Frans Hals, il maestro del nero

Era il 1998 quando durante una vacanza in Olanda ho incontrato per la prima volta Frans Hals (15801666). Ok, tecnicamente non era proprio la prima volta, che da brava storica dell’arte, ne conoscevo le opere avendole viste sui manuali di pittura olandese del Seicento. Ma non avevo mai visto i dipinti dal vero, almeno fino a quando la coppia di amici olandesi con cui stavo ad Amsterdam mi parcheggiò al Frans Hals Museum di Haarlem mentre loro sbrigavano alcune commissioni in città. Ed è stato amore a prima vista – o a seconda, che dir si voglia. Non ha importanza.

Ma devo ammettere che il mio preferito è quello appeso ai muri della Wallace Collection, e che giustamente è considerato il capolavoro di Hals: Il Cavaliere Sorridente. Completato nel 1624, non a torto è uno dei ritratti maschili più celebrati della storia dell’arte. Chi sia il gioviale signore dalle guance rosse che ci sorride complice dalla finestra del dipinto non si sa, che l’identità dell’uomo è sconosciuta, ma una cosa è certa non è un militare come l’accattivante titolo del quadro suggerisce. La ricchezza dell’abbigliamento, fa pensare piuttosto ad un ricco civile, forse il mercante di tessuti olandese Tieleman Roosterman. Che farsetti di questo tipo, così splendidamente ricamati, erano incredibilmente difficili reperire ed erano accessibili solo all’élite olandese, quella che intratteneva relazioni con la potente Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Un vero e proprio status symbol, insomma, non solo un’ostentazione di ricchezza, ma anche simbolo di appartenenza al circolo giusto.

Ma i quadri di Hals sono anche una disquisizione sulle complessità della moda maschile nell’Olanda del Seicento: a prima vista i soggetti dei suoi ritratti, uomini e donne, sono vestiti di nero e indossano i bianchi colletti in pizzo in voga all’epoca. Ma basta osservare con un po’ di attenzione per notare le sottili differenze indicanti non solo lo status sociale e la ricchezza del committente, ma anche l’evoluzione della moda con il passare del tempo. Cambiano il taglio dei capelli, la forma dei colletti (sempre candidi), la foggia e il materiale degli abiti (raso, seta o velluto), ma non il colore, sempre rigorosamente nero. Il nero era predominante, perché implicava “sobrietà e modestia. Ma il fatto che fosse di moda non era certo meno importante. Tanto che Van Gogh contò 27 sfumature di nero.

Portrait of a man, 1635, The Rijksmuseum, Amsterdam

I suoi contemporanei dicevano che i soggetti dei suoi ritratti erano così realistici che “sembravano vivere e respirare” sulla tela. E questo è certamente cero per questo ritratto del marcante Isaac Abrahamsz Massa. , Massa era un ricco mercante e diplomatico che trascorse diversi anni in Russia. Era anche un’amico di Hals, che lo ritrae in una posa particolarmente informale e innovativa. Con un gomito sopra lo schienale della sedia, Massa si gira a guardare qualcosa furi dal dipinto, le labbra socchiuse sorpreso nel mezzo di un discorso – immortalato per sempre in un fugace attimo di vita.

Portrait of Isaac Abrahamsz Massa, 1626. Collection Art Gallery Ontario, Toronto.

La pennellata morbida, carica di colore di Hals sembra galleggiare sulla tela, coagulandosi in cascate di spuma che in forma di ampi colletti, si adagiano morbidi sulle sete e sui velluti lucidi dei farsetti dei personaggi dipinti, nei fluttuanti polsini in pizzo che hanno la delicatezza di fiocchi di neve. Non a caso i suoi ritratti hanno l’immediatezza dei quadri di Manet, che dell’olandese ne era un grande ammiratore.

Londra//fino al 30 Gennaio 2022

Frans Hals: The Male Portrait @The Wallace Collection, Londra. #TheMalePortrait

2022 © Paola Cacciari

Giovanni Boldini. Lo sguardo nell’anima

Fino al 13 marzo 2022 –  Palazzo Albergati di Bologna  ospita una straordinaria mostra dedicata a Giovanni Boldini. Il fascino femminile, gli abiti sontuosi e fruscianti, la Belle Époque, i salotti: è il travolgente mondo di Giovanni Boldini, genio della pittura che più di ogni altro ha saputo restituire le atmosfere rarefatte di un’epoca straordinaria. […]

Giovanni Boldini. Lo sguardo nell’anima

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Gennaio in tempo di Covid 😷

In bed, 1893 Henri de Toulouse-Lautrec. Paris, Musée d’Orsay

L’inverno in generale e Gennaio in particolare, sono il periodo ideale per stare a letto, rintanati sotto le coperte. 🥱😴

Se poi ci si mette la diabolica triade freddo + pandemia + cassa integrazione, l’ibernazione sembra ancora più giustificata … 🥶

Verranno tempi migliori … 🤞

Ricomincia la Vita da Museo?

Dopo un assenza di dieci mesi (mancavo dal centro dalla fine di Febbraio) qualche giorno fa ho nuovamente varcato la soglia della National Gallery.

Ero emozionata come una scolaretta e non solo all’idea di riprendere la mia vita da museo, ma anche di uscire e di indossare qualcosa che non fosse il pigiama o la tuta da ginnastica, o (nel caso delle mie sporadiche sortite nel mondo, in genere per andare al supermercato…) un paio di jeans scoloriti e un maglione extra-large. O la mia colorata uniforme, quando mi capita tra un lockdown e l’altro, di riesumare il mio lavoro al museo.

Mi sono vestita con cura (o almeno più cura di quella che solitamente metto nel vestire, che devo ammettere negli ultimi anni è calata paurosamente…), mi sono spazzolata i capelli e ho persino applicato un velo di mascara. Gesti un tempo abituali che nel corso dell’ultimi mesi sono diventati obsoleti come il mio tanto amato abbonamento alla Royal Opera House. Capita.

E se il motivo principale è stato visitare la mostra che la galleria ha dedicato alla straordinaria Artemisia Gentileschi, la vera emozione me l’ha data il vagare a caso la sale semideserte di una della pinacoteche più belle del mondo. 🤩 Ho potuto alzare gli occhi e perdermi nella decorazione del soffitto senza timore di sbattere contro a qualcuno – o che qualcuno sbattesse contro di me. Ho vagato indisturbata nell’insolita quiete delle sale, ammirando avidamente le creazioni di Holbein, Canaletto, Tiziano, e Turner in silenzio e senza interruzioni e senza che qualcuno invadesse il mio “spazio” per farsi un selfie insieme, chesso’, agli elegantissimi Mr and Mrs Andrews di Thomas Gainsborough o all’impetuoso Marchese di Londonderry Charles Stewart, sapientemente dipinto da Sir Thomas Lawrence… 😒

The National Gallery, London 2020© Paola Cacciari

Ma soprattutto ho potuto ammirare le bellissime sale degli impressionisti, dove non metto mai piede perchè sempre terribbilmente affollate (l’ultima volta è stato tre anni fa, e solo perchè le mie cugine erano a Londra e volevano visitare questa sezione della NG), e ammirare finalmente quei capolavori senza dover rischiare di soffocare o di ricevere una gomitata nelle costole… 😲

The National Gallery, London 2020© Paola Cacciari
The National Gallery, London 2020© Paola Cacciari

Nella tragedia della pandemia, il Covid ha restituito ai musei il loro ruolo originale: quello di custodi delle opere d’arte, piuttosto che attrazioni turistiche o meri sfondi per profili Instagram. Nuove regole e il fatto che ora la prenotazione sia obbligatoria nonostante l’entrata resti gratuita, ha avuto l’effetto di scoraggiare una parte del pubblico e ora va al museo ora ci va perché lo vuole DAVVERO. Non posso negare che la cosa mi piace molto… 😏

2020© Paola Cacciari

La Battaglia dell’Aldi… 😉

Ieri al Museo, nella Photography Gallery, mi è capitata sotto agli occhi una foto del 1853 di Gustave Le Gray  che riproduce una scultura dell’Arco di Trionfo di Parigi intitolata La partenza dei volontari del 1792, detta anche La Marseillaise, dello scultore François Rude.

File:Attributed to Gustave Le Gray, "Marseillaise," Arc de Triomphe, Paris, about 1853.jpg
Attributed to Gustave Le Gray, “Marseillaise,” Arc de Triomphe, Paris, about 1853

E allora mi sono ricordata di questa meme che circolava su Internet lo scorso Aprile, in pieno Covid-lockdown, quando il popolo inferocito ha dato l’assalto a negozi e supermercati come fossero la Bastiglia, uscendo invece che con le le armi, con carrelli pieni di pasta, barattoli e carta igienica. Non a caso, è opportunamente intitolata Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Bataille de l'Aldi (Aprile 2020 D.C.)
Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Ora, con i casi di Covid che continuano ad aumentare senza sosta – cortesia dei covidioti che non non rispettano le regole, la distanza e non indossano la mascherina, Boris Johnson minaccia multe feroci e un un nuovo lockdown. E certo come il raffreddore in inverno, è il fatto che la gente ha ripreso ad assaltare i supermercati.😬 Corsi e ricorsi della storia… 🙄

I ritratti di Gauguin alla National Gallery

Chiunque sia vagamente familiare con la vita di Pablo Picasso sa che lo spagnolo era il prototipo di qualcuno che riesce allo tesso tempo ad essere un artista geniale ed un infimo essere umano – Picasso amava le donne, le amava e le consumava con avidità, e poi le abbandonava con crudele noncuranza quando appariva all’orizzonte un’opzione migliore. Certamente io lo pensavo che non avesse rivali in materia.

Ebbene mi sono dovuta ricredere, che su podio, almeno sul mio podio personale, c’è Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuana Hiva Oa, 1903).

Christ in the Garden of Olives, 1889. Photograph Paul GauguinNorton Museum of Art
Christ in the Garden of Olives, 1889. Photograph Paul GauguinNorton Museum of Art

Chi più chi meno, tutti conoscono la storia di Paul Gauguin, colui che decide di abbandonare la vita borghese (e con essa, anche la moglie e i cinque figli) per cerca la felicità dipingendo i luminosi colori dei Mari del Sud, a Tahiti. Tahiti che, oltre a quello di essere un paradiso di sole e colori, aveva altri vantaggi mica da ridere tipo quello che la vita era molto più economica che a Parigi o nella Francia in genere, e che essendo una colonia francese, Gauguin non solo non doveva imparare la lingua, ma poteva vivere la vita del ‘signorotto’ coloniale – con tutti i privilegi del caso.

Gauguin’s Woman of the Mango. Photograph Baltimore Museum of Art
Gauguin’s Woman of the Mango. Photograph Baltimore Museum of Art

Qui Gauguin rivela in pieno la sua autossessione dipingendosi incessantemente (gli autoritratti erano certamente economici non dovendo pangare il soggetto del dipinto) in varie guise, tra cui nei panni di Gesu’ Cristo con un incredibile barba arancione; chiama i francesi rimasti in Francia selvaggi e si porta a letto mezza Tahiti prima di sposare un’adolescente Teha’mana (e magari anche dopo) solo per morire di sifilide solo e come un cane sull’isola di Hiva Oa, nelle isole Marchesi. Mi verrebbe da pensare che ben gli sta, se la bellezza della sua arte non me lo impedisse.

Che devo dire che quando studiavo Storia dell’Arte all’Università o, prima, alle scule superiori, non mi sono mai posta il problema dell’essere umano che teneva in mano il pennello. Ma ora sí, ora che sono (ahem…) grande me lo pongo e devo ammettere che questo mi turba un po’. Come separare (o quantomeno riconciliare) l’emerito stronzo che era l’uomo-Gauguin, dal pittore della luce e del colore? Difficile, soprattutto quando guardo quei gialli ipnotici e i viola profondi che avvolgono il bruno della pelle delle sue amanti-modelle tahitiane.

Paul Gauguin, portrait of Louis Roy, 1893. Private collection
Paul Gauguin, portrait of Louis Roy, 1893. Private collection

Ma è davanti ai suoi numerosi autoritratti, e a quelli fatti ad amici e conoscenti come quello dell’artista louis Roy) o alle nature morte, che finisco per trascorrere il tempo maggiore, affascinata dalle sue larghe campiture di colore contenute a stento da una marcata linea nera di contorno, una sorta di smalto cloissonne su tela. Resta il fatto che si ha l’impressione di fare un viaggio nella mente di un voyeur e questa è una cosa che la National gallery non nasconde.

Image Paul Gauguin, 'Still Life with Apples, a Pear, and a Ceramic Portrait Jug', 1889. Harvard Art MuseumsFogg Museum Gift of Walter E. Sachs, 1958.292 Photo Imaging Department © President and Fellows of Harvard College
Image Paul Gauguin, ‘Still Life with Apples, a Pear, and a Ceramic Portrait Jug’, 1889. Harvard Art MuseumsFogg Museum Gift of Walter E. Sachs, 1958.292 Photo Imaging Department © President and Fellows of Harvard College

D’altra parte, Gauguin era figlio dei suoi tempi – tempi in cui il colonialismo giustificava questo ed altro: non è una novità. Almeno qui, alla National Gallery la storia è fuori alla luce del sole. Non resta che cercare la bellezza nei colori dei suoi quadri e dimenticare il resto.

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 26 gennaio 2020

 

Meyerbeer, Degas e la Grand Opéra

Pochi sanno che il Victoria and Albert Museum possiede più dipinti della National Gallery e che la sua collezione copre un periodo che va dal XV secolo ai giorni nostri. Questo dipinto di Edgar Degas (1834-1917), il grande impressionista, è uno dei più belli ed è stato la prima opera di Degas ad entrare in un museo britannico. La sua composizione dipinto è radicalmente anticonvenzionale e illustra la scena di un balletto visto dalla buca dell’orchestra o dalla platea e si concentra sui musicisti e sul pubblico invece che su quanto avviene sul palco.

The Ballet Scene from Meyerbeer’s Opera Robert Le Diable, Edgar Degas, 1876, France. © Victoria and Albert Museum, London

Raffigura “il balletto delle monache” una scena di Roberto il diavolo (Robert le Diable) famosa opera di Giacomo Meyerbeer, considerato il primo esempio di di Grand opéra, il cui libretto di Eugène Scribe e Germain Delavigne si ispira alla leggenda medioevale di Roberto il diavolo. La musica drammatica, l’armonia e l’orchestrazione dell’opera, il suo impianto melodrammatico e gli effetti scenici sensazionali (specie il suddetto balletto delle monache) fecero si che l’opera avesse un successo immediato e confermarono Meyerbeer come compositore leader del suo tempo.

la grand opéra  si afferma  sulla scena francese fra gli anni venti e gli anni ottanta dell’Ottocento. Generalmente in cinque atti e diretta ad un pubblico della borghesia urbana medio-alta, questo genere di opera aveva per soggetto su eventi storici caratterizzati da forti passioni, bruschi cambi di situazione e drammatici colpi di scena. E visto che il pubblico francese dell’epoca amava le trame avvincenti e fortemente emotive, nella grand opéra non potevano mancare scene spettacolari, cortei, sfilate e soprattutto grandi cori a cui viene affidato sempre più spesso un ruolo di primaria importanza. L’orchestrazione è costituita normalmente da un organico fortemente ampliato, per accentuare ulteriormente la spettacolarità e la tensione drammatica della pièce.

Altra caratteristica della grand opéra era  la presenza di un sontuoso balletto all’inizio del secondo atto. Ciò era necessario, non per ragioni estetiche, ma per soddisfare le esigenze dei ricchi e aristocratici mecenati dell’Opera, molti dei quali erano più interessati alle ballerine che all’opera, e non volevano che lo spettacolo interferisse con la loro cena. Fu in quel perido che il balletto divenne un elemento importante nel prestigio sociale dell’Opéra e per i compositori rifiutare questa tradizione significava subirne le conseguenze, come accadde ad un giovane Richard Wagner che tento’ di mettere in scena un Tannhäuser adattato come grand opera a Parigi nel 1861, che dovette essere ritirato dopo sole tre serate, in parte perché il balletto era nel primo atto e questo fece arrabbiare i membri del Jockey Club, che usavano presentarsi in platea non prima del secondo atto.

Tra i piu’ grandi esempi di grand opéra  Guglielmo Tell (Guillaume Tell) (1829) di Gioachino Rossini, Les vêpres siciliennes (1855) di Giuseppe Verdi, Faust (1859) di Charles Gounod e la piu’ grande delle grandi grand opéra francesi , il Don Carlos (1867) sempre del nostro Verdi nazionale.

2018 ©Paola Cacciari

Monet e l’architettura

Lo so, solo in Aprile parlando di Impressionism in London alla Tate Britain avevo scritto che un’altra mostra sull’Impressionismo non era necessaria. Ma questa della National Gallery non è strettamente una mostra sull’impressionismo, è  una mostra su Claude Monet (1840-1926) – il che significa impressionismo elevato all’ennesima potenza.

E se è  lecito sentirsi un po’ cinici al riguardo (io certamente lo ero pensando all’ennesima mostra sull’impressionismo) bisogna dire che questi sentimenti immeritevoli passano immediatamente non appena ci si trova davanti ai quadri del francese – o almeno ad alcuni dei sui quadri. Che nei suoi 86 anni di vita, Monet dipinse molto e non tutto era un capolavoro. Ma molte cose lo sono, e quando ci si trova davanti ad una di queste opere (o a quattro sulla stessa parete come nel caso delle tele della Cattedrale di Rouen in diversi momenti della giornata…) allora anche i più cinici ricordano immediatamete il perchè  di tanto can can ogni qualvolta si menziona il nome di Monet, l’impressionista per eccellenza. Semplice: perché Monet era un genio. I suoi paesaggi risplendono di blu, verdi, rosa e bianchi. È come se qualcuno ci avesse gettato negli occhi una manciata di pagliuzze dorate ed è una sensasione accecante.

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Left: Rouen Cathedral, Monet. 1894. Image courtesy Wikimedia Commons. Middle: Rouen Cathedral Façade, Sunset, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons. Right: Rouen Cathedral, Façade, Morning effect, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons.

Detto questo, il tema della mostra Monet and the architecture è un’altra scusa per allestire un altro blockbuster. Che basta guardare le sue tele per avere la conferma che a Monet dell’architettura importava un gran che, ma che era affascinato da quello che la luce faceva all’architettura e del come le guglie gotiche della cattedrale di Rouen e i palazzi veneziani la catturavano, giocandoci. Le sue immagini sfuocate e iridescenti non hanno nulla a che fare con solidi edifici di pietra e marmo , ma con l’atmosfera che li avvolge come una coperta intessuta di particelle dorate. Una carrellata di sublime bellezza

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 29 Luglio 2018
Monet and Architecture
National Gallery