La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado
Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anzich̩ quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I Рo meglio, una briciola di quello che era la collezione reale Р̬ tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018
Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum
Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk

 2018 ©Paola Cacciari

10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1

Curando un blog che si chiama Vita da Museo, lavorando in un museo e vivendo a Londra, non potevo non ribloggare questo delizioso articolo di Aranna, altrimenti nota come La Sottile Linea d’Ombra… Buona lettura! (e a quanto pare questo e’ solo la prima parte1 🙂 )

La sottile linea d'ombra

Miei cari amanti della cultura, riuscireste ad immaginare qualcosa di più bello che poter visitare tutti i musei che volete senza spendere un centesimo?Oppure, ancora meglio, di potervi permettere di entrare liberamente in una galleria d’arte in una mezz’oretta libera, magari solo per perdervi di fronte ad un capolavoro che ammirate?

Ecco, tutto questo può succedere in Gran Bretagna.Una cosa che non finirò mai di ammirare di questo Paese infatti è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui ci si può infilare tranquillamente, senza nemmeno fare i biglietti oppure essere obbligati a depositare la borsa. Semplicemente, si varca la soglia e ci si immerge dove si preferisce: trovo sinceramente e spassionatamente questo che sia stupendo.

Dovete poi sapere che io sono una di quelle persone fastidiose che fotografano i quadri che vedono (per la precisione, uno scatto alle opere che reputo interessanti per qualunque minima ragione e…

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Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva The White Queen sulla BBC1 è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

2017 ©Paola Cacciari

Oltre Caravaggio (ci sono i caravaggeschi). A Londra.

È difficile pensare ad un artista la cui vita sia più avvincente  di quella di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610). Ho sempre pensato a lui come un Baudelaire in versione pittorica: geniale, violento, autodistruttivo e decisamente fuori dagli schemi. Certamente la sua vita sembra uscire da un romanzo d’avventure. Basti pensare che nei primi anni del XVII secolo, fu citato in tribunale in almeno 11 occasioni con accuse che andavano dall’imprecare contro un agente, allo scrivere versi satirici a spese di un pittore rivale, e tirare un piatto di carciofi in faccia a un cameriere. Che avesse un caratteraccio appare chiaro fin da subito ce lo dice Giovan Pietro Bellori (1613-1696) he di Caravaggio fu uno dei biografi, il quale sostiene che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già famoso per le risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio durante una rissa. In fuga da Milano, scappa dapprima a Venezia per poi investire la Roma papalina con la violenza di un ciclone, spazzando via le sdolcinate immagini di santi che popolavano l’iconografia contemporanea e sostituendole con le sue vigorose visioni della cruda realtà. Ma nel 1606 fu costretto a fuggire anche da Roma, dopo aver ferito mortalmente Ranuccio Tomassoni durante una rissa in Campo Marzio causata da una controversia su una partita di pallacorda, una sorta di tennis. Il verdetto del processo fu severissimo e Caravaggio viene condannato a morte. Trova rifugio nella Napoli spagnola. Trascorse il resto della sua vita a fuggire dalle sue azioni, prima di collassare sulle sponde della Toscana, morendo a Porto Ercole il 18 luglio del 1610 durante il viaggio di ritorno a Roma per chiedere perdono al Papa.

E i suoi dipinti non erano meno audaci e provocatori dell’uomo che li aveva creati. A cominciare dal fatto che il nostro Caravaggio ricorresse per i suoi quadri alla gente comune, il popolino, che utilizzava come modelli dipingendoli dal vero, direttamente sulla tela ignorando allegramente i precetti dell’accademia sul disegno preparatorio. L’altra novità è il drammatico chiaroscuro che più che un come violento contrasto di parti illuminate e di parti in ombra. Secondo il Bellori, il nostro eroe:

“non faceva mai uscire all’aperto del Sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna di una camera rinchiusa, pigliando un lume alto, che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il rimanente in ombra, affine di recar forza con veemenza di chiaro e di scuro”.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio Saint John the Baptist in the Wilderness, about 1603-4. The Nelson – Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri.

Questa luce, che piomba improvvisa nell’ambiente oscuro, colpisce gli oggetti e le figure, illuminandone alcuni lati, altri lasciandone nell’ombra, modellando i corpi, facendone risaltare il volume e la massa. Ma questa luce che sembra provenire da una sorgente ben definita e’ in realtà molto meno vera di quella di un Tiziano o di un Tintoretto. L’ombra di Caravaggio ha un valore negativo di qualcosa che esiste solo in assenza della luce. Da questa oscurità emergono le figure, in primo piano, davanti all’osservatore. Sfido chiunque a guardare il magnifico San Giovanni Battista di Kansas City senza farsi venire le palpitazioni, anche Ottavio Costa, il banchiere che lo aveva commissionato nel 1604 come pala d’altare per il piccolo oratorio di un feudo di sua proprietà. Pare che il dipinto gli piacque al punto tale che ne fece fare una copia per l’oratorio conservando l’originale nella sua collezione…

Questa combinazione di realismo e luce drammatica fa di Caravaggio l’indiscussa superstar della Controriforma: tutti volevano i suoi dipinti (tutti quelli che non erano il popolo, sia chiaro – che quest’ultimo non amava vedersi ritratto troppo fedelmente…) e tutti volevano dipingere come lui anche se, diciamocelo chiaramente, nessuno ci riesce nonostante alcuni eccezionai tentativi come quelli di Mattia Preti di Jusepe de Ribera.

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The Crucifixion of Saint Peter (1656–59), Mattia Preti, called II Calabrese. © The Barber Institute of Fine Arts, University of Birmingham

È solo che l’opera di Caravaggio possiede un fuoco interiore che nessun seguace riesce a riprodurre. Sembra impossibile che la stessa mano che maneggiava la spada con tanta facilità potesse accarezzare il pennello con tanta destrezza e maestria. Prendiamo la Cattura di Cristo che prima d’ora non aveva mai visto dal vivo. Dire che è un capolavoro è riduttivo. Quel quadro sembra parlare. La violenza del dramma si svolge sotto il nostri occhi con un dramma immutato dal tempo: l’espressione rassegnata di Gesù condannato dal bacio di Giuda, la metallica solidità del gendarme in armatura che contrasta con le sofficii pieghe della veste di Cristo, l’urlo sconvolto di San Giovanni in fuga, in netto contrasto con l’espressione pragmatica del personaggio che con la lanterna che illumina la scena (secondo Roberto Longhi un autoritratto del Caravaggio stesso) simbolo della ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore aspirava.

Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.
Caravaggio, Cattura di Cristo, 1598. Dublino, National Gallery of Ireland.

Davanti ad una pittura così rivoluzionaria, a quel realismo che raggiunge vette impensate (i piedi, le unghie sporche) e che spaventava i popolani, ma attirava nobili e cardinali come le  mosche, non sorprende che molti pittori cercassero di imitarlo e di imitare il suo uso del chiaroscuro. E questi suoi seguaci, i cosidetti caravaggeschi, sono  il soggetto della mostra della National Gallery – l’indizio è nel titolo Beyond Caravaggio anche se pochi notano quel “beyond” saltando direttamente al “Caravaggio” che lo segue. Una dimostrazione che ancora una volta basta mettere il suo nome nel titolo di una mostra per garantire code che girano intorno al isolato.

Di fatto pochi seguaci di Caravaggio lo incontrarono di persona a Roma, ma molti di loro restarono travolti dalla sua pittura come da una mareggiata violenta. Almeno fino a quando la mareggiata non si ritito’ e questi seguaci decisero di intraprendere altre strade. Che a differenza dei suoi etreni rivali i bolognesi Carracci, il nostro Michelangelo Merisi era troppo impegnato a bisticciare con tutti e a scappare dalle conseguienze deille sue azioni per fermarsi e pensare a intituire un’accademia come quella carraccesca a Bologna di cui potesse essere il caposcuola. ma nel frattempo per gran parte del XVII secolo il caravaggismo diventa uno degli stili pittorici piu’ affermari a Roma e in Europa. Il chiaroscuro caravaggesco piace e così si ha chi cerca di copiarlo fedelmente, come il suo servitore, assistente, modello e amante Cecco di Caravaggio e i pittori della sua cerchia, come Antiveduto Grammatica e Bartolomeo Manfredi, e chi ne prende il chiaroscuro e il vigore espressivo adattandolo al proprio stile classico come il mio concittadino carracesco Guido Reni. La lista è lunga, e include pittori del calibro di Orazio Gentileschi, che era stato amico di Caravaggio ed era l’unico dei suoi seguaci ad essere piú anziano di lui, e sua figlia Artemisia

Gerrit van Honthorst, 'Christ before the High Priest', about 1617
Gerrit van Honthorst, ‘Christ before the High Priest’, about 1617

Certo, coloro che abitavano a Roma o vi erano di passati ad un certo punto della loro vita, erano avvantaggiati dal fatto di avere (o aver avuto per qualche tempo) sotto gli occhi i dipinti del maestro, come il fiammingo Gerrit van Honthurst detto anche “Gherardo delle Notti” che visitò Roma in gioventù e non dimenticò mai la lezione del chiaroscuro caravaggesco, riproponendolo in scene di taverna con musicisti e giocatori d’azzardo, ma anche scene della vita di Cristo, sempre illuminate da una sola candela.

Ma la mancanza degli originali non ha mai fermato mai nessuno dei suoi seguaci, neanche quelli che a Roma non c’erano mai stati e l’opera di Caravaggio la conoscevano solo attraverso le copie di altri, come il francese Georges de La Tour con le suggestive scene notturne illuminate da candele e molti altri caravaggeschi d’oltralpe. C’è poi chi rielabora il drammatico chiaroscuro del maestro adattandolo ad una tradizione culturale diversa, creando uno stile originalissimo, come il divino Pieter Paul Rubens. Ma questa, ancora una volta, è un altra storia.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 15 Gennaio 2017
Beyond Caravaggio

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery
Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond
Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016
Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

2016 ©Paola Cacciari

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Breve storia di (tutta) l’Epoca Stuart

James I of England 1621 by Daniel Mytens
James I of England 1621 by Daniel Mytens

Gli Stuart abitano il Seicento con la stessa naturalezza con cui i Tudor avevano abitato il Cinquecento.

Quando, il 24 marzo 1603 Elisabetta muore senza eredi, le succede sul trono d’Inghilterra il figlio protestante della (cattolica) cugina Maria Stuart, Giacomo IV di Scozia diventato poi Giacomo I d’Inghilterra (1603-1625). Il suo regno fu in un certo senso una continuazione di quello di colei che lo aveva preceduto con attentati e cospirazioni contro il re e la monarchia che si susseguono con impressionante regolarità come all’epoca di Elisabetta, ma anche con l’esplorazione geografica, che porterà nel 1620 un gruppo di puritani ad imbarcarsi sulla Mayflower e ad attraversare l’Oceano per fondare il primo nucleo della colonia del Massachusetts, mentre il genio di Shakespeare continua a produrre un capolavoro dietro l’altro (Macbeth, Re Lear e La Tempesta furono tutti scritti in questo periodo).

Sulle orme di Elisabetta, Giacomo continua la costruzione di una Chiesa Anglicana subordinata  alla monarchia, cosa che crea non pochi frizioni con i puritani che volevano una Chiesa di Stato e che per questo furono instancabilmente perseguitati. Se l’odio dei puritani non fosse stato sufficiente, Giacomo riuscì anche ad incorrere nella collera dei cattolici che porterà alla Congiura delle polveri del 1605, la Gunpowder Plot, i cui membri capeggiati da Guy Fawkes progettavano di far esplodere la Camera dei Lord in un momento in cui il re e i membri del Parlamento sarebbero stati presenti. La congiura fu però scoperta, i colpevoli puniti in modo feroce e le repressioni inasprite. Ma i complotti finirono…

Anthony van Dyck Charles I with M de St Antoine (1633)
Charles I with M de St Antoine (1633) by Anthony van Dyck

Con Carlo I (1625-1649), il secondogenito di Giacomo I (il primogenito Enrico Federico Stuart, era morto nel 1612), la religione torna ad essere un problema. Non che avesse cessato di esserlo sotto Giacomo I sia chiaro, ma almeno il padre non era sposato una regina apertamente cattolica (e per lo più francese) come Henrietta Maria. Se questo non fosse stato sufficiente ad irritare il Parlamento, nei successivi quindici anni del suo regno, Carlo fece di tutto per esasperare i suoi membri stipulando prima un trattato segreto con Luigi XIV di Francia, a cui promette aiuto contro i protestanti insorti nella città de La Rochelle, poi decidendo di sciogliere il Parlamento e regnare come sovrano assoluto. Inutile dire che quest’ultima decisione non fu particolarmente popolare soprattutto a Londra, che insorge costringendo Carlo a fuggire. La guerra civile che ne seguì e che vide Cavalieri, sostenitori del Re e della Chiesa anglicana, scontrarsi con le Teste Rotonde, i puritani appartenenti alla borghesia mercantile cittadina, fu in larga misura colpa del Re. Ciò non toglie che la sua successiva decapitazione fu forse una reazione un tantino esagerata…

Ma con il Commonwealth, la Repubblica creata nel 1649, la situazione anziché migliorare, addirittura peggiorò visto che le decisioni prese dal Lord Protector Oliver Cromwell (1599-1658) e compagni, non riguardavano più solo Cavalieri e Teste Rotonde, ma tutto il Paese. Per ben undici anni il velo grigio del puritanesimo si estese a tutta la Gran Bretagna, sopprimendo meticolosamente tutte le cose che rendono la vita interessante: la danza, il teatro, il gioco d’azzardo… Persino il Natale fu dichiarato illegale e con esso le mince pies.

Non sorprende che quando alla morte di Oliver Cromwell nel 1660, Samuel Pepys e Lord Montague salparono alla volta della Francia per riportare a casa l’esiliato Carlo II (1630-1685), furono in pochi a rimpiangere i tempi cupi del puritanesimo: con il nuovo re almeno la vita sarebbe  tornata ad essere nuovamente divertente… Certo, non mancarono i disastri – la peste, il grande fuoco, che diede al grande architetto Christopher Wren la scusa per creare la cattedrale di St Pauls e una quarantina di nuove chiese, puntualmente distrutte dalle bombe di Hitler nel Blitz del 1940 e altrettanto puntualmente ricostruite nel dopoguerra.

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio National Portrait Gallery
King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio (National Portrait Gallery)

Giacomo II (1633-1701), il fratello di Carlo II che lo seguì sul trono alla morte  senza eredi del sovrano, fu spodestato dopo soli tre anni per essersi convertito al cattolicesimo, innescando così la Gloriosa Rivoluzione, la pacifica invasione del 1688 avvenuta ad opera dell’olandese Guglielmo III d’Orange (regna 1689-1702). Questi, invitato dal Parlamento a recarsi in Inghilterra per essere incoronato re insieme alla sua consorte Maria II Stuart (regna 1689-1694) regnerà fino al 1702. Il secolo si chiude con il regno della regina Anna (regna 1702-1714), ufficialmente la sovrana più noiosa dell’intera storia della monarchia inglese.

Ma l’energia di quel secolo incredibile non si concentra solo nella politica, ma anche nel mondo della cultura, delle arti e della scienza. Questo è il secolo di John Milton e del suo Paradise Lost, di Rubens, van Dyck e Inigo Jones e dei capolavori a intaglio di Grinling Gibbons; eancora di Samuel Pepys, Isaac Newton, della Royal Society, di Christopher Wren e dei suoi allievi Nicholas Hawksmoor e John Vanbrugh. Non male per un isoletta!

Quando, all’inizio del XVII secolo, Giacomo I sale al trono inglese unendo così per la prima volta le due corone di Scozia e Inghilterra, l’architettura e le arti decorative in Gran Bretagna sono lontane anni luce dallo stile classico che aveva spopolato in Europa nel Cinquecento.  Giacomo è determinato a competere con (e a superare) le altre corti europee, ma si rende conto che per riuscire nell’impresa deve iscrivere l’Inghilterra ad un corso intensivo di aggiornamento sull’arte europea per recuperare il tempo perduto.

Blenheim Palace Terrace
Blenheim Palace Terrace

Il regno dei primi sovrani Stuart è così caratterizzato da un energico processo di mecenatismo che attira nel giro di pochi anni, grandi nomi dell’arte come Peter Paul Rubens, a cui Giacomo I commissionerà nel 1621, la decorazione del soffitto a cassettoni della Banqueting House creata da Inigo Jones, e Antoon van Dyck che, arrivato a Londra nel 1632, finirà con il restarci per tutta la vita, diventando il pittore prediletto di Carlo I. Ma l’entusiasmo di Giacomo non si limita ai dipinti, che comincia a collezionare con gusto in questo periodo, ma anche agli arazzi e nel 1619 istituì i laboratori tessili di Mortlake che impiegavano tesitori fiamminghi e per i quali nel 1623, il futuro Carlo I (allora ancora Principe di Galles), acquistò  nientemeno che i cartoni d Raffaello – cartoni che, dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, erano stati abbandonati in un laboratorio di Genova e che ora sono custoditi al Victoria and Albert Museum.

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace
Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Ma nulla nell’Inghilterra del XVII secolo grida modernità più dell’architettra di Inigo Jones (1573-1652). Architetto, pittore e inventore di sontuose feste reali per la corte di Giacomo I e suo figlio Carlo I, Inigo Jones  era un figlio del Rinascimento fino al midollo. Era stato in Italia (il primo architetto inglese a farlo) e studiato l’architettura romana e quella di Andrea Palladio e grazie al sogno del re Giacomo I di vestire Londra di edifici grandiosi per farne la nuova capitale del Protestantesimo da opporre alla Roma cattolica e barocca, fece sì che le forme semplici e la frugale bellezza del Palladianesimo create con la sua Banqueting House divengano il tratto distintivo dell’architettura inglese per i secoli a venire.

Ma il XVII è anche il secolo delle innovazioni domestiche. Una nuova a nuova enfasi sul comfort e sulla domesticità porta alla creazione di nuove forme di arredamento per la casa. Alcune erano semplici migliormenti di oggetti preesistenti, come la cassettiera (l’odierno comò) che si sviluppano dal cassone rinascimentale, altre come l’orologio a pendolo e la libreria erano novità assolute. Per quest’ultima dobbiamo ringraziare Samuel Pepys (1633-1703), che nel 1666 decise che i suoi libri meritavano un luogo migliore del pavimento di casa sua e si fece costruire un armadio con mensole aggiustabili a seconda delle dimensioni dei libri e da a vetri che li proteggevano dalla polvere.

Con lascomparsa della Regina Anna, l’ultima degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, si apre un nuovo vuoto dinastico che con un altro colpo di scena degno di una soap opera diede inizio all’Era georgiana. Ma questa, ancora una volta, è un’altra storia.

2016 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Europa, che passione!

Il Victoria and Albert Museum è un museo in continua evoluzione. Il Future Plan, il progetto di rinnovamento sistematico del museo di South Kensington, ha visto negli ultimi 10 anni la riapertura dell’Islamic Gallery, del nuovo giardino (con quella che nel giro di settimane dall’apertura è diventata la piscina della zona), il ristorante, con la restituzione al loro ruolo originale di quei capolavori Arts and Crafts che sono le Morris, Gamble e Poynter Rooms; eppoi il negozio, la sala dell’architettura, la Furniture Gallery, dedicata alla storia dei mobili; la Weston Cast Court, la sala delle copie in gesso italiane, oltre naturalmente ai mastodontici progetti durati anni delle gallerie delle Ceramiche e del Medioevo e Rinascimento. Ultimo fiore all’occhiello di un sempre mutabile museo, le nuove sale dedicate all’arte europea del XVII e XVIII secolo, aperte nel Dicembre 2015.

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Le ricordo quando erano ancora note come Jones Collection, dal nome dell’uomo d’affari John Jones che nel 1882 lasciò la sua grande collezione di arti decorative e al Museo per il bene della nazione: erano buie e claustrofobiche e spente, con le finestre coperte e i soffitti abbassati, secondo la moda degli anni Settanta che voleva nascosto alla vista ogni elemento – anche solo remotamente originale – dell’architettura vittoriana. Odiavo lavorarci: la luce era cosi bassa che non riuscivo a leggere le etichette esplicative. Fortunatamente la moda è cambiata e la struttura originale del bellissimo edificio edoardiano di Sir Aston Webb è stata riportata alla luce. Il risultato sono sale ampie e dai soffitti alti, in cui luce e aria circolano liberamente.

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E sono magnifiche. Il percorso espositivo si srotola in ordine cronologico e ci accompagna dalla Roma Barocca di Borromini e Bernini, il cui magnifico Nettuno e Tritone accoglie i visitatori con la grandiosità tipica del nostro compatriota, alla Francia Luigi XIV e la Russia di Caterina la Grande, passando dall’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, Napoleone e Waterloo.

Sono anni cruciali questi, due secoli che hanno cambiato il volto dell’Europa che vedono il nascere e svilupparsi di nuove relazioni politiche e culturali, e la crescita e lo sviluppo di un commercio globale volto a soddisfare nuovi bisogni.

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Bedroom cabinet, left, covered in intricate flower patterns and veneered with ivory and tortoiseshell, attributed to Pierre Gole (1620-1684); right, a nautilus shell cup and case with enamelled gold mounts and featuring dragonflies, made in the Netherlands, c1620

Molte delle cose che al giorno d’oggi diamo per scontate nella nostra vita – il tè , il caffè, la cioccolata, i mobili più confortevoli, i teatri, la moda – persino il concetto di tempo libero, nascono in questo periodo. Il comfort diventa alla portata di tutti e ogni gentiluomo che si rispetti può in questo periodo viaggiare portando con sè il necessario per la toilette.

Personaggi ed eventi che hanno cambiato per sempre il corso della storia (e che sono inspiegabilmente e scandalosamente assenti dal curriculum scolastico britannico) sono stipati in un periodo di tempo relativamente breve.E in un momento come questo in cui il dibattito sull’uscita o meno della Gran Bretagna dall’Europa è all’ordine del giorno, trovo che queste sale siano particolamente significative per comprendere l’Europa di oggi attraverso la storia dell’Europa di ieri.

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Marble bust of Napoleon I, after a plaster model by Antoine- Denis Chaudet

Non solo infatti si tratta di un grandioso display di magnifici oggetti, ma – alla vigilia del Referendum che snacira’ il futuro piu’ o meno europeo del Regno Unito- un potente monito che nessuno stato  è un’isola – anche se quell’isola è la Gran Bretagna. E soprattutto, non quando si parla di una città come Londra. Lo stesso museo infatti è un microcosmo dell’Europa, a partire dal direttore, il tedesco Martin Roth alla miriade di colleghi internazionali che, sparsi in ogni dipartimento, fanno funzionare la grande macchina del museo.

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E se i musei di oggi non possono offrire soluzioni pratiche alle spinose questioni politiche attuali, possono comunque fornire alla gente gli strumenti necessari per comprendere e apprezzare le altre culture, celebrarne i trionfi e imparare dalle tragedie. Approfittiamo gente, approfittiamone…

L’eta’ doro della pittura olandese

Se il buongiorno si vede dal mattino allora il tono di Masters of the Everyday: Duch Artists in the Age of Vermeer è chiaro sin dalla prima sala, che accoglie chi entra con non uno, ma bensì quattro Rembrandt così belli da togliere il fiato. E questa è solo la prima sala!! Ma non so perché mi sorprendo ancora, che ogni volta che varco la soglia della Queen’s Gallery di Buckingham Palace ho la certezza matematica di vedere cose meravigliose. E d’altra parte con una Pinacoteca come quella della Royal Collection a cui attingere uno non si aspetta nulla di meno…

Rembrandt van Rijn Agatha Bas 1641. London, Royal Collection

Il soggetto della mostra, tuttavia, non è così raffinato: ci sono cameriere che scendeno le scale, mogli che spiano i mariti, interni di taverne, gruppi di giocatori di carte. Ma per gli artisti olandesi, la quotidianità di queste scene di genere non significava trascuratezza pittorica e si vede abbondantemente dalla qualità di ogni singolo quadro. Per questa mostra dobbiamo ringraziare quel piantagrane godereccio del Principe Reggente, poi diventato Giorgio IV che amava l’arte olandese come amava le donne e fare baldoria e a cui non importava quanti dipinti straordinari di altrettanto straordinari artisti avrebbe ereditato da suo padre una volta salito al trono: ne voleva di più. E una fortunata combinazione di denaro e ottimo gusto ha fatto il resto…

Ma il legame tra l’Olanda e l’inghilterra ha radici più antiche. Già dall’Epoca Stuart, i sovrani britannici sono sempre stati grandi amanti dell’arte olandese e già Carlo I aveva invitato artisti come Rubens e van Dyck in Inghilterra. Nel corso del XVII secolo le famiglie reali inglese e olandese erano imparentate e il risultato di queste unioni è Guglielmo III d’Orange, meglio noto come Guglielmo d’Inghilterra che insieme alla moglie Maria, la figlia protestante del cattolico Giacomo II, nel 1688 viene invitato dal Parlamento a salire al trono. Un’evento passato alla storia come Gloriosa Rivoluzione – dove l’aggettivo gloriosa non sta ad indicare grandi episodi di valore militare, ma al fatto che avvenne senza spargimenti di sangue né massacri e stabilì un equilibrio tra potere parlamentare e potere regio. La monarchia costituzionale che conosciamo oggi nasce da qui.

Quando la storia non è raccontata nella scena, lo è nei dettagli. E il livello di realismo è stupefacente e potrei restare ore ad osservare i piccoli dettagli di ogni scena e con più i quadri sono piccoli con più i particolari sembrano moltiplicarsi: la luce che si riflette su ogni acino d’uva che abita il cestello di una giovane contadina, o le cipolle tagliate di fresco della giovane dipinta da Gerrit Dou. E come non faceva distinzione tra pittori olandesi e fiamminghi, il nostro Giorgio IV non distingueva tra arte aulica e scene di genere, che lui ammirava la maestria e destrezza ovunque la vedesse – si trattasse di un ritratto di Rembrandt, di una scena da taverna di Jan Steen o una cucina di David Teniers il Giovane.

The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44 Royal Collection Trust© Her Majesty Queen
David Teniers the Younger, The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

Ma d’altra parte a nessuno sano di mente verrebbe in mente di considerare la Lezione di musica di Jan Vermeer pittura di Serie B, no? Certemente non lo pensava Giorgio III, che lo comprò nel 1762 (anche se crendedolo un Frans van Mieris…). Adoro Vermeer, l’ho detto e ripetuto più volte in questo blog (vedi post Vermeer and Music). E lo adoro in particolare quando dipinge qualcuno impegnato a afre musica – anche se la rappresentazione di strumenti musicali non è una prerogativa solo sua, ma di moltissimi artistia dell’Età d’Oro della pittura olandese. Qui, una donna di spalle suona la spinetta, mentre un uomo, in piedi, l’ascolta. Nello specchio sopra la spinetta la luce bianca che entra dalla finestre illumina il viso assorto della giovane. È un momento di pausa, uno di quei momenti di totale immobilità in cui la vita è sospesa nell’aria prima di ricominciare il suo scorrere. E noi che osserviamo da fuori possiamo solo starcene buoni buoni con il fiato sospeso per non disturbare.

Johannes Vermeer - Lady at the Virginal with a Gentleman, 'The Music Lesson' London, Royal Collection
Johannes Vermeer – Lady at the Virginal with a Gentleman, ‘The Music Lesson’ London, Royal Collection

Ma la cosa più sorprendente è che quello di Vermeer non è neppure il quadro più bello della mostra. Sulla stessa parete, ai lati della Lezione di musica sono due scene di vita quotidiana di Pieter de Hooch. Sono La filatrice (1657) e I giocatori di Carte (1658). Qui, immersi nella luce dorata del crepuscolo, persone normali fanno cose normali. Eppure questi squarci di normalità sospesi nella calma perfetta della tela racchiudono tutta la magia di un’epoca.

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection
Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace Rd, London SW1A 1AA

royalcollection.org.uk

Il Cardellino (The Goldfinch) di Donna Tartt

C’è un quadro di Carel Fabritius che raffigura un cardellino. È una tela piccola, il soggetto è modesto – un uccellino appollaiato su un trespolo a cui è legato da una catenella. Ma quando l’ho visto a Bologna l’anno passato parte della mostra La Ragazza con l’orecchino di Perla a Palazzo Fava, giuro che da solo illuminava un’intera stanza. Non riuscivo a staccare gli occhi dalla semplice vitalità di quel corpicino piumato: era una delle cose più belle che avessi mai visto. Non sorprende per cui che la scrittrice americana Donna Tartt ci abbia scritto un libro sopra.

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Carel Fabritius, The Goldfinch, 1654. Mauritshuis, The Hague, Netherlands.

La trama è semplice. Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, ad un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York che in un istante manda in pezzi la sua vita. Improvvisamente solo, senza genitori, parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, solo e tormentato dalla mancanza della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina, un piccolo quadro dal fascino singolare che diventerà il suo talismano e che a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti delle gallerie d’arte di New York e in quelli della criminalità internazionale.

Il Cardellino (The Goldfinch) è un libro imponente e non solo perché sono quasi 900 pagine (come gli altri due romanzi di Donna Tartt, Dio di illusioni e Il piccolo amico, anche questo ha richiesto circa dieci anni per venire alla luce), ma perché è  un libro che racconta sentimenti eterni come l’amore, l’amicizia, la perdita e soprattutto la speranza, scritto magistralmente e ricco di riferimenti storico-artistici e letterari sapientemente intessuti nella trama. Decisamente uno di quei libri che continuerà a parlarci anche dopo che avremo letto l’ultima pagina e che si finirà con il rileggere almeno un altra volta nella vita. Io almeno certamente prima o poi lo farò.

2015 ©Paola Cacciari

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