Gli acquerelli di Singer Sargent

Ah John Singer Sargent! L’americano che amava l’Europa e che dipingeva luminosi ritratti di ricchi aristocratici, attori e socialites della bell’époque con quella sua tecnica levigata dalla pennellata ricca di colore acceso! Quanto lo amo!

Nato a Firenze nel 1856, figlio di un noto chirurgo di Philadelphia che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica,  John Singer Sargent (1856-1925) si trasferisce precispitosamente in Inghilterra da Parigi nel 1884, quando lo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) rischia quasi di stroncare la sua carriera – aiutato in questo da un altro anglofilo convinto, lo scrittore Henry James.

Ma Sargent  aveva però un’altra passione oltre al suo lavoro di gettonatissimo ritrattista: l’acquerello. E di acquerelli questa mostra della Dulwich Picture Gallery ne mostra una quantità industriale e di qualità altissima – una testimonianza della continua ed inossidabile devozione del pittore statunitense a questa tecnica.

Detail of John Singer Sargent’s The Lady with the Umbrella (1911) Credit: Museum de Montserrat. Donated by J. Sala Ardiz. Image © Dani Rovira

Sargent torna sullo stesso soggetto ripetutamete , soprattutto quando si tratta di Venezia, citta’ che ama alla follia e dove torna ogni autunno per 15 anni e che dipinge in tutti i modi possibili e immaginabili con una devozione che rasenta l’ossessione. La sua Venezia dipinta dalla prospettiva ondeggiante di una gondola, cambia in continuazionecome la realtà di Pirandello.

John Singer Sargent’s The Church of Santa Maria della Salute, Venice (c1904-09). Photograph: Catarina Gomes Ferreira/Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbon

Il senso di libertà che deve aver provato al di fuori delle costrizioni della ritrattistica su commissione è palpabile cosi come l’influenza della fotografia. Si concentra sui primi piani, inquadrando la sua composizione proprio come un fotografo con la sua macchina fotografica. E così quando dipinge l’enorme statua del Nettuno della mia Bologna finisce con l’ignorare in modo pressoche completo la statua bronzea del Gigante e del suo tridente per concentrarsi invece sirene e sui delfini che stanno alla base della fontana.

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

Nei suoi acquerelli miriadi di persone sono impegnate a vivere la loro vita – operai, amici, soldati, famigliari: tutti sono dipinti con la stessa democratica brillantezza. E questa è la nota che colpisce di più: in un Europa sempre più divisa della lotte di classe, lo sguardo di Sargent va a posarsi su si soggetti immuni da tutto questo come i soldati al fronte per esempio, o i paesaggi alpini.

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Poi la Prima Guerra Mondiale arriva a porre fine all’avventura Sargent nel Vecchio Continente. L’americano non farà mai più ritorno nella sua amata Europa: nel panorama artistico del dopoguerra, dominato dalle Avanguardie di Picasso e Matisse, semplicemente non c’era più posto per lui. #SingerSangent

Londra//fino all’8 Ottobre 2017

al Dulwich Picture Gallery

http://www.dulwichpicturegallery.org.uk

 

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10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 2

Come promesso, ecco la seconda parte della carrelata di capolavori provenienti dai musei londinesi compilata da Arianna di La Sottile Linea d’Ombra. Che ne dite? E come dice lei, quali sono i vostri preferiti? Buona lettura! 🙂

La sottile linea d'ombra

Come ho già accennato, si possono dire molte cose sulla Gran Bretagna, ma ciò che non finirò mai di ammirare è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui si può entrare tranquillamente, senza nemmeno perdere tempo a fare i biglietti.

Ho iniziato a parlarne nello scorso post, in cui potete trovare i primi quattro capolavori di questa galleria, siti alla National Gallery (se ve lo siete perso, cliccate qui: 10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1) e oggi continuerò con gli altri sei che vi avevo promesso.


British Museum

Per gli appassionati di storia, archeologia e storia dell’arte antica, il British Museum è un vero paradiso. Sono raccolti qui reperti inestimabili di antiche civiltà e passeggiare attraverso i suoi locali è una sorta di bellissimo viaggio nel tempo e nello spazio. Data la sua importanza, non potevo che inserirlo in questa galleria di…

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10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1

Curando un blog che si chiama Vita da Museo, lavorando in un museo e vivendo a Londra, non potevo non ribloggare questo delizioso articolo di Aranna, altrimenti nota come La Sottile Linea d’Ombra… Buona lettura! (e a quanto pare questo e’ solo la prima parte1 🙂 )

La sottile linea d'ombra

Miei cari amanti della cultura, riuscireste ad immaginare qualcosa di più bello che poter visitare tutti i musei che volete senza spendere un centesimo?Oppure, ancora meglio, di potervi permettere di entrare liberamente in una galleria d’arte in una mezz’oretta libera, magari solo per perdervi di fronte ad un capolavoro che ammirate?

Ecco, tutto questo può succedere in Gran Bretagna.Una cosa che non finirò mai di ammirare di questo Paese infatti è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui ci si può infilare tranquillamente, senza nemmeno fare i biglietti oppure essere obbligati a depositare la borsa. Semplicemente, si varca la soglia e ci si immerge dove si preferisce: trovo sinceramente e spassionatamente questo che sia stupendo.

Dovete poi sapere che io sono una di quelle persone fastidiose che fotografano i quadri che vedono (per la precisione, uno scatto alle opere che reputo interessanti per qualunque minima ragione e…

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Object In Focus: Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

La guerra al sole: all’Estorick Collection

Ancora oggi in Italia quando si parla di Caporetto si parla di disastro. Chiunque abbia prestato attenzione alle lezioni di storia  a scuola sa che in quella che fu una terribile battaglia della Prima Guerra Mondiale si scontrarono il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche con risultati devatanti per entrambi gli eserciti, ma soprattutto per il nostro  che vide 30,000 soldati uccisi o feriti e circa 265,000 soldati fatti prigionieri – per non parlare di quelli fucilati per diserzione (le fucilazioni dei disertori – alcuni ragazzini di appena 17 anni sono uno dei capitoli più crudeli della nostra storia). Quello che molti non sanno è che l’Italia chiese aiuto alla Gran Bretagna che, dovutamente, spedì 200 mila truppe alla volta del Belpaese. Truppe che combatterono – e morirono – a migliaia a fianco delle forze italiane durante la Grande Guerra. E questa è la storia che ci racconta War In The Sunshine: The British In Italy 1917-1918 la nuova mostra di una rinnovata Estorick Collection of Modern Italian Art.

Certo, il trasporto di un tale numero di armi, uomini e munizioni attraverso l’Europa e attraverso le Alpi fu un’altra battaglia da cui la Gran Bretagna uscì vittoriosa anche grazie a cinque squadroni del Royal Flying Corps, tra i cui piloti era anche il pittore Sydney Carline (1888-1929).

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Nato a Londra in una famiglia di artisti (suo cognato è un altro famoso artista di guerra, Stanley Spencer) Carline frequenta la prestigiosa Slade School dove incontra il guru dell’Omega Workshop, Roger Fry. Nel 1916 il pittore decide di partire volontario per la guerra e dopo aver superato con successo l’addestramento come pilota (un periodo in cui morivano almeno 35 allievi piloti al mese) viene spedito in missione in Francia dove viene abbattuto dalla contraerea tedesca. Si salva e riesce a tornare a casa solo poi essere rispedito nuovamente al fronte, questa volta in Italia. Incredibilmente Carline riesce ad unire il suo essere pilota da guerra con l’essere artista, a volte facendo le due cose contemporaneamente – letteralmente. Alcuni dei suo acquerelli, in fatti, sono stati fatti durante voli di ricognizione e con grandissime difficoltà, pilotando l’aereo con le ginocchia mentre cercava di scaldare l’acqua per dipingere con il fiato, visto che l’acqua si ghiacciava a quelle altezze. Tra i suoi ammiratori Carline contava Duncan Grant dell’Omega Wokshop, e Paul Nash, lui stesso artista di guerra e che come Carline alla fine del conflitto si troverà disoccupato.

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Ma c’è un’altra parte della mostra della Estorick, ed è quella raccontata dalle fotografie di Ernest Brooks e William Joseph Brunell. Se entrambi furono fotografi ufficiali di guerra, è tuttavia l’opera di Brunell che a mio avvivo cattura in pieno la stranezza di questa insolita alleanza: un’alleanza odiata da molti italiani i quali credevano che potesse prolungare il conflitto, ma voluta e festeggiata da molti altri che invece si rallegravano del sostegno britannico. E così nelle foto di Brunell troviamo insoliti incontri tra gli Highlanders scozzesi in kilt e i carabinieri di Venezia, tra fanti inglesi e bellezze italiane – incontri esitanti, di tanto in tanto sospetti, ma sempre pieni di curiosità come l’incontro tra queste due nazioni.

Londra//fino al 19Marzo 2017

War in the Sunshine: The British in Italy 1917-1918 @ Estorick Collection, London N1

estorickcollection.com

James Ensor @ Royal Academy

Due scheletri si contendono un’aringa affumicata. Altri si litigano il corpo di un uomo impiccato. Altri stanno andando ad un ballo in maschera. Non solo: lo stesso artista si ritrae nei panni (se mi si concede il gioco di parole…) uno scheletro. A questo punto mi scuserete se mi viene da pensare che James Ensor (1860-1949) sia parecchio strano.

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Ensor’s Skeletons Fighting Over a Pickled Herring (1891), at MoMA.

Non me lo ricordavo questo aspetto dell’opera di questo proto-espressionista quando l’ho studiato al scuola un po’ di anni fa. Certo l’aver vissuto praticamente per tutta la vita nell’appartamento che condivideva con la madre sul piccolo negozio di famiglia nella triste e ventosa città costiera di Ostenda, circondato da maschere, cineserie, ventagli, porcellane a dipingere la strana paccottiglia per turisti venduta dalla madre non lo ha aiutato a cambiare genere…

La cosa sorprendente è che, essendo mezzo inglese, Ensor aveva un passaporto britannico, ma visitò Londra solo una volta nel 1887, anche se l’influenza della grande tradizione della satira britannica resta una presenza costante nei suoi dipinti. Tutto ciò che lo circonda trova posto nei suoi quadri, ma sono le maschere e (come si è visto) gli scheletri a fare la parte del leone. Ensor era affascinato dal Carnevale con il suo sovversivo ribaltamento delle strutture sociali e dell’autorità che le governa. I suoi quadri sono popolati da gruppi di figure con i volti coperti da maschere grottesche come quelle de L’Intrigo (1890) o da nature morte come La razza (1892) dipinte con colori acidi innaturali.

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James Ensor, The Intrigue, 1890
Antwerp, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Photo KMSKA (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw. Photography: Hugo Maertens / (c) DACS 2016

La violenza deformante e lo splendore cromatico sono infatti i due pilastri dell’opera di Ensor. Nello strano mondo di Ensor, si ritrova l’intera magia della tradizione fiamminga di Bruegel e Bosch, in cui il nostro eroe trova certamente due anime gemelle come dimostra il suo I bagni a Ostenda (1890) con la spiaggia densamente popolata di bagnati che si divertono nell’acqua, ma un attento esame rivela tutta una serie di divertenti episodi in atto.
Una breve parentesi a Brussel tra il 1877 e il 1880 per studiare all’Accademia di Belle Arti basta a fargli capire che la vita di città non gli si addice e che l’imbalsamato ambiente dell’Accademia, con i suoi critici d’arte borghesi e snob non fa per lui. Cosa che il nostro non esita a fare loro sapere, dipingendoli come una crudele folla inferocita o come scheletri che, ripugnanti figure simbolo dell’autorità, si contendono l’aringa–artista. Il tutto reso con colori brillanti, puri e aspri, stesi con esasperati colpi di pennello. L’effetto e’ grandioso.

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Maurice Antony, James Ensor surrounded by his paintings, 22 June 1937.
Mu.ZEE, Ostend
Photo (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw / (c) DACS 2016

Ma la sua vita da ribelle emarginato non dura a lungo che anche se la fama lo raggiunge tardi, quando non ci sperava più, gli regala successo di pubblico, di critica e persino il titolo di barone. Ensieme alla povertà, tuttavia, questa nuova celebrità si porta via anche la rabbia che caratterizzava i sui quadri e dai 40 anni in avanti il nostro eroe trova sempre meno piacere nella pittura. Eventualmente, nella sua solitudine, la sua passione si sposta dalla pittura al comporre musica – una passione che prende molto seriamente costringendo, pare, chiunque gli capitasse a tiro ad ascoltarle, ma senza riuscire a convincere nessuno della sua grandezza. Forse avrebbe dovuto continuare a dipingere. Capita.

Londra// fino al 29 gennaio 2017

 Intrigue: James Ensor by Luc Tuymans

royalacademy.org.uk

 

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

 

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Dipingere con la luce: i Preraffaelliti e la fotografia

Il periodo compreso tra la grande arte di J. M. W. Turner e John Constable e quella dei “cattivi ragazzi” dell’epoca vittoriana, i Preraffaelliti, non si può certo considerare uno dei momenti più innovativi dell’arte britannica. L’ascesa della classe media benestante che caratterizza il regno della Regina Vittoria (1837–1901) aveva cambiato il mercato dell’arte, e la generazione cresciuta in quell’epoca industriale voleva un’arte che riflettesse il loro mondo. Un mondo che pittori come William Murleady, William Powell Frith (quello di Darby Day) ed Edwin Landseer (1802–1873) provvedono opportunamente a riprodurre, rifornendo le case della middle-class britannica di interni borghesi, animali, scene rurali e di genere.

 William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

Ma tutto cambia con l’avvento della fotografia. Nata nel 1839 grazie al genio di Henry Fox-Talbot che inventa la fotografia su carta salata, questa arte porta una ventata di aria fresca nello stagnante panorama artistico vittoriano. E qui ha inizio Painting with Light, la mostra di Tate Britain, un’affascinante racconto di un periodo incredibilmente creativo, che vede artisti e fotografi impegnati quasi simultaneamente ad esplorare nelle loro opere questioni di movimento, luce e composizione.

Ma è possibile dipingere con la luce? Certo che lo è, ce lo insegnano gli impressionisti e i Macchiaioli nostrani, le cui tele sembrano essere state dipinte con il sole accecante dell’Estate mediterranea. Ma questa della Tate è un altro di un altro tipo tipo di luce, quella irradiata della scienza e dal progresso. Una luce che invita l’arte ad essere oggettiva.

Ma questa felice collaborazione tra pittura e fotografia non sarebbe  mai avvenuta senza due gentiluomini scozzesi dai nomi oscuri, David Octavious Hill e Robert Adamson.  Stabilitisi ad Edimburgo nel 1843, allora sede di una progressiva comunità di scienziati, artisti e scrittori, i due aprono uno studio fotografico che produsse non meno di 2000 fotografie e in soli quattro anni (una quantità davvero impressionante per quei tempi) e un mastodontico dipinto che non sarebbe mai esistito senza la fotografia, il Disruption Portrat. Tale dipinto prevedeva il ritratto individuale di tutti i 457 partecipanti alla storica assemblea che nel 1843 diede vita alla Free Church of Scotland. David Octavius Hill, che era presente all’assemblea, decise di immortalare la scena servendosi della nuova invenzione della fotografia per ottenere ritratti di tutti i ministri presenti. Il dipinto richiese vent’anni per essere completato, ma fu un successone anche se David Octavious Hill e Robert Adamson furono opportunamente dimenticati.

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

Influenzati dal grande  John Ruskin, il famoso critico d’arte che riportò in auge le fortune di un Turner sul viale del tramonto (e diventato ‘infamosamente’ famoso per lo scandalo dell’annullamento del suo matrimonio mai consumato con la frizzante Effie Gray, che lo lascia per l’aitante Millais) e ispirati dall’arte e dalla cultura medioevali e guidati dalla fede nel carattere spirituale del proprio lavoro, i Preraffaelliti crearono opere affascinanti e sorprendentemente originali. Fedeli al mantra di Ruskin che li esortava a “non respingere niente e non selezionare niente”, ma ad “andare incontro alla natura” John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman-Hunt adottano un approccio fotografico verso la realtà. Nei loro quadri elementi fino ad allora tralasciati assumono una nuova, vitale, importanza.

Già dalla meta del XIX secolo la collaborazione tra pittura e fotografia è tale da spingere i preraffaelliti ad uscire dai loro studi per esaminare la natura con un’attenzione mai vista dai tempi di Constable – che fu tra i primi a dipingere all’aperto. E basta guardare le tele di Millais o Holman-Hunt per capire di cosa sto parlando: ogni filo d’erba, ogni fiore, ogni foglia è dipinto con esattezza fotografica. Le loro tele rasentano l’esplosione di megapixel offerta dalle moderne  single-lens reflex.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

 

Mentre gli artisti cercano di emulare l’esattezza delle fotografie, i fotografi cercano di riprodurre nelle loro immagini la qualità amosferica della grande pittura di storia o dei paesaggi.  Molti fotografi d’altro canto, che avevano studiato per diventare pittori prima di essere catturati dalla macchina fotografica, creano fotografie che cercano di imitare le qualità atmosferiche della pittura, mentre utilizzano le fotografie come studi preparatori invece del disegno. Mai come nella prima metà del XIX secolo il dialogo tra arte e fotografia fu così aperto e fruttuoso.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpine 1874 Tate

 

Ma nella seconda metà del XIX secolo tutta questa positivistica chiarezza scientifica diventa troppa e alcuni artisti cominciano ad allontanare se stesi e la loro arte dalla chiarezza senza pietà offerta dalla fotografia per andare alla ricerca della belle fine a se stessa.

Entri Julia Margaret Cameron, la donna che rese la fotografi quanto di più simile ad un dipinto e il cui caratteristico utilizzo dell’effetto flou e  dell’uso quasi caravaggesco della luce, resero le sue immagini simili ad apparizioni. Non sorprende che la Cameron godesse dell’amicizia di altri famosi Preraffaelliti, G.F. Watts e Dante Gabriel Rossetti. I tre erano amici, oltre che stretti collaboratori e a loro è dedicata una serie di ritratti che i tre artisti hanno fatto gli uni degli altri, oltre a quelli  delle loro muse e modelle, Elizabeth Siddal e Jane Morris.

Che la fotografia fosse uno strumento prezioso come base e promemoria di futuri dipinti gli artisti lo sapevano bene. Ma in certi casi poteva addirittura diventare IL dipinto, come nel caso di John Atkinson Grimshaw che divenne famoso per le sue vedute notturne del porto di Liverpool e delle strade di Londra che fecero esclamare a James Abbott McNeill Whistler “Mi consideravo l’inventore di Nocturnes fino a quando ho visto le immagini illuminate dalla luna di Grimmy”. Il fatto che “Grimmy” a differenza di Whistler era un pittore di quantità più che di qualità, e il dipingere sulla fotografia gli faceva risparmiare tempo permettendogli di guadagnare il necessario per mantenersi. È davvero il caso di dire che il bisogno aguzza l’ingegno. E il pennello! 😉

 

Painting with Light. Tate Britain, fino al 25 Settembre 2016.

Botticelli reinventato al Victoria and Albert Museum di Londra

Venus Sandro Botticelli 1490s Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz Photo Volker-H. Schneider

Venus by Sandro Botticelli (1490s) Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz. Photo Volker-H. Schneider

In inglese si chiamerebbe ‘little barrel’, ma per qualche strano motivo il nome gli si addice, che c’è una certa rotonda musicalità di sapore quasi dickensiano (Little Dorrit?) che suggerisce la linea sinuosa delle sue figure. Così come il titolo Botticelli Reimagined si addice a questa mostra del V&A che esplora la riscoperta e reinvenzione di questo grande maestro del primo Rinascimento italiano.

Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo e durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Questo non gli impedì tuttavia di essere praticamente dimenticato dopo la sua morte. Fino a quando, a metà dell’Ottocento, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni che lo rispolverarono dall’oblio in cui i post-raffaelliti (scusatemi il neologismo lo mettiamo con petaloso??) lo avevano relegato. E questa, insieme alla sezione dedicate alle opere di Botticelli (quelle VERE) è la parte della mostra che mi piace di più.

Quando studiavo storia dell’arte alle superiori e all’università non avevo mai realizzato in pieno la portata dell’effetto che le dame sognanti del nostro fiorentino ebbero su intere generazioni di pittori e artisti moderni e post-moderni. Anche se (e non intendo essere blasfema…) non riesco a capacitarmi del come la sua linea grafica e arricciolata, la relativa piattezza delle sue figure e con la loro eterea bellezza possano avere ispirato tanta passione terrena, non solo nelle veneri dalle rosse criniere e labbra carnose di Rossetti e compagni, ma anche nelle generazioni successive. Basta varcare la soglia della mostra per trovarsi catapultato in un universo psicadelico abitato dalle creazioni di artisti come Andy Warhol, musicisti come Lady Gaga, stilisti come Dolce e Gabbana. Non mancano anche gli omaggi cinematografici, il più famoso dei quali appartiene al film di 007 Dr No, con Ursula Andress nei panni di Honeychile Rider (descritta nel libro di Ian Fleming come “Botticelli’s Venus seen from behind”) che esce dal mare in bikini bianco con tanto di conchiglia. Non so quanto quanti degli ammiratori di James Bond abbiano colto la referenza alla Venere pittorica degli Uffizi, ma è indubbiamente un insolito incontro tra cinema popolare e alta cultura…

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

È solo nell’ultima sala che Botticelli ci appare in tutta la sua delicata bellezza, anche se chi si aspetta i capolavori che hanno ispirato tante opere della prima parte della mostra, resterà deluso che la Nascita di Venere e la Primavera lasciano gli Uffizi tanto spesso quanto la Monna Lisa lascia il Louvre, cioè mai (l’ultima volta pare sia stata negli anni Trenta quando un Mussolini ansioso di accrescere la sua popolarità in Gran Bretagna acconsentì al prestito). Manca anche uno dei miei preferiti, La Calunnia, così come non c’è traccia del mio adorato Valentino (non so il vero nome, così l’ho inventato…) che abita le pareti della National Gallery, anche se c’è un altro ritratto maschile quasi altrettanto bello. E comunque devo ammettere che gli eleganti ritratti di profilo della bellissima Simometta Vespucci colmano assai bene il vuoto lasciato dall’assenza di altre opere piu’ famose.

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Ma da brava laureata in Lettere, i miei preferiti sono i disegni che illustrano la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, da sempre il mio preferito dei tre libri. Realizzati attorno al 1490 per volere di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici che affidò al nostro firentino il compito di illustrare il poema dantesco copiato su pergamena da Nicolaus Mangona, i disegni sono un’affascinante testimonianza del continuo fascino esercitato sugli artisti dell’epoca dal capolavoro di Dante.

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 - 1495)

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 – 1495)

Londra // Fino al 3 Luglio 2016

Botticelli Reimagined

vam.ac.uk

Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

Ho visto questa deliziosa mostra al British Museum dopo averne letto su LondonSE4 e mi e’ piaciuta moltissimo. E visto che al momento non ho tempo di scrivere la mia di recensione, “re-bloggo” (mettiamo il neologismo con “petaloso”?) quella di Claudia. 🙂

London SE4

image Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa…

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