10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1

Curando un blog che si chiama Vita da Museo, lavorando in un museo e vivendo a Londra, non potevo non ribloggare questo delizioso articolo di Aranna, altrimenti nota come La Sottile Linea d’Ombra… Buona lettura! (e a quanto pare questo e’ solo la prima parte1 🙂 )

La sottile linea d'ombra

Miei cari amanti della cultura, riuscireste ad immaginare qualcosa di più bello che poter visitare tutti i musei che volete senza spendere un centesimo?Oppure, ancora meglio, di potervi permettere di entrare liberamente in una galleria d’arte in una mezz’oretta libera, magari solo per perdervi di fronte ad un capolavoro che ammirate?

Ecco, tutto questo può succedere in Gran Bretagna.Una cosa che non finirò mai di ammirare di questo Paese infatti è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui ci si può infilare tranquillamente, senza nemmeno fare i biglietti oppure essere obbligati a depositare la borsa. Semplicemente, si varca la soglia e ci si immerge dove si preferisce: trovo sinceramente e spassionatamente questo che sia stupendo.

Dovete poi sapere che io sono una di quelle persone fastidiose che fotografano i quadri che vedono (per la precisione, uno scatto alle opere che reputo interessanti per qualunque minima ragione e…

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Object In Focus: Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

Oltre Caravaggio (ci sono i caravaggeschi). A Londra.

È difficile pensare ad un artista la cui vita sia più avvincente  di quella di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610). Ho sempre pensato a lui come un Baudelaire in versione pittorica: geniale, violento, autodistruttivo e decisamente fuori dagli schemi. Certamente la sua vita sembra uscire da un romanzo d’avventure. Basti pensare che nei primi anni del XVII secolo, fu citato in tribunale in almeno 11 occasioni con accuse che andavano dall’imprecare contro un agente, allo scrivere versi satirici a spese di un pittore rivale, e tirare un piatto di carciofi in faccia a un cameriere. Che avesse un caratteraccio appare chiaro fin da subito ce lo dice Giovan Pietro Bellori (1613-1696) he di Caravaggio fu uno dei biografi, il quale sostiene che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già famoso per le risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio durante una rissa. In fuga da Milano, scappa dapprima a Venezia per poi investire la Roma papalina con la violenza di un ciclone, spazzando via le sdolcinate immagini di santi che popolavano l’iconografia contemporanea e sostituendole con le sue vigorose visioni della cruda realtà. Ma nel 1606 fu costretto a fuggire anche da Roma, dopo aver ferito mortalmente Ranuccio Tomassoni durante una rissa in Campo Marzio causata da una controversia su una partita di pallacorda, una sorta di tennis. Il verdetto del processo fu severissimo e Caravaggio viene condannato a morte. Trova rifugio nella Napoli spagnola. Trascorse il resto della sua vita a fuggire dalle sue azioni, prima di collassare sulle sponde della Toscana, morendo a Porto Ercole il 18 luglio del 1610 durante il viaggio di ritorno a Roma per chiedere perdono al Papa.

E i suoi dipinti non erano meno audaci e provocatori dell’uomo che li aveva creati. A cominciare dal fatto che il nostro Caravaggio ricorresse per i suoi quadri alla gente comune, il popolino, che utilizzava come modelli dipingendoli dal vero, direttamente sulla tela ignorando allegramente i precetti dell’accademia sul disegno preparatorio. L’altra novità è il drammatico chiaroscuro che più che un come violento contrasto di parti illuminate e di parti in ombra. Secondo il Bellori, il nostro eroe:

“non faceva mai uscire all’aperto del Sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna di una camera rinchiusa, pigliando un lume alto, che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il rimanente in ombra, affine di recar forza con veemenza di chiaro e di scuro”.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio Saint John the Baptist in the Wilderness, about 1603-4. The Nelson – Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri.

Questa luce, che piomba improvvisa nell’ambiente oscuro, colpisce gli oggetti e le figure, illuminandone alcuni lati, altri lasciandone nell’ombra, modellando i corpi, facendone risaltare il volume e la massa. Ma questa luce che sembra provenire da una sorgente ben definita e’ in realtà molto meno vera di quella di un Tiziano o di un Tintoretto. L’ombra di Caravaggio ha un valore negativo di qualcosa che esiste solo in assenza della luce. Da questa oscurità emergono le figure, in primo piano, davanti all’osservatore. Sfido chiunque a guardare il magnifico San Giovanni Battista di Kansas City senza farsi venire le palpitazioni, anche Ottavio Costa, il banchiere che lo aveva commissionato nel 1604 come pala d’altare per il piccolo oratorio di un feudo di sua proprietà. Pare che il dipinto gli piacque al punto tale che ne fece fare una copia per l’oratorio conservando l’originale nella sua collezione…

Questa combinazione di realismo e luce drammatica fa di Caravaggio l’indiscussa superstar della Controriforma: tutti volevano i suoi dipinti (tutti quelli che non erano il popolo, sia chiaro – che quest’ultimo non amava vedersi ritratto troppo fedelmente…) e tutti volevano dipingere come lui anche se, diciamocelo chiaramente, nessuno ci riesce nonostante alcuni eccezionai tentativi come quelli di Mattia Preti di Jusepe de Ribera.

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The Crucifixion of Saint Peter (1656–59), Mattia Preti, called II Calabrese. © The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham

È solo che l’opera di Caravaggio possiede un fuoco interiore che nessun seguace riesce a riprodurre. Sembra impossibile che la stessa mano che maneggiava la spada con tanta facilità potesse accarezzare il pennello con tanta destrezza e maestria. Prendiamo la Cattura di Cristo che prima d’ora non aveva mai visto dal vivo. Dire che è un capolavoro è riduttivo. Quel quadro sembra parlare. La violenza del dramma si svolge sotto il nostri occhi con un dramma immutato dal tempo: l’espressione rassegnata di Gesù condannato dal bacio di Giuda, la metallica solidità del gendarme in armatura che contrasta con le sofficii pieghe della veste di Cristo, l’urlo sconvolto di San Giovanni in fuga, in netto contrasto con l’espressione pragmatica del personaggio che con la lanterna che illumina la scena (secondo Roberto Longhi un autoritratto del Caravaggio stesso) simbolo della ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore aspirava.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Davanti ad una pittura così rivoluzionaria, a quel realismo che raggiunge vette impensate (i piedi, le unghie sporche) e che spaventava i popolani, ma attirava nobili e cardinali come le  mosche, non sorprende che molti pittori cercassero di imitarlo e di imitare il suo uso del chiaroscuro. E questi suoi seguaci, i cosidetti caravaggeschi, sono  il soggetto della mostra della National Gallery – l’indizio è nel titolo Beyond Caravaggio anche se pochi notano quel “beyond” saltando direttamente al “Caravaggio” che lo segue. Una dimostrazione che ancora una volta basta mettere il suo nome nel titolo di una mostra per garantire code che girano intorno al isolato.

Di fatto pochi seguaci di Caravaggio lo incontrarono di persona a Roma, ma molti di loro restarono travolti dalla sua pittura come da una mareggiata violenta. Almeno fino a quando la mareggiata non si ritito’ e questi seguaci decisero di intraprendere altre strade. Che a differenza dei suoi etreni rivali i bolognesi Carracci, il nostro Michelangelo Merisi era troppo impegnato a bisticciare con tutti e a scappare dalle conseguienze deille sue azioni per fermarsi e pensare a intituire un’accademia come quella carraccesca a Bologna di cui potesse essere il caposcuola. ma nel frattempo per gran parte del XVII secolo il caravaggismo diventa uno degli stili pittorici piu’ affermari a Roma e in Europa. Il chiaroscuro caravaggesco piace e così si ha chi cerca di copiarlo fedelmente, come il suo servitore, assistente, modello e amante Cecco di Caravaggio e i pittori della sua cerchia, come Antiveduto Grammatica e Bartolomeo Manfredi, e chi ne prende il chiaroscuro e il vigore espressivo adattandolo al proprio stile classico come il mio concittadino carracesco Guido Reni. La lista è lunga, e include pittori del calibro di Orazio Gentileschi, che era stato amico di Caravaggio ed era l’unico dei suoi seguaci ad essere piú anziano di lui, e sua figlia Artemisia

Gerrit van Honthorst, 'Christ before the High Priest', about 1617

Gerrit van Honthorst, ‘Christ before the High Priest’, about 1617

Certo, coloro che abitavano a Roma o vi erano di passati ad un certo punto della loro vita, erano avvantaggiati dal fatto di avere (o aver avuto per qualche tempo) sotto gli occhi i dipinti del maestro, come il fiammingo Gerrit van Honthurst detto anche “Gherardo delle Notti” che visitò Roma in gioventù e non dimenticò mai la lezione del chiaroscuro caravaggesco, riproponendolo in scene di taverna con musicisti e giocatori d’azzardo, ma anche scene della vita di Cristo, sempre illuminate da una sola candela.

Ma la mancanza degli originali non ha mai fermato mai nessuno dei suoi seguaci, neanche quelli che a Roma non c’erano mai stati e l’opera di Caravaggio la conoscevano solo attraverso le copie di altri, come il francese Georges de La Tour con le suggestive scene notturne illuminate da candele e molti altri caravaggeschi d’oltralpe. C’è poi chi rielabora il drammatico chiaroscuro del maestro adattandolo ad una tradizione culturale diversa, creando uno stile originalissimo, come il divino Pieter Paul Rubens. Ma questa, ancora una volta, è un altra storia.

 

Londra// fino al 15 Gennaio 2017
Beyond Caravaggio

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da rivaleggiare. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots

The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Jan Gossaert e il Rianscimento al Nord delle Alpi alla National Gallery

A cavallo dell’Europa

Jan Gossaert – Ritratto di Enrico III di Nassau – 1520-25 ca. – Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

Ci sono due tipi di artisti: quelli dai nomi risonanti, che da soli possono sostenere lo splendido isolamento di una retrospettiva. E quelli come Jan Gossaert (Mauberge, 1478 – Anversa, 1532), meno noti e che per questo necessitano di un’introduzione. E Jan Gossaert’s Renaissance, alla National Gallery, con le sue 80 opere, tra disegni e dipinti, incluse numerose incisioni e stampe di Albrech Dürer, Marcantonio Raimondi e Jacopo de’ Barbari, fa esattamente questo.
Jan Gossaert detto Mabuse è il primo artista a introdurre le architetture classiche e i nudi sensuali del Rinascimento italiano nelle Fiandre. Fattosi un nome lavorando per gli stravaganti membri della corte della Borgogna fiamminga, Gossaert lascia Anversa nel 1508 per seguire Filippo di Borgogna a Roma, in missione diplomatica per conto dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo.

Jan Gossaert – Studi di sculture antiche – 1509 ca. – Leiden University Library

Filippo è un uomo di mondo. Desideroso di stabilire una corte umanistica nelle Fiandre, incoraggia Gossaert a disegnare rovine e sculture dell’antichità classica, tra cui Lo Spinario, e a fare scorta di motivi classici da riutilizzare poi nei suoi dipinti una volta ritornati nelle Fiandre. Gossaert non si fa pregare. E in Italia colleziona incisioni e stampe degli artisti italiani che ammira di più, tra cui spiccano i nomi di Raimondi e de’ Barbari.

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