Londra celebra il suo passato romano

Londra, l’antica Londinium dei Romani racchiusa nel perimetro di quella che e’ oggi la trafficatissima London Wall, nella City of London. Ma Londinium non si dimentica che in fondo i romani restarono qui 400 anni e la si celebra ogni anno, come ci racconta la bravissima Claudia di LondonSE4, che proprio della City of London e’ una guida. Buona lettura!

London SE4

La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica…

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Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (Idrīsī o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

A Londra le città sommerse d’Egitto

Il Paese in cui ho abitato per quasi vent’anni si sta sgretolando sotto i miei occhi, ma la vita continua e per distrami dalle catastrofe politica, economica e sociale che è l’Inghilterra post-Brexit sono andata ad annegare la mia tristezza al British Museum.

Non ho usato a caso il termine annegare. Atlantide infatti non è stata l’unica leggendaria città sommersa e forse se avessi letto Diodoro Siculo, Strabone ed Erodoto con più attenzione l’avrei saputo prima. Ma non l’ho fatto che letteratura Greca non era parte del mio corso di studi universitari. E allora ben venga Sunken cities: Egypt’s lost worlds a colmare le mie lacune.

Canopus menouthis herakleion.jpgPer oltre mille anni le due antiche città di Thonis-Heracleion e Canopus sono state considerate roba da leggenda. In origine situate sul Delta del Nilo e oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa, Thonis-Heracleion era uno dei piu’ importanti centri di commercio e scambio del mediterraneo, mentre Canopus, dal canto suo era un importante luogo di culto. Pare che le due città siano scomparse attorno al VI o VII secolo d.C. a causa di un progressivo sprofondamento nel mare (presente Venezia?), o forse di un terremoto/maremoto a seguito del quale il terreno si è trasformato in poltiglia. Attraversate da una rete di canali, erano dotate di numerosi ancoraggi per navi e possedevano grandi templi dedicati a Khonsu (che i greci identificarono poi con Eracle) e a Osiride.

I mercanti greci che cominciarono ad arrivare intorno al 650 a.C. e finirono con il mettere radici, integrando la loro cultura greca con quella egiziana. Persino Alessandro Magno (356 a.C.–323 a.C.) che conquistò il paese tre secoli più tardi dimostrò grande rispetto per gli dei egiziani ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e conquistando la fiducia del popolo. E per onorare il grande Ramses II per cui provavava una profonda devozione, Alessandro costruì una stele (seppure di dimensioni impressionanti), per onorare se stesso costruì una città (la prima) chiamata appunto Alessandria d’Egitto. Ma la costruzione di Alessandria (fondata tra il 332 e il 331 a.C.)  segna la l’inizio del declino di Thonis-Heracleion e Canopus. Nominando re l’amico d’infanzia e suo generale Tolomeo Sotere, Alessandro diede vita alla dinastia Tolemaica che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C. fino alla conquista romana – una conquista che come ben sappiamo si chiude con la morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra.

Ma sebbene le fonti greche citassero queste fiorenti città, nessuno di fatto ci credeva alla loro esistenza. Fino al 1996 quando, dopo anni di ricerche, l’archeologo Franck Goddio e il suo team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine hanno provato il contrario. Gli scavi subacquei portati avanti vicino alla costa di Alessandria hanno portato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto a 40m sotto il mare, fatto di gigantesche statue e oggetti sorprendenti, conservati in modo immacolata grazie alla loro immersione nelle acque turchesi del Mediterraneo. E questo secondo Godio è solo l’inizio che, secondo lui, nonostante i circa 300 oggetti in mostra (mostra di cui Goddio è il co-curatore), il “il 95% dei reperti sono ancora da scoprire.”

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Tolomeo I (il generale di Alessandro) e i suoi successori adottarono usi e rituali egizi per dare legittimità al loro regno, e la comunione culturale era tale che egizi e greci si scambiarno anche gli dei, a volte chiamandoli con altri nomi, a volte mantenendo inalterati i loro attributi, a volte modificandoli. Ecco così che Osiride, il dio egizio per eccellenza, diventa il Dioniso dei greci, mentre Iside era rappresentata come Afrodite e Serapide come Zeus. Thoth diventa il romano Mercurio. Ogni cultura rispettava la religione e riti dell’altro. Se potessimo anche noi imparare da loro…

 

Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds

#SunkenCities

britishmuseum.org

Fino al 27 Novembre 2016

I Celti: una faccia una razza

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org

Pompei ed Ercolano al British Museum

Ogni tanto mi piace guardare indietro e riproporre post di mostre ed eventi che ho particolamente amato. Oggi e’ la volta di Life and death in Pompeii and Herculaneum, una bellissima mostra tenutasi al British Museum nel 2013.

Vivo a Londra da 14 anni e non sono mai stata a Pompei ed ad Ercolano. Lo so, è una vergogna. E così in mancanza d’altro ieri sono stata con la mia dolce metà al British Museum a vedere una delle mostre più spettacolari degli ultimi tempi. L’ho detto anche l’anno scorso della mostra su Shakespeare (davvero strepitosa), ma anche questa Life and death in Pompeii and Herculaneum non è da meno. Soprattutto in un periodo storico disgraziato come questo dove, oltre all’economia, anche i siti archeologici del Bel Paese stanno lentamente cadendo a pezzi. Un fato, quello dell’incuria e della mancanza di fondi, che come ben si sa non ha risparmiato neppure Pompei e che per questo motivo rende una mostra come questa particolarmente emozionante. Troppe brutte notizie negli ultimi tempi: era ora che si riportassero gli occhi del mondo sull’Italia per ragioni diverse del bunga-bunga di Berlusconi. Ma ammetto che da italiana quale sono, pare una cosa strana che a fare questo sia un museo inglese invece che il Governo italiano. Comunque.

Plaster cast of a dog. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. - Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

Calco in gesso di un cane. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. – Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

La devastazione e allo stesso tempo la conservazione di Pompei ed Ercolano hanno affascinato il mondo da quando, nella prima metà del XVIII secolo, iniziarono gli scavi nei due siti. Pompei, una città di circa 20.000 abitanti, fu coperta da cenere e pomice così rapidamente che molti residenti morirono nelle loro case. A Ercolano, piccola e sofisticata località marittima più vicina al vulcano, l’ondata piroclastica fu l’unica causa di morte: la popolazione fu semplicemente annientata. Ma proprio la loro diversa posizione geografica e il modo diverso in cui le due località furono sepolte, ne ha influenzato la conservazione. E così mentre Ercolano ci ha restituito mobili carbonizzati e parti strutturali di edifici, Pompei ha preservato gli affreschi e i calchi dei corpi che tutti conoscono. Unendo per la prima volta gli oggetti trovati in entrambe le città, Paul Roberts ha imbastito questa affascinante panoramica della vita quotidiana pre-eruzione. Una quotidianità vista attraverso la sua espressione più universale: l’abitazione.

E per un’appassionata di storia sociale come la sottoscritta, questo è  un invito a nozze. Quella che la mostra vuole ricreare è una casa romana ispirata alla Casa del Poeta Tragico. Una casa affacciata su una strada su cui si aprono botteghe e taverne dai nomi evocativi e divertenti, composta da un atrium con il celebre mosaico del Cave Canem, il cane al guinzaglio che vegliava l’ingresso della Casa di Orfeo a Pompei (forse lo stesso famosissimo cane del calco in gesso posto all’entrata della mostra), da un cubiculm, un triclinium e la culina – con pane, fichi e datteri vecchi di duemila anni. Il mio preferito è il rigoglioso hortus conclusus della Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, i cui affreschi di piante a uccelli gentilmente “prestati” a Roberts dai colleghi della Sovrintendenza sono così reali da mozzare il fiato.

British Museum's Pompeii exhibition: garden room, fresco from the Villa Arianna

Affresco da Villa Arianna, Boscoreale. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei

 

È una realtà multiculturale e socialmente mobile quella di Pompei ed Ercolano, in cui si muovono liberti provenienti da ogni parte dell’impero e in cui donne come la moglie del fornaio Terenzio Neo sono attive e visibili a tutti i livelli della società. La bellezza di questo ritratto è incredibile. Sono giovani e belli, hanno status, hanno una vita intera davanti a se’. Guardando quei volti sereni che sappiamo già condannati, uno spera – una speranza del tutto irrazionale – che quel giorno d’estate del 79 d.C. Terenzio e sua moglie siano in qualche modo riusciti a sfuggire al loro destino.

Terenzio Neo e sua moglie.

Terenzio Neo e sua moglie. Dalla Domus di Terentius Neo, Pompei, 50-79 d.C. Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

Tuttavia camminando tra oggetti quotidiani così lontani nel tempo eppure a noi così vicini nell’uso – una panchina da giardino, una pagnotta, una culla – quella che ci accompagna per le stanze di questa casa-mostra non è la morte, ma una vita ricca e pulsante di una civiltà a misura d’uomo. Una civiltà che non demonizzava i piaceri, ma li faceva suoi.

Wall painting of Flora, goddess of fertility and abundance, from the Villa Arianna, Stabiae

Flora (dettaglio) Villa Arianna, Stabiae. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei  

È solo alla fine del percorso, quando sono arrivata davanti ai calchi in gesso di quelle che una volta erano persone e che ora sono solo figure tragiche immerse nella penombra – fantasmi usciti da un girone dantesco- che mi è venuto un groppo alla gola. Un padre, una madre, due bambini. Chissà, forse erano gli stessi monelli che avevano inciso con un punteruolo guerrieri e animali sui meravigliosi affreschi della sala da pranzo nella Casa del Criptoportico. Ed è stato allora ho capito in pieno cosa intendeva dire Paul Roberts, il curatore, quando diceva che noi “siamo abituati a vedere i romani come l’imperatore, il soldato, il gladiatore, ma la maggioranza erano gente come noi”. Ha ragione. E quest’enfasi sulla quotidianità dona alla mostra una dimensione completamente diversa, certamente più vera. Applausi.