10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1

Curando un blog che si chiama Vita da Museo, lavorando in un museo e vivendo a Londra, non potevo non ribloggare questo delizioso articolo di Aranna, altrimenti nota come La Sottile Linea d’Ombra… Buona lettura! (e a quanto pare questo e’ solo la prima parte1 🙂 )

La sottile linea d'ombra

Miei cari amanti della cultura, riuscireste ad immaginare qualcosa di più bello che poter visitare tutti i musei che volete senza spendere un centesimo?Oppure, ancora meglio, di potervi permettere di entrare liberamente in una galleria d’arte in una mezz’oretta libera, magari solo per perdervi di fronte ad un capolavoro che ammirate?

Ecco, tutto questo può succedere in Gran Bretagna.Una cosa che non finirò mai di ammirare di questo Paese infatti è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui ci si può infilare tranquillamente, senza nemmeno fare i biglietti oppure essere obbligati a depositare la borsa. Semplicemente, si varca la soglia e ci si immerge dove si preferisce: trovo sinceramente e spassionatamente questo che sia stupendo.

Dovete poi sapere che io sono una di quelle persone fastidiose che fotografano i quadri che vedono (per la precisione, uno scatto alle opere che reputo interessanti per qualunque minima ragione e…

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Gli impressioni australiani @ National Gallery

“In un paese bruciato dal sole”, penso mentre guardo sbalordita il quadro che mi sta davanti. Si tratta di Fire’s On di Arthur Streeton (1867-1943).

 Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Il collegamento con il libro di Bill Bryson, che nella traduzione italiana porta come titolo quella frase, mi sembra più che appropriato che questo paesaggio  è un’esplosione di colori densi  illuminati da una luce così accecante da sembrare quasi piatta e dura. Chiamarlo impressionistra mi sembra una forzatura che lo spazio qui non è indistinto e la luce non è morbida ed opalescente come nei quadri dei francesi. Anzi, qui le superfici sembrano aride e asciutte, come se il caldo sole degli antipodi avesse asciugato il colore troppo in fretta. Dipinto nel 1891 fa parte di quella  piccola chicca di mostra che è Australia’s Impressionists alla  National Gallery.

L’Australia mi sembra così lontana che mi sembra quasi impossibile pensare che l’Impressionismo francese sia arrivato pure down under. Ma ripensandoci, in fondo non è poi così strano: i contatti era frequenti almeno con Il Regno Unito che utilizzava questo continente per le colonie penali.

A Melbourne Streeton conosce due emigrati inglesi, Charles Conder (1868-1909) e Tom Roberts (1856-1931) e i tre diventano amici. Tre artisti artisti che avevano avuto l’opportunità durante viaggi e permanze in Europa di intravedere barlumi di modernità nei notturni di Whistler e nella luce mutevole dell’impressionismo francese e volevano adattare questo vocabolario visivo ai paesaggi di casa loro. E l’Australia del dell’Ottocento era un luogo sorprendentemente urbanizzato, basta guardare alcune tele di Steenton che raccontano di città sotto la pioggia (“Ma piove anche in Australia?” chiede perplessa la signora elegante che mi sta accanto alla sua amica…), di translatlantici che allagano di fumo l’aria del porto, di folle di persone con ombrelli. Il ricordo della piovosa Inghilterra in cui Roberts aveva studiato, pesa  su queste immagini, così come l’influenza del grande James Whistler.

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

Ma anche quando, come nel caso di Conder, provano a rappresentare un soggetto “europeo” come la spiaggia di Mentone, nessuno li potrà mai scambiare per impressionisti francesi che la loro pennellata è robusta e pesante, quasi aggressiva e decisamente più descrittiva che intuitiva. Il loro mondo è lontano da Antibes, e se vogliamo anche dall’Impressionismo stesso (certe immagini annegate nel sole mi ricordano più i macchiaoli che altro). E’ come parlare una lingua straniera: il vocabolario c’è, ma l’accento della terra d’origine resta nonostante gli anni di pratica. E parlo per esperienza. Il paesaggio australiano è misterioso, imponente, a tratti persino minaccioso. Nella pennellata di Streeton si percepisce l’urgenza di fermare sulla tela questa intensità anche quando dipinge un paesaggio marino come Ariadne, dove Arianna e’ abbandonata nel sole accecante degli antipodi: una figuretta solitaria sulla spiaggia bianchissima, contro il turchese dell’oceano.

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Il quarto e ultimo della compagnia è John Peter Russell (1858- 1930). Nato  a Sidney, alla morte del padre (un ingegnere australiano) riceve un conspicua eredità che gli permette di scambiare l’ingenieria per l’arte. Nel 1881 il nostro eroe lascia il sole di Sydney per la pioggia e lo smog di Londra prima, dove si iscrive alla Slade School of Fine Art (l’Accademia di Belle Arti) e poi per Parigi. Fu qui che s’imbatté in Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Monet, Sisley e Matisse. Restera’ in Francia per trent’anni e ritorna in Australia da vecchio. Certo, i suoi turbolenti paesaggi marini sono esplosioni vorticose di blu, verde e bianco. Sono confusi, sfocati e così intensi che paiono infrangersi sul vetro della cornice.

 

Londra//fino al 26 Marzo 2017

Australia’s Impressionists @ National Gallery

nationalgallery.org.uk

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

 

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Oltre Caravaggio (ci sono i caravaggeschi). A Londra.

È difficile pensare ad un artista la cui vita sia più avvincente  di quella di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610). Ho sempre pensato a lui come un Baudelaire in versione pittorica: geniale, violento, autodistruttivo e decisamente fuori dagli schemi. Certamente la sua vita sembra uscire da un romanzo d’avventure. Basti pensare che nei primi anni del XVII secolo, fu citato in tribunale in almeno 11 occasioni con accuse che andavano dall’imprecare contro un agente, allo scrivere versi satirici a spese di un pittore rivale, e tirare un piatto di carciofi in faccia a un cameriere. Che avesse un caratteraccio appare chiaro fin da subito ce lo dice Giovan Pietro Bellori (1613-1696) he di Caravaggio fu uno dei biografi, il quale sostiene che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già famoso per le risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio durante una rissa. In fuga da Milano, scappa dapprima a Venezia per poi investire la Roma papalina con la violenza di un ciclone, spazzando via le sdolcinate immagini di santi che popolavano l’iconografia contemporanea e sostituendole con le sue vigorose visioni della cruda realtà. Ma nel 1606 fu costretto a fuggire anche da Roma, dopo aver ferito mortalmente Ranuccio Tomassoni durante una rissa in Campo Marzio causata da una controversia su una partita di pallacorda, una sorta di tennis. Il verdetto del processo fu severissimo e Caravaggio viene condannato a morte. Trova rifugio nella Napoli spagnola. Trascorse il resto della sua vita a fuggire dalle sue azioni, prima di collassare sulle sponde della Toscana, morendo a Porto Ercole il 18 luglio del 1610 durante il viaggio di ritorno a Roma per chiedere perdono al Papa.

E i suoi dipinti non erano meno audaci e provocatori dell’uomo che li aveva creati. A cominciare dal fatto che il nostro Caravaggio ricorresse per i suoi quadri alla gente comune, il popolino, che utilizzava come modelli dipingendoli dal vero, direttamente sulla tela ignorando allegramente i precetti dell’accademia sul disegno preparatorio. L’altra novità è il drammatico chiaroscuro che più che un come violento contrasto di parti illuminate e di parti in ombra. Secondo il Bellori, il nostro eroe:

“non faceva mai uscire all’aperto del Sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna di una camera rinchiusa, pigliando un lume alto, che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il rimanente in ombra, affine di recar forza con veemenza di chiaro e di scuro”.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio Saint John the Baptist in the Wilderness, about 1603-4. The Nelson – Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri.

Questa luce, che piomba improvvisa nell’ambiente oscuro, colpisce gli oggetti e le figure, illuminandone alcuni lati, altri lasciandone nell’ombra, modellando i corpi, facendone risaltare il volume e la massa. Ma questa luce che sembra provenire da una sorgente ben definita e’ in realtà molto meno vera di quella di un Tiziano o di un Tintoretto. L’ombra di Caravaggio ha un valore negativo di qualcosa che esiste solo in assenza della luce. Da questa oscurità emergono le figure, in primo piano, davanti all’osservatore. Sfido chiunque a guardare il magnifico San Giovanni Battista di Kansas City senza farsi venire le palpitazioni, anche Ottavio Costa, il banchiere che lo aveva commissionato nel 1604 come pala d’altare per il piccolo oratorio di un feudo di sua proprietà. Pare che il dipinto gli piacque al punto tale che ne fece fare una copia per l’oratorio conservando l’originale nella sua collezione…

Questa combinazione di realismo e luce drammatica fa di Caravaggio l’indiscussa superstar della Controriforma: tutti volevano i suoi dipinti (tutti quelli che non erano il popolo, sia chiaro – che quest’ultimo non amava vedersi ritratto troppo fedelmente…) e tutti volevano dipingere come lui anche se, diciamocelo chiaramente, nessuno ci riesce nonostante alcuni eccezionai tentativi come quelli di Mattia Preti di Jusepe de Ribera.

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The Crucifixion of Saint Peter (1656–59), Mattia Preti, called II Calabrese. © The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham

È solo che l’opera di Caravaggio possiede un fuoco interiore che nessun seguace riesce a riprodurre. Sembra impossibile che la stessa mano che maneggiava la spada con tanta facilità potesse accarezzare il pennello con tanta destrezza e maestria. Prendiamo la Cattura di Cristo che prima d’ora non aveva mai visto dal vivo. Dire che è un capolavoro è riduttivo. Quel quadro sembra parlare. La violenza del dramma si svolge sotto il nostri occhi con un dramma immutato dal tempo: l’espressione rassegnata di Gesù condannato dal bacio di Giuda, la metallica solidità del gendarme in armatura che contrasta con le sofficii pieghe della veste di Cristo, l’urlo sconvolto di San Giovanni in fuga, in netto contrasto con l’espressione pragmatica del personaggio che con la lanterna che illumina la scena (secondo Roberto Longhi un autoritratto del Caravaggio stesso) simbolo della ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore aspirava.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Davanti ad una pittura così rivoluzionaria, a quel realismo che raggiunge vette impensate (i piedi, le unghie sporche) e che spaventava i popolani, ma attirava nobili e cardinali come le  mosche, non sorprende che molti pittori cercassero di imitarlo e di imitare il suo uso del chiaroscuro. E questi suoi seguaci, i cosidetti caravaggeschi, sono  il soggetto della mostra della National Gallery – l’indizio è nel titolo Beyond Caravaggio anche se pochi notano quel “beyond” saltando direttamente al “Caravaggio” che lo segue. Una dimostrazione che ancora una volta basta mettere il suo nome nel titolo di una mostra per garantire code che girano intorno al isolato.

Di fatto pochi seguaci di Caravaggio lo incontrarono di persona a Roma, ma molti di loro restarono travolti dalla sua pittura come da una mareggiata violenta. Almeno fino a quando la mareggiata non si ritito’ e questi seguaci decisero di intraprendere altre strade. Che a differenza dei suoi etreni rivali i bolognesi Carracci, il nostro Michelangelo Merisi era troppo impegnato a bisticciare con tutti e a scappare dalle conseguienze deille sue azioni per fermarsi e pensare a intituire un’accademia come quella carraccesca a Bologna di cui potesse essere il caposcuola. ma nel frattempo per gran parte del XVII secolo il caravaggismo diventa uno degli stili pittorici piu’ affermari a Roma e in Europa. Il chiaroscuro caravaggesco piace e così si ha chi cerca di copiarlo fedelmente, come il suo servitore, assistente, modello e amante Cecco di Caravaggio e i pittori della sua cerchia, come Antiveduto Grammatica e Bartolomeo Manfredi, e chi ne prende il chiaroscuro e il vigore espressivo adattandolo al proprio stile classico come il mio concittadino carracesco Guido Reni. La lista è lunga, e include pittori del calibro di Orazio Gentileschi, che era stato amico di Caravaggio ed era l’unico dei suoi seguaci ad essere piú anziano di lui, e sua figlia Artemisia

Gerrit van Honthorst, 'Christ before the High Priest', about 1617

Gerrit van Honthorst, ‘Christ before the High Priest’, about 1617

Certo, coloro che abitavano a Roma o vi erano di passati ad un certo punto della loro vita, erano avvantaggiati dal fatto di avere (o aver avuto per qualche tempo) sotto gli occhi i dipinti del maestro, come il fiammingo Gerrit van Honthurst detto anche “Gherardo delle Notti” che visitò Roma in gioventù e non dimenticò mai la lezione del chiaroscuro caravaggesco, riproponendolo in scene di taverna con musicisti e giocatori d’azzardo, ma anche scene della vita di Cristo, sempre illuminate da una sola candela.

Ma la mancanza degli originali non ha mai fermato mai nessuno dei suoi seguaci, neanche quelli che a Roma non c’erano mai stati e l’opera di Caravaggio la conoscevano solo attraverso le copie di altri, come il francese Georges de La Tour con le suggestive scene notturne illuminate da candele e molti altri caravaggeschi d’oltralpe. C’è poi chi rielabora il drammatico chiaroscuro del maestro adattandolo ad una tradizione culturale diversa, creando uno stile originalissimo, come il divino Pieter Paul Rubens. Ma questa, ancora una volta, è un altra storia.

 

Londra// fino al 15 Gennaio 2017
Beyond Caravaggio

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

 

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Europa, che passione!

Il Victoria and Albert Museum è un museo in continua evoluzione. Il Future Plan, il progetto di rinnovamento sistematico del museo di South Kensington, ha visto negli ultimi 10 anni la riapertura dell’Islamic Gallery, del nuovo giardino (con quella che nel giro di settimane dall’apertura è diventata la piscina della zona), il ristorante, con la restituzione al loro ruolo originale di quei capolavori Arts and Crafts che sono le Morris, Gamble e Poynter Rooms; eppoi il negozio, la sala dell’architettura, la Furniture Gallery, dedicata alla storia dei mobili; la Weston Cast Court, la sala delle copie in gesso italiane, oltre naturalmente ai mastodontici progetti durati anni delle gallerie delle Ceramiche e del Medioevo e Rinascimento. Ultimo fiore all’occhiello di un sempre mutabile museo, le nuove sale dedicate all’arte europea del XVII e XVIII secolo, aperte nel Dicembre 2015.

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Le ricordo quando erano ancora note come Jones Collection, dal nome dell’uomo d’affari John Jones che nel 1882 lasciò la sua grande collezione di arti decorative e al Museo per il bene della nazione: erano buie e claustrofobiche e spente, con le finestre coperte e i soffitti abbassati, secondo la moda degli anni Settanta che voleva nascosto alla vista ogni elemento – anche solo remotamente originale – dell’architettura vittoriana. Odiavo lavorarci: la luce era cosi bassa che non riuscivo a leggere le etichette esplicative. Fortunatamente la moda è cambiata e la struttura originale del bellissimo edificio edoardiano di Sir Aston Webb è stata riportata alla luce. Il risultato sono sale ampie e dai soffitti alti, in cui luce e aria circolano liberamente.

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E sono magnifiche. Il percorso espositivo si srotola in ordine cronologico e ci accompagna dalla Roma Barocca di Borromini e Bernini, il cui magnifico Nettuno e Tritone accoglie i visitatori con la grandiosità tipica del nostro compatriota, alla Francia Luigi XIV e la Russia di Caterina la Grande, passando dall’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, Napoleone e Waterloo.

Sono anni cruciali questi, due secoli che hanno cambiato il volto dell’Europa che vedono il nascere e svilupparsi di nuove relazioni politiche e culturali, e la crescita e lo sviluppo di un commercio globale volto a soddisfare nuovi bisogni.

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Bedroom cabinet, left, covered in intricate flower patterns and veneered with ivory and tortoiseshell, attributed to Pierre Gole (1620-1684); right, a nautilus shell cup and case with enamelled gold mounts and featuring dragonflies, made in the Netherlands, c1620

Molte delle cose che al giorno d’oggi diamo per scontate nella nostra vita – il tè , il caffè, la cioccolata, i mobili più confortevoli, i teatri, la moda – persino il concetto di tempo libero, nascono in questo periodo. Il comfort diventa alla portata di tutti e ogni gentiluomo che si rispetti può in questo periodo viaggiare portando con sè il necessario per la toilette.

Personaggi ed eventi che hanno cambiato per sempre il corso della storia (e che sono inspiegabilmente e scandalosamente assenti dal curriculum scolastico britannico) sono stipati in un periodo di tempo relativamente breve.E in un momento come questo in cui il dibattito sull’uscita o meno della Gran Bretagna dall’Europa è all’ordine del giorno, trovo che queste sale siano particolamente significative per comprendere l’Europa di oggi attraverso la storia dell’Europa di ieri.

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Marble bust of Napoleon I, after a plaster model by Antoine- Denis Chaudet

Non solo infatti si tratta di un grandioso display di magnifici oggetti, ma – alla vigilia del Referendum che snacira’ il futuro piu’ o meno europeo del Regno Unito- un potente monito che nessuno stato  è un’isola – anche se quell’isola è la Gran Bretagna. E soprattutto, non quando si parla di una città come Londra. Lo stesso museo infatti è un microcosmo dell’Europa, a partire dal direttore, il tedesco Martin Roth alla miriade di colleghi internazionali che, sparsi in ogni dipartimento, fanno funzionare la grande macchina del museo.

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E se i musei di oggi non possono offrire soluzioni pratiche alle spinose questioni politiche attuali, possono comunque fornire alla gente gli strumenti necessari per comprendere e apprezzare le altre culture, celebrarne i trionfi e imparare dalle tragedie. Approfittiamo gente, approfittiamone…

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Sonia Delaunay, la donna che fece danzare il colore

Ci sono cose che Tate Modern fa davvero bene, come il dare ad artisti sottovalutati dalla storia dell’arte il dovuto riconoscimento. E in questo caso nulla è più vero di Sonia Terk (1885-1979), russa (ucraina per essere precisi…) di nascita e parigina d’adozione che ha trovato la sua voce tra le avanguardie della Parigi del primo Novecento e che merita in tutto e per tutto questa bellissima mostra. Che questa donna straordinaria quando si parla di astrattismo ci sa davvero fare. Così tanto che presto comincia ad utilizzare questo suo talento per creare tessuti e oggetti per l’arredamento che poi vende. Le prime sale (forse le mie preferite) ci offrono l’immagine di una giovane artista che vede il mondo in colori complementari e dove l’influenza del Fauvismo dell’Espressionismo sono evidentissimi nei verdi acidi, nei gialli accesi a malapena contenuti da una grossa linea di contorno che sembra cedere alla forza del colore da un momento all’altro.

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Sonia Dealynay, Philomene (1907)

Il passaggio all’astrattismo avviene in modo quasi brusco, contemporaneamente al suo matrimonio con Robert Delaunay e insieme sviluppano il Cubismo Orfico (anche detto Orfismo). E improvvisamente la sua creatività è liberata. Ma Sonia rifiuta di limitare se stessa alla pittura, portando l’Orfismo oltre i confini della tela.

Sonia Delaunay, Prismes electriques 1914 (Download high resolution image 670.56 KB) Prismes electriques 1914 © Pracusa 2013057 © CNAP

Sonia Delaunay, Prismes electriques 1914 Prismes electriques 1914 © Pracusa 2013057 © CNAP

La sua arte si espande ai tessuti e agli arazzi all’arredamento d’interni arrivando persino alla danza con la sua collaborazione per i rivoluzionari costumi per i Ballets Russes di Sergei Pavlovich Diaghilev.

Coat made for Gloria Swanson 1923-24. Private collection © Pracus

Coat made for Gloria Swanson 1923-24. Private collection © Pracus

Le sue creazioni piacciono alle star di Hollywood come Gloria Swanson e sono vedute da Liberty of London e i suoi tessuti diventano così popolari che, negli anni Venti, Sonia finisce con l’aprire a Parigi l’Atelier Simultané. I suoi tessuti sono veri e propri wearable art-pieces, realizzati con i colori vivaci delle sue pitture e sapentemente pubblicizzati da foto in bianco e nero che la ritraggono nella sua casa di Parigi circondata da oggetti d’arredamento da lei creati e indossando abiti da lei disegnati. Ma bisogna aspettare la morte del marito Robert nel 1941. perchè il genio creativo di Sonia Dealunay sia pienamente riconosciuto (fu la prima donna a cui fu dedicata una retrospettiva al Louvre nel 1964 e ad essere decorata con la Legion d’Onore francese nel 1975) dopo essere stata oscurato dalla fama del marito per gran parte della sua vita. Come ancora oggi spesso accade alle donne che lavorano, la Delaunay-madre ha avuto il sopravvento sull’artista e per molti anni Sonia smise i dipingere per dedicarsi alla famiglia e al figlio. Senza dimenticare che è stato il suo successo come designer che ha permesso alla famiglia (e a Robert) di sopravvivere.

Court shoes, 1925. Courtesy Musée de la Mode et du Textile, Paris

Court shoes, 1925. Courtesy Musée de la Mode et du Textile, Paris

Questa è la storia di una donna resistente ed esuberante che ha visto l’arte in tutto e nonostante disastri familiari e finanziari e due guerre mondiali non si è mai arresa e ha continuato a reinventarsi, risorgendo dai suoi fallimenti come l’araba fenice per colorare il suo mondo (e quello degli altri) dei colori della sua anima. Questa è la prima mostra a lei dedicata in Gran Bretagna ed è davvero da non perdere.

Londra// Sonia Dealunay, fino al al 9 Agosto

Tate Modern

tate.org.uk

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da rivaleggiare. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots

The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Noi (Us) David Nicholls

Douglas Pertersen ha 54 anni, un bel lavoro (è uno biochimico di successo) una bella casa, una bella moglie con un passato da artista e un figlio diciottenne in procinto di iniziare l’università.
Douglas è un uomo comprensivo e capisce e che la moglie sente il bisogno di ritrovare se stessa ora che Albert (detto Albie) sta per lasciare la famiglia per iniziare la sua grande avventura nel mondo degli adulti. Solo, lui pensava che le loro ri-scoperte le avrebbero fatte insieme. Per cui quando una sera, Connie gli dice che il loro matrimonio è arrivato al capolinea e che intende lasciarlo, Douglas si ripromette che il loro ultimo viaggio, il Grand Tour che avevano programmato insieme ad Albie e che li porterà attraverso mezza Europa, sarà assolutemente indimenticabile e li riavvicinerà.  D’altra parte, gli hotel sono prenotati, i treni pure, gli itinerari stampati.
Cosa può andare male?

Naturalmente, come vuole la Legge Murphy, tutto quello che può andare male lo farà.

A cinque lunghi anni di distanza dal suo Un Giorno, David Nicholls ci premia con questo bellissimo, tenero, dolceamaro Noi. Un libro brillante in tutti i sensi, non solo perché è un viaggio tra sentimenti che tutti conosciamo (la paura di deludere e il coraggio di mettersi in gioco, il rapporto tra genitori e figli e tra marito e mogli quando questi ultimi se ne vanno lasciando un inevitabile senso di vuoto), ma perché  ci porta per mano tra gli scenari suggestivi di mezza Europa tra cui casa nostra (Venezia, Firenze, Siena, Roma, cita persino la mia Bologna!), raccontandoci per via anche l’atmosfera bohémienne della Londra anni Ottanta. Ed è con un certo rimpianto che si arriva alla fine, ma come spesso accade nei libri di Nicholls, anche in questo la speranza nel futuro trionfa sempre.

9780340897010[1]