Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

I tessuti magici di Anni Albers a Tate Modern

Si sarà anche chiamato Modernismo, ma la modernità non era sempre all’ordine dell’giorno e certi l’atteggiamenti erano duri a morire anche all’interno del piu’ “moderno” dei movimenti storici e culturali..

Affascinata dal mondo dell’arte, ma soprattutto dalle arti visive e grafiche e dalla pittura, Anni Albers (1899-1994) aveva iniziato a studiare nella scuola di Weimar nel 1922. Ma per tutte le sue aspirazioni all’uguaglianza, anche nel tempio del Modernismo, il Bauhaus di Walter Gropius, alle donne erano precluse specifiche discipline come l’architettura, la pittuta e la scultura (anche quella del vetro, che lei voleva frequentare insieme al futuro marito, il pittore Josef Alber.

Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London
Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London

Come per altre studentesse, anche la Albers fu indirizzata, suo malgrado, verso il laboratorio di tessitura, consideratto piu’ consono ad una signora. Ma le discipline sono porose e niente lo è più del tessile. E non essendo una che si fa dominare dagli eventi, invece di scoraggiarsi, la Albers decide presto si sfruttare al massimo la possibilità datale, creando per il Bauhaus una serie di opere che hanno cambiato per sempre non solo il significato di geometria astratta, ma anche il concetto di cosa sia un tessuto. A Dessau, dove Anni e Josef si erano trasferiti nel 1925 dopo essersi sposati seguendo le deambulzazioni del Bauhaus,  Anni studia con  Kandinsky e Paul Klee. Molti suoi disegni furono pubblicati e ricevette molti contratti per degli arazzi

Ma fu solo quando, con il marito Joseph decidono di scambiare la Germania nazista per gli Stati Uniti, dove al nuovo Black Mountain College in North Carolina la Albers può dare pienamente sfogo alla sua creatività con una serie di tessuti puramente “pittorici”.

Ma quelli della Albers non sono tessuti decorativi, almeno non SOLO tessuti decorativi, ma esemplari unici come un’opera d’arte, eppure replicabili a livello industriale. E per sottolineare questo concetto, la mostra si apre con un telaio, a dimostrare la relazione tra uomo e macchina. E se molti dei suoi tessuti hanno uno scopo pratico, almeno all’inizio, questo scopo si diluisce nel tempo fino a scomparire nella pura arte per l’arte, nella decorazione fine a se stessa. Devo ammettere che più che in un museo a volte sembra di essere dentro un negozio della catena Habitat (il che mi va benissimo che adoro Habitat…), e questo mi porta a pensare del cosa ne sarebbe stato di Habitat senza la Albers… Lei infatti demolisce ogni distinzione tra pittura e artigianato, tra arti applicate e arti decorative, tra tradizione e modernità.
Che nonostante il suo essere donna l’abbia forzata al telaio piuttosto che al cavalletto, e abbia oscurato i suoi meriti per quelli del marito Joseph, Anni è riuscita comunque a tessere la sua magia.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 gennaio 2019

Anni Albers @ Tate Modern

www.tate.org.uk

L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendente è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo anche nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si può dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine. Uh!

Un antidoto a tutto questo testosterone si trova fortunatamente nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte in mesta mostra che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, la Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominanza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

La storia del compensato al Victoria and Albert Museum

È difficile esaltarsi per una mostra sul compensato, ma a rischio di sembrare un po’ suonata, io esaltata lo sono. Pensiamo per esempio ai mobili. Utilizzati in ogni momento della nostra vita – per dormire, mangiare, sedersi sdraiarsi, lavarsi, giocare, fare sport – che cosa saremmo noi senza i mobili? Non solo. I mobili definiscono gli spazi che li ospitano. A partire del Medioevo gli artigiani che li costruivano hanno sviluppato tecniche perticolari per costruire e decorare questi accessori fondamentali della nostra giornata e, grazie all’uso di nuove tecnologie e materiale innovativi, renderli più confortevoli e alla moda. Entri il compensato, che in inglese si chiama plywood.

Leggero e resistente, e considerato (a torto) molto economico e per questo spesso dismesso come parente povero del legno, il compensato ha in realtà una storia molto antica. Inventato nell’antico Egitto (il primo esempio di cassone in compensato a sei strati  è  stato ritrovato nella piramide a gradoni di Saqquara) il compensato diventa particolamente popolare nel XIX secolo, quando la sua adattabilità e il suo potenziale vengono notati e opportunamente sfruttati ai due lati dell’Atlantico. E così, da un tunnel per una ferrovia sperimentale nel 1867 a New York, ai coperchi delle macchine da cucire della Singer, dalle cappelliere ai sistemi costruttivi per abitazioni, passando per mobilio, tavole da surf e persino skateboard all’improvviso il compensato è utilizzato per costruire di tutto.

Singer sewing machine with moulded plywood cover, 1888. Photograph Victoria and Albert Museum, London
Singer sewing machine with moulded plywood cover, 1888. Photograph Victoria and Albert Museum, London

Il procedimento per ottenere pannelli di legno compensato consiste infatti nello “sfogliare” il tronco d’albero con un apposito tornio in grado di tagliare uno strato molto sottile di legno (1-3 mm), incollando poi i fogli fra loro in modo da “incrociare le venature”. In inglese il termine veneer  (che indica il singolo foglio di legno) ebbe a lungo il significato negativo che indicava il rivestimento esteriore usato per nobilitare un legno di scarso valore – una sorta di maschera  insomma e nel corso degll’Ottocento diventa sinomino di falso e di superficialità e di simbolo del nouveau riche. Non a caso Charles Dickens scelse questo nome per due personaggi del romanzo Our Mutual Friend (Il nostro comune amico, 1865): il signor e la signora Veneering  “gente nuova di zecca in una casa nuova di zecca di un quartiere di Londra anch’esso nuovo di zecca. Tutto ciò che li circondava era nuovo fiammante […] tutto era in uno stato di lucidità e verniciatura perfetta. E quel che si poteva notare nel mobilio, si poteva notare nei Veneering.” Forse anche per questo intorno al 1906 il nome del materiale mutò da veneer  in plywood

Armchair, Alvar Aalto, 1932, Finland. © Alvar Aalto Museum. Photograph Victoria and Albert Museum, London

E allora ben venga Plywood: Material of the Modern World, forse la prima mostra dedicata  alla storia e all’impatto di questo materiale sul mondo moderno. Vero e proprio V&A style. La storia comincia  partire dall’Ottocento quando la Singer lo utilizza per i coperchi delle di macchine da cucire.

Ma nonostante i suoi molteplici utilizzi, l’epoca d’oro del compensato arriva con il XX secolo, quando i designer del Modernismo cominciano ad  utilizzare questo modesto materiale per le loro iconiche sedie. Dalle forme sinuose di Alvar Aalto e Marcel Breuer (che insieme a Walter Gropius era precipitosamente emigrato in Inghilterra nel 1934 dopo che l’avvento del Nazismo portò al la chiusura del Bauhaus) negli anni Trenta, a quelle semplicissime in legno e metallo create da Charles e Ray Eames, Arne Jackobsen e Rory Day nel dopoguerra. Diventati famosi dapprima con i leg splints – i supporti ortopedici  in legno compensato creati nel 1942 per le gambe dei feriti della Marina degli Stati Uniti, i coniugi americani Charles e Ray Eames alla fine della guerra si dedicano ala costruzione di mobili in compensato – armadi, tavoli e le loro famose poltrone – alcuni dei quali sono ancora prodotti adesso come la meravigliosa DCM chair (Dining Chair Metal).

Quello che non sapevo è che il compensato era anche ampiamente utilizzato nella produzione automobilistica e nell’aeronautica. L’orientamento delle venature infatti, incrociate strato su strato, rendeva il compensato un materiale particolarmente leggero e resistente, perfetto insomma per le fusoliere di aereoplani. Ne sapeva qualcosa il francese Armand Deperdussin che nel 1912 lo usa per costruire il primo velivolo dotato di monoscocca, una struttura interamente in legno e priva di intelaiatura interna, più leggera, più aerodinamica e, a parità di peso, più robusta di quanto si fosse mai costruito prima.

Workman carrying a complete Deperdussin monocoque fuselage, about 1912, Deperdussin factory, Paris. © Musée de l’Air et de l’Espace-Le Bourget

Il compensato fu utilizzato largamente per la costruzione di aerei da combattimento nella Seconda Guerra Mondiale al posto dello scarseggiante metallo. Ma nonostante tali successi, alla fine della guerra  l’industria aeronautica ritornò all’utilizzo del metallo, influenzata non solo da questioni tecniche ma anche dall’idea di modernità promossa dai loro migliori clienti, le forze armate per cui il legno era troppo old-fashioned, non adatto alla loro visione mascolina e muscolosa dell’estetica bellica.

Charles e Ray Eames, DCM chair, 1947 © Eames Office, LLC Evans Products Company - Molded Plywood Division 1947 Moulded plywood, steel and rubber
Charles e Ray Eames, DCM chair, 1947 © Eames Office, LLC Evans Products Company – Molded Plywood Division 1947 Moulded plywood, steel and rubber

Negli anni Cinquanta il compensato diventa non a caso il sinonimo del DIY (do-it-yourself), il nostro  fai da te, con barche a vela, skateboard e moduli abitativi prodotti in casa. Dopo l’inevitabile periodo d’eclissi, ora il compensato è tornato di moda per i supercool flat-packed designs del XXI secolo come l’esempio di WikiHouse che chiude la mostra. WikiHouse consente agli utenti di scaricare piani di costruzione dal suo website sotto licenza Creative Commons, e di modificarli con un programma chiamato SketchUp, e di utilizzarli per creare pezzi simili a un puzzle eseguite in compensato e/o in cartongesso con una macchina a controllo numerico operata dal computer. #Plywood

2017 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Novembre 2017

Plywood: Material of the Modern World
Victoria & Albert Museum
Cromwell Road – Londra

La primadonna del Modernismo: Barbara Hepworth

Ci sono cose che la Tate fa davvero bene, come riconoscere il giusto merito a grandi artisti dimenticati dalla storia dell’arte – soprattutto quando si tratta di donne. E così, dopo Marlene Dumas, Agnes Martin e la superlativa Sonia Delaunay, è finalmente arrivato il turno della figlia del Modernismo britannico, Barbara Hepworth (1903-1975).

L’ultima volta che la galleria d’arte londinese le aveva dedicato una mostra, infatti, era il 1968 e Barbara non solo era ancora viva, ma aveva persino contribuito ad organizzarla. E allora ben venga Barbara Hepworth: Sculpture for a Modern World, un magnifico viaggio in settanta opere nel mondo della First Lady del Modernismo. Dalle prime sculture ancora vagamente antropomorfe come Two Doves (1927), che ancora risentono dell’influenza dei pionieri delle avanguardie che l’hanno preceduta, alla sublime essenzialità delle sculture astratte che l’hanno resa famosa, per arrivare alle forme totemiche degli ultimi anni, la mostra esplora cronologicamente l’evoluzione della sua arte.

Nata nello Yorkshire nel 1903, Barbra Hepworth è con il suo contemporaneo (e conterraneo) Henry Moore (1898-1986), una delle figure chiave della scultura del XX secolo. Come Moore anche Barbara studia alla Leeds School of Art prima di trasferirsi a Londra, al Royal College of Art, e come Moore, grazie ad una borsa di studio che le permette di viaggiare, visita Firenze, Siena e Roma, dove vive per tre anni con il primo marito, lo scultore John Skeaping (1901–80), che sposa nel 1925.

È il 1928 quando Skeaping e la Hepworth rientrano a Londra dal soggiorno italiano. Si stabiliscono nel quartiere di Hampstead, al nord della città, dove continuano a lavorare e ad esporre insieme le loro opere nelle gallerie d’arte della Capitale. Ma il matrimonio non è destinato a durare ed è solo questione di tempo prima che Barbara incontri l’amore della sua vita, il pittore Ben Nicholson (1894-1982). E insieme daranno vita ad una delle più straordinarie collaborazioni artistiche della storia dell’arte. Quello tra Nicholson e la Hepworth è un dialogo aperto che sembra non interrompersi mai: Nicholson disegna e dipinge incessantemente il profilo della moglie, e lei a sua volta riecheggia i dipinti del marito nelle sue sculture.

Doves by Dame Barbara Hepworth
          Doves (Group), 1927, Parian marble, Manchester Art Gallery © Bowness

Come Jacob Epstein (1880-1959), Eric Gill (1882-1940) ed Henri Gaudier-Brzeska (1891-1915) prima di lei, anche la Hepworth degli anni Venti e Trenta è appassionatamente modernista. E come i suoi predecessori, anche lei crede nel direct carving, la scultura diretta, una tecnica introdotta da Constantin Brancusi nel 1906 che rivoluziona la secolare tradizione accademica che prevedeva la creazione di un modello in terracotta precedere l’opera finita. E come i suoi predecessori, anche la Hepworth crede appassionatamente nella fedeltà alla materia e nelle qualità tattili che solo il direct carving riesce ad esprimere.

E di materia in questa magnifica retrospettiva ce n’è in abbondanza: marmo, legno, pietra, bronzo – una materia così liscia e levigata che sembra fatta apposta per essere toccata, cullata, abbracciata. E basta osservare opere come Pelagos (1946) o Squares with Two Circles (1963) per comprendere che sue sculture sono fatte per essere avvolte dall’aria e dalla luce, esistono pienamente solo quando in armonia con l’ambiente circostante. Quando la Hepworth scolpisce, non crea solo una forma, ma anche lo spazio e la luce che la circondano. E quando crea un’apertura nella forma, crea un passaggio che permette alla luce e allo spazio di circolare non solo attorno alla forma, ma attraverso la forma stessa.

Pelagos
Pelagos, 1946 Elm and strings on oak, Tate © Bowness

Questo della spazialità della forma è un concetto ben noto ai giganti del Modernismo come Picasso, Braque, Brancusi e Jean Arp che la Hepworth e Nicholson avevano visitato nei loro studi durante un viaggio in Francia nel 1933. Appassionatisi alla rivoluzione della scultura francese guidata a Parigi e folgorati dalla sua purezza formale, i due si uniscono nel 1933 al gruppo francese Abstraction–Création e, una volta tornati in Inghilterra, fondano con Paul Nash il gruppo Unit One che univa architetti, pittori e scultori seguaci di movimenti come il Costruttivismo e il Surrealismo. Ma è solo con l’arrivo nella capitale Britannica di un nutrito gruppo di espatriati europei in fuga dalle   persecuzioni naziste come Naum Gabo, László Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Piet Mondrian (che nel 1938 è ospite degli stessi Hepworth e Nicholson) attirati dal costo allora relativamente basso delle abitazioni che il Modernismo britannico finalmente decolla. Perché la pace e tranquillità di Hampstead, unita alla sua bellezza collinare, avevano attirato sin dal XIX secolo artisti ed intellettuali come John Constable e John Keats, è solo negli anni Trenta del Novecento che il quartiere diventa il vero e proprio covo di una comunità di artisti d’avanguardia e di intellettuali progressisti e di sinistra. Non a caso, questi sono gli anni che vedono sorgere vere e proprie icone dell’architettura modernista come l’Isokon Building in Lawn Road, progettato dall’architetto del Bauhaus britannico Jack Pritchard e che conta tra i suoi inquilini nientemeno che Agatha Christie, e la controversa abitazione in cemento e mattoni al numero 2 Willow Road, costruita da Erno Goldfinger (su cui il romanziere Ian Fleming modellò l’omonimo ‘cattivo’ di 007).

Ma la strada del successo non è facile per una donna all’inizio del XX secolo, anche se questa si chiama Barbara Hepworth. Le cose si fanno particolarmente difficili quando, nel 1934, Barbara da’ alla luce tre gemelli: la mancanza di denaro, lo stress della maternità, e soprattutto la mancanza di tempo e di spazio mentale per creare si fanno sentire. Costretta a lavorare di notte, l’artista è sul punto di rinunciare all’arte, alla scultura e a tutto quello per cui aveva lottato fino a quel momento.

Le cose cambiano quando, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la coppia si trasferisce in Cornovaglia, vicino a St Ives, che proprio in quegli anni si stava sviluppando in una vivace comunità artistica. Il selvaggio paesaggio della regione risveglia in Barbara potenti ricordi dello Yorkshire della sua giovinezza e ritorna a scolpire con rinnovata energia. Acquistato uno studio nella cittadina costiera, vi resterà anche dopo il divorzio da Nicholson, avvenuto nel 1951. E proprio nel suo amato studio, nel 1975, un terribile incendio (causato forse da una combinazione di sonniferi e sigarette) pone la parola ‘fine’ alla vita della primadonna del Modernismo.

Ma tanto si è parlato di questo suo legame con il Modernismo in questa mostra, che quando si arriva agli anni Sessanta e al momento in cui la Hepworth emerge come artista completamente formata, non resta più molto spazio a disposizione da dedicare alle sue opere più iconiche. E il fatto poi che siano gigantesche e impossibili da spostare non aiuta. Come la mastodontica Single Form (1961-64) per esempio, che torreggia davanti al palazzo delle Nazioni Unite a New York: di certo la sua scultura più rappresentativa, per dimensioni e significato. Ma anche una che, date le dimensioni, non può essere mossa.

La mostra termina (in modo vagamente affrettato) con la parziale ricostruzione del padiglione di Otterlo, nei Paesi Bassi, creato nel 1965 dall’architetto Gerrit Rietveld per le sue sculture in bronzo “per creare una perfetta integrazione tra Architettura, Natura e Scultura” , per usare le parole della Hepworth. Ma anche non è stato possibile portare all’interno delle sale la natura selvaggia dello Yorkshire o della Cornovaglia (o, in misura minore, di Hampstead…), è impossibile uscire da questa mostra senza sentirsi comunque pervasi da una sferzata di pura energia vitale…

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra//fino al 25 Ottobre 2015

Tate Britain,

tate.org.uk

Le memorie di una nazione in mostra al British Museum

Sono trascorsi cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venticinque dalla caduta del muro di Berlino e, anche se qui non se ne parla affatto, trecento dall’accessione al trono britannico di Giorgio I di Hannover. Raccontare una storia complessa come quella della Germania non è certo una cosa facile. Raccontarla in 600 oggetti sembra quasi un impresa impossibile. Eppure il British Museum ci riesce con sorprendente facilità e grande diplomazia.

Il maggiolino Volkswagen accoglie il visitatore nella Great Court, preparandolo per quanto lo aspetta alla sommità della scalinata che conduce all’entrata dell mostra. Qui un pezzo del muro di Berlino ha l’effetto di un dantesco “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… “

4.4 VW Beetle.jpgMa chi si aspetta doom and gloom ha sbagliato mostra, che in Germany: Memories of a Nation ci sono solo oggetti meravigliosi. Dal Rinoceronte di Albrecht Dürer al dipinto di Erasmo di Holbein realizzato a Basilea ad un orologio a carillon di Strasburgo – quando Basilea e Strasburgo erano ancora parte di una Germania i cui confini sembrano da sempre essere mobili come una barriera galleggiante. E la traduzione in tedesco della Bibbia fatta da Martin Lutero (qui presente nella versione dipinta da Lukas Cranac il vecchio) che ha dato il via alla lingua tedesca di Goethe, Schiller e dello Sturm und d Drang. E non solo. Dall’invenzione della stampa di Gutemberg alla scoperta della porcellana, dal Bauhaus e alla Volkswagen, la Germania ci ha regalato alcuni dei più importanti sviluppi tecnologici del nostro tempo.

Germany-Memories of a Nation
Goethe in the Roman Campagna. 1787, by Tischbein; The Strasbourg Clock, 1589, by Isaac Habrecht / pic: © U. Edelmann – Städel Museum – ARTOTHEK

E proseguendo nel percorso uno non può non chiedersi con l’avvicinarsi del XX secolo come i curatori avrebbero affrontato l’Olocausto – se l’avrebbero affrontato affatto o se avrebbero altato a piedi pari quel periodo di orrore e vergogna. E così quando si arriva alla replica delle porte di Buchenwald, vicino a Weimar, la città di Goethe- l’emozione è forte. Una semplice stanza bianca al cui centro è un panca che invita alla sosta e alla riflessione davanti alla replica del cancello di Buchenwald il cui motto Jedem das Seine, (a ciascuno il suo) fa congelare il sangue nelle vene. Sul muro una mota dei curatori dice non ci sono abbastanza parole per descrivere l’Olocausto. E se questo è palesemente inesatto (fatevi un giro all’Imperial War Museum di Londra dove un intero pieno
è dedicato a questa tragedia), la forza emotiva di questo “mausoleo” è di una violenza inaudita nella sua assoluta semplicità. Ancora di più se si pensa che l’artista ebreo incaricato di creare le porte, apparteneva al tanto odiato Bauhaus e utilizza per la scritta proprio i caratteri tipografici. Ride bene chi ride ultimo mi è venuto da pensare. Umorismo nero, anzi nerissimo.
Certo, lo spazio angusto non aiuta il layout della mostra, così come la l’abbondanza di testo che rallenta il ritmo del percorso. Ma ne vale la pena. Per imparare, per rimettere tutto in prospettiva. Ma soprattutto per capire.

Fino al 25 Gennaio
www.britishmuseum.org

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

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Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale. Nel Bauhaus non ci sono artisti ma artigiani, e non vi insegnano professori ma maestri di straordinario talento. Personaggi come Paul Klee, Wassily Kandinsky, Oskar Schlemmer, Laszlo Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Gunta Stölzl, l’unica donna a insegnare alla scuola.
Tutto questo e molto di più in Bauhaus: Art as life, la più grande mostra dedicata alla scuola dal 1968. Un epico viaggio in quattrocento oggetti nella storia di questa rivoluzionaria istituzione nelle sue tre incarnazioni di Weimar, Dessau e Berlino. Organizzata in un approssimato ordine cronologico, la mostra curata da Catherine Ince e Lydia Yee si svolge sui due piani dello spazio cavernoso della Barbican Gallery. Uno spazio difficile per un soggetto altrettanto complesso.
Ciò che colpisce del Bauhaus è non solo la diversità della sua estetica, ma l’incredibile ricchezza delle sue discipline che, oltre a pittura e scultura, includono anche fotografia, teatro, danza, design, decorazione d’interni, tessuti e persino giocattoli per bambini e cartelloni pubblicitari.

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Bauhaus.-Marcel-Breuer

Al piano superiore, dedicato alla prima fase della scuola, a Weimar, dipinti di Kandinsky vanno di pari passo con le marionette di Kurt Schmidt, i caratteri da stampa di Herbert Bayer o i servizi da tè e da caffè di Marianne Brandt (l’unica donna impegnata nella fabbricazione di oggetti in metallo), tutti esempi tipici della tipologia standardizzata prediletta da Gropius. Il piano inferiore è invece dedicato al Bauhaus di Dessau, dove la scuola si trasferisce nel 1925 nello splendido edificio progettato da Gropius stesso, una pietra miliare nella storia dell’architettura moderna. Qui studenti e maestri vivono e lavorano insieme: una vibrante comunità artistica, diversa per provenienza geografica e formazione culturale, impegnata in uno sforzo artistico senza precedenti. Curiosamente l’architettura, per cui il Bauhaus è famoso ovunque, non diventa parte del programma di studio fino al 1927, quando Hannes Meyer si unisce alla scuola.
Certo, come per tutti gli esperimenti, anche per il Bauhaus sorgono, inevitabili, i problemi: le grandi industrie tedesche non sono interessate alla nuova estetica e rifiutano di partecipare alla produzione di massa. Senza di loro, i prodotti usciti dai laboratori della scuola sono destinati a rimanere costosissime ed esclusive creazioni che solo pochi possono permettersi. E così, come Morris prima di lui, anche Gropius non riesce a portare la bellezza alle masse.

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Bauhaus.Walter-Gropius-and-masters-on-the-roof.

È un tempo difficile quello tra le due guerre per la Germania, in balìa degli effetti della Grande Depressione e di una lunga instabilità politica. Ma neanche l’atmosfera pesante che si respira negli anni della Repubblica di Weimar sembrano intaccare l’umorismo e l’entusiasmo dei membri del Bauhaus. Nel pensiero di Gropius, il gioco è una parte importante della vita artistica della scuola, e le brillanti fotografie di Lucia Moholy e Joseph Albers aprono una spassosa finestra sulle abitudini, hobby, vestiario e amicizie di studenti e insegnanti, catturandone i preziosi e fugaci momenti di intimità.
L’ascesa al potere di Hitler è per il Bauhaus l’inizio della fine. Nonostante l’approccio apolitico tenuto da Ludwig Mies van der Rohe, il direttore in quell’ultimo, terribile anno a Berlino, la scuola diventa il bersaglio della stampa nazionalsocialista e della Gestapo, che chiude la sede per tre mesi, nel 1933. Privato di fondi, gli insegnanti accusati di bolscevismo, il Bauhaus non riaprirà mai più.
Tanto è successo e tanto in fretta nella storia del Bauhaus che si stenta a credere che tutto ciò sia accaduto in soli quattordici anni. Ed è proprio questa incredibile ricchezza di eventi (e di intenti) che rende ancora più evidente la mancanza di una conclusione nella parte finale della mostra, di una valutazione della straordinaria eredità lasciata dal Bauhaus nell’architettura, nell’arte e nel design di oggi. Ma questa è l’unica nota negativa in un viaggio altrimenti molto approfondito ed estremamente appassionante.

2012 by Paola Cacciari

Londra // fino al 12 agosto 2012
Bauhaus: Art as Life
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550
www.barbican.org.uk/artgallery 

pubblicato su Artribune