Object In Focus: Scatola giapponese.

Writing box, Nagasaki 1800-1850 (made) Victoria and Albert Museum

Writing box, Nagasaki 1800-1850 (made) Victoria and Albert Museum

Nelle British Galleries, le sale dedicate all’arte e al design britannico c’è una delicatissima scatola fatta per contere il necessario per la scrittura. È giapponese, in lacca intarsiata con disegni in madreperla. Acquisita nel 1852, è  uno dei primi oggetti giapponesi entrati nelle collezioni del museo, probabilmente  importato in Gran Bretagna attraverso l’Olanda, visto che prima del 1850 gli olandesi erano gli unici europei che potevano rivendicare diritti commerciali con il Giappone.

Trovo l’effetto domino che è derivato da questo evento estremamente affascinante. La forzata aperture dei porti del Giappone all’Europa e all’America scatenò una vera e propria mania per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante. La purezza delle linee, la semplicità e il naturalismo di modellato ebbero una influenza determinate sull’arte Britannica ed europea.

Senza il Giappone non ci sarebbero state l’Art Nouveau e le Arts and Crafts e il mondo avrebbe perso una grandissima occasione di bellezza. Niente Christopher Dresser e Aubrey Beardsley, Alfons Mucha o Gustav Klimt. Mi vengono i brividi solo a pensare a cosa avremmo potuto perderci…

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Un’eredità di avorio e ambra (The Hare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance)

Quando nel settembre del 2009 le nuove gallerie della ceramica del Victoria and Albert Museum riaprirono i battenti dopo cinque lunghi anni, mi trovai ad ammirare con mio grande stupore un’incredibile installazione di ceramiche translucenti amorevolente sistemate sul rosso bordo del cornicione interno del vertiginoso cupolone vittoriano del museo. L’artista era un tale Edmund De Waal di cui non avevo mai sentito parlare, nonostante oltre ad essere curatore, storico dell’arte, professore di ceramica alla University of Westminster  (etc etc etc) pareva fosse anche uno dei più famosi ceramisti inglesi.
Edmund de Waal

Edmund de Waal

Poi nel 2010 De Waal ha scritto un libro, The Hare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance (da noi tradotto con il titolo di ‘Un’eredità di avorio e ambra‘) che nel giro di poco tempo è diventato un caso letterario (superando le 200.000 copie in soli otto mesi) oltre ad incrementare non poco l’influsso al museo di visitatori venuti per vendere la sua installazione (e i suoi netsuke, che non sono al museo, ma a casa sua). Stanca di fare la figura dell’ignorante davanti ad orde di signore adoranti (‘Ma come lei lavora qui e NON ha letto il LIBRO??’), mi sono decisa. E davvero quello di De Waal è un libro magico, atmosferico, quasi tattile, in cui l’artista applica alla ricerca della parola singola la stessa attenzione messa nelle sue meravigliose ceramiche.

9780099539551
La storia è semplice: una collezione di 264 netsuke giapponesi in legno e avorio. In questo consiste l’eredità lasciata al nostro ceramista inglese dal prozio Iggie. Quest’ultimo appartenente al ramo austriaco della famiglia e scappato in America per sfuggire ad un destino che lo voleva banchiere, si trasferisce a Tokio dopo alla fine della Seconda Guerra Mondiale e qui rimanei fino alla fine della sua vita. Da Odessa alla Parigi di Proust, Zola e degli impressionisti alla Vienna d’inizio secolo occupata dai nazisti, da Tokio all’Inghilterra, Edmund De Wall traccia il viaggio dei netsuke attraverso tre generazioni della famiglia Ephrussi, banchieri ebrei ricchi e famosi quanto i Rothschild. La sua straordinaria famiglia. Da leggere subito (se non l’avete già fatto…).

Yayoi Kusama a Tate Modern

Nata nel 1929 a Masumoto in una famiglia ricca e tradizionalista dell’alta borghesia che non approva la sua ambizione di diventare un’artista, Yayoi Kusama è la più giovane di quattro fratelli. La sua passione creativa si sviluppa sin da bambina e non è interrotta neppure dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale; catastrofe che tuttavia appare con forza nelle sue opere del periodo –nei materiali di fortuna e nelle immagini apocalittiche. Ma lo stile dell’arte Nihonga, fortemente legato al nazionalismo giapponese, che Kusama aveva inizato a studiare, viene presto abbandonato per le avanguardie artistiche europpe ed americane.

Sentendo la sua fragile emotività schiacciata dal conservatorismo di una società che non incoraggiava l’espressione individuale, soprattutto se si trattava di donne, Kusama decide di andarsene. “Per un’arte come la mia –un’arte che combatte al confine tra vita e morte, che mette in discussione cosa siamo e cosa significa vivere e morire- il Giappone era troppo piccolo, troppo servile, troppo feudale, troppo sdegnoso delle donne. La mia arte aveva bisogno di una libertà senza limiti e di un mondo più vasto.”

Nel 1957 approda negli Stati Uniti, a New York, attirata dal potenziale sperimentale di una scena artistica in tumulto. Gli inizi sono difficili e come numerosi altri artisti del periodo Kusama fatica a mantenersi con la sua arte. Ma in America trova lo spazio mentale di cui ha bisogno e, nel 1959, in risposta agli stimuli dellespressionismo astratto, crea i suoi primi lavori della serie Infinity Net, le grandi tele ricoperte da una serie di piccole pennellate che sembrano ripetersi all’infinito e che anticipaneo, nella loro seriale ripetitività, i traguardi dell’arte concettuale L’America degli anni Sessanta, con la Hippie Culture e il suo libero uso di droghe e del sesso,  sfida apertamente la moralità sociale appare particolarmente liberatoria e Kusama vi si butta a capofitto con la creazione, a partire dal 1967, di una serie di Happenings, performance provocatorie  in cui dipinge a pois i corpi dei partecipanti.

Nel 1973 decide che è tempo di tornare in Giappone. Ma il re-inserimento nella società nipponica è più difficile del previsto. La sua arte non è apprezzata dal pubblico conservatore di Tokyo e per sopravvivere si reinventa come mercante d’arte per continuare a produrre le sue opere; ma la sua attività è di breve durata con e il suo business fallisce dopo soli due anni. La sua salute debole e la sua fragile emotività hanno la meglio e nel 1977 entra volontariamente nell’ospedale psichiatrico, che è a tutt’oggi la sua casa e dove, a 82 anni, in questa calma protetta, continua a dare libero sfogo ad una vena creativa che sembra inesauribile.

Una delle ossessioni di Kusama è sempre satata la rappresentazione dello spazio infinito, un tema questo che l’artista ha più volte esplorato nelle Infinity Mirror Rooms, grandi installazioni in cui lo spettatore può muoversi, camminare e perdersi nella contemplazione di se stesso; questa creata appositamente per lo show di Tate Modern, è la più grande.

Portrait of Kusama kindly provided by Happy Famous Artists. Text and other photographs by Patrick Nguyen.
 
fino al 5 Giugno 2012
www.tate.org.uk
 

Pioneering Painters: The Glasgow Boys 1880-1900

Henry George & E. A. Hornel, The Druids, 1890 – Kelvingrove Art Gallery and Museum

‘Affascinanti’, ‘eleganti’, ‘splendidi’ sono alcuni degli aggettivi che mi vengono in mente guardando i loro quadri. Ma chiamare i Glasgow Boys pionieri mi sembra andare un po’ troppo oltre. Che quando negli ultimi vent’anni del XIX secolo questo gruppo di giovani artisti (il primo significativo dopo i Preraffaelliti) si ribella alle convenzioni accademiche e al sentimentalismo da scatola di cioccolatini della pittura vittoriana tutta bambini in lacrime, fanciulle angosciate e nonni benevoli, lo fa non ispirandosi alle innovazioni pittoriche degli impressionisti considerati troppo radicali, ma al naturalismo della Scuola di Barbizon, di Corot e Millet, mescolato all’influenza delle stampe giapponesi.

James Nairn, ‘Auchenhew, Arran’, 1886 Oil on canvas, 610 x 91.5 cm. 
Private collection. Courtesy of The Fine Art Society

Ma se questi artisti dipingono il mondo che li circonda, ciò che sorprende  è la mancanza di immagini urbane. Che se questi sono i Glasgow Boys viene da chiedersi ‘dov’è Glasgow’ nei loro quadri, visto che nel periodo che vede i Boys all’opera, la città scozzese è uno dei più importanti centri industriali dell’Impero Britannico. Ma ripensando a come doveva essere Glasgow in epoca vittoriana –una metropoli permanentemente immersa nel fumo delle fabbriche che vedeva il sole solo di rado, attraversata da un fiume (il Clyde) inquinato e puzzolente– non sorprende che i Boys andassero all’estremo opposto scegliendo di dipingere paesaggi montani dai colori radiosi, druidi misteriosi, giovanotti impegnati in amene partite di tennis e contadinelle con cappelli di paglia che si muovono paesaggi assolati di sapore quasi macchiaiolo.
Non c’è nulla di nuovo nei soggetti dei Boys, o nel loro modo di dipingere e ancora alla fine della mostra mi chiedevo di cosa esattamente fossero pionieri. Ma poco importa, che se anche non ho visto nulla di radicale, quello che ho visto è certamente splendido.

Royal Academy of Arts
http://www.royalacademy.org.uk/