La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,

The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.

Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.

 

Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Pro EU + Free Biscuits March

Anche a Londra c’è stata una marcia anti-Brexit e a favore dell’Europa a Londra questo 25 Marzo in concomitanza dell’anniversaro del Trattato di Roma, ma nessuno ne ha saputo nulla fino a ieri in quanto la BBC non ne ha parlato affatto. La Tv nazionale è stata duramente criticata per questa ommissione. Queste foto provengono dal blog A LIfe in London.

A Life In London

There was a pro-Europe march in London this weekend.

My favourite sign is the one held by the boys in the middle picture: free biscuits!

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Noi non abbiamo paura

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Ok, magari un pochino spaventati lo siamo. Noi, i londinesi dico che dopo 18 anni mi considero tale. Ma ce lo aspettavamo. Sapevamo che prima opoi sarebbe accaduto anche se non sapevamo quando. E l’ha fatto. Oggi.

I mei pensieri vanno alle famiglie di coloro che sono morti nell’attentato, al poliziotto che ha cercato di fermare il terrorista e ai poveretti che si trovavano a passare su Westminster bridge nel disgraziato momento in cui quel dannato ha deciso di cominciare a falciare i pedoni. E anche ai miei ex colleghi e amici che lavorano al Parlamento, non come politici, giornalisti o che, ma facendo il mio stesso lavoro, a contatto con il pubblico, facendo tours, accogliendo i turisti. Stanno tutti bene. Stiamo tutti bene.

Sono preoccupata, che temo non sia finita qui. Temo ce ne saranno altri. Ma non sono spaventata. Troppo facile e Londra è troppo bella e troppo viva. Io non ho paura.

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

Dalla Brexit britannica alla “Brexit plus” americana. Enrico Franceschini

Dopo quello di Brexit, un’altro brutto risveglio quello di ieri, che ha confermato che Donald Trump sara’ il futuro inquilino della Casa Bianca. Enrico Franceschini, l’inviato di Repubblica a Londra, ma che per molti anni ha vissuto anche negli Stati Uniti, ci ha scritto un post sul suo blog My Tube. Non ho la forza di raccogliere le idee e scrivere qualcosa di mio, per cui ve lo riporto qui, pari pari. Buona lettura.

“Donald Trump l’aveva previsto nel suo ultimo comizio (come segnalato nel mio blog di ieri): le presidenziali americane avrebbero avuto come risultato una “Brexit plus plus plus”, una Brexit all’ennesima  potenza, una sorpresa ancora più grande di quella del referendum del giugno scorso con cui la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione Europea. Ci sono certamente differenze tra i due eventi, ma anche importanti somiglianze.

Da un lato, un diffuso scontento economico: come scrive Martin Wolf sul Financial Times di oggi, il crescente gap ricchi-poveri e il calo del reddito medio delle famiglie (sceso negli Usa in termini reali ai livelli precedenti il 2000) sono fra le ragioni di un voto di protesta contro l’establishment che accomuna Stati Uniti e Regno Unito (e che vale anche per altri paesi in procinto di votare nei prossimi mesi, Italia, Francia, Germania).

Ma l’economia non spiega tutto, come Jonathan Freedland nota stamane sul Guardian:  Trump ha vinto il 63 per cento dei voti fra gli uomini bianchi e il 52 per cento fra le donne bianche. Non tutti questi cittadini bianchi possono essere vittime di un declino economico. Molti di essi, scrive Freedland, sono stati attirati da un messaggio che in parte e in codice prometteva di restaurare il privilegio bianco. Un desiderio di rivincita probabilmente accentuato negli Usa dalla presenza alla Casa Bianca per 8 anni del primo presidente nero della storia. Ma un desiderio presente anche altrove in Occidente di fronte allo sviluppo di un modello di società multietnica, multiculturale e globalizzata.

La Brexit britannica, come la “Brexit plus” americana, come analoghi movimenti anti-establishment, anti-globalizzazione, anti modello di capitalismo democratico liberale, sono un rifiuto del multiculturalismo: un “fermate il mondo, voglio scendere”, per ritornare a un presunto mondo migliore, più tradizionale e sicuro, del passato. Se qualcosa si può fare, anzi si deve fare, per rispondere allo scontento economico (riducendo il gap ricchi-poveri, aiutando la classe media a recuperare ottimismo e capacità d’acquisto, chiudendo i privilegi fiscali delle multinazionali e le speculazioni fini a se stesse della finanza), non si può invece fermare il mondo per riportarlo a un arcaico passato monoculturale. Farlo o tentare di farlo è altamente pericoloso. Chi continua a credere nel modello democratico liberale, nei mercati senza frontiere, nella globalizzazione, dovrà ora difendere ostinatamente il multiculturalismo dalle sirene del nazionalismo populista.”

 

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.