Il pianista di Varsavia: la straordinaria storia di Władysław Szpilman (e del nazista che lo salvò)

Credo di essere stata una delle poche persone al mondo a non aver mai visto Il Pianista di Roman Polanski, lo straordinario racconto di sopravvivenza di Władysław Szpilman nella Varsavia occupata dai nazisti. Almeno fino all’anno scorso quando il lockdown mi ha dato la possibilità di mettermi in pari con i film che avevo perso negli ultimi vent’anni. E il film mi èpiaciuto cosi tanto che ho sentito l’urgenza di leggere il libro, e ho fatto bene.

Dire che è un bel libro non rende l’idea, che come si può valutare un libro come questo? Il mio cuore e la mia mente erano in completo subbuglio quando l’ho chiuso. La voce di Szpilman non è mai amara, e anche nei momenti più difficili e disperati mai una volta si lascia prendere dall’odio nei confronti dei tedeschi, lui che ne avrebbe avute tutte le ragioni. Anzi, il suo racconto è quasi distaccato, ma suppongo sia parte della ragione per cui scrisse questo libro in primo luogo: elaborare il trauma. La sua intenzione non era quella di sputare dichiarazioni politiche sulla Seconda Guerra Mondiale. Il libro è semplicemente la straordinaria storia di questo straordinario individuo che, grazie ad una fortunata serie di circostanze che mettono sulla sua strada persone che lo aiutano e ad un’incrollabile determinazione, riesce a sopravvivere mentre l’intera Europa crolla nel nel caos.

Ma quella narrata ne Il Pianista, non è solo la storia di Wladyslaw Szpilman. Una sorpresa attende l’ignaro lettore alla fine, sotto forma di brani del diario di Wilhelm Hosenfeld (1895-1952), l’ufficiale della Wehrmacht che, negli ultimi mesi del 1944, non solo tacque agli altri ufficiali delle SS la presenza di Szpilman nell’unico edificio a più piani rimasto in piedi a Varsavia, ma lo salvò da morte certa procurandogli cibo, acqua e coperte (gli lasciò persino il suo pesante cappotto) per sopravvivere alla fame e al freddo dell’inverno polacco.

Wilhelm Hosenfeld

Alcuni dei passaggi più toccanti, inquietanti e riflessivi della narrazione vengono proprio dal suo diario, che è stato recuperato anni dopo e incorporato nel libro di memorie di Szpilman. “Il male e la brutalità si annidano nel cuore umano. Se gli viene permesso di svilupparsi liberamente, prosperano, emettendo terribili ramificazioni …”

Cresciuto in una famiglia devotamente cattolica che gli inclulc ò l’importanza della carità e con una moglie pacifista, Hosenfield era tuttavia un patriota e come tale abituato all’obbedineza prussiana. Si unisce al partito nazista nel 1935, solo per ritrovarsi in guerra disilluso e inorridito dalle sue politiche. Durante il suo periodo a Varsavia, Hosenfeld usò la sua posizione per dare rifugio a persone, indipendentemente dall’etnia o dalla fede politica, all’occorenza fornendo loro persino i documenti necessari e un posto di lavoro nello stadio sportivo che era sotto la sua supervisione. Hosenfeld si arrese ai sovietici a Błonie, una piccola città polacca a circa 30 km a ovest di Varsavia, con gli uomini di una compagnia della Wehrmacht che guidava e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza.

Il 25 novembre 2008, Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele per le vittime dell’Olocausto, ha riconosciuto postumo Hosenfeld come Giusto tra le nazioni.

Sa di miracolo che nel mezzo di tanto orrore proprio ufficiale tedesco sembri essere stato l’unico ad aver avuto la forza morale di ammettere cio’ che altri non sarebbero riusciti ad ammettere che molto, molto tempo dopo.

“Tutta la nostra nazione dovrà pagare per tutti questi torti e questa infelicità, tutti i crimini che abbiamo commesso. Molte persone innocenti devono essere sacrificate prima che la colpa di sangue che abbiamo subito possa essere spazzata via. Questa è una legge inesorabile in piccolo e cose grandi allo stesso modo.”

E se bisogna celebrare il coraggio di Wladyslaw Szpilman, che aiutò la resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia, nonostante la costante minaccia alla sua stessa vita, lo stesso vale per Wilm Hosenfeld per essersi aggrappato alla sua coscienza in un momento in cui la moralità e la compassione scarseggiavano. Una storia questa come tante altre che non si conosceranno mai, e che mi fa ancora credere al trionfo dello spirito umano.

2021 © Paola Cacciari

La scomparsa di Bob the Cat — London SE4

Mi ricordo di James e Bob. Li vedevo sempre, anni fa, a Covent Garden, mentre tornavo a casa dal lavoro. James suonava oppure vendeva The Big Issue in strada e Bob se ne stava in equilibrio sulla sua spalla. La gente si fermava, scattava delle foto. Era così inusuale quel flemmatico gatto rosso, così inseparabile […]

via La scomparsa di Bob the Cat — London SE4

And So To Bed

Il CODV 19 secondo Samuel Pepys (e secondo Claudia di London SE4 🙂 )

London SE4

Samuel Pepys CoronavirusNon so bene cosa dire di questo 2020.

Il tempo atmosferico è alquanto anomalo, con primavera nettamente anticipata (il viali di SE4 sono tutti in fiore). Al tempo stesso, ho perso il conto di quante tempeste con nomi astrusi ho avuto a che fare nelle ultime settimane. Pioggia, vento e ombrelli rotti.

E poi c’è un virus nuovo, CODV 19, che viene dalla Cina e terrorizza l’Europa. 

Abbiamo avuto il primo caso ufficiale londinese proprio qui vicino. La paziente non è rimasta a casa, non ha telefonato al numero 111, ma ha chiamato un Uber e si è fatta portare al pronto soccorso! 

C’è stato anche un “super-untore” (o super-diffusore, come lo etichettano gli italiani), sopravvissuto al virus, che lo ha sparpagliato, ignaro, qua e là, anche nelle alpi francesi, fino a Maiorca. La sua faccia è finita in prima pagina: unica colpa, quella di essere andato ad…

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La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Wagner e L’anello del Nibelungo

“Lo sai che non posso ascoltare troppo Wagner… sento già l’impulso ad occupare la Polonia!”

dice Woody Allen a Diane Keaton in Misterioso omicidio a Manhattan. Questa scena mi ha sempre fatto ridere, ma non mi ero mai fermata a considerare l’impatto che la sua musica ha sulla gente. Forse perché fino a qualche tempo fa non avevo mai ascoltato Wagner. Ascoltato DAVVERO.
Che la musica di Wagner abbia sempre avuto una strana presa sulla gente non è una novità. Basta pensare che il più famoso dei sui ammirartori (dopo il devotissimo sovrano-patron Ludwig II di Baviera) era Adolf Hitler.
E dopo la maratorna fisica e mentale delle quattro opere che compongono il ciclo de L’anello del Nibelungo alla Royal Opera House di Londra (quattro opere in una settimana per un totale di 15 ore di musica) posso solo confermarlo e fortunatamente senza aver ambizioni espansionistiche… Che dopo un inizio nervoso e vagamente preoccupato, del tipo perché mi sto facendo questo e cose del genere, sono finita completamente ipnotizzata, assorbita quasi fisicamente dalla quasi soprannaturale potenza della musica, e della storia, e ancora adesso sono totalmente incapace di spiegare il perché.

Che Wagner fosse uno degli esseri umani più impossibili che fosse mai vissuto non è un segreto: arrabbiato, ossessionato da se stesso, nevrotico, sempre a corto di denaro, inaffidabile, ingrato, infido e patologicamente offensivo: se non fosse stato un genio della musica, sarebbe stato rinchiuso. E con giusta ragione.

In un momento in cui il suo matrimonio con Minna (la prima moglie) cadeva a pezzi a causa (tra le altre cose) dalle sue numerose relazioni extraconiugali, consumate e platoniche, in cui la produzione parigina di Tannhäuser in cui aveva riposto tante speranze, risoltasi in uno spettacolare disastro, con Tristano e Isotta, L’oro del Reno, La Valchiria e tre quarti di Sigfrido completati, ma mai suonati, il nostro Wagner cosa fa? Si mette a scrivere una nuova opera lunga (tanto per cambiare) quattro ore e mezza, I maestri cantori di Norimberga. Chiunque altro si sarebbe buttato sotto una carrozza e l’avrebbe fatta finita con questo mondo ingrato.

Le sue riserve di ottimismo sembrano inesauribili. E ciò che Madre Natura gli aveva negato dal punto di vista fisico (era basso, con una testa enorme e gli occhi sporgenti, il viso spesso coperto di brutte macchie rosse, lesioni e pustole spesso di origine psicosomatica) Wagner l’aveva rimpiazzato ampiamente da un’inesauribile energia e da una cieca fiducia in se stesso e nella sua missione, cose che indubbiamente gli conferivano un enorme carisma con l’altro sesso. Qualunque fosse il motivo, le donne erano pazze di lui. E non solo le donne. Che Wagner era uno di quegli artisti la cui visione era così potente da trasformare persino il mondo intorno a lui in un universo popolato da nani, draghi o giganti. Riuscì persino a evocare il perfetto mecenate, nel Re pazzo Ludwig di Baviera, che gli diede tutto ciò di cui aveva bisogno (soldi e adorazione), e altro ancora.

Il suo antisemitismo è ben noto, oggetto di infiniti dibattiti tra coloro che sentono contaminare la sua musica e coloro che la considerano completamente separata. Ma solo quando ho letto Being Wagner: The Triumph of the Will scritto dall’attore, regista e sceneggiatore inglese Simon Callow, una deliziosa biografia del compositore tedesco (di cui Callow è, nonostrante tutto, un grandissimo ammiratore), mi sono resa conto di quanto l’odio di Wagner verso gli ebrei fosse virulento tanto da definire questo popolo “il nemico nato della pura umanità e di tutto ciò che è nobile”. Il che spiega il perché Hitler vedesse in lui il perfetto tedesco, una sorta di anima gemella insomma. Eppure la musica dura, a dispetto di tutto e di tutti, soprattutto a dispetto del suo compositore. E qui entra in scena il ciclo de L’anello del Nibelungo. 

Scene 1 of Das Rheingold from the first Bayreuth Festival production of the Bühnenfestspiel in 1876

Wagner era ossessionato da se stesso e dalla sua opera, questo lo abbiamo già detto. Ma la sua ossessione con la sua creazione era tale da arrivare a produrre non solo musica e libretto, ma anche la scenografia delle sue opere, seguendo la produzione tecnica in ogni minimo dettaglio, per la gioia di chi doveva avercelo attorno ogni minuto della giornata…
Ma questo diventa secondario una volta che ci si trova davanti all’opera (o opere visto che sono quattro) compiuta. Con la sua musica infatti, Wagner racconta la storia delle tre forze che fanno girare il mondo: amore, potere e religione. Raccontano cosa accade del mondo degli uomini e cercano di comprendere tali emozioni. E la cosa sorprendente è che ci riesce e dite quello che volete, ma che ci piaccia o no, è difficile essere indifferenti a Wagner. E una volta incontrata la sua musica è impossibile tornare indietro. Parola di pucciniana convinta.
Nel il ciclo de L’anello del Nibelungo musica e testo hanno la stessa importanza. Senza a tare a raccontare la storia (che trovate qui seppure in questa incerta versione di Wikipedia) il ciclo de L’anello è fondamentamente la storia delle conseguenze che seguono la rinuncia di un uomo al suo lato buono per ottenere il potere. A questo si aggiungono altri temi mica da ridere, come il crollo dell’autorità del leader, in seguito al tradimento della stessa autorità da lui incarnata, e infine l’eliminazione del male del mondo grazie alla caduta dell’ordine prestabilito. Uh!

Con queste premesse non sorprende che scrittori e artisti e filosofi in tutte le epoche abbiano letto L’Anello in tutte le chiavi possibili e immaginabili, inclusa quella anarchica e Marxista di G.B. Shaw. Ma il vero messaggio sta nelle parole e nella azioni dei personaggi di Wagner, parole ed azioni che reinterpretano sotto i nostri occhi le nostre azioni e soprattutto, i nostri errori.
Certo con i suoi dei, gli elfi, i giganti, le valchirie e gli eroi, è facile ridurre l’epica de L’Anello ad una semplice favola, alla saga delle saghe nata dalla collazione di leggende germaniche, islandesi e norvegesi, con un occhio alla Grecia dell’Oresteia.
Ma c’è molto di più: Wagner dimostra come un solo atto malvagio porta quasi inevitabilmente ad un altro e come le persone possano facilmente diventare schiave degli eventi. Insomma per dirla come Isaac Newton, ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale ed contraria. Sigfrido è insieme alle valchirie forse uno dei personaggi più noti dell’intero ciclo, un anarchico modellato sulla figura dell’anarchico per eccellenza, il russo Mikail Bakunin. Come Bakunin, Sigfrido vede nell’atto del forgiare una nuova spada con i pezzi di quella vecchia e rotta, piuttosto che ripararla, un simbolo della rincincia alle vecchie idee per abbracciare quelle nuove.
Vero o no, L’Anello del Nibelungo fa ancora oggi discutere. A dimostrare che Wagner aveva ragione quando disse che

“l’unicità del mito è nel suo essere sempre attuale.”

Parole sante.

2019 ©Paola Cacciari

I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), l’autore della trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975), da cui è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells), trasmessa in Gran Breatgna da ITV dal 2016 e In Italia dal canale a pagamento La EFFE.

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane…) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari tra i ragazzini e non fatico a crederlo, che le tragicomiche avventure di questa insolita famglia inglese mi hanno fatto morire dal ridere. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto? La storia raccontata nella serie televisiva (ripeto, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald) inizia nel 1935, quando Louisa Durrell, giovane, vedova e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

In realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri, e per chi come me non aveva idea di chi fossero Gerald, Lawrence e i Durrell in genere prima del 2016, e il perché alla metà degli anni Trenta, avessero deciso di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú, un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Leggendo questa biografia si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta, e uno spostamento di queste dimensioni orchestrato da una giovane donna venodava con quattro figli rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica, Louisa decide che l’India non è il luogo adatto per una donna sola con quattro figli e  torna con la famiglia in Inghilterra dove, dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 si fermano a Bournemouth, sulla costa che si affaccia sulla Manica.  Ma Louisa, più sola e depressa che mai, diventa sempre più dipendente dal gin. E’ allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), decide che è arrivato il momento di salvare madre e fratelli da se stessi e organizza il trasferimento dell’intera famiglia sull’isola cantata da Omero nell’Odissea.  E’ il 1935.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico; Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrell sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters
Riccardo Muti. Photograph: Reuters

2017 ©Paola Cacciari

No way Home di Carlos Acosta

Forse non passerà alla storia della letterartura per le sue qualità di scrittore, ma poco importa visto che Carlos Acosta (L’Avana, 2 Giugno 1973) è già passato alla storia come uno dei più grandi danzatori classici del mondo. Ma anche se non è certo un capolavoro, non riuscivo a staccarmi da questo libro. Forse proprio per la sua prosa semplice e diretta che da’ spazio al racconto di una vita straordinaria, narrata con semplicità e tanta, tanta autoironia.

Carlos Acosta

Figlio mulatto di una casalinga e di un camionista di colore, Carlos cresce nella difficile realtà della Cuba degli anni Ottanta, in una famiglia povera, con poche opzioni e uno spirito indipendente che spesso lo fa finire nei guai con bande di monelli come lui, con cui ballava la break-dance e sognava di diventare un grande calciatore come il suo idolo Pelè. E proprio per allontanarlo dalle cattive compagnie il padre lo iscrive, contro la sua volontà, alla scuola di ballo de L’Avana. A nulla valgono gli innumerevoli tentativi del giovane Carlos di farsi espellere per tornare a giocare a calcio con gli amici di sempre. Sfortunatamente per lui (e fortunatamente per tutti gli amanti della danza classica), già da bambino il nostro eroe aveva un talento straordinario. Un talento che lo ha portato appena diciasettenne in Italia alla Compagnia Teatro Nuovo di Torino a ballare niente di meno che con Luciana Savignano, eppoi a Losanna dove vinse la Medaglia d’oro 1990 al Prix de Lausanne. Eppoi Parigi, Huston e infine Londra, al Royal Ballet dove la sua stella ha brillato per 17 anni.

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari
Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Proprio alla Royal Opera House di Covent Garden ho avuto la fortuna di vederlo nei panni di Romeo in Romeo e Giulietta, di Basilio in Don Chisciotte, di Colas ne la La fille mal gardée, del principe Siegfried ne Il lago dei Cigni e Lescaut ne L’histoire de Manon, con il Roberto Bolle nazionale ospite del Royal Ballet per l’occasione, che interpretava Grieux. Una gara di bravura tra fuoriclasse che non dimenticherò mai e che mi ha ridotto in lacrime.

E quest’anno, dopo 17 anni al Royal Ballet di Londra, Carlos Acosta ha deciso di lasciare Covent Garden per concentrarsi su altri progetti, come il costituire una compagnia di danza contemporanea nella sua nativa Cuba, ma non prima di averci regalato la sua versione di Carmen, creata appositamente per il Royal Ballet.

Che dire? Meno male che non era bravo a giocare a calcio. Avremo perso uno dei più carismatici danzatori classici del nostro secolo!

2015 ©Paola Cacciari

9780007250783

Una città o l’altra. Viaggi in Europa (Neither here Nor there) Bill Bryson

Ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono periodicamente per varie ragioni – sono capolavori, sono classici (ho realizzato che sento il bisigno fisico di leggere Jane Austen e in particolare Pride and Prejudice circa ogni due anni…) o semplicemente hanno quel feel good factor che ti fa sentire bene. Neither here Nor there (da noi tradotto come Una città o l’altra) è uno di quelli: la versione cartacea quello che per me è Pane e Tulipani.  Qui Bill Bryson racconta le sue esperienze durante un viaggio durato quattro mesi nel “vecchio continente” nel 1991 – dall’estremo nord della Norvegia alla Turchia. È divertentissimo (il libro dico, ma anche Bryson…), e mi scopro sempre a ridacchiare da sola – cosa che in genere mi capita quando leggo i libri del nostro Beppe Severgnini (o il blog di Guido Sperandio).

9780552998062Ho scoperto Bill Bryson un giorno per caso durante una delle mie quotidiane (allora lavoravo nei dintorni…) visite alla Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana a Bologna. Era il 1996 e mi capitò tra le mani America Perduta (The Lost Continent). Lessi le prime dieci righe e decisi in quel momento che se mai avessi cominciato a scrivere volevo farlo come lui.

Americano trapiantato in Gran Bretagna, Bryson (oltre ad essere il mio idolo letterario) è giornalista e scrittore, autore di libri sulla storia della lingua inglese e americana, di scienza e -soprattutto- di divertentissimi libri di viaggio ora (finalmente tutti tradotti in italiano) in cui la capacità di prendere in giro (e prendersi in giro) va di pari passo con una serie di gustosissimi aneddoti che mi riempiono di ammirazione. Che non è da tutti la capacità di vedere il lato divertente delle cose, sopratutto al giorno d’oggi dove tutti si prendono tremendamente sul serio.  Da quel momento i libri di Bryson mi hanno chiamato così forte che in questi anni ho letto tutto quello che ha scritto. Che io sono così. I libri mi devono chiamare perché io li possa leggere. Non sono mai stata capace di leggere qualcosa perché di moda. O perché fa discutere. Credo di essere una delle poche persone in Italia a non aver mai letto Gomorra di Roberto Saviano. E non ne vado fiera. Ma fino ad ora non mi ha chiamato abbastanza forte. Lo farà a suo tempo, ne sono sicura.  I libri importanti lo fanno sempre.

Inutile dire che quando anni fa è venuto al Museo per presentare il suo nuovo libro At Home: A Short History of Private Life (interessante storia sociale sul perché e il percome le case ‘moderne’ sono fatte e disposte come sono), mi sono precipitata che volevo verificare se anche di persona era così divertente e interessante come appare dai suoi libri e fortunatamente lo era.

Mi sono fatta autografare la mia malconcia copia di The Mother Tongue sulle origini e la storia della lingua inglese, comprata a Victoria Station nel 1999 e piena di sottolineature e note scribacchiate a bordo pagina in vari colori di biro quando stavo cercando di imparare, o meglio, dare un senso all’inglese. Anzi è stato il primo libro che ho letto interamente in inglese. E tutto sommato devo dire che ha funzionato…

2015 ©Paola Cacciari

bill bryson
Bill Bryson

Un’eredità di avorio e ambra (The Hare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance)

Quando nel settembre del 2009 le nuove gallerie della ceramica del Victoria and Albert Museum riaprirono i battenti dopo cinque lunghi anni, mi trovai ad ammirare con mio grande stupore un’incredibile installazione di ceramiche translucenti amorevolente sistemate sul rosso bordo del cornicione interno del vertiginoso cupolone vittoriano del museo. L’artista era un tale Edmund De Waal di cui non avevo mai sentito parlare, nonostante oltre ad essere curatore, storico dell’arte, professore di ceramica alla University of Westminster  (etc etc etc) pareva fosse anche uno dei più famosi ceramisti inglesi.

Edmund de Waal
Edmund de Waal

Poi nel 2010 De Waal ha scritto un libro, The Hare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance (da noi tradotto con il titolo di ‘Un’eredità di avorio e ambra‘) che nel giro di poco tempo è diventato un caso letterario (superando le 200.000 copie in soli otto mesi) oltre ad incrementare non poco l’influsso al museo di visitatori venuti per vendere la sua installazione (e i suoi netsuke, che non sono al museo, ma a casa sua). Stanca di fare la figura dell’ignorante davanti ad orde di signore adoranti (‘Ma come lei lavora qui e NON ha letto il LIBRO??’), mi sono decisa. E davvero quello di De Waal è un libro magico, atmosferico, quasi tattile, in cui l’artista applica alla ricerca della parola singola la stessa attenzione messa nelle sue meravigliose ceramiche.

9780099539551
La storia è semplice: una collezione di 264 netsuke giapponesi in legno e avorio. In questo consiste l’eredità lasciata al nostro ceramista inglese dal prozio Iggie. Quest’ultimo appartenente al ramo austriaco della famiglia e scappato in America per sfuggire ad un destino che lo voleva banchiere, si trasferisce a Tokio dopo alla fine della Seconda Guerra Mondiale e qui rimanei fino alla fine della sua vita. Da Odessa alla Parigi di Proust, Zola e degli impressionisti alla Vienna d’inizio secolo occupata dai nazisti, da Tokio all’Inghilterra, Edmund De Wall traccia il viaggio dei netsuke attraverso tre generazioni della famiglia Ephrussi, banchieri ebrei ricchi e famosi quanto i Rothschild. La sua straordinaria famiglia. Da leggere subito (se non l’avete già fatto…).
2015 ©Paola Cacciari