Le stampe di Edward Much al British Museum

Solitudine, ansia, gelosia, paura e tormento: davvero Edvard Munch (1863-1944) non doveva essere l’anima della festa, ma sicuramente aveva un talento per l’arte. Questa mostra non è facile, anzi: è roba pesante e severa che fin dall’inizio ti si appiccica addosso come fuliggine scura.


Tutto ciò che si trova nei dipinti di Munch è anche nelle sue stampe, eccetto il colore. Ci sono amanti dai corpi intrecciari, figure solitarie avvolte nella loro angoscia esistenziale, donne irraggiungibili. Non manca la versione a stampa de L’Urlo che nel suo spoglio bianco e nero è, se possibile, quasi più tormentato della versione dipinta. Munch era profondamente consapevole del potere devastante delle malattie mentali: comprendere e di conseguenza esprimere il funzionamento della mente  era per lui estremamente importante, ed era ciò che cercava di ritrarre. Inutile dire che è una cosa che ha un’enorme risonanza oggi

The Scream, Oslo’s Munch museum. Photograph Thomas Widerberg Courtesy British Museum
L’opera di Munch è iconica per una ragione. Quando ti arriva addosso, tutto quel dolore e quel tormento ti resta addosso. Gli occhi inquietanti e angosciati dei soggetti dei suoi quadri ci seguono per la stanza e continuano a seguirci anche quando quando si lascia la mostra. Questo è l’aspetto dell’arte di Much che trovo meno piacevole, che a nessuno piace essere seguito da un paio di occhi vuoti e da una bocca urlante, ma è la prova di quanto geniale sia questo artista.

Londra// fino al 21 Luglio 2019

Edvard Munch: Love and Angst, at the British Museum

2019 © Paola Cacciari

Dialogo della Natura e di un Islandese: Ragnar Kjartansson a Londra

La prima cosa che colpisce quando si varca la soglia della retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicato all’islandese Ragnar Kjartansson, è la musica. Dieci “trobadours” languidamente sdraiati su poltrone e materassi disposti ad arte sul pavimento, circondati da bottoglie di birra vuote, suonano languidamente una stupenda partitura polifonica stupenda con le loro chitarre, tutto il giorno per tutta la durata della mostra. La musica è incantevole, avvolgente, quasi ipnotica. Ma quella che i menestrelli cantano con tanto trasporto non è una semplice canzonetta dal ritornello un po’ malinconico, bensì il dialogo tra la casalinga annoiata e l’idraulico della pellicola soft-porn proiettata nella stessa sala. Il dialogo (“prendimi sulla lavastoviglie…”) è stato trasposto in musica da Kjartan Sveinsson, ex componente del gruppo rock islandese Sigur Rós. Gli attori sono i genitori dell’artista. Niente male come inizio: con Kjartansson, Sigmung Freud avrebbe trovato pane per i suoi denti…

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Nato a Reykjavik nel 1976 da un’attrice e un regista teatrale, Kjartansson ha certamente avuto la sua parte di infanzia bohémien crescendo praticamente dietro le quinte del Reykjavik City Theatre. E indubbiamente la sua storia personale (ma non solo), fornisce materiale in abbondanza per una serie di performances fortemente emotive e se non si sta attenti, il pomeriggio passa in un baleno avvolto nel buio delle sale del Barbican immersi in un mondo surreale fatto di performance art, video, dipinti e tanta, tantissima musica.

“Il nome mi suona famigliare…” penso qualche giorno prima quando leggo la recensione sul Time Out London. E infatti scopro di aver già incontrato Ragnar Kjartansson, non una ma addirittura due volte e non in uno dei libri popolati da sassoni e vichinghi di Bernard Cornwell che tanto mi piace leggere, ma a La Biennale di Venezia, dove dove Kjartansson ha rappresentato l’Islanda prima nel 2009 e poi nel 2013 (anche se io questo non lo sapevo, che a La Biennale ci vado più per sacra curiosità che per reale interesse nell’arte contemporanea. E comunque Venezia è bellissima e ogni scusa è buona per andarci…).

Per molti, inclusa la sottoscritta, la sua barchetta di legno con la vela bianca, che salpava dolcemente da una banchina all’altra dell’Arsenale di Venezia con il suo carico di musicisti impegnati a suonare una bellissima musica dall’alba al tramonto (infatti i musicisti hanno suonato strumenti a fiato per sei ore al giorno per sei mesi), non era solo un’indimenticabile che celebrava marinai e navigatori, ma anche uno degli spettacoli più magici e surreali  dell’intera Biennale del 2013. Il video della S.S. Hangover (2 ore e 46 minuti) si ritrova nella retrospettiva del Barbican. Inutile dire che non l’ho riguardato tutto, ma solo un po’…

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover , La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover, La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Una foto di Kjartansson e del suo amico Páll Haukur Björnsson che emerge da un pozzo veneziano pieno di bottiglie di birra mi riporta indietro nel tempo e sorrido al ricordo di questa bizzarra performance in cui sono incappata per puro caso mentre mi trovavo a Venezia a fare visita alla mia amica Marta. Quello che non ricordavo e’ che alla Biennale del 2009 Kjartansson ha abitato per sei mesi  il pianterreno di Palazzo Michiel dal Brusa splendido palazzo del XIV secolo sul Canal Grande, vicino al Ponte di Rialto, che ospitava per l’occasione il Padiglione Islandese, trasformato per l’occasione  in uno studio  bohémien, dipingendo instancabilmente dipinto il ritratto del collega-artista islandese Páll Haukur Björnsson, in varie pose, ma sempre inesorabilmente in costume da bagno, sigarette e birra in mano. Il risultato sono 144 tele che formano l’installazione The End, una parodia agrodolce dell’artista romantico che deve seguire la sua vocazione, anche se (in quel periodo) l’Islanda e’ in bancarotta e Venezia e’ impenetrabilmente grande. Una parodia che tuttavia tocca da vicino tocca la vita stessa di Kjartansson che come artista film-maker, musicista, scultore e performance artist, può solo interpretare la parte di un pittore.

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

 

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ma l’ironia di Kjartansson non solo verso sé stesso. A Lot of Sorrow mostra la gruppo indie rock americano The National sul palco davanti a un pubblico dal vivo al VW Dome al MoMA PS1 nel Maggio 2013; di fronte a sei telecamere che riprendono costantemente la performance da diversi punti di vista, la band suona la sua popolare canzone Sorrow (della durata di circa 3 minuti), per sei ore alla fine delle quali sfido chiunque ad essere ancora sano di mente. Il titolo della vide-installazione gioca sulla ripetizione e sul doppio significato. Certo, non so a quale punto del video sono entrata nella sala, ma Matt Berninger il chitarrista frontman della band sembra alquanto provato…

E questi della ripetizione e resistenza sembrano essere gli elementi comune a tutte le sue installazioni, questo spingere le cose agli estremi per vedere fino a che punto è possibile arrivare: ripetere una canzone, una performance, un dipinto. L’ombra dell’arte di Marina Abramovich, con le sue caratteristiche di durata e ripetizone, aleggia apertamente sull’opera di Kjartansson.

Da solo o in compagnia di altri amici-artisti, con ogni installazione Kjartanssonci trasporta in una dimensione diversa, dove gesti quotidiani ripetuti all’infinito. Immagini e suoni si fondono in canzoni ripetute all’infinito, e nulla è più vero che nell’apice assoluto dello show, The Visitors, un’installazione a nove schermi  il cui titolo è ispirato all’album finale degli ABBA, in cui il tempo e lo spazio sembrano fermarsi. Insieme ad un gruppo di amici musicisti islandesi, Kjartansson esegue una canzone scritta da Ásdís Sir Gunnarsdóttir, la sua ex moglie. Il risultato è una creazione meravigliosa, una rapsodia ipnotizzante che colpisce critta al cuore: una ninna nanna per consolare i cuori infranti come il suo, o un inno a chi è fortunato ad aver incontrato l’amore. Dura per più di un’ora, ma si potrebbe rimanere lì per sempre, avvolti dall’atmosfera magica di quella sala immersa nel buio. Una cosa è certa: è impossibile uscire dal Barbican senza un’opinione. Se riuscite ad uscire…

Londra//fino al 4 settembre 2016

Ragnar Kjartansson

barbican.org.uk

 

 

Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.
Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.
Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen
Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834
Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010

Vikings life and legend al British Museum


Quando si pensa ai vichinghi si pensa a giganti biondi che indossano elmi con le corna, hanno spade gigantesche e solcano i mari su navi eleganti dalle teste di drago. O almeno questa era  l’idea che me ne ero fatta. Potete immaginare la delusione quando sono andata a vedere al British Museum a vedere Vikings life and legend e ho scoperto che gli elmi cornuti erano un’ invenzione vittoria abilmente sfruttata da Wagner. 

Pettini vichinghi, circa 900-1000. British Museum. Londra 2014©Nebbiadilondra

E se i giganti in questione erano biondi e sanguinari, è vero anche che tenevano parecchio al loro aspetto, non risparmiavano in pettini e non si vergognavano di usare il bistro per gli occhi o di adornarsi di bracciali e spille tanto grandi  e risplendenti che oggi sarebbero l’invidia ogni rapper. Certo si davano nomi terrificanti, ma in fondo (è la linea adottata dai curatori) erano pacifici mercato che commerciavano, creavano bellissimi oggetti di oreficeria e scrivevano poesie. Anche se non credo che i monaci di Lindisfarne, isoletta al Nord dell’Inghilterra che nel 793 ebbero la sfortuna di ricevera la visita della prima incursione vichinga registrata nei documenti storici, sarebbero della stessa opinione…

Spille vichinghe, circa 800-900. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra
Erano anche agricoltori, almeno fino a quando non andavano in giro a fare i vichinghi (cioè i pirati) e ad invadere le terre altrui – attività a cui questi giganti provenienti da Danimarca, Svezia e Norvegia si dedicarono con puntigliosa costanza per un paio di secoli, dall’800 al 1050. E come gli inglesi sanno bene, avendolo sperimentato di persona durante quei due secoli, i vichinghi oltre a a morte e distruzione, hanno lasciato dietro di sè anche una scia di preziosi artefatti (alcuni davvero meravigliosi), oltre alle bellissime saghe messe per iscritto nel XII secolo dai loro discendenti. Ma nonostante lo sforzo dei curatori, proprio non ce li vedo i vichinghi come creatori di una cultura raffinata. La vita quotidiana che traspare dagli oggetti di questa mostra appare dura, crudele e ripetitiva e al loro cospetto la raffinatezza degli artefatti franchi e bizantini sembra davvero di un altro pianeta.

Roskilde 6. Photograph: Frantzesco Kangaris for the Guardian 

Poi mi sono trovata davanti la Roskilde 6mi sono dovuta ricredere: che i vichinghi erano di fatto degli artisti raffinati. Ma le loro più grandi opere d’arte erano le navi lunghe. E questa qui del British Museum, con i suoi 37 metri, lunga lo è davvero. Certo bisogna lavorare un po’ di fantasia per ricostruire i pezzi mancanti visto che della struttura originale di legno è sopravvissuto solo il venti per cento, ma la forma della nave è li, davanti a voi. Ed oltre ad essere lunga, è elegante e potente e bella da mozzare il fiato. Con navi così hanno conquistato terre lontane e sono diventati la leggenda che tutti conoscono. È impossibile guardare questa nave (anche se allo stato attuale di scheletro) e non provare un fremito di emozione lungo la schiena. Fu trovata nel 1997 durante i lavori di costruzione del Museo delle navi vichinghe diRoskilde, in Danimarca e poteva contenere un centinaio di guerrieri.

Armi vichinghe. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra

Immaginate di trovarvi dalla parte sbagliata della prua di questa nave e trovarvi davanti cento giganti biondi armati di asce da guerra decorate da serpenti argentati e spade risplendenti che (come Excalibur) avevano un nome e forse anche un’anima ed erano al centro della sociologia vichinga, visto che le spade erano “sacrificate” agli dei come le persone o gli animali! Immaginate…

fino al 22 giugno

British Museum,
Great Russell Street,
London, WC1B 3DG
www.britishmuseum.org/

Munch il fotografo. Tagli inediti a Londra

Ansioso, rabbioso depresso: questi sono gli aggettivi che solitamente vengono in mente quando si pensa a Edvard Munch. Una fama, la sua, che un’opera come “L’Urlo” non ha fatto molto per smentire. E se ha fatto conoscere ovunque il nome del norvegese, ha anche contribuito a oscurare parte della sua opera. Alla Tate Modern si tenta un taglio innovativo. A Londra, fino al 14 ottobre.

Edvard Munch – Self-Portrait à la Marat at Dr Jacobson’s Clinic in Copenhagen – 1908-09 – © Munch Museum
Organizzata in stretta collaborazione con il Munch Museum di Oslo e il Centre Pompidou di Parigi, la mostra che la Tate Modern dedica a Edvard Munch (Loten, 1863 – Ekely, 1944) presenta una selezione di dipinti, fotografie e cortometraggi realizzati dall’artista.  Ma non si tratta di una retrospettiva, al contrario: i dipinti rappresentano solo una parte del percorso e sono presenti per illuminare un momento particolare della sua carriera. Non mancano i capolavori, ma sono assenti i quadri per cui Munch è noto al grande pubblico: per una volta i curatori, invece di soffermarsi sull’immagine dello psicopatico pittore ottocentesco tramandatoci dalla critica, vogliono dimostrare che Munch era un pittore del XX secolo, al passo con le scoperte del suo tempo, quasi un modernista.
Sebbene l’idea di un Munch d’avanguardia sia discutibile (il fatto che molta della sua opera abiti parte del XX secolo, essendo morto nel 1944, non lo rende necessariamente un modernista), il relegare per una volta le sue ben note angosce esistenziali a un ruolo secondario è una ventata d’aria fresca. Perché Munch, come altri della sua generazione, fu profondamente influenzato dall’avvento della tecnologia e per tutta la sua carriera non cessò di sperimentare con strumenti alternativi alla pittura, come la fotografia e il cinema. Ed è proprio questo che la mostra di Tate Modern mette in rilievo, accanto a un altro elemento altrettanto importante nella sua formazione, il teatro.
Edvard Munch – The Girls on the Bridge – 1927 – Munch Museum – © Munch Museum/Munch-EllingsendGroup/DACS 2012
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Vilhelm Hammershøi e la poesia del silenzio

Il mistero di una porta aperta. Un rettangolo di luce fredda su un muro immacolato. Una figura di spalle. L’elegante malinconia di un interno, in cui la vita è evocata dal silenzio…

Timido e riservato; una vita quieta, senza scosse, lontano dallo spirito inquieto e sperimentale delle avanguardie che attraversava l’Europa alla vigilia della Prima guerra mondiale. Eppure, nonostante la natura controversa dei suoi dipinti, la stella di Vilhelm Hammershøi (Copenhagen, 1864-1916) brilla intensa nel firmamento artistico internazionale già all’inizio del Novecento. Per poi scomparire nel nulla dopo la sua morte, dimenticato per oltre mezzo secolo.

Vilhelm Hammershoi - Interno con donna al Piano, Strandgade 30, 1901 Private collection - Photo Maurice Aeschimann - Courtesy Royal Academy of Arts, London
Vilhelm Hammershoi – Interno della casa dell’artista (Sunbeams or Sunshine. Dust Motes Dancing in the Sunbeams) – 1900. Ordrupgaard, Copenhagen

Alla Royal Academy of Arts di Londra, Vilhelm Hammershøi: The Poetry of Silence è la prima grande retrospettiva che la Gran Bretagna dedica al pittore danese: settantuno dipinti cronologicamente disposti lungo cinque percorsi tematici esplorano i vari aspetti della produzione pittorica di Hammershøi, offrendo un’attesa risposta a un vuoto durato troppo a lungo. Hammershøi vive una vita ritirata a Copenhagen. La maggioranza dei suoi dipinti ritraggono interni della sua abitazione in Strandgade 30, il palazzo secentesco dove lui e la moglie Ida vivono per undici anni, dal 1898 al 1909. Le sue sono immagini essenziali, esaltate da una tavolozza quasi monocromatica e abitate da pochi elementi, disposti con l’attenzione ossessiva che ricorda l’infinita varietà delle nature morte di Giorgio Morandi.

Vilhelm Hammershoi - Interno con donna al Piano, Strandgade 30, 1901 Private collection - Photo Maurice Aeschimann - Courtesy Royal Academy of Arts, London
Vilhelm Hammershoi – Interno con donna al Piano, Strandgade 30, 1901 – Private collection
Porte che si aprono su stanze vuote, illuminate dalla fredda luce del Nord e da cui la figura umana è assente o vista di spalle. In Interno con donna al piano, Strandgade 30 (1901), Ida siede al pianoforte. In primo piano, un tavolo apparecchiato su cui sono posati due piatti, a suggerire la presenza-assenza dell’artista stesso. Con la schiena rivolta all’osservatore, la solitaria figura femminile dai capelli raccolti riempie lo spazio della sua silenziosa, intima esistenza. Se gli interni sapientemente costruiti di Hammershøi rimandano a Vermeer, i suoi soffici e rarefatti toni pastello riflettono il classicismo di Puivs de Chavanne, che il danese ammirò durante i soggiorni a Parigi del 1889 e del 1891-92.
Tuttavia, i più significativi dei suoi interni dipinti sono quelli da cui sia i mobili che la figura umana sono completamente assenti. In Interno della casa dell’artista (1900), l’unica decorazione è data dalla porta barocca e dal rivestimento in legno della stanza. Il sole freddo del Nord entra dalla finestra, riversandosi liberamente sul pavimento. È una composizione essenziale, che sfiora l’astrattismo, resa perfetta dalla sapiente gradazione di toni grigi. Le porte diventano per Hammershøi il simbolo dello spirito di un luogo. Porte chiuse; porte che si aprono su prospettive di stanze vuote riempite dalla quieta, piccola vita di chi le abita.
Vilhelm Hammershoi - Interno. Giovane donna vista di spalle - 1903-04 Olio su tela - 61 x 50.5 cm - Randers Kunstmuseum - Photo Niels Erik Hybye - Courtesy Royal Academy of Arts, London
Vilhelm Hammershoi – Interno. Giovane donna vista di spalle – 1903-04. Randers Kunstmuseum

Nonostante visiti l’Italia, l’Olanda la Germania, Londra rimane per Hammershøi la più significativa delle sue destinazioni all’estero. Il tempo grigio e nebbioso della capitale si adatta perfettamente al suo stile, dando vita a scene come Strada di Londra: Montague Street con il British Museum (1906), dipinto nell’inverno 1905–06. Tetti innevati; strade bianche affiancate da alberi spogli; cieli nuvolosi che dominano scene imbevute d’ipnotica malinconia.

 

Anche quando si dedica al paesaggio, Hammershøi evita i soggetti banali come i panorami estivi, prediligendo scene isolate e remote come gli alberi di Vicino Fortunen (1901), la cui selvaggia, solitaria atmosfera non lascia spazio al sentimento romantico della natura.

Un’arte sospesa nel silenzio, quella di Hammershøi. Ma un silenzio che pulsa di vita e nella cui luminosa quiete è bello perdersi.
Londra//fino al 7 Settembre 2008
Vilhelm Hammershøi – The Poetry of Silence
Royal Academy of Arts – Burlington House, Piccadilly – W1J 0BD London
royalacademy.org.uk

Paola cacciari, pubblicato su Exibart