Lā€™ultima battaglia di Nakano Takeko, la donna samurai

Nakano Takeko nacque in una nobile famiglia di samurai di Edo (Tokyo) nel 1847. Educata nella calligrafia e nella letteratura eccelleva, perĆ², nelle arti marziali. Allā€™epoca, infatti, le nobildonne imparavano a combattere, sempre, perĆ², in unā€™ottica di doveri domestici: la difesa della casa e dellā€™onore familiare quando gli uomini erano lontani. Ma Takeko era diversa. [ā€¦]

Lā€™ultima battaglia di Nakano Takeko, la donna samurai

Wuhan. Diari da una cittĆ  chiusa: la recensione del libro di Fang Fang

“Wuhan. Diari da una cittĆ  chiusa”, scritto da di Fang Fang, tradotto da Caterina Chiappa e con la postfazione di Michael Berry, edito in Italia da Rizzoli, ĆØ un libro che entrerĆ  nella storia. Senza se e senza ma. La giĆ  nota scrittrice cinese ha raccontato per 60 giorni, attraverso altrettanti capitoli pubblicati online, ilā€¦

Wuhan. Diari da una cittĆ  chiusa: la recensione del libro di Fang Fang

I ritratti di HoppĆ© a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo HoppƩ Portraits: Society, Studio and Street.

Ma chi era HoppĆ©? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto HoppĆ© (1878 ā€“1972) ĆØ uno dei piĆ¹ importanti fotografi della prima metĆ  del XX secolo. Famosissimo tra i suoi contemporanei, tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo ā€œil Maestroā€ ĆØ ora quasi completamente dimenticato.

i2ccn7NL63i0
Ezra Pound (1918) by E.O. HoppƩ

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, HoppĆ© arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa. Tra il 1907 e il 1945 HoppĆ© sembra avere fotografato tutte le maggiori personalitĆ  del mondo della politica, della letteratura e delle arti – da Henry James, a Rudyard Kipling, Albert Einstein e Aldous Huxley, Richard Strauss a Jacob Epstein, oltre a Leon Bakst a Vaslav Nijisky e numerosi altri ballerini e artisti della compagnia dei Balletti Russi.

Spinto da unā€™instancabile curiositĆ , a partire dal 1919 HoppĆ© comincia a viaggiare per il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (ā€˜tipiā€™) e paesaggi.; I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life (1922) e London Types (1926).

Emil Otto Hoppeā€™s photograph of The Pearlies, Master William Dennis Simmons, London, 1922 and (right) of Margot Fonteyn, 1935. Photo: National Portrait Gallery/PA Wire

La sua immagine di Benito Mussolini mostra il Duce dallo sguardo spiritato, pronto all’azione, allo scatto. Forse ĆØ nella natura del suo viso, nella mascella forte, ma anche nello sguardo lontano che passa pericolosamente vicino all’obiettivo di HoppĆ©, senza fissarsi da nessuna parte. ƈ il 1924. Che cosa sentiva o immaginava HoppĆ©? CosƬ spesso i suoi ritratti sembrano profetici!

A partire dagli anni Trenta, HoppƩ esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversitƠ culturale della societƠ Britannica, esplora la multienicitƠ della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneitƠ della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!

Fino al 30 Maggio 2011, National Portrait Gallery, London

[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di piĆ¹ su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto HoppĆ©: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali]

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sullā€™eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austeritĆ  sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i piĆ¹ grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
2

Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. ƈ arte o ĆØ solo uno strumento con cuiĀ documentare laĀ realtĆ ? La risposta dellaĀ National GalleryĀ a questo eterno dilemma ĆØĀ SeducedĀ by Art:Ā Photography Past andĀ Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esameĀ approfonditoĀ del dialogo che da sempre ĆØ esistito (e continua ad esistere) tra lā€™arte e la fotografia dā€™arte. E se fotografi vittoriani comeĀ Julia Margaret CameronĀ eĀ Roger FentonĀ imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilitĆ Ā artisticheĀ di questo nuovo mezzo, artisti contemporaneiĀ comeĀ Thomas Struth e TacitaĀ Dean non sono da meno nel creare fotografie persino piĆ¹ ā€œartisticheā€ dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di OriĀ Gersht, che si rifĆ  allā€™opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando cosƬ qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.

Se invece preferite ilĀ fotogiornalismo dā€™azione,Ā quello che coglie ā€œil momento decisivoā€ e racconta i grandi eventi del mondo conĀ immediatezzaĀ eĀ oggettivitĆ , allora non perdetevi Everything Was Moving:Ā Photography fromĀ the 60sĀ andĀ 70sĀ  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi ā€“ gli anni Sessanta e Settanta ā€“ che hanno visto laĀ societĆ Ā cambiare in modo drammatico. Sono gli anni diĀ Woodstock, dellā€™Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ā€˜68. ƈ la storia nel suo farsi, raccontataĀ da dodici fotografi che hanno vissuto dallā€™interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende comeĀ David Goldblatt,Ā William Eggleston eĀ Bruce Davidson, ce ne sono altriĀ meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricanoĀ ErnestĀ Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dellā€™ApartheidĀ costituisconoĀ uno dei documenti piĆ¹ potenti dellā€™intera mostra.

Paola Cacciari Ā© 2012
Leggi il resto su Artribune

Il magico mondo di Alighiero Boetti

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dallā€™altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che ĆØ stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 ā€“1994), uno degli esponenti dellā€™Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sĆØ su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed ĆØ stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un poā€™ piĆ¹ complicataā€¦ ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. ƈ il livellamento della qualitĆ  che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi ĆØ davvero piaciuta, che quella di Boetti ĆØ unā€™arte giocosa e piena di ironia, che dĆ  libero sfogo alla sua peripatetica abilitĆ  di creare opere che ā€˜parlanoā€™ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).

Guatemala (1974). Photograph: Alighiero Boetti Estate by DACS; SIAE, 2012, courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra lā€™evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.

Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica ĆØ reale e resta una costante del suo lavoro. La piĆ¹ recente delle mappe, ĆØ stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dellā€™Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.

Mappa 1994. Photograph: Alighiero Boetti Estate by DACS; SIAE, 2012, courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

E a dimostrare che il colore ĆØ un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ā€˜veroā€™ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dallā€™Italia e cā€™ĆØ tanto filo rosa a disposizioneā€¦ šŸ˜‰

Londra//Fino al 27 Maggio 2012

Alighiero Boetti, Game Plan. Tate Modern

2012 Paola Cacciari

Afghanistan, il crocevia del Mondo Antico

Sono in una mostra di antichi manufatti dall’Afghanistan, tutti provenienti dal Museo Nazionale di Kabul, ma potrei anche essere incappato nella stanza sbagliata al British Museum, come in quella dell’arte ellenistica per esempio. Che la figura del giovane seminudo dal manto delicatamente drappeggiato sul braccio che apre la mostra del British Museum ĆØ innegabilmente greca. Ma i lunghi capelli gli ricadono liberi sulle spalle in uno stile tipicamente orientale.

Ritrovata nel 1964, la statua appartiene agli oggetti escavati ad Ai Khanum, cittĆ  fondata da uno dei generali di Alessandro Magno ai confini del mondo greco. Danneggiata da vandali in un lontano passato, lā€™opera presenta cicatrici molto piĆ¹ recenti. Nel 2001, durante la dittatura dei talebani, fanatici religiosi fecero irruzione nel museo di Kabul e ne distrussero la testa. Nonostante le modeste dimensioni, la statua ĆØ un simbolo potente e doloroso della ricca quanto complicata storia culturale dellā€™Afghanistan: minacciata, fratturata, ma in qualche modo ancora viva.

Un tempo al centro della Via della Seta, lā€™Afghanistan godeva di ricchi scambi commerciali che andavano dallā€™Asia centrale allā€™Iran, dallā€™India alla Cina, e che arrivavano persino al lontano Mediterraneo. Incentrata sulla storia antica del Paese e suddivisa in quattro sezioni, ognuna dedicata agli oggetti ritrovati durante gli scavi archeologici di quattro siti diversi, questa mostra ĆØ una preziosa istantanea di una civiltĆ  da tempo scomparsa. Unā€™ istantanea resa possible dal coraggio di un gruppo di curatori e responsabili del Museo di Kabul che hanno nascosto questi preziosi artefatti in un luogo segreto per proteggerli dai talebani.

Londra//fino al 17 Luglio.

Afghanistan: Crossroads of the Ancient World

British Museum Great Russell Street, London, WC1B 3DG