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Arshile Gorky – The Artist and His Mother (ca. 1926-1936), Whitney Museum of American Art, New York City

Abbandonata al proprio destino e agli orrori del genocidio degli armeni operato dai Turchi a partire dal 1915, la piccola famiglia si rifugia in Russia. E qui, nell’inverno del 1918-19, Shushan muore di fame e di stenti tra le braccia del figlio quindicenne.
Gli orribili eventi di quegli anni segnano Gorky per sempre, caricandolo di una tristezza che finirà con lo schiacciarlo. Fugge in America nel 1920 con la sorella, e qui in questa nuova terra, Vosdanig Adoian diventa Arshile Gorky. ‘Gorky’, che nella sua lingua significa “l’amaro.” Ma anche in omaggio allo scrittore russo Maksim Gorky che, come lui, fece una vita errante e dolorosa.
A molti critici europei l’opera di Arshile Gorky appare poco originale. L’artista armeno-americano ha studiato profondamente la pittura europea e di ogni singolo quadro è facile individuare la provenienza. In bilico tra le forme biomorfiche di Joan Miró e il cubismo di Picasso, Gorky impiega quasi un decennio per trovare la sua voce. All’inizio della sua carriera dipinge pastiche di Cézanne, Léger, Kandisky e Miró realizzati attraverso gli esempi che vede nei numerosi musei di Boston e New York. Esempi che traduce su tela con una pennellata così densa e spessa da risultare quasi soffocante. Ma Gorky non copia: traduce. Come Hemingway and Scott-Fitzgerald scrivono in inglese, ma fanno una letteratura americana, così Gorky traduce la letteratura pittorica europea rendendola comprensibile in America.Se l’America tra le due guerre non è il posto migliore per un aspirante artista, la New York degli anni Venti al contrario è una città in grande fermento.

Qui il giovane Gorky stringe amicizie con gli artisti emergenti dell’avanguardia newyorchese Willem de Kooning, John Graham, Isamu Noguchi,David Smith. La sua grande opportunità arriva all’inizio degli anni Quaranta con la serie Garden in Sochi (1940-41) dove il recupero dell’infanzia perduta – la famiglia, il giardino assolato, una farfalla – coincide per Gorky con l’incontro con i surrealisti europei rifugiatisi a New York per sfuggire alla Seconda Guerra Mondiale. L’entusiasmo di André Breton gli apre le porte del movimento surrealista permettendogli di raggiungere un pubblico più vasto. Ma Gorky non è un surrealista: per lui il Surrealismo è accademismo in incognito. Quello che vuole è che i suoi dipinti siano riconosciuti come arte americana.

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Arshile Gorky (1904-1948): Garden in Sochi, 1943. New York, Museum of Modern Art (MoMA)

Le sue liriche astrazioni spianano la strada all’Espressionismo Astratto che vedrà in Willem de Kooning, Mark Rothko, Jackson Pollock e Cy Twombly i suoi profeti.Gli anni della Seconda Guerra Mondiale sono sono i migliori per Gorky che  produce un’incredibile quantità di disegni. Nel 1941 sposa Agnes “Mougouch” Magruder e la coppia passa sempre più tempo in campagna.  L’incontro con il paesaggio della Virginia ispira opere come Untitled (Virginia Landscape)(1943) e Waterfall (1943) in cui l’astratto biomorfismo di Miró lascia il posto a leggeri veli di colore ispirati a Kandinsky in un miracolo di diafana leggerezza.
Ma il disastro è dietro l’angolo anche se, guardando gli evanescenti astrattismi dipinti da Gorky  negli ultimi anni, è difficile crederlo. Il 1946 è un anno terribile per il pittore che vede un incendio distruggere il suo studio polverizzando in un attimo un anno di lavoro, il cancro, il tradimento della moglie con il suo migliore amico e un grave incidente incidente automobilistico in cui si frattura l’osso del collo.  Precipita in una depressione da cui non uscirà più e che nel 1948 lo porterà al suicidio.
Una vita quella di Gorky cominciata e finita allo stesso modo: in tragedia.

2010©Paola C. Cacciari

Londra//fino al 3 Maggio 2010

Arshile Gorky A Retrospective

Tate Modern