Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

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Dialogo della Natura e di un Islandese: Ragnar Kjartansson a Londra

La prima cosa che colpisce quando si varca la soglia della retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicato all’islandese Ragnar Kjartansson, è la musica. Dieci “trobadours” languidamente sdraiati su poltrone e materassi disposti ad arte sul pavimento, circondati da bottoglie di birra vuote, suonano languidamente una stupenda partitura polifonica stupenda con le loro chitarre, tutto il giorno per tutta la durata della mostra. La musica è incantevole, avvolgente, quasi ipnotica. Ma quella che i menestrelli cantano con tanto trasporto non è una semplice canzonetta dal ritornello un po’ malinconico, bensì il dialogo tra la casalinga annoiata e l’idraulico della pellicola soft-porn proiettata nella stessa sala. Il dialogo (“prendimi sulla lavastoviglie…”) è stato trasposto in musica da Kjartan Sveinsson, ex componente del gruppo rock islandese Sigur Rós. Gli attori sono i genitori dell’artista. Niente male come inizio: con Kjartansson, Sigmung Freud avrebbe trovato pane per i suoi denti…

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Nato a Reykjavik nel 1976 da un’attrice e un regista teatrale, Kjartansson ha certamente avuto la sua parte di infanzia bohémien crescendo praticamente dietro le quinte del Reykjavik City Theatre. E indubbiamente la sua storia personale (ma non solo), fornisce materiale in abbondanza per una serie di performances fortemente emotive e se non si sta attenti, il pomeriggio passa in un baleno avvolto nel buio delle sale del Barbican immersi in un mondo surreale fatto di performance art, video, dipinti e tanta, tantissima musica.

“Il nome mi suona famigliare…” penso qualche giorno prima quando leggo la recensione sul Time Out London. E infatti scopro di aver già incontrato Ragnar Kjartansson, non una ma addirittura due volte e non in uno dei libri popolati da sassoni e vichinghi di Bernard Cornwell che tanto mi piace leggere, ma a La Biennale di Venezia, dove dove Kjartansson ha rappresentato l’Islanda prima nel 2009 e poi nel 2013 (anche se io questo non lo sapevo, che a La Biennale ci vado più per sacra curiosità che per reale interesse nell’arte contemporanea. E comunque Venezia è bellissima e ogni scusa è buona per andarci…).

Per molti, inclusa la sottoscritta, la sua barchetta di legno con la vela bianca, che salpava dolcemente da una banchina all’altra dell’Arsenale di Venezia con il suo carico di musicisti impegnati a suonare una bellissima musica dall’alba al tramonto (infatti i musicisti hanno suonato strumenti a fiato per sei ore al giorno per sei mesi), non era solo un’indimenticabile che celebrava marinai e navigatori, ma anche uno degli spettacoli più magici e surreali  dell’intera Biennale del 2013. Il video della S.S. Hangover (2 ore e 46 minuti) si ritrova nella retrospettiva del Barbican. Inutile dire che non l’ho riguardato tutto, ma solo un po’…

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover , La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover, La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Una foto di Kjartansson e del suo amico Páll Haukur Björnsson che emerge da un pozzo veneziano pieno di bottiglie di birra mi riporta indietro nel tempo e sorrido al ricordo di questa bizzarra performance in cui sono incappata per puro caso mentre mi trovavo a Venezia a fare visita alla mia amica Marta. Quello che non ricordavo e’ che alla Biennale del 2009 Kjartansson ha abitato per sei mesi  il pianterreno di Palazzo Michiel dal Brusa splendido palazzo del XIV secolo sul Canal Grande, vicino al Ponte di Rialto, che ospitava per l’occasione il Padiglione Islandese, trasformato per l’occasione  in uno studio  bohémien, dipingendo instancabilmente dipinto il ritratto del collega-artista islandese Páll Haukur Björnsson, in varie pose, ma sempre inesorabilmente in costume da bagno, sigarette e birra in mano. Il risultato sono 144 tele che formano l’installazione The End, una parodia agrodolce dell’artista romantico che deve seguire la sua vocazione, anche se (in quel periodo) l’Islanda e’ in bancarotta e Venezia e’ impenetrabilmente grande. Una parodia che tuttavia tocca da vicino tocca la vita stessa di Kjartansson che come artista film-maker, musicista, scultore e performance artist, può solo interpretare la parte di un pittore.

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

 

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ma l’ironia di Kjartansson non solo verso sé stesso. A Lot of Sorrow mostra la gruppo indie rock americano The National sul palco davanti a un pubblico dal vivo al VW Dome al MoMA PS1 nel Maggio 2013; di fronte a sei telecamere che riprendono costantemente la performance da diversi punti di vista, la band suona la sua popolare canzone Sorrow (della durata di circa 3 minuti), per sei ore alla fine delle quali sfido chiunque ad essere ancora sano di mente. Il titolo della vide-installazione gioca sulla ripetizione e sul doppio significato. Certo, non so a quale punto del video sono entrata nella sala, ma Matt Berninger il chitarrista frontman della band sembra alquanto provato…

E questi della ripetizione e resistenza sembrano essere gli elementi comune a tutte le sue installazioni, questo spingere le cose agli estremi per vedere fino a che punto è possibile arrivare: ripetere una canzone, una performance, un dipinto. L’ombra dell’arte di Marina Abramovich, con le sue caratteristiche di durata e ripetizone, aleggia apertamente sull’opera di Kjartansson.

Da solo o in compagnia di altri amici-artisti, con ogni installazione Kjartanssonci trasporta in una dimensione diversa, dove gesti quotidiani ripetuti all’infinito. Immagini e suoni si fondono in canzoni ripetute all’infinito, e nulla è più vero che nell’apice assoluto dello show, The Visitors, un’installazione a nove schermi  il cui titolo è ispirato all’album finale degli ABBA, in cui il tempo e lo spazio sembrano fermarsi. Insieme ad un gruppo di amici musicisti islandesi, Kjartansson esegue una canzone scritta da Ásdís Sir Gunnarsdóttir, la sua ex moglie. Il risultato è una creazione meravigliosa, una rapsodia ipnotizzante che colpisce critta al cuore: una ninna nanna per consolare i cuori infranti come il suo, o un inno a chi è fortunato ad aver incontrato l’amore. Dura per più di un’ora, ma si potrebbe rimanere lì per sempre, avvolti dall’atmosfera magica di quella sala immersa nel buio. Una cosa è certa: è impossibile uscire dal Barbican senza un’opinione. Se riuscite ad uscire…

Londra//fino al 4 settembre 2016

Ragnar Kjartansson

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AL Barbican la Gran Bretagna raccontata dai fotografi internazionali

Ci sono molte ragioni per cui amo la fotografia, ma quella principale è che ha il potere di fermare il tempo. Io stessa sono un’entusiasta fotografa, anche se all’ingombro della DLSR preferisco una piccola Canon che sta in una mano e che viene con me ovunque nel caso ci sia un attimo di interessante, uno di quei “momenti decisivi” per dirla alla Cartier-Bresson, di cui voglio appropriarmi. Che per me la fotografia è fotogiornalismo, ritrattistica, natura o travel photography, insomma un mezzo per documentare la realtà.

Per questo non vedevo l’ora di visitare la mostra fotografica della Barbican Art Gallery: perché sapevo che avrei trovato tutto quello che mi piace di questa tecnica. Curata dal Martin Parr, Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers fa esattamente quello che dice di fare: racconta gli ultimi novant’anni di storia sociale britannica vista attraverso l’obbiettivo di 23 fotografi internazionali.

E ci tengo a sottolineare questa non-britannicità dei fotografi proprio perché la grande maggioranza dei soggetti immortalati mostrano persone di ogni classe sociale, età e razza impegnate in azioni di ogni tipo – da quelle importanti come manifestare contro la guerra, a quelle più banali come aspettare la metropolitana. Inutile dire che non mancano le eccentricita’  di vario tipo – una cosa in cui gli inglesi riescono benissimo anche adesso.

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

E se tra i fotografi in questione c’era chi era più interessato all’aspetto sociale degli inglesi, chi alla vita dei minatori gallesi e agli slum dell’East End di Londra, i più sembrano essere affascinati dagli stereotipi che ancora adesso affascinano i turisti – autobus double decker avvolti dalla foschia del mattino, minigonne e hippies, lavoratori della City in bombetta e ombrello, famiglie che prendevano il tè (quando ancora il tè era un rito da rispettare) al bordo i una strada armati di tavolo e sedie da campeggio, bobbies e cappelli a cilindro.

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Girl holding a kitten. 1960. Photograph by Bruce Davidson/Magnum Photos

Ci sono nomi che conosco bene, come il mitico francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004) o gli americani Paul Strand (1890-1976) e Bruce Davidson (b.1933) , altri che riconosco come l’americano Robert Frank (b.1924) e l’olandese Cas Oorthuys (1908-75) altri che non avevo mai sentito prima d’ora come il nostro Gian Butturini (b.1935) che visita Londra negli anni Sessanta e fotografa la Swinging London. E devo dire che dopo la carrellata di cieli grigi, povertà e sconforto come quelli della fotografa tedesca Edith Tudor-Hart (1908-73), è un sollievo vedere un gruppo i persone che si stanno divertendo un mondo…

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London, Gian Butturini

La sala finale della mostra è dedicata a un video che in realtà è una presentazione silenziosa di centinaia di foto a colori scattate nel centro commerciale Bullring di Birmingham dal fotografo olandese Hans Ejkkelboom (b.1949). Ha organizzato le immagini in griglie e sequenze in base alle similarità degli abiti, colore, forma, taglio, i marchi, modelli di ciò che le persone indossano così via Il commento dice che è ‘mettere in discussione la costruzione dell’identità e autorappresentazionè, il che significa lui sta sottolineando che un gran numero di persone che con affetto si immaginano di essere individui mentre indossano la stessa roba prodotta in serie. La presentazione è inquietante e ipnotica un finale appropriato per un’esposizione stupefacente.

 

Londra// fino al 19 Giugno 2016

Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers

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La City of London come non l’avevate mai vista: le foto di Martin Parr alla Guildhall Art Gallery

Per gli ammiratori del fotoreporter inglese Martin Parr questo è un davvero un buon momento. Non solo lo troviamo in veste di curatore di Strange and Familiar alla Barbican Art Gallery e in veste di artista con una selezione delle sue foto esposte nella mostra di Tate Modern Performing for the Camera, ma anche come curatore e artista della sua mostra alla Guildhall Art Gallery nella City of London, dove ricopre il ruolo di fotografo in residenza dal 2013.

Adoro Martin Parr da quando, nel 2014, ho visto il suo lavoro in mostra al Media Centre dello Science Museum di Londra in una mostra bellissima curata dallo stesso Parr, dal titolo Only in EnglandCome il grande Tony-Ray Jones prima di lui, anche Martin Parr ha un’incredibile capacita di cogliere il lato buffo e umoristico delle cose, soprattutto quando queste riguardano la vita dei suoi compatrioti.

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Unseen City: Photos by Martin Parr raccoglie un centinaio di immagini dello Square Mile e delle sue secolari tradizioni, dal censimento dei cigni, lo Swan Upping, che risale al XII secolo, alla parata del sindaco della City, il Lord Mayor’s Show, che si tiene sin dal 1535. Che forse non tutti sanno che lo Square Mile, il miglio quadrato che contiene la City ha il suo sindaco. Il nuovo Lord Mayor viene investito ogni anno con una parata pubblica, a significare che questo ruolo è fra gli incarichi più importanti d’Inghilterra; ma mentre il Lord sindaco di Londra ha un ruolo amministrativo nello Square Mile, il Mayor of London (Boris Johnson, almeno ancora per il momento) è a capo della Greater London Authority.

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

All’occhio di un forestiero (come la sottoscritta) le foto sono una divertente e colorata testimonianza dell’eccentricità inglese e dell’amore questo popolo per le tradizioni. O più semplicemete, come dice la mia dolce metà che inglese lo è, “vestirsi in modo ridicolo e sfilare per la strada.” E se guardiamo la foto di una processione di personaggi in livrea rossa con moschetti seicenteschi sulle spalle che sfilano in modo ordinato davanti ad uno dei tanti negozi di sandwich Pret-a-Manger sotto gli occhi allucinati e divertiti di turisti e avventori non posso che dargli ragione. Ma davvero le parate storiche sono tra le cose che gli inglesi fanno meglio. E allora lasciamoli fare… 🙂

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday // Martin Parr // 2014

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday by Martin Parr, 2014. Photo by Paola Cacciari

Londra//Fino al 31 Luglio 2016.

Guildhall Art Gallery

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Il magico mondo di Charles e Ray Eames

Per avere successo nel mondo del design bisogna non solo avere talento, ma anche trovarsi al posto giusto al momento giusto. Come è accaduto alla coppia di coniugi americani Charles Eames (1907–1978) e Bernice Alexandra detta “Ray” (1912–1988) Eames che oltre a solidi ideali artistici e filosofici, ebbero anche dalla loro il vantaggio di vivere nell’epoca giusta. La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità.

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Charles Eames nasce nel 1907 a St. Louis, nel Missouri. Nel 1940, dopo la laurea in architettura, è presso la Cranbrook Academy of Art che comincia a dedicarsi alla progettazione di mobili innovativi, collaborando inizialmente con l’architetto Eero Saarinen.  Beatrice Alexandra Kaiser (Ray Eames) nasce nel 1912 a Sacramento, California. Negli anni Trenta segue la scuola del pittore tedesco Hans Hofmann, studiando a New York e Provincetown. I due si incontrano nel 1940, a Cranbrook e nel giro di un anno decidono di sposarsi e di trasferirsi a Los Angeles, dove ha inizio la loro comune carriera.

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Leg splint designed by Charles and Ray Eames, 1942, moulded plywood. Victoria and Albert Museum

Molte delle tecnologie che gli Eames avrebbero poi utilizzato per uso domestico furono inizialmente sviluppate come parte dello sforzo bellico americano, come barelle e supporti ortopedico in legno compensato per le gambe dei feriti, creati nel 1942 per la Marina degli Stati Uniti. Attraverso oggetti come questi gli Eames iniziarono le loro indagini sulle possibilità del legno multistrato curvato che ha portato alla produzione di successo di sedie e poltrone nel corso dei successivi quattro anni.

L’intensa attività di progetto e ricerca così avviata, approda, nel periodo post-bellico, alla produzione in serie dei loro primi mobili in multistrato sagomato. A questo primo successo segue, negli anni successivi, una serie di progetti di mobili e oggetti che, spesso basati su materiali e tecnologie innovative, sono destinati a rivoluzionare la storia del design. All’approccio strutturale di Charles corrisponde la sensibilità formale sviluppata da Ray durante gli anni di studio delle arti plastiche.

Il loro approccio era semplice: identificare un problema e trovare il materiale adatto per risolverlo, senz amai dimenticare i dettagli. Che come diceva Charles Eames, “i dettagli non sono dettagli: i dettagli sono il progetto.”

Al centro della filosofia degli Eames si trova una visione radicalmente nuova della domesticità, incapsulata nella casa che la coppia costruì per se stessa a Los Angeles, nel quartiere Pacific Palisades, nel 1949. Con le sue pareti di vetro, acciaio e colorati panelli, la Eames House è considerata uno dei capolavori architettonici del periodo della Guerra Fredda. Con la estetica contemporanea che è tuttavia l’antitesi dell’austera scatola bianca modernistaun, l’abitazione era per la coppia un canovaccio per le loro idee e uno spazio alla moda per intrattenere i loro amici del mondo dello spettacolo. Tra i visitatori annotati nel libro degli ospiti di Ray ci sono anche Charlie Chaplin e Billy Wilder  per il quale avevano creato una speciale sedia bassa, visto che era incline a saltare dalla sedia quando era eccitato da qualcosa visto alla televisione...

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità. Il loro grande merito fu di aver portato un ondata di rinnovamento nella società Americana del dopoguerra affamata di novità e in possesso del denaro necessario per pagarle. Dal loro amore per la sperimentazione e per i materiali, nacquero icone degli anni 1960 e 1970 come la famosissima Lounge Chair del 1956 che diventerà la sedia che ogni dirigente degno di questo nome vorrà avere nel proprio ufficio.

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Anche se più conosciuti nel settore per il design di mobili e oggetti d’arredamento, la portata dell’opera degli Eames è tuttavia molto più ampia e con questa mostra il Barbican Centre ci regala la possibilità di esplorare la carriera eccezionale di questa eccezionale coppia.

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The World of Charles and Ray Eames

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Non una mostra per minimalisti! Al Barbican la bellezza delle cianfrusaglie

Siamo tutti un po’ collezionisti. Da piccola io collezionavo francobolli e cartoline, quando le cartoline ancora si spedivano, e biglietti del cinema, quando ancora c’era la seconda visione e i cinema parrocchiali e andare al cinema era un lusso che anche un’adolescente squattrinata poteva permettersi. Ora colleziono biglietti di mostre, di spettacoli teatrali, di concerti e di balletti – non tanto cose quanto esperienze – tutto ciò insomma che mi ricordi che la vita non è solo lavoro.

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Andy Warhol’s Cookie jars at Barbican Photo: Movado Group

Ma dubito che le mie collezioni sarebbero mai entrate e fare parte di Magnificent Obsessions: The Artist as Collector, la mostra della Barbican Art Gallery. Questa è una mostra nella mostra e in cui spesso ci si dimentica che ci trovariamo all’interno di una galleria d’arte e non invece in qualche esotico bazar di Marrakesh.  Quattordici artisti contemporanei e altrettante collezioni, le loro: una carrellata di oggetti vari ed eventuali che vanno dall’accumulo indiscriminato di ciarpame puro e semplice alla bellezza sublime. Qui troviamo le sinistre bambole vittoriane di Peter Blake, la raccolta di fossili e di occhi di vetro prostetici del giapposese Hiroshi Sugimoto, le buffe cartoline vintage e i cimeli spaziali dell’Unione Sovietica raffiguranti la cagnetta spaziale Laika del fotografo Martin Parr, e la teca con i bellissimi netsuke del ceramista-scrittore Edmund de Wall in cui fa bella mostra si sé la famosa lepre del libro Un’eredità di avorio e ambra.

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The Hare with the Amber Eyes owned by Edmund de Waal

Ma perché collezioniamo? Cosa ci spinge a raccogliere, catalogare, organizzare? Si tratta di un bisogno innato di accumulare tipico di chi non butta niente, come nel caso della collezione dell’artista concettuale Hanne Darboven, o rispondiamo ad un bisogno altrettanto forte di ritrovare un ritmo, una ripetizione di forme e colore, lo stesso che si riscontra guardando Ie biscottiere di ceramica degli anni Trenta di Andy Warhol?

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Martin Parr soviet memorabilia

Alcuni collezionano con l’occhio esperto e appassionato dei veri conoscitori, come l’artista Howard Hodgkin che raccoglie antiche opere di pittura indiana del XVII secolo da quando era un ragazzino ad Eton. In altri si nota una corrispondenza tra arte e collezioni, come nel caso di Damien Hirst e della sua raccolta di animali imbalsamati e teschi umani e il fascino che temi di vita e morte esercitano sull’artista. Indipendentemente poi dal fatto che l’artista decida di vivere con la sua collezione o la tenga in magazzino, è inevitabile che questi oggetti costituiscano una potente fonte d’ispirazione e di creatività. O nel mio caso, di nostalgia.

Fino al 25 maggio

Barbican Art Gallery

www.barbican.org.uk/

Donne, moda e potere. Al Design Museum di Londra

La moda è diventata un soggetto popolare per mostre nei musei e i quasi ottantamila biglietti venduti per Alexander McQueen al V&A lo dimostrano. Di retrospettive di questo tipo ce ne sono stata parecchie negli ultimi anni – basti pensare a quella dedicata a Jean Paul Gaultier tenutasi nel 2014 al Barbican – e tendono naturalmente a mettere lo stilista sotto i riflettori, in quanto artista e creatore.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

Ma non qui. In Women Fashion Power al Design Museum, sono le donne ad essere le protagoniste, non i designers. Scopo della mostra, dice la curatrice Donna Loveday, è quello di inquadrare le donne come eroine della storia della moda, piuttosto che le vittime di ciò che indossano. Dalle Suffragettes agli abiti morbidi di Paul Poiret e Mariano Fortuny degli anni Venti, dalle gonne a ruota degli anni Cinquanta alle minigonne degli anni Sessanta, a quei capi base degli anni Ottanta che erano le “spallone” imbottite delle giacche (che facevano sembrare tutte simili a giocatori di football americano) e gli scaldamuscoli lanciati da Jane Fonda per arrivare alle piume e giacche di pelle di cantanti rock come Skin e Lady Gaga, quello che una donna indossa è una delle forme più complesse di auto-espressione.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

E se questo vale per ognuna di noi, donne in carriera o no, è vero soprattutto nel caso di regine come Elisabetta II, di primi ministri come Margaret Thatcher, di principesse come Lady Diana o di spose di politici come Samantha Cameron – donne carismatiche hanno usato la moda a loro vantaggio. E sbirciando negli armadi di venti tra le più potenti donne del mondo (tra cui il pluripremiato architetto Zaha Hadid, che ha disegnato il layout di questa esposizione) la mostra esplora centocinquant’anni di storia della moda femminile.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

Tra i miei preferiti, un abito di perline in stile “ flapper” del 1920, l’abito da sera di Jacques Azagury indossato da Diana, Principessa del Galles per il suo trentaquattresimo compleanno e il cappellino disegnato da Philip Treacy per Sarah Jessica Parker. E molto, molto di più.

Fino al 26 Aprile

designmuseum.org

Cinque mostre per l’estate a Londra e dintorni

British Folk Art: The House that Jack Built, Tate Britain. Fino al 31 Agosto
Se la Folk Art, l’arte popolare, è un genere ben definito in molti paesi, in Gran Bretagna ha faticato a lungo ad essere riconosciuta come forma d’arte. Questa mostra, la prima ospitata in una galleria nazionale, mira a rivalutare il ruolo di primo piano che l’arte popolare ha svolto nel plasmare la cultura britannica. Ci sono circa 200 dipinti, sculture, polene, tessuti, ceramiche e altri oggetti provenienti da collezioni regionali in tutto il paese, molti dei quali mai esposti in un contesto artistico prima d’ora. Istruttiva.

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Making Colour, National Gallery. Fino al 17 Settembre
Che cos’è il colore e come si crea? Avvalendosi delle competenze del dipartimento scientifico della della National Gallery, questo mostra esplora i materiali che sono stati utilizzati per creare i colori che animano dipinti, ceramiche , tessuti e altre opere d’arte nel corso di 700 anni. Dalle origini dei materiali al loro sviluppo, la mostra approfondisce le sfide tecniche affrontate artisti nel realizzare le loro ambizioni pittoriche. Affascinante.

Digital Revolution, Barbican. Fino al 14 Settembre
Opere commissionate a personaggi come il duo Umbrellium o ad una star della musica mondiale come Will.i.am? Effetti speciali da premio Oscar come quelli dietro Inception e Gravity? Benvenuti alla Barbican Gallery, dove più che in una mostra ci si trova nel bel mezzo di un vero e proprio festival della creatività digitale, in cui artisti, registi, architetti, designer, musicisti e creatori di video giochi sembrano competere nell’utilizzare le ultime tecnologie. Sculture laser interattive, il primo sito web creato da Tim Berners-Lee e vari esempi di tecnologie indossabili sono tra gli oggetti esposti. Una mostra certamente unica nel suo genere.

Dennis Hopper: The Lost Album Royal Academy of Arts. Fino al 19 Ottobre.
Dai motociclisti dell’Hells Angels agli Hippie dei Figli dei Fiori, passando per movimenti per la pace e i diritti civili, Dennis Hopper ha catturato con la sua macchina fotografica una serie incredibile di immagini che testimoniano un periodo straordinario nella storia americana come quello tra il 1961 e il 1967. Libero dai vincoli di una formazione professionale o dall’appartenenza ad un movimento artistico particolare, Hopper fotografava semplicemente tutto ciò che lo affascinava. Da Martin Luther King a Ed Ruscha, da Paul Newman ad un barbone di Harlem: tutto nelle sue immagini ha la stessa importanza. Tornato definitivamente al cinema nel 1967 con Easy Rider, Hopper abbandona la fotografia. Ma guardate attentamente quel film e ci ritroverete lo stesso realismo ela stessa enfasi sulla cultura giovanile. Davvero da non perdere.

Malevich, Tate Modern. Fino al 26 Ottobre
Nato nel 1879 da una famiglia polacca trasferitasi a Kiev, Kazimir Malevich trascorse la sua infanzia in l’Ucraina sviluppando l’amore per l’arte contadina che contraddistingue le sue prime opere. Trasferitosi a Mosca, studia pittura, scultura e architettura sperimentando con vari stili moderni e partecipando alle principali mostre dell’avanguardia insieme a Vasilij Kandinskij e Michail Larionov prima di arrivare al su approccio radicale alla produzione artistica che lo porterà al Suprematismo. Malevich alla Tate Modern riunisce primi dipinti dell’artista di paesaggi russi, i lavoratori agricoli e scene religiose con le sue composizioni astratte e suprematiste. Insieme, i dipinti illustrano l’evoluzione del suo stile, alla luce degli eventi storici che hanno ispirato la sua nuova rivoluzionaria estetica. Un altro blockbuster per la Tate.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Cinque mostre da vedere a Londra

Vikings: Life and Legend, British Museum
Razziatori sanguinari e predoni guerrafondai? Beh, non proprio o perlomeno non così tanto, almeno quanto sostiene la mostra di primavera del British Museum, che suggerisce che in realtà i Vichinghi erano un popolo culturalmente illuminato i cui viaggi in luoghi lontani li aveve portati a contato con culture, religioni e idee diverse. E non basta. Chi si aspetta una conferma dell’immagine tradizionale dei vichinghi sarà deluso: una moltitudine di nuove scoperte archeologiche hanno fatto luce su miti passati – incluso quello che non indossavano elmi le corna. Questa è la prima mostra nella nuova ala del museo, la Sainsbury’s Wing, il cui enorme spazio significa che il British Museum ha potuto includere la ricostruzione di una vera nave da guerra vichinga lunga 37m la più lunga mai ritrovata. http://www.britishmuseum.org/ Fino al 22 Giugno.

Veronese: Magnificence in Renaissance Venice, National Gallery
Vero e proprio maestro del colore, Paolo Veronese (1528-88) ha ispirato con il suo brillante cromatismo artisti del calibro di Van Dyck, Rubens e Delacroix – il che rende incredibile il fatto che il nostro compatriota fu quasi dimenticato nel XIX secolo. Ma niente paura: la splendida mostra della National Gallery – un carosello di ritratti, pale d’altare, allegorie mitologiche e opere a soggetto religioso, ha restituito a questo grande della pittura italiana il posto che merita nella storia dell’arte occidentale. Assolutamente da non perdere. http://www.nationalgallery.org.uk/ Fino al 15 Giugno.

3. The Fashion World of Jean Paul Gaultier: From the Sidewalk to the Catwalk, Barbican
Volete vedere il famoso reggisenoconicoindossato da Madonna negli anni ’90o i costumi disegnati per il film di fantascenza Il quinto elemento? Allora la Barbican Art Gallery è il posto per voi, dove le stravaganti creazioni di Jean PaulGaultier, il bambino terribile della moda, sono in mostra fino ad Estate inoltrata. Si tratta di un’affascinate viaggio nella mente creativa di uno dei più audaci stilisti contemporanei, un personaggio atipico i cui abiti celebrano una giocosa sessualità, il piacere dell’ostentazione e la diversità della bellezza femminile. http://www.barbican.org.uk/ Fino al 25 Agosto.

4. Matisse: The Cut-Outs, Tate Modern
In seguito ad una grave malattia che lo aveva costretto su una sedia a rotelle impedendogli di dipingere al cavalletto, Henri Matisse (1869-1954) avrebbe facilmente potuto ritirarsi dalla scena. Ma invece di arrendersi al destino il francese reinventò la sua pratica di lavoro sostituendo le forbici ai pennelli. E le sue forme ritagliate da carta colorata sono brillanti e colorate come la pittura dei suoi quadri. Vedere per credere nella magnifica retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a questa fase della carriera di Matisse. Una fase, quella dei papiers découpé che prima d’ora non era mai stata esaminata nei dettagli non solo a causa della dispersione delle opere in collezioni internazionali, ma anche e soprattutto per la loro fragilità. Cosa che rende un’altra mostra di questa portata altamente improbabile nel prossimo futuro. http://www.tate.org.uk/ Fino al 7 Settembre.

5. Comics Unmasked: Art and Anarchy in the UK, British Library
Il più grande evento mai dedicato al fumetto britannico, la mostra della British Library include esempi che risalgono addirittura all’età vittoriana, quando l’illustrazione di questo tipo divenne un mezzo di comunicazione popolare. Rare e originali opere d’arte-da Batman al Sandman di Neil Gaiman -illustrano i diversi modi in cui i fumetti sono stati utilizzati per esplorare questioni politiche e sociali che vanno dalla violenza alla droga, dai conflitti di classe alla sessualità. Argomenti difficili e particolari quelli trattati che hanno fatto guadagnare a questa mostra l’etichetta di vietata ai minori di 16 anni. http://www.bl.uk/ Fino al 19 Agosto.

Paola Cacciari Pubblicato su Londonita 

Pop Art Design, Barbican Art Gallery

Alzi la mano chi non ha mia sentito parlare della Pop Art e dei suoi discepoli, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Warhol, quello dei barattoli di zuppa Campbell, del culto della celebrità e del consumismo etc etc. E Roy Lichtenstein, quello dei fumetti trasformati in quadri.
Ma forse meno conosciuto è il fatto che la Pop Art oltre ad artisti come Warhol e Lichtenstein (e Martial Raysse e Claes Oldenburg), è stata per i designers un’impareggiabile fonte d’ispirazione.

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

E allora ci pensa Pop Art Design, una splendida e divertentissima mostra alla Barbican Gallery, che  esamina quel momento di trasformazione sociale avvenuto tra il secondo dopoguerra e il Postmodernismoquando, in seguito a profondi mutamenti storico-sociali, gli Stati Uniti assumono un ruolo di primo piano nella politica mondiale.Con ripercussioni di portata storica anche sul vecchio continente. Questa nuova forma d’arte “popolare” è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. L’appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone (almeno a sentire Wikipedia…).

Just what is it that makes today's homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

La mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo piu’ sfrontato diventano nuovi valori di riferimento come nei collages dell’inglese Richard Hamilton, considerato uno dei primi artisti Pop del dopoguerra . In questo mondo cosi superficiale, il fumetto diventa l’unico veicolo rimasto di comunicazione scritta. tutti fenomeni a cui gli artisti pop hanno attinto a piene mani le loro motivazioni. Tirata giù dal suo piedistallo (almeno metaforicamente) l’arte entra di prepotenza nelle case, diventa parte della vita quotidiana – specialmente di quella della società americana – basandosi sul fatto che i soggetti di cui si occupa sono noti a tutti e sono per tutti riconoscibili. E picohe’ da cosa nasce cosa, il consumismo e la prosperità diventano presto evidenti anche nel design.

Girovagare per questa mostra è elettrizzante: sono due piani di colorata celebrazione dell’energia e della produttività del dopoguerra americano ed europeo. Qui sono esaminate e rielaborate questioni come funzione, rappresentazione ed iconografia; qui oggetti quotidiani sono investiti da nuovi significati. Artisti e designers condividono lo stesso vocabolario, stilizzano ed esagerano fumetti, figure politiche, miti del cinema, dei giornali e della TV. Le donne sono idealizzate per la ragione sbagliata e divengono miti del quotidiano alla pari di divani e poltrone come sembra pensare Gaetano Pesce che nella sua celebre UP5 e 6 riprende le forme delle statue votive delle dee della fertilità per dare vita a un vero e proprio manifesto di espressione politica sulla condizione femminile. La società della fine degli anni Sessanta non è pronta a riconoscere alle donne le loro numerose capacità e le rilega ai margini del panorama politico e sociale. E allora poltrona e sgabello si trasformano in  una donna con una palla attaccata alla gamba, l’immagine di un prigioniero. L’immagine delle donne di tutto il mondo, prigioniere del pregiudizio e di un mondo maschile. E su questo c’è ancora molta strada da percorrere…

Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce, Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce è  solo uno dei grandi italiani presenti in questa mostra. Che se la Pop Art è generalmente considerata come un fenomeno angloamericano, molti degli oggetti di design più interessanti vengono dall’Europa continentale  e in particolare dall’Italia.
Personaggi come Ettore Sotsass cominciano e a sperimentare con nuovi materiali creando oggetti provocatori che sono anche e soprattutto un commento sociale alla realtà italiana. di un’epoca come gli anni Sessanta in pieno boom economico. Di questo periodo il computer Elea(1964), la macchina da scrivere Tecne 3 e la mitica  portatile Valentine (1969). E il 1961 è l’anno della prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. La diffusione della plastica e del poliuretano, sintetizzato già nel 1941 e utilizzato per le imbottiture, sarà poi utilizzati nel settore del furniture design da aziende come la Gufram con i suoi celebri Pratone.

Novelli William Morris o Bahuaus, i designers Pop del primo dopoguerra volevano fare cose belle che rendessero il mondo un posto migliore. Ma progressivamente spogliata dei suo valori didascalico-morali, l’arte del passato diventa un cliché come la sedia Capitello di Studio 65  realizzata in schiuma di poliuretano e modellata come un elemento architettonico in stile ionico. L’ironia  sta nel contrasto tra il materiale moderno morbido e flessibile in cui è stata modellata e la durezza della forma portante dell’architettura greca. I riferimenti visivi derivati ​​da architettura e l’arte sostituiscono la funzionalita’ come del resto capita nella maggior parte degli oggetti disegnati da Studio 65 e da altri gruppi di designers di questo periodo, trasformando mobili, gioielli, accessori, e anche architettura stessa in oggetti di fantasia. Tutti elementi che ritroveremo nel nuovo stile che mette faccia a faccia passato e presente: il Postmodernismo.
Pop Art Design

Londra//fino al 9 febbraio 2014

Barbican Gallery
barbican.org.uk