Buon compleanno Sergei Diaghilev

Cento cinquanta anni fa, nel 1872 in famiglia aristocratica di Novgorod, nasceva l’artefice della prima, vera rivoluzioni russa: Sergej (Serge) Pavlovič Djagilev. La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico. Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

Prima di diventare l’impresario per eccellenza e sconvolgere così le consuetudini del pubblico e della critica dell’inizio del Novecento, Sergei tuttavia intraprende altre strade – studia legge all’università, si dedica alla pittura, al canto e alla musica. Da critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Mir Iskusstva (Il mondo dell’arte). Ma la vicinanza allo zar non gli impedisce, quando scoppia la rivoluzione del 1905, di schierarsi con i rivoluzionari e appoggiare lo sciopero dei ballerini del Teatro Imperiale. 

Sempre nel 1905 organizza a San Pietroburgo un’esposizione di ritratti russi e, l’anno successivo, un’importante mostra di arte russa al Petit Palais di Parigi, considerata la più grande e completa in Europa. Vi partecipano molti artisti del tempo, da Aleksandr Nikolaevič Benois a Kostantin Somov ai più giovani Michail Fëdorovič Larionov e Natalia Gontcharova. L’ascesa di Sergei Diaghilev sembra inarrestabile. Nel 1907 presenta cinque concerti di musica russa a Parigi e nel 1908 mette in scena una produzione del Boris Godunov con Fëdor Å aljapin all’Opéra di Parigi. L’organizzazione di esposizioni d’arte e di concerti di musica russa a Parigi segna l’inizio di un lungo rapporto con la Francia.

Affascinato dal balletto, che occupa (e ha sempre occupato) nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea, incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo, Diaghilev si imbarcò nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Era il 1909.

Lavoravo da qualche anno al museo quando il V&A allestì una strepitosa mostra dedicata al padre di tutti gli impresari, dal titolo Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929. Scenari teatrali, costumi di scena, poster, filmati d’epoca cronologicamente organizzati in tre sale, raccontavano la storia della compagnia e le sue alterne fortune – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. E se materiali, costumi e poster erano storicamente interessanti, fu il potere evocativo dei piccoli oggetti quotidiani a catturare la mia immaginazione: un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia. Testimoniavano il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. Di Picasso il V&A si era assicurato il monumentale sipario de Le Train Bleu, disegnato nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire, i segni dell’usura e le pieghe della sua superficie un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel. Stravinskij, in particolare, compose le musiche per balletti come L’Uccello di fuoco, Petrushka,  La sagra della primavera (titolo originale francese Le Sacre du printemps) quest’ultimo con la coreografia di Vaslav Nijinsky e la prima al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio (come spesso accadde con i Balletti Russi, diciamocelo) tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna.

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente esiliati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Con un ultimo colpo di coda, Diaghilev orchestra l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo, e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti. Ma ultimi anni dei Balletti russi ebbero raramente il successo incondizionato delle prime stagioni. Era finita un’epoca, e nel 1929 la compagnia di danza si scioglie.

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Illustrations by Léon Bakst

Diaghilev si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al ‘Hotel des Bains al Lido di Venezia. Così povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi cattura l’immaginazione, portato nel mondo da alcuni dei suoi più celebri ballerini e devoti studenti – George Balanchine negli Stati Uniti, Ninette de Valois in Gran Bretagna, Serge Lifar a Parigi presso l’Opéra.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011 Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929 @ Victoria and Albert Museum vam.ac.uk

2022 ©Paola Cacciari

La Bielorussia ti chiama, Maria.

Una sera dell’inizio di Settembre, un’immagine stilizzata della leader dell’opposizione bielorussa, Maria Kolesnikova, è stata proiettata sul muro di un condominio di Minsk. Flautista e insegnante di musica, Maria Kolesnikova, è diventata una delle figure di riferimento delle proteste contro il regime autoritario di Alexander Lukashenko.

L’immagine, creata dall’artista Ania Redko mostra la donna vestita di rosso, con in mano il suo passaporto strappato – un riferimento alla sua azione quando i servizi di sicurezza di Lukashenko hanno cercato di deportarla dal suo stesso Paese. “La Madrepatria ti chiama, Maria” dice il testo. E Maria è determinata a rispondere, nonostante dopo il fallito tentativo di trasportarla a forza in Ucraina, gli agenti di sicurezza le abbiano detto che sarebbe stata rimossa dalla Bielorussia “viva o in pezzi”.

A poster of Maria Kolesnikova with her torn-up passport created by the illustrator Anna Redko. Photograph: Anna Redko
A poster of Maria Kolesnikova with her torn-up passport created by the illustrator Anna Redko. Photograph: Anna Redko
Maria Kolesnikova è rappresentata nella stessa posa di un famoso poster sovietico della Seconda Guerra Mondiale, “La Madrepatria sta chiamando!” Creato nel 1941 dall’artista sovietico Irakli Toidze per incoraggiare la coscrizione, dopo l’invasione a sorpresa dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, mostrava una donna vestita di rosso, fiancheggiata dai fucili e con in mano una lettera di coscrizione, che incoraggiava i cittadini a iscriversi allo sforzo bellico. In un epoca pre-internet e pre-televisione, i manifesti erano un mezzo efficace ed economico largamente utilizzato dalla propaganda per influenzare la coscienza pubblica.
"The Motherland Is Calling," says a World War II Soviet military recruitment poster by Irakly Toidze featuring Mother Russia holding out the Red Army Oath of Allegiance in 1941. Photo by Laski Diffusion/Getty Images
“The Motherland Is Calling,” says a World War II Soviet military recruitment poster by Irakly Toidze featuring Mother Russia holding out the Red Army Oath of Allegiance in 1941. Photo by Laski Diffusion/Getty Images

L’ispirazione al famoso poster sovietico non è casuale, e non solo perché il regime autoritario di Alexander Lukashenko ha tentato più volte di imbavagliare i dimostranti interrompendo Internet, divenuto uno dei mezzi più efficaci usati per far conoscere la protesta all’estero. Come la donna simbolo della Madrepatria del poster sovietico, Maria Kolesnikova è divenuta il simbolo dell’opposizione bielorussa.

Lukashenko, al potere dal 1994,  continua a mantiene l’appoggio di Vladimir Putin, il suo alleato chiave. Finora l’Occidente è stato cauto nell’intraprendere un’azione decisa che potrebbe provocare un intervento russo, sebbene l’UE stia stilando un elenco di funzionari bielorussi da colpire con sanzioni. Nel frattempo si continua a non sapere nulla della sorte di Maria Kolesnikova. Le ultime notizie la danno trattenuta in una prigione del KGB a Minsk, dopo il suo rapimento, avvenuto nella capitale bielorussa lo scorso 7 Settembre. Dita incrociate.

And Quiet Flows the Don (1928) by Mikhail Sholokhov

“When swept out of its normal channel, life scatters into innumerable streams. It is difficult to foresee which it will take in its treacherous and winding course. Where today it flows in shallows, like a rivulet over sandbanks, so shallow that the shoals are visible, tomorrow it will flow richly and fully.”

Mikhail Sholokhov

 

 

Boris Godunov, ovvero un saggio sulla leadership e le sue trappole.

Un sovrano ambizioso che si chiama Boris, perseguitato da sensi di colpa per le cattive azioni da lui compiute in passato per assumere il comando del Paese. No, non sto parlando di Boris Johnson, il potenziale nuovo primo ministro britannico che i sensi di colpa dovrebbe averceli eccome e ancora da prima della Brexit, che da quando è entrato in politica non ne combina una giusta, ma dello zar Boris Fëdorovič Godunov (1551-1605).

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Di nobile stirpe tatara, Boris conquista il favore di Ivan IV il Terribile, tanto che alla sua morte divenne il vero capo dello stato, a causa dell’incapacità del successore Fëdor Ivanovič, riordinando l’amministrazione, istituendo il patriarcato (1589) come elemento di appoggio al potere assoluto, favorendo la media proprietà e il libero scambio.

Nel 1590 una fortunata guerra contro la Svezia gli fece riavere le terre perdute da Ivan IV. Stimolò il commercio estero, aprendo almeno parzialmente le frontiere russe agli stranieri, inviò diversi giovani a studiare in Europa, avviò lavori di restauro e nuove costruzioni nel Cremlino moscovita. Alla morte di Fëdor nel 1598, Boris salì al trono.

E qui comunciarono i guai. Boris, che si dimostrò spietato con le famiglie dell’alta aristocrazia, i boiari, che gli si opposero, si trova ora a fronteggiare una sempre maggiore opposizione da parte loro. Questa, unita all’insoddisfazione popolare sfociarono nel 1604 in una rivolta sostenuta dalla comparsa di un falso discendente di Ivan IV. Boris Godunov morì improvvisamente per cause sconosciute, ma quasi certamente naturali, il 23 aprile 1605, dopo solo sette anni di regno, lasciando l’instabile regno al figlio Fëdor II Borisovič, che fu ucciso dai boiari pochi mesi dopo.

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La sua figura ha ispirato diversi poeti, fra i quali Aleksandr PuÅ¡kin che, nella tragedia Boris Godunov, composta nel 1825 e pubblicata nel 1831, ha cercato di mettere in luce non solo la tragica figura dello zar, ma anche l’atteggiamento dei boiari verso di lui e del popolo, e la storia del falso Demetrio. Dall’opera di PuÅ¡kin sono tratte le singole scene dell’opera musicale omonima di M. P. Musorgskij, terminata nel 1869 e rappresentata per la prima volta integralmente nel 1874 e poi riproposta di regola nella versione, modificata (tra il 1896 e il 1908), di N. A. Rimskij-Korsakov.

Il capolavoro di Mussorgsky non poteva capitare ad un momento più opportuno con quello che sta accadendo in politica in questo momento. Il baritono gallese Bryn Terfel è magnifico nel ruolo del tormentato sovrano, e anche la produzione di Richard Jones è magnifica,  perché riesce ad evitare di tracciare parallelismi tra il suo Boris e i moderni tiranni come Stalin o Putin, e le sue scene di folla sono popolate da contadini piuttosto che proletari.

In quanto allo sconcertante parallelismo con il Boris britannico, beh… ogni riferimento a persone e situazioni è puramente casuale. Ma bisogna ammettere che il tempismo è perfetto … 😜

2019 © Paola Cacciari

San Pietroburgo, la città imperiale

Quando sono nata si chiamava ancora Leningrado, ma quando finalmente sono riuscita ad andarci nel Marzo di quest’anno era già ritornata da almeno ventisette anni al suo vecchio, glorioso nome: San Pietroburgo. Un nome ripristinato il 6 settembre 1991, con un referendum popolare. E’ passato un anno esatto da quando ci sono andata, e ora piu’ che mai mi sembra un sogno.

La nuova capitale russa fu fondata ufficialmente nel Maggio del 1703. Strategicamente situata sul Baltico, la nuova città godeva, al contrario di Mosca, di una posizione privilegiata da cui partecipare agli affari europei. Non solo Pietro il Grande voleva costruire una città nuova, ma la voleva completamente differente dalle preesistenti città russe.

All’epoca Luigi XIV stava ancora costruendo la Reggia di Versailles e non a caso Pietro si ispira al “collega” francese che di lusso se ne intendeva. E parlando di lusso, bisogna dire che i due sovrani avevano le idee ben chiare sul ruolo dell’architertuura come mezzo per comunicare il loro status di monarchi assoluti. Ma non fu Parigi, bensì Amsterdam a fornire il modello per la pianta della nuova capitale. Pietro era stato in Europa nel 1697 ed era rimasto molto colpito da ciò che aveva visto in Olanda e in Inghilterra e da monarca effettivo qual’era, voleva essere coinvolto in ogni dettaglio della costruzione della città e esaminando minuziosamente ogni dettaglio della pianificazione della sua creatura.

Da bravo autocrata qual’era, Pietro non esita a imporre il suo gusto, come bene sanno i suoi nobili che, insieme a barbe e cafetani per un look occidentale, si vedono costretti a rinunciare a anche allo stile tradizionale russo delle loro abitazioni e scambiare legno e tessuti caldi per marni e specchi. Naturalmente, come in ogni cosa in Russia (e e non solo) lo stile e la grandezza della facciata  e dell’abitazione stessa dipendevano dallo status socioeconomico del padrone di casa.

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La manifattura e il materiale e il denaro necessari a quella epica impresa furono organizzati con impietosa efficienza dal sempre presente Pietro e versati con torrenziale puntualità nel paludoso estuario della Neva, come l’acqua da una brocca. Cosa positiva fu la preoccupazione per li incendi che fece sì che i tetti fossero costruiti con tegole invece che di paglia che le stufe per riscaldare le case non fossero addossate alle pareti e che fossero regolamente pulite. Nel corso dell’XVIII secolo Pietroburgo divenne sempre più simile ad Amsterdam con i suoi semicerchi concentrici di canali e strade che si irradiavano dal punto di fuga dell’Ammiragliato, per gettarsi nella Neva. Costruito in stile Impero l’Ammiragliato fu progetto dell’architetto Andrejan Zacharov fra il 1806 ed il 1823: la sua guglia dorata è il punto focale della vecchia San Pietroburgo e tutt’ora marca la convergenza delle tre strade principali Nevskij Prospekt, Ulica Gorokhovaja e Vosnesenskij Prospekt, riprendendo lo schema del tridente romano e sottolineando l’importanza che Pietro I attribuiva alla Marina imperiale.

The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La Prospettiva Nevskij o Nevskij Prospekt (“Corso della Neva”) è la strada principale che attraversa la città di San Pietroburgo. Voluta da Pietro il Grande come l’inizio della strada che avrebbe collegato la nuova capitale alla città di Velikij Novgorod e poi a Mosca e costruita sul modello degli degli Champs-Élysées di Parigi, venne subito progettata con una larghezza di varie corsie, pur non raggiungendo la magnificenza del corso parigino. La strada che attraversa anche alcuni dei canali della città, fu presto affiancata da palazzi come la Biblioteca Nazionale Russa, il Caffè letterario o il Palazzo Stroganov e numerose chiese di svariate confessioni, fra cui la chiesa armena di Santa Caterina e la magnifica Cattedrale di Kazan. Anche la letteratura ha spesso citato la prospettiva Nevskij e lo scrittore Nikolaj Gogol le ha dedicato il racconto La Prospettiva Nevskij (nei Racconti di Pietroburgo), dove racconta la vita di questa arteria cittadina.

Al nord della Neva sorge l’imponente Fortezza di Pietro e Paolo, al centro della quale è la cattedrale in cui riposano Pietro ed i suoi successori. La sua spira dorata, ispirata alle chiese lituane, è visibile da ogni punto della città (o quasi). Alla metà del XVIII secolo cominciaro i lavori per il Palazzo d’Inverno, che fa bella mostra di se poco distante dal ammiragliato e che ora ospita il Museo dell’Ermitage.

River Neva and St'speter and Paul's Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
River Neva and St’speter and Paul’s Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Pietroburgo è un città di aria e di acqua e l’impressione che si ha è quella di spazio e armonia. E nessuno era più ossessionato dall’armonia e dall’uniformità dello zar Alessandro I  che arriva persino a decretare che era proibito ai cittadini dipingere le loro case di colori volgari e che i soli permessi erano il giallo pallido, il grigio (chiaro e scuro), l’azzurro, il verde, il rosa e il bianco. Lo scopo finale era il raggiungere la perfezione estetica nella capitale. Gli stessi architetti si sforzavano di mantenere lo stile architettonico unitario lungo la Neva o i canali come il Fontanka che tanto mi ha incantato durante la mie breve permanenza. Lo stesso avviene con il suo successore Nicola I che, come Alessandro I  prima di lui si dava la pena di esaminare ogni progetto architettonico prima di approvarlo.

The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari
The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari

Sfortunatamente come ancora succede, la gente comune, il popolino che doveva vivere in quelle case, camminare lungo quelle strade e navigare lungo i canali, non aveva nessuna voce in capitolo. Nonostante le promesse del governo, poco fu fatto e quel poco spesso fu fatto male (suona familiare??), le case di legno erano consentite solamete lontano dalle arterie principali e dovevano essere distanziate al meno 2 m per evitare gli incendi. Altri servizi come gli ospedali erano considerati responsabilità delle associazioni benefiche e della chiesa (cosa comune al resto del mondo occidentale) sebbene con la crescita delle città passarono eventualmente sotto la gestione dello stato.

The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Essendo stata costruita principalmente nel XVIII secolo, San Pietroburgo rispecchia lo stile di quel periodo: dal Barocco di Pietro il Grande al Rococò di sua figlia, la zarina Elisabetta, al Neoclassicismo di Caterina la Grande e di Alessandro I, entrambi parziali all’architettura greca, resa popolare da Winkelman. Lo status dell’architetto era tale che pesino Gogol si sente in dovere di inserire un architetto tra le figure di impiegati statali che popolano una remota cittadina russa nel suo Anime Morte (1830).

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Scopo principale dell’architetto di San Pietroburgo era creare grandiosità, armonia, nobiltà,  permanenza: la città di Pietro il grande era lì per restare. Con le sue grandi piazze, fatte per ospitare parate militare del vittorioso esercito che aveva sconfitto Napoleone, la città degli zar era uno splendido monumento all’autocrazia.

2019 © Paola Cacciari

L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendente è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo anche nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si può dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine. Uh!

Un antidoto a tutto questo testosterone si trova fortunatamente nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte in mesta mostra che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, la Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominanza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 3)

Impressionismo Russo (parte terza) da La Sottile Linea d’Ombra

La sottile linea d'ombra

Come si traducono in Russia le innovazioni e le suggestioni scaturite in tutta Europa con l’impressionismo, a partire dalla Francia?

Cercando di rispondere a questa domanda, siamo ormai giunti alla terza e ultima puntata del viaggio immaginario nei meandri dell’impressionismo russo. Oggi condivido con voi le storie, e soprattutto i quadri, di due artisti che mi sono tenuta in serbo per questo gran finale.

Isaak Il’ič Levitan (1860-1900)

Isaak-Levitan-vento-fresco-1895 Isaak Levitan, Vento fresco, 1895

Levitan, figlio di un rabbino, nasce in Lituania, da una famiglia povera ma colta. Da ragazzo, si trasferisce a Mosca e viene ammesso all’Istituto tecnico di pittura, scultura e architettura, dove tra i suoi maestri troviamo l’ormai noto Vasilij Polenov.

Nel 1875 si assiste alla morte della madre, mentre il padre si ammala di tifo al punto da non poter lavorare. Levitan riesce a sopravvivere e a mantenere i suoi fratelli grazie alle sue doti artistiche…

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Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 2)

Impressionismo Russo (parte seconda) da La Sottile Linea d’Ombra

La sottile linea d'ombra

Come si traducono in Russia le innovazioni e le suggestioni scaturite in tutta Europa con l’impressionismo, a partire dalla Francia?

Nel tentativo di rispondere a questo interrogativo, nello scorso articolo ho iniziato ad introdurre questo tema e ad analizzarlo attraverso le personalità più significative, mentre oggi vi racconterò di tre altri grandi artisti, che sono sicura si riveleranno molto interessanti. Senza ulteriori indugi, direi quindi di partire per la seconda tappa di questo viaggio immaginario.

Konstantin Alekseevič Korovin (1861-1931)

Konstantin-Korovin-idillio-nordico_1886 Konstantin Korovin, Idillio nordico, 1886.

Da quanto ho visto e letto, Konstantin Korovin è l’impressionista russo per eccellenza. Come altri di cui ho parlato, studia presso l’Instituto di Belle Arti di Mosca ed è allievo di Vasilij Dmitrievič Polenov, che lo inizia alla pittura en plein air e alle sperimentazioni della Francia e dintorni.

Osservando le sue opere, mi colpiscono soprattutto le pennellate e l’importanza che rivestono i giochi di luci e…

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Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 1)

La mia passione per la Russia è di antica data, così come per la sua arte. Godetevi questi tre bellissimi articoli di Arianna de La Sottile Linea d’Ombra. Buona lettura!

La sottile linea d'ombra

Cosa vi viene in mente quando sentite nominare l’arte russa? Scommetto che le risposte possono essere facilmente tre: le icone, le avanguardie e le monumentali sculture e architetture tipiche sovietiche.

Difficilmente a qualcuno verrà in mente l’impressionismo, e devo dire che anche io non ne sapevo molto, ma ho avuto la fortuna di documentarmi grazie ad un souvenir di Mosca ricevuto dai miei genitori, un libro che mi ha fatto scoprire un nuovo universo e da cui ho preso molto di quello che sto per scrivere (Painting of the Late 19th and Early 20th Centuries. Masterpieces of the Tretyakov Gallery, Mosca 2016).

Oggi infatti non sono qui per raccontarvi degli aspetti più noti e celebrati dell’arte russa, ma per introdurre una nuova sfaccettatura di quel movimento artistico che ha reso possibili le avanguardie e più in generale l’avvento dell’arte contemporanea, quell’impressionismo che dalla Francia si è allargato…

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