Meyerbeer, Degas e la Grand Opéra

Pochi sanno che il Victoria and Albert Museum possiede più dipinti della National Gallery e che la sua collezione copre un periodo che va dal XV secolo ai giorni nostri. Questo dipinto di Edgar Degas (1834-1917), il grande impressionista, è uno dei più belli ed è stato la prima opera di Degas ad entrare in un museo britannico. La sua composizione dipinto è radicalmente anticonvenzionale e illustra la scena di un balletto visto dalla buca dell’orchestra o dalla platea e si concentra sui musicisti e sul pubblico invece che su quanto avviene sul palco.

The Ballet Scene from Meyerbeer’s Opera Robert Le Diable, Edgar Degas, 1876, France. © Victoria and Albert Museum, London

Raffigura “il balletto delle monache” una scena di Roberto il diavolo (Robert le Diable) famosa opera di Giacomo Meyerbeer, considerato il primo esempio di di Grand opéra, il cui libretto di Eugène Scribe e Germain Delavigne si ispira alla leggenda medioevale di Roberto il diavolo. La musica drammatica, l’armonia e l’orchestrazione dell’opera, il suo impianto melodrammatico e gli effetti scenici sensazionali (specie il suddetto balletto delle monache) fecero si che l’opera avesse un successo immediato e confermarono Meyerbeer come compositore leader del suo tempo.

la grand opéra  si afferma  sulla scena francese fra gli anni venti e gli anni ottanta dell’Ottocento. Generalmente in cinque atti e diretta ad un pubblico della borghesia urbana medio-alta, questo genere di opera aveva per soggetto su eventi storici caratterizzati da forti passioni, bruschi cambi di situazione e drammatici colpi di scena. E visto che il pubblico francese dell’epoca amava le trame avvincenti e fortemente emotive, nella grand opéra non potevano mancare scene spettacolari, cortei, sfilate e soprattutto grandi cori a cui viene affidato sempre più spesso un ruolo di primaria importanza. L’orchestrazione è costituita normalmente da un organico fortemente ampliato, per accentuare ulteriormente la spettacolarità e la tensione drammatica della pièce.

Altra caratteristica della grand opéra era  la presenza di un sontuoso balletto all’inizio del secondo atto. Ciò era necessario, non per ragioni estetiche, ma per soddisfare le esigenze dei ricchi e aristocratici mecenati dell’Opera, molti dei quali erano più interessati alle ballerine che all’opera, e non volevano che lo spettacolo interferisse con la loro cena. Fu in quel perido che il balletto divenne un elemento importante nel prestigio sociale dell’Opéra e per i compositori rifiutare questa tradizione significava subirne le conseguenze, come accadde ad un giovane Richard Wagner che tento’ di mettere in scena un Tannhäuser adattato come grand opera a Parigi nel 1861, che dovette essere ritirato dopo sole tre serate, in parte perché il balletto era nel primo atto e questo fece arrabbiare i membri del Jockey Club, che usavano presentarsi in platea non prima del secondo atto.

Tra i piu’ grandi esempi di grand opéra  Guglielmo Tell (Guillaume Tell) (1829) di Gioachino Rossini, Les vêpres siciliennes (1855) di Giuseppe Verdi, Faust (1859) di Charles Gounod e la piu’ grande delle grandi grand opéra francesi , il Don Carlos (1867) sempre del nostro Verdi nazionale.

2018 ©Paola Cacciari

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Monet e l’architettura

Lo so, solo in Aprile parlando di Impressionism in London alla Tate Britain avevo scritto che un’altra mostra sull’Impressionismo non era necessaria. Ma questa della National Gallery non è strettamente una mostra sull’impressionismo, è  una mostra su Claude Monet (1840-1926) – il che significa impressionismo elevato all’ennesima potenza.

E se è  lecito sentirsi un po’ cinici al riguardo (io certamente lo ero pensando all’ennesima mostra sull’impressionismo) bisogna dire che questi sentimenti immeritevoli passano immediatamente non appena ci si trova davanti ai quadri del francese – o almeno ad alcuni dei sui quadri. Che nei suoi 86 anni di vita, Monet dipinse molto e non tutto era un capolavoro. Ma molte cose lo sono, e quando ci si trova davanti ad una di queste opere (o a quattro sulla stessa parete come nel caso delle tele della Cattedrale di Rouen in diversi momenti della giornata…) allora anche i più cinici ricordano immediatamete il perchè  di tanto can can ogni qualvolta si menziona il nome di Monet, l’impressionista per eccellenza. Semplice: perché Monet era un genio. I suoi paesaggi risplendono di blu, verdi, rosa e bianchi. È come se qualcuno ci avesse gettato negli occhi una manciata di pagliuzze dorate ed è una sensasione accecante.

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Left: Rouen Cathedral, Monet. 1894. Image courtesy Wikimedia Commons. Middle: Rouen Cathedral Façade, Sunset, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons. Right: Rouen Cathedral, Façade, Morning effect, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons.

Detto questo, il tema della mostra Monet and the architecture è un’altra scusa per allestire un altro blockbuster. Che basta guardare le sue tele per avere la conferma che a Monet dell’architettura importava un gran che, ma che era affascinato da quello che la luce faceva all’architettura e del come le guglie gotiche della cattedrale di Rouen e i palazzi veneziani la catturavano, giocandoci. Le sue immagini sfuocate e iridescenti non hanno nulla a che fare con solidi edifici di pietra e marmo , ma con l’atmosfera che li avvolge come una coperta intessuta di particelle dorate. Una carrellata di sublime bellezza

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 29 Luglio 2018
Monet and Architecture
National Gallery

Rodin e la Grecia

La mia prima impressione quando ho varcato la soglia della mostra del British Museum è stata che quella volta avrei rischiato davvero la sindrome di Stendhal. Una reazione più che normale se volete, quando un comune mortale si trova davanti a qualcosa di davvero sublime. Signori e Signore, ecco a voi Rodin e Fidia. Due divinità della storia dell’arte, due talenti colossali, due geni così lontani nel tempo eppure così vicini nella rappresentaione dell’emotività più pura e viscerale. Due artisti che a distanza di millemmi hanno rivoluzionato il modo di vedere di percepire la forma umana.

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The two goddesses from the Parthenon with Rodin’s Pallas (Athena) and The Kiss. Photograph: James Gourley/REX/Shutterstock

L’ultima grande mostra su Rodin è stata alla Royal Acdemy nel 2007 (una mostra che ho visto) e io ho la fortuna di lavorare in un museo con una bella collezione di sculture di Rodin donati dall’artista stesso (sono 18 bronzi e magari un giorno ci scrivo un post…). Sebbene al British Museum manchino dall’esposizione le famose Porte dell’Inferno precedentemente esposta alla Royal Academy, e ispirate alla Divina Commedia di Dante, ci sono tuttavia singoli elementi di questo immenso capolavoro, neanche a dirlo capolavori essi stessi come Il Pensatore, Il bacio tra Paolo e Fracesca, La Caduta.

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Auguste Rodin (1840–1917), The Kiss, large version, after 1898, Plaster, cast from first marble version, of 1888–98 (Musée Rodin)

Della precedente retrospettiva ricordo bene I Borgomastri di Calais, una scultura emotivamente imponente quanto le sue dimensioni. Rodin capì che una delle idee più potenti nell’arte antica è il pathos. Il corpo può esprimere dolore in muscoli tesi, pose strazianti. Ecco perché le figure angosciate dei borghesi di calais che esprimono la tragedia con la punta delle loro dita (letteralmente – quelle dita contorte dicono tutto), è il più autentico dei capolavori di Rodin, anche se ha un tema medievale.

The Burghers of Calais by Auguste Rodin
The Burghers of Calais by Auguste Rodin

Rodin non visitò mai la Grecia – troppo calda, troppo lontana e lui era troppo malato. Ma trova la sua Grecia tra le sale del British Museum, tra i marmi portati in Inghilterra un secolo prima dall’avventuriero Lord Elgin. Quei marmi meravigliosi che mi riempiono di stupore ogni volta che ci poso l’occhio. Rodin ammassa una tale collezione di arte greca e romana da farsi costruire una villa fuori Parigi per ospitarla. Lo farei anch’io. Come non gioire alla vista dell’interazione tra queste divine creature di marmo e bronzo eppure così incredibilmente pieni di vita pulsante? #RodinExhibition

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 29 Luglio 2018

Rodin and the Art of Ancient Greece

British Museum

Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 3)

Impressionismo Russo (parte terza) da La Sottile Linea d’Ombra

La sottile linea d'ombra

Come si traducono in Russia le innovazioni e le suggestioni scaturite in tutta Europa con l’impressionismo, a partire dalla Francia?

Cercando di rispondere a questa domanda, siamo ormai giunti alla terza e ultima puntata del viaggio immaginario nei meandri dell’impressionismo russo. Oggi condivido con voi le storie, e soprattutto i quadri, di due artisti che mi sono tenuta in serbo per questo gran finale.

Isaak Il’ič Levitan (1860-1900)

Isaak-Levitan-vento-fresco-1895 Isaak Levitan, Vento fresco, 1895

Levitan, figlio di un rabbino, nasce in Lituania, da una famiglia povera ma colta. Da ragazzo, si trasferisce a Mosca e viene ammesso all’Istituto tecnico di pittura, scultura e architettura, dove tra i suoi maestri troviamo l’ormai noto Vasilij Polenov.

Nel 1875 si assiste alla morte della madre, mentre il padre si ammala di tifo al punto da non poter lavorare. Levitan riesce a sopravvivere e a mantenere i suoi fratelli grazie alle sue doti artistiche…

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Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 2)

Impressionismo Russo (parte seconda) da La Sottile Linea d’Ombra

La sottile linea d'ombra

Come si traducono in Russia le innovazioni e le suggestioni scaturite in tutta Europa con l’impressionismo, a partire dalla Francia?

Nel tentativo di rispondere a questo interrogativo, nello scorso articolo ho iniziato ad introdurre questo tema e ad analizzarlo attraverso le personalità più significative, mentre oggi vi racconterò di tre altri grandi artisti, che sono sicura si riveleranno molto interessanti. Senza ulteriori indugi, direi quindi di partire per la seconda tappa di questo viaggio immaginario.

Konstantin Alekseevič Korovin (1861-1931)

Konstantin-Korovin-idillio-nordico_1886 Konstantin Korovin, Idillio nordico, 1886.

Da quanto ho visto e letto, Konstantin Korovin è l’impressionista russo per eccellenza. Come altri di cui ho parlato, studia presso l’Instituto di Belle Arti di Mosca ed è allievo di Vasilij Dmitrievič Polenov, che lo inizia alla pittura en plein air e alle sperimentazioni della Francia e dintorni.

Osservando le sue opere, mi colpiscono soprattutto le pennellate e l’importanza che rivestono i giochi di luci e…

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Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 1)

La mia passione per la Russia è di antica data, così come per la sua arte. Godetevi questi tre bellissimi articoli di Arianna de La Sottile Linea d’Ombra. Buona lettura!

La sottile linea d'ombra

Cosa vi viene in mente quando sentite nominare l’arte russa? Scommetto che le risposte possono essere facilmente tre: le icone, le avanguardie e le monumentali sculture e architetture tipiche sovietiche.

Difficilmente a qualcuno verrà in mente l’impressionismo, e devo dire che anche io non ne sapevo molto, ma ho avuto la fortuna di documentarmi grazie ad un souvenir di Mosca ricevuto dai miei genitori, un libro che mi ha fatto scoprire un nuovo universo e da cui ho preso molto di quello che sto per scrivere (Painting of the Late 19th and Early 20th Centuries. Masterpieces of the Tretyakov Gallery, Mosca 2016).

Oggi infatti non sono qui per raccontarvi degli aspetti più noti e celebrati dell’arte russa, ma per introdurre una nuova sfaccettatura di quel movimento artistico che ha reso possibili le avanguardie e più in generale l’avvento dell’arte contemporanea, quell’impressionismo che dalla Francia si è allargato…

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Impressionisti in trasferta o francesi in esilio? A Tate Britain

“Per una mostra che si chiama Impressionism in London, di impressionismo non c’è davvero un gran che…” penso mentre mi aggiro alquanto perplessa per le sale della mostra della Tate Britain.

Adoro l’Impressionismo, e non ho neppure messo in discussione il fatto che si trattasse dell’ennesima mostra sul soggetto (l’ennesima mostra annuale, che non passa anno che non ci sia qualche evento sul tema…) solo per realizzare una volta arrivata all’ultima sala che di impressionismo c’è solo (appunto) l’ultima sala. Come se i curatori si fossero ricordati solo all’ultimo momento del titolo della mostra. Non fraintendetemi: quello che c’è appeso alle pareti della Tate, è stupendo che con nomi come Monet Pizarro mica si scherza. Ma è davvero poco, e arriva quando uno ha ormai perso la speranza e ha cominciato a chiedersi se per caso sia finito nella mostra sbagliata…

L’idea di fondo è affascinante. Lo scoppio della guerra franco-prussiana costringe Claude Monet, Camille Pissarro e Alfred Sisley a fuggire a Londra dove Charles Francois Daubigny, artista li presenta al gallerista Paul Durand-Ruel.  E guardando alla luminosa bellezza delle immagini della Londra vittoriana (tele spesso di piccole dimensioni eseguite con pennellate di colore puro giustapposte) che i francesi hanno dipinto durante i loro breve soggiorno in Inghilterra, uno si accorge che la che la più grande delle rivoluzioni pittoriche del XIX secolo sia accaduta alla periferia di Londra. Per Durand-Ruel fu amore a prima vista. Tornato a Parigi nel 1872, iniziò immediatamente a comprare i dipinti di questa nuova entusiasmante generazione di artisti estendendo i suoi acquisti anche ad altri del gruppo come Alfred Sisley, Edgar Degas e Édouard Manet.

The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud
The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud

La mostra poteva finire qui, in un paio di sale invece che nelle otto attuali. Ma questo non sembra preoccupare minimamente i curatori che, gettata l’esca con il titolo altisonante volto ad attirare il grande pubblico, si sono potuti dedicare al vero tema della mostra, che è quello della storia sociale degli artisti francesi emigrati. Finita la guerra, mentre Monet & C. si affrettano a tornare ai boulevard parigini, altri artisti francesi si affrettano a loro volta ad attraversare la Manica per occupare il posto lasciato libero dai talentuosi impressionisti nel mondo artistico londinese. Come i mediocri Alphonse Legros (1837- 1911)  e Jules Dalou (ai quali è  dedicata una vasta sala) a casa propria nel mondo artistico vittoriano di cui condividevano la visione conservatrice.

 The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate
The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate

Ma ci sono opere stupende come quelle di James Tissot,  pittore e incisore francese che allo scoppio della guerra franco-prussiana si arruolò con entusiasmo nell’esercito francese solo per essere sospettato di essere comunista. Con qualche ragione se vogliamo, che di fatto aveva preso parte alla Comune di Parigi. Costretto a lasciare Parigi., si rifugia a Londra dove dipinge ritratti e soggetti di genere, caratterizzati da un realism quasi fotografico e da un colorismo morbido e caldo.  Tissot non fu mai un impressionista nel senso tradizionale, che le sue immagini sono ben definite in modo convenzionale. Ma anche le sue scene di vita vittoriana  sono illuminate da un raggio della luminosità tipicamente impressionista. #ImpressionistsinLondon

Londra// fino al 7 Maggio 2018

Impressionists in London @ Tate Britain

tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado
Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anziché quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I – o meglio, una briciola di quello che era la collezione reale – è tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018
Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum
Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk

 2018 ©Paola Cacciari

I pastelli di Edgar Degas alla National Gallery

Non occorre essere storici dell’arte per accorgersi che Edgar Degas (1834-1917) non era il solito impressionista. Anzi non era affatto un impressionista, nonostante lo si tenda ad etichettare come tale. A differenza degli altri suoi compari, amici e colleghi, Degas non sopportava dipingere all’aperto. Lui era una creatura da studio – il suo studio. Qui dipingeva le sue ballerine utilizzado la tecnica ad olio e, nella sua tarda carriera, i pastelli.

Jockeys in the Rain (1883-6) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. © CSG CIC Glasgow Museums Collection
Jockeys in the Rain (1883-6) by Hilaire-Germain-Edgar Degas © CSG CIC Glasgow Museums Collection

E sono questi delicati pastelli, alcuni provenienti dalla Burrell Collection di Glasgow, i protagonisti di questa piccola deliziosa mostra della National Gallery. I pastelli permettavano a Degas la libertà e la freschezza che la tecnica ad olio, cosí lenta nell’asciugare, gli negava. E per questo li amava. Con i pastelli poteva lavorare in fretta e in maniera nuova e creativa e dare sfogo al suo amore per il colore.

Come ci si può aspettare, molte delle opere hanno per soggetto il balletto e le ballerine, a a partire da Preparation for the ballet class (1877), ma da qui in poi il pittore diventa molto piû creativo. Prendiamo per esempio l’iper energetico Women in a theatre box (1885-90) con i suoi frizzanti arancioni a stento contenuti delle delicate linee di contorno.

Women in a Theatre Box (1885-90) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. Pastel on paper © CSG CIC Glasgow Museums Collection
Women in a Theatre Box (1885-90) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. Pastel on paper © CSG CIC Glasgow Museums Collection

La misoginia di Degas è evidente nel modo in cui oggettizza i suoi soggetti femminili, ma altrettanto evidente è la sua eccellenza tecnica. Nelle mani sbagliate il pastello può essere una tecnica abbastanza insipida, me Degas ne fa qualcosa pieno di vita.

Londra// fino al 7 Maggio 2018

Drawn in Colour: Degas from the Burrell @ the National Gallery

2018 ©Paola Cacciari