Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

I ritratti di Picasso @National Portrait Gallery

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London
Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Fernande Olivier, incontrò Picasso al Bateau-Lavoir nel 1904, e l’anno successivo andò a viverci insieme. La loro tempestosa  relazione durò sette anni, fino a quando il successo artistico di Picasso coincise con la perdita di interesse verso Fernande e i due si separarono nel 1912. Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920
Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

I ritratti di Goya alla National Gallery

Che Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) fosse un mago del pennello non è una novità: i suoi dipinti sono capolavori di tecnica, oltre che brillanti spaccati di storia sociale.Nel corso degli anni non sono mancate le mostre dedicate al Goya pubblico o privato, giovane o vecchio, alle Pitture Nere e ai disastri della guerra, come quella che di recente si è tenuta alla Courtauld Art Gallery dedicata alle Streghe e vegliarde dei suoi album privati. Ma questa della National Gallery è la prima dedicata interamente ai suoi ritratti, così nuovi e audaci.

Il linguaggio pittorico di Goya cambia a seconda del soggetto e diventa di volta in volta morbido e gradevole o incisivo e grafico, mentre la pennellata si fa densa e compatta o larga e sciolta, come quelle del Modernismo che Goya presagisce. E questo è vero soprattutto per i suoi numerosi autoritratti, dove il nostro pittore sembra assumere molteplici personalità, che Goya non era sempre lo stesso pittore. La consistenza infatti non sembra essere stata il suo forte, che ci sono momenti in cui sembra che il nostro eroe perda interesse per quello che sta dipingendo, dimenticando le proporzioni e concentrandosi su dettagli, come se la fibbia di una scarpa fosse infinitamente più interessante della faccia di qualche nobiluncolo di secondo grado.

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid
Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Ma è il realismo senza filtri di Goya che fa sì che i suoi ritratti siano di volta in volta bizzarri, poco lusinghieri, volutamente imbarazzanti, persino apertamente sconcertanti. Goya era il ritrattista di corte (il primo dopo Velázquez ad ricoprire questo ruolo) e, considerato che il suo lavoro era dipingere la famiglia reale spagnola e gli aristocratici nel modo più lusinghiero possibile, i suoi soggetti sono dipinti in modo totalmente privo dell’abituale tendenza al “ritocco”allora così in voga tra le classi elevate. D’altronde l’adulazione era un’anatema per Goya e nei suoi quadri si puo’ stare certi che un naso a patata sarebbe rimasto un naso a patata, indipendentemente dalla posizione nella gerarchia sociale del suo proprietario.

Quando ritrae La famiglia di Carlo IV, Goya pone la figura della regina Maria Luisa di Borbone-Parma al centro della composizione, in quanto agli occhi del pittore (e non solo ai suoi) era lei a rappresentare la vera potenza della famiglia reale, non Carlo IV che il pittore sembrava considerare un po’ lento di comprendonio, ma per cui  sembra avere una certa simpatia.

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington
Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington, 1812–14. National Gallery, London

Ma quando Goya ammira e rispetta un personaggio, lo si vede chiaramente. Il Duca di Wellington , che entrò a Madrid nel 1812 acclamato dalla gente, ci guarda con occhi attenti. Abituata come sono all’altera versione di Thomas Lawrence, devo dire che il duca qui sembra incredibilmente umano – una nervosa energia compressa dietro quegli occhi grandi, quasi tondi, spalancati sul mondo. Qui tutta l’attenzione è nello sguardo e il resto è  appena accennato, comprese le sue medaglie.

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts
Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Lo stesso si può dire dal ritratto di General Nicholas Philippe Guye, uno dei generali più importanti di Napoleone, Guye era arrivato in Spagna per assumere il governo di Siviglia e combattere la guerriglia spagnola e che nel ritratto di Goya è vivo e pulsante, con le labbra socchiuse lo sguardo pensoso sotto un ciuffo di riccioli scuri. Mi sembra chiaro che Goya ha per questi due uomini un grande rispetto.

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814. Museo del Prado, Madrid, Spain
Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814 Museo del Prado, Madrid, Spain

Al contrario, Ferdinando VII sembra la caricatura di uno gnomo vestito da Re per Carnevale. Il suo disprezzo per il fautore della Restaurazione spagnola è palpabile. Paradossalmente pare che il sovrano avesse apprezzato il ritratto. Stupidità o senso dell’Umorismo? A voi la scelta…

Londra// fino al 10 Gennaio 2016

National Gallery

nationalgallery.org.uk

 

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da battere. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

ApsleyHouse (2)
Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House
Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House
View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots
The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Streghe e vegliarde. Nei disegni di Goya

La mostra della Courtauld Gallery di Londra – fino al 25 maggio – si potrebbe riassumere con il famoso motto di Mies van der Rohe, “less is more”. Per soggetti come la stregoneria e la vecchiaia possono venire in mente molti aggettivi: “bello” è un termine che non molti userebbero. A meno che l’aggettivo in questione non si riferisca agli incubi in bianco e nero di Francisco Goya…

Francisco de Goya, Regozijo, Witches and Old Women Album, 1819-23 ca. – New York, The Hispanic Society of America
Francisco de Goya, Regozijo, Witches and Old Women Album, 1819-23 ca. – New York, The Hispanic Society of America

Pittore, disegnatore e incisore, vissuto a cavallo tra il secolo dei Lumi e il Romanticismo, Francisco José de Goya y Lucientes (Fuendetodos, 1746 – Bordeaux, 1828) è da sempre considerato il primo artista moderno. Noto come “Apelle della Spagna” già dal 1801, durante i sei decenni della sua carriera ha servito tre generazioni di re spagnoli, producendo circa 700 dipinti, 900 disegni e quasi 300 stampe. Una produzione immensa, la sua, con cui sembra voler fissare sulla carta un mondo che sta cambiando troppo in fretta. Nei suoi ottantadue anni di vita, infatti, Goya vive in prima persona l’Illuminismo, l’occupazione francese, il regno dispotico di Ferdinando VII (e l’Inquisizione) e la guerra d’indipendenza spagnola.
Nato in un piccolo paese dell’Aragona, quarto di sei fratelli, Goya diventa il pittore prediletto da aristocratici e reali di Spagna. Ma in seguito a una grave malattia che lo colpisce all’età di cinquant’anni e che lo lascia praticamente sordo, la sua opera assume un tono più scuro e malinconico. La convalescenza è lunga e Goya disegna per passare il tempo, riempiendo otto album, ognuno di essi associato dagli studiosi a una lettera dalla A alla H. Quelli dell’Album D costituiscono il soggetto centrale di Goya: The Witches and Old Women Album, la nuova mostra della Courtauld Gallery.

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Le sale del Medioevo e del Rinascimento al Victoria and Albert Museum

Inaugurate nel Dicembre 2009 dopo quasi dieci anni di lavoro e di ricerca, le gallerie dedicate all’arte del Medioevo e del Rinascimento del Victoria and Albert Museum occupano una superficie espositiva pari a 3.300 metri quadrati e si sviluppano cronologicamente su tre livelli pertendo dal 300 D.C. per arrivare al 1600. Costate 30 milioni di sterline e affettuosamente abbreviate in ‘MedRen’ dagli addetti ai lavori, le dieci sale occupano un’intera ala dell’edificio originale progettato da Sir Aston Webb nel 1899. Con 1.800 oggetti costituiscono la più grande collezione di scultura italiana esistente all’estero.


Alla base di questo mastodontico progetto, è l’ambiziosa visione dei curatori di sfatare il mito negativo di un Medioevo senza luce, tutto cenere e preghiera, prima della rinascita avvenuta del XV secolo. Visione tradotta nella pratica con la creazione di armoniosi spazi espositivi, privi di rigidi confini architettonici che riflettono con la loro continuità spaziale un dialogo mai interrotto tra antichità, Medioevo e Rinascimento. L’idea era quella di raccontare una storia dell’arte e del design europeo che fosse più di una semplice carrellata di stili, e per dare al pubblico il senso dell’utilizzo pratico degli oggetti si è cercato di ricreare quanto più possibile il loro contesto originale.

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Una gigantesca trifora romanica del XII secolo introduce il visitatore che arriva dal pianterreno nel più profondo passato. Questa prima parte delle gallerie (300-1250) esplora lo sviluppo dell’arte cristiana dal perido tardo antico al Pieno Medioevo, e di come la Chiesa e i primi sovrani medievali come Carlo Magno abbiano guardato indietro alle forme e ai valoridell’arte romana per adatterle ai loro necessità.

Qui si possono ammirare  capolavori assoluti come una valva del dittico eburneo di Simmaco (sec. VI), il cofanetto intagliato della Cattedrale di Veroli (sec. X-XI) e come il reliquiario smaltato in cui erano custoditi i resti di San Thomas Becket (sala 8) e il Candelabro di Gloucester, realizzato per la cattedrale di Gloucester, all’inizio del XII secolo, uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio. 

Nelle sale successive, dedicate all’ascesa del Gotico (1200–1350), da non perdere sono le vetrate della Sainte-Chapelle a Parigi(circa 1243-1248), il Crocifisso di Giovanni Pisano(circa 1285-1300) (sala 9), una minuscola figura scolpita in avorio, un vero e proprio capolavoro di potenza espressiva e di grande emozione e il gigantesco busto di un Profeta (1285-1297) sempre dello stesso Giovanni Pisano, realizzato per il Duomo di Siena (sala 10). In queste sale si trova anche uno dei famosi arazzi di caccia del Devonshire (sala 10a) un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo – gli altri tre sono nelle Tapestries Galleries al terzo livello (sala 94).

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Al pianterreno, opere di grandi dimensioni  un tempo parte di imponenti palazzi rinascimentali e chiese, sono esposte nel contesto di un paesaggio urbano. Immaginate il cortile di un palazzo rinascimentale, con un giardino popolato da alberi e fontane e impoeneti sculture come il Sansone e il Filisteo di Giambologna (1560-1562) (50a). Ma passate attraverso la gigantesca balaustra che separava il coro dalla navata nella Cattedrale di San Giovanni a Hertogenbosch (1600-1613) in Olanda, uno degli oggetti più grandi in mostra e vi ritroverete in un’imponente chiesa (sala 50b), evocata da grandi pale d’altare e vetrate, dominata dalla Cappella di Santa Chiara, costruita a Firenze nel 1494, e che il V&A dice essere il solo edificio rinascimentale italiano esitente fuori dall’Italia. E comunque la collezione di scultura italiana appartenente al museo trova rivali solo a Firenze a Roma. 

Giambologna, Sansone e il Filisteo (1560-1562)

Al secondo piano  si esplora come tra il 1500 e il 1600 le idee e l’interesse per l’antichità classica hanno influenzato il processo creativo dell’artista e di come le nuove tecnologie, (in particolare la stampa) hanno contribuito a diffondere idee e progetti e come gli oggetti diventano espressione d’identità e delle ambizioni di una famiglia. Ma non solo: qui si prendono in esame anche i vari aspetti della vita e del rituale domestico e dei suoi risvolti sociali visti attraverso beni di lusso come gioielli, mobili, armature e oggetti relativi alla salute e alla bellezza (sale 62 e 63).  Oltre ad un autoritratto di Tintoretto (1548) monete di Pisanello e stampe di Dürer, è stato ricostruito lo studiolo rinascimentale di Pietro de Medicicon il soffitto a volta in cui sono incastonati i tondi di maiolica con i Mesi di Luca della Robbia (1450-1456) (sala 64).
In una società che fa tesoro dei libri non possono mancare i taccuini di Leonardo da Vinci che sono per la prima volta in mostra permanente (il V&A ne possiede cinque, che sono esibiti a rotazione) e grazie ad un computer si possono sfogliare -almeno virtualmente- le pagine (sala 64). Accanto a Leonardo, il minuscolo bozzetto in cera di uno Schiavo (1516- 1519), l’unica opera di Michelangeloposseduta dal V&A, mentre un’intera sala è dedicata Donatello e ai suoi contemporanei Agostino di Duccio e Antonio Rossellino (64a). I curatori hanno setacciato le immense collezioni del V&A, ma ne è valsa la pena: dai depositi del grande museo londinese sono emersi tesori che non vedevano la luce da anni, come lo straordinario arazzo fiammingo raffigurante la Guerra di Troia (1475) (sala 64) il cui restauro ha richiesto oltre quattromila ore di lavoro. 

Tapestry with scenes of the war of Troy, Tournai, Belgium, 1475-1490


Ogni centimetro quadrato di spazio inutilizzato è stato reclamato e convertito (o ri-convertito) in spazio espositivo; persino l’area esterna esistente tra due edifici è stata coperta da un tetto trasparente e trasformata in zona di studio e relax per il pubblico (sala 64b). in questa nuova galleria sono riuniti oggetti di grandi dimensioni, come la facciata della casa di Sir Paul Pindar un tempo nella City of London o la gigantesca scalinata in legno di quercia1522-1530 proveniente da una casa di Morlaix, in Bretagna, ma ci sono anche calchi in gesso del XIX secolo, inferriate in ferro battuto e portoni, tutti oggetti attraverso cui si vuole mettere in evidenza come frammenti del passato medievale e rinascimentale continuano ad abitare le città e i paesaggi rurali d’Europa.

2014 © Paola C. Cacciari  pubblicato sul sito Londra Culturale


Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre
Ingresso libero
Info: Tel. +44 (0)20 7942 2000
 vanda@vam.ac.uk

L’anno in cui Picasso diventò Picasso

È un anno importante il 1901. A Londra si spegne la regina Vittoria e a Milano Giuseppe Verdi; Marconi effettua il primo collegamento telegrafico attraverso l’Atlantico, Röntgen riceve il Premio Nobel per la scoperta dei Raggi X. E a Parigi Pablo Ruiz Picasso diventa adulto. Una mostra alla Courtauld Gallery di Londra ci racconta come è successo. Fino al 26 maggio.

Pablo Picasso, Autoritratto (Yo - Picasso), 1901 - Private collection

Becoming Picasso: Paris 1901 al Courtauld Institute di Londra è un capolavoro di sintesi. Sono infatti solo diciotto le opere sulle pareti delle due stanze che ospitano questa preziosa mostra, che racconta un anno fondamentale della vita del genio spagnolo che tutti conoscono.
Sin da bambino il giovane Pablo Picasso (1881 –1973) dimostra di possedere un talento eccezionale. A Barcellona, dove frequenta la Real Accademia di Bellas Artes, si unisce a un gruppo di artisti e intellettuali del Modernismo catalano che si incontrano al caffè Els Quatre Gats; tra questi c’è il poeta Carles Casagemas. È il 1899: l’Art Nouveau impazza per l’Europa in tutte le sue forme e a Barcellona Antoni Gaudí sta costruendo i suoi edifici in pietra e aria. Ma la Parigi di Manet e Degas brilla come un faro in quella Spagna altrimenti arretrata, un richiamo troppo forte per un giovane ambizioso come Pablo Ruiz. Nell’ottobre del 1900 l’enfant prodige di Malaga compie il primo dei suoi viaggi nella capitale francese, accompagnato dagli amici Casagemas e Manuel Pallarès.
La Parigi notturna di Toulouse-Lautrec ha un profondo effetto su di lui, ma la vita bohémien è meno facile del previsto e alla fine dell’anno Picasso torna in Spagna. È a Madrid, dove si era trasferito e all’inizio del 1901, che apprende del suicidio di Casagemas, sparatosi alla tempia in un caffè di Montmartre per una delusione d’amore. Un evento, questo, che lo segnerà per tutta la vita.

Pablo Picasso, La nana, 1901 - Museu Picasso, Barcellona