I diari del COVID-19 #1

Tutti giovedì alle 8 pm qui in Gran Bretagna c’è un iniziativa che si chiama ‘clap for our carers‘ che invita le persone ad uscire sui balconi, alle finestre o sulla porta e ad applaudire il personale sanitario. È un iniziativa che è stata adottata con entusiasmo dalla gente, grata per lo sforzo sovrumano di medici, infermieri e volontari durante la pandemia, ma che è presto diventatata una sorta di modo per socializzare a distanza, un po’ come le canzoni cantate dalle finestre in Italia. Ma l’altro giorno un medico di uno degli ospedali di Londra è sbottato, e si è sfogato scrivendo un post infuriato sul suo profilo Facebook in cui diceva di smetterla con quest’ipocrisia e che, invece di applaudire, le persone (o almeno certe persone) farebbero meglio a obbedire alle regole e restare a casa, mantene le distanze e smetterla di fare i furbi, per poi prendersela, giustamente, con il Governo dei Conservatori che per anni ha tagliato fondi alla sanità…

Che è inutile reiterare che la risposta del Governo di Boris Johnson alla pandemia è stata pateticamente inadeguata. Tutti presi com’erano da Brexit, i Tories hanno completamente ignorato quanto stava accadendo in Cina prima, e in Europa poi. Come se una volta lasciata l’Unione Europea, il Coronavirus avesse avuto bisogno del passaporto per oltrepassare la Manica e approdare sulle coste britanniche… 😒

Ed ora paghiamo le conseguenze di tanto ritardo, con oltre 15,000 morti accertate – e con questo dico solo le persone morte in ospedale, senza quelle avvenute a casa o nelle case di riposo. Il modo il cui l’emergenza è stata gestita è stata vergognosa, con frasi darwiniane che ricordano la selezione naturale (“immunità di gregge”), o stoiche di sapore churchilliano (“perderemo molti dei nostri cari”) senza pensare che lo stoicismo che contraddistingueva l’Inghilterra di Winston Churchill, quella che ha combattuto i tedeschi e ha ricostruito la Gran Bretagna del dopo guerra, è morta e sepolta, uccisa negli anni Ottanta dall’individualismo propugnato da Margaret Thatcher.

In Febbraio, la ministra Priti Patel, Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, aveva introdotto nuove misure per ridurre il livello di immigrazione, abbassando la soglia minima di stipendio necessaria per entrare in UK a a £ 25.600, e richiedendo un diploma di scuola superiore o qualifica equivalente e affermando che, “in linea con la fine della libera circolazione, non ci sarà alcuna via di immigrazione per i lavoratori meno qualificati”

E senza pensare, aggiungo io, che questa cifra è a malapena dignitosa per una città come Londra, e che proprio infermiere, medici alle prime armi, inservienti, badanti, lavoratori agricoli, commessi, personale delle pulizie, fattorini, netturbini (etc etc) e che sono spesso immigrati, rientrano tra le categorie al di sotto delle 25, 600 sterline necessarie. In pratica, sono proprio questi “lavoratori meno qualificati” che per anni sono stati praticamente ridotti alla fame dall’austerity imposta dai Tories, che in questo momento di emergenza stanno mandando avanti la baracca, facendo sì che la gente non muoia di fame e che la città non sia invase dai topi.

Vorrei sperare che questo Governo del cavolo abbia imparato la lezione e che la realtà post COVID-19 sarà una più giusta, basata sul rispetto e sull’ugualianza. Ci spero, ma non ci credo. Sono cinica? 🤔

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images
March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

2016 ©Paola Cacciari

L’Inghilterra del dopo-Brexit: riflessioni dall’interno.

La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi alle 6.45 del mattino di venerdì 24 Giugno è stato prendere il telefono e controllare Internet. Non lo faccio mai di solito, che fortunatamente non appartengo ancora ai sempre più numerosi internet addicted. Ma c’era una cosa che davvero mi premeva sapere e che non poteva aspettare la colazione e la doccia: il risultato del Referendum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea.

Nel tentativo di aprire con occhi semichiusi l’app della BBC News, le mie dita addormentate sono scivolate sull’app di Facebook che gli sta affianco. E mi sono svegliata subito quando ho letto questo: “To anyone who voted Leave: well done. You got what you wanted, a segregated country that will have Boris Johnson at its helm, Farage sticking his racist nose in and the loss of funding for research, education and healthcare as well as a housing crash and no future for your children or generations to come. Congratulations.”

Il post è di una mia giovane collega. E non lascia dubbi né sull’esito del Referendum né sulla sua posizione al riguardo. “Ok, you are out.” Ho informato con aria incredula la mia dolce metà, ancora profondamente addormentato. “Uhmmm…” E stata la sua risposta. “Ho detto che siete fuori. Brexit won. Bye, bye EU!” “What??” La sua testa emerge improvvisamente da sotto le coperte. Mi guarda con aria incredula. “It can’t be…” Gli mostro lo schermo del cellulare questa volta aperto (correttamente) sul sito della BBC con il risultati del referendum con cui il 51.9 % del Paese ha deciso di tornare ad essere un’isola. E il restante 48.1% deve vivere con le conseguenza. “I really didn’t think it would happen…” mi guarda stupito. “I’m sorry. I really am.”

E sono in molti ad esserlo, dispiaciuti dico. Non solo gli espatriati come me che dall’oggi al domani si sono trovati ad essere stranieri in quella che fino al giorno prima avevano considerato casa, ma anche i giovani britannici che si sono visti sempre dall’oggi al domani venir meno la possibilità di vivere, studiare e lavorare liberamente in 27 paesi dell’Unione. E non parliamo di coloro che hanno comprato casa in qualche paese mediterraneo e si godono la pensione (e l’assistanza sanitaria locale) o speravano di farlo in un prossimo futuro. Un collega posta su FB la fotografia della sua European Health Insurance Card e del suo passaporto con il logo dell’UE con la scritta: “R.I.P. my friends.” La sua ragazza è canadese, il suo migliore amico spagnolo. Ha una trentina d’anni, è uno sceneggiatore che lavora part-time al museo e uno dei tanti cittadini britannici di mente aperta, abituati a saltare su un aereo come su di un autobus e a viaggiare ovunque e ogni volta se ne presenti l’occasione. E ce ne sono tanti come lui, non solo a Londra, ma anche a Cambridge, Oxford, York, Leeds, Liverpool, Brighton, Manchester: persone che vedono l’Europa e il multiculturalismo come un’opportunità da afferrare a piene mani e non come che una minaccia.

Cosa Brexit significherà per noi cittadini dell’UE che vivono e lavorano in Gran Bretagna ancora non si sa – come ho scritto nel post precedente, probabilmente la prossima mossa sensata sarà quella di richiedere un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) se non la doppia cittadinaza. Ma il vento è cambiato, e non in meglio. E comunque voglio prenderlo il passaporto di una nazione che ha votato per tornare ad essere un’isola? La cosa mi sta facendo pensare. E’ come essere forzati in un matrimonio dopo anni di felice convivenza. Toglie freschezza, toglie libertà.

File photo: David Cameron has accepted there will be no deal before February – and the prospect of Brexit appears closer than ever

Nessuno era preparato, preparato DAVVERO, a tutto questo, neanche coloro che hanno votato Leave per protestare contro un governo sempre più lontano e distaccato dai bisogni della gente comune. Certo non lo era David Cameron che quando ha indetto il referendum nel 2015 aveva 10 punti di svantaggio sul Labour nei sondaggi e non si aspettava di vincere le elezioni da solo, ma insieme ai liberaldemocratici, da sempre europeisti convinti e che con tutta probabilità si sarebbero opposti. Forse neanche Boris Johnson pensava che avrebbe vinto Leave quando le sparava grosse per compiacere l’ala più euroscettica dei Conservatori. Sta di fatto che siamo (mi ci metto in mezzo anch’io) tutti ancora storditi. C’è tristezza e una certa ansia per l’ondata xenofoba che ha improvvisamente investito questa che era un tempo la culla della democrazia e della tolleranza. Ma il 23 Giugno ho capito che democrazia è anche permettere al conservatore che vuole ritornare alle glorie dell’Impero Britannico e al pensionato del paesino perso nel mezzo della campagna di decidere del futuro della città ombelico del mondo, Londra. E l’ironia più grande è che coloro che hanno voluto uscire dall’UE non saranno qui a pagarne le conseguenze. Basta guardare il grafico qui sotto.

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Ma l’altra cosa interessante è la geografia: Londra e le grandi città britanniche in genere hanno votato per restare nell’Unione (se siete curiosi, trovate la lista completa qui), mentre le aree rurali e le province hanno votato per uscire. E le ragioni sono le solite: la troppa immigrazione che pesa sul già traballante servizio sanitario britannico (NHS), la mancanza di case, di lavoro, la povertà e l’abbruttimento morale che imperversa in aree del Nord massacrato da Margaret Thatcher negli anni Ottanata e regolarmente dimenticate dai politici di tutti i partiti, incluso il New Labour di Tony Blair e compagni.

E se il voto Remain della Scozia non ha sorpreso (farebbero qualunque cosa per contrariare l’ingilterra e comunque a loro fa comodo restare in Europa) la più grossa sorpresa è stato il Galles. Un amico gallese da anni residente a Londra, scrive con aria sconsolata sul suo profilo FB a proposito della reazione della sua terra d’origine: “Do we now have to return all the roads and bridges?” Che, ironia della sorte, nonostante vari milioni in fondi investiti dall’UE per rigenerare aree della regione impoverite dalla chiusura delle miniere di acciaio, la stragrande maggioranza degli abitanti del Galles (fatta eccezione per la capitale, Cardiff) ha votato Leave. Senza tanti ringraziamenti.

Il Primo Ministro David Cameron, colui che indicendo il Referendum ha aperto questo vaso di Pandora, ha dato le dimissioni nella mattinata di venerdì e le voci danno Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra dai capelli color pannocchia come favorito come prossimo leader del Paese –  colui che dovrà gestire la patata bollente del post-Brexit. Il che rende la dipartita di Cameron ancora più grottesca.

In mezzo a tutto questo caos, il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan ha  parlato chiaro: gli stranieri, di qualunque razza, religione e nazionalità sono i benvenuti nella Capitale. E Londra sembra ancora meno Inghilterra.

2016 ©Paola Cacciari

Should they Stay or Should they Go? L’Inghilterra di Brexit

La notizia della morte della parlamentare Laburista Jo Cox, uccisa a Leeds da un fanatico di estrema destra pro-Brexit mi coglie a Bologna da mio padre. Sono giorni pigri questi, trascorsi ad assistere il babbo che ha subito un piccolo intervento chirurgico e l’Inghilterra è un po’ più lontana del solito, come sempre accade quando mi fermo in Italia più a lungo dei miei soliti cinque giorni rituali. Forse è anche per questo che la notizia di questa morte violenta mi prende un po’ alla sprovvista.  E mi rattrista profondamente.

Ansa Non perché la conoscessi di fama (anche ne ho sentito il nome non lo ricordo) o perché era giovane, carina, madre di due figli e piena di ideali, ma perché è accaduta in quello che fino a poco tempo fa è sempre stato un esempio di tolleranza e civiltà come l’Inghilterra. E in questa nuova Inghilterra xenofoba e intollerante stento a riconoscere il paese in cui sono arrivata quasi vent’anni fa. Mai come ora la Cool Britannia sognata da Tony Blair non esiste più.

Le crisi, si sa, portano con sé xenofobia e intolleranza. E l’Inghilterra di oggi è un Paese in crisi d’identità. Forse non a Londra che, popolata di stranieri che vanno e vengono come in un porto di mare, ha persino eletto un sindaco mussulmano di origine pakistana in un momento in cui la caccia alle streghe portata dalla paura dell’IS è al massimo.  Ma Londra non è Inghilterra, è un universo parallelo che se affascina gli stranieri che accorrono sulle rive del Tamigi, poco rispecchia del resto del Paese. Paese che si sente sempre meno: meno europeo, mano tollerante e soprattutto, meno inglese. Ecco a voi le premesse per il Referedum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea che si terrà il prossimo 23 Giugno, il cosiddetto Brexit. Una data storica che sta causando panico nel mondo della finanza e non solo. Io confesso che sono preoccupata, anche se pare che per i residenti provenienti da stati membri della UE che vivono, lavorano e pagano le tasse in Inghilterra non cambierà quasi niente: probabilmente si dovrà ottenere in futuro un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) ottenibile dopo aver vissuto almeno cinque anni in Gran Bretagna e mostrando il contratto di lavoro, mentre chi vorrà venire per all’avventura come ho fatto io tanti anni fa, dovrà prima avere un lavoro.  E proprio la questione Brexit è stata la causa dell’omicidio della deputata Cox. Da mesi l’opinione pubblica è in preda a campagne sempre più feroci su cosa potrebbe capitare al Paese se la Gran Bretagna abbandonasse l’Unione Europea o se, al contrario, dovesse rimanere. Un vero e proprio terrorismo psicologico che nelle ultime settimane ha raggiunto toni a dir poco apocalittici da ambo le parti, tanto che il Primo Ministro David Cameron è arrivato addirittura a parlare di Terza Guerra Mondiale!

A St George's flag with the words 'KEEP OUT'

Io vivo a Londra da 17 anni e mai mi è capitato di assistere ad un evento come un omicidio politico.  Non è un caso che negli ultimi anni il partito xenofobo guidato da Nigel Farage, lo UKIP (United Kingdom Independence Party), da gruppetto di fanatici malvestiti ridicolizzato dai media è diventato una realtà politica con cui gli altri partiti misurarsi. “He’s a buffoon” afferma lapidario la mia dolce metà, senza neanche alzare gli occhi dal cruciverba: “Nobody will take him seriously” conclude con anglosassone certezza. Ma io che vengo da un Paese che ha visto Berlusconi al potere per circa diciotto anni, non li prendo più sottogamba questi buffoni. In fondo, a guardarlo, nessuno avrebbe mai pensato che uno stecchino nevrotico come Hitler avrebbe mai fatto ciò che ha fatto.

“Ma perché vogliono uscire?” mi chiede ieri sera al telefono mio cugino. “Cosa pensa la gente? Cosa pensano DAVVERO?” E’ curioso, ma per le ragioni di cui la stampa in genere non si occupa. Parla diverse lingue, è abituato a vivere con la valigia in mano per lavoro, ha una moglie norvegese e un figlio perfettamente bilingue: mio cugino è la quintessenza dell’Unione Europea.  E come lui lo sono molti altri, dagli imprenditori che vogliono restare nella Ue per non perdere l’accesso al mercato unico (anche se magari con meno burocrazia e più riforme) ai giovani britannici e al ceto medio di centro-sinistra, che chiedono a gran voce di restare. Al contrario, la destra conservatrice e gli appartenenti alle classi sociali più basse e disagiate e culturalmente meno educate sono per l’uscita. What a surprise.

La xenofobia non è una novità, è sempre esistita, ma mai come in tempi come questi, di incertezza economica, il nuovo e il diverso fanno paura. Anche in Inghilterra. Una paura che fa dello straniero, immigrato o no, il capro espiatorio per eccellenza, il nemico, la causa di ogni male. Una cosa che noi italiani dovremmo sapere bene, anche solo perchè noi stessi siamo stati per secoli un paese di emigrati, una cosa questa che molte persone, inclusi i politici della Lega Nord, sembra aver opportunamente dimenticato.

Anche nella civilissima Inghilterra la gente ha paura, si sente fragile, vulnerabile. Gli inglesi vogliono tornare ad essere un’isola, nonostante il tunnel sotto la Manica che in un paio d’ore ti porta da Londra a Parigi. In fondo le loro coste sono sempre state la loro migliore difesa contro le invasioni nemiche. Ma le cose stanno cambiando e laddove a nulla poterono neppure Napoleone e Hitler poterono nulla, stanno riuscendo le gangs di scafisti senza scrupoli che hanno spostato il loro businnes di scafisti dal Mediterraneo al Canale della Manica che trasportano frotte di disperati dal campo migranti di Calais sulle spiagge del Kent per avviarli ad una brillante carriera di crimine e prostituzione: la prima invasione per mare dai tempi di  Guglielmo il Conquistatore nel 1066. E tra coloro che diventeranno migranti “legali” avranno poi diritto all’assistenza sanitaria che in Inghilterra funzionerà anche male (tema che ho affrontato in un altro post…), ma è comunque gratuita e a sussidi vari e vari assegni famigliari, i cosidetti benefits, che Cameron ha cercato di difendere dall’assalto degli immigrati durante i vari meeting europeisti con la Merkel nel tentativo di placare una furiosa opinione pubblica e scongiurare così il referendum) e a cui tutti, cittadini britannici e nuovi arrivati, hanno diritto.

Calais

L’ansia provocata dal flusso incontrollato di migranti – un flusso iniziato già dagli anni Novanta quando i paesi dell’Est come l’Ungheria, la Polonia, l’Estonia, la Repubblica Ceca e la Slovenia cominciarono ad arrivare in massa, e ulteriormente esacerbato nel 2015 dall’arrivo incontrollato di rumeni e bulgari quando le restrizioni di circolazione per i cittadini di Romania e la Bulgaria sono decadute. Nessuno parla però degli spagnoli, a Londra numerossissimi, e di noi italiani che dal 2008 in poi abbiamo preso d’assalto la terra del fish and chips e ci siamo moltiplicati, tanto che spesso mi capita di passeggiare per strada a Londra e di sentire più italiano che inglese. “They are everywhere…” scherza con affetto la mia dolce metà strizzandomi l’occhio al supermercato davanti all’ennesima famiglia di londinesi-italiani. L’inviato a Londra di Repubblica, il giornalista Enrico Franceschini che da anni risiede nella Capitale Britannica, ci ha pure scritto un libro sopra opportunamente chiamato Londra Italia in cui racconta le storie degli italiani di Londra del perché ci vengono. Ricordo con una certa nostalgia il lontano 2003, quando ho iniziato la mia avventura lavorativa al museo e nel mio dipartimento eravamo solo in tre figli del Belpaese ed ora, a dodici anni di distanza, siamo almeno quadruplicati. Inutile dire che ho smesso molto tempo fa di sentirmi esotica… 😉

David Cameron con degli studenti in occasione del referendum sulla futura adesione della Gran Bretagna alla EU

Quest’Inghilterra sempre più europea dove il consumo di caffè ha battuto quello del te nelle bevande predilette dagli inglesi, dove non ci si può più scambiare gli auguri di Natale senza rischiare di fare torto a qualcuno, dove l’aceto balsamico si trova ovunque e dove Londra (e non solo) è diventata una delle grandi capitali culinarie del mondo smentendo di fatto tutti i miti che dicono che in Inghilterra si mangia male, sta perdendo la propria identità. E ci si sorprende che gli inglesi, conservatori per natura, vogliano uscire?

Cool Britannia? No more.

Tra il personale temporaneo e non del Museo, ci sono numerosi stranieri. Molti italiani e diversi spagnoli, qualche portoghese: arrivati da paesi in crisi, questi giovanotti/e sono pronti ad iniziare una nuova life in the UK e a conquistare con le loro qualifiche e il loro entusiasmo il mondo dell’arte. Sono tutti super-qualificati, come il 98% di noi altri che siamo lì da anni e che ci siamo rassegnati al fatto che fare “il salto” dall’aver cura delle opere d’arte nelle sale del museo (proteggendole “dall’entusiasmo” di un certo tipo di pubblico come facciamo noi gallery assistant) a curare le mostre, non è poi così facile. Anzi, è una strada quasi impossibile per chi deve guadagnarsi da vivere e non ha la possibilità di imbarcarsi per mesi in stages non retribuiti. Ancora non sanno che il mondo dell’arte è lo stesso ovunque e che, gira e rigira, a parte poche eccezioni non importa chi sei, ma chi conosci. E non ho il cuore di dirgli che ora, anche qui a Londra, pare non ci sia davvero più nulla da conquistare. Non mi crederebbero.

Jamie Oliver backs Britain. Photograph: VisitBritain
Jamie Oliver backs Britain. Photograph: VisitBritain

Lo hanno ammesso anche i quotidiani inglesi. Lo ha scritto anche Enrico Franceschini su la Repubblica di un paio di anni fa. L’Inghilterra (anche se sarebbe meglio chiarlama Gran Bretagna) non è più il Paese di Bengodi. Forse tra pochi mesi con il referendum per l’indipendenza della Scozia che incombe, non si chiamerà neppure più Gran Bretagna. Chissà .
E la cosa più sconcertante non è tanto il cambiamento, ma la sua rapidità. La Cool Britannia, quella di Tony Blair, degli Oasis e delle Spice Girls, quella delle teiere con la Union Jack non esiste più: l’economia è implosa, a Blair si è sostituito David Cameron e con lui i conservatori hanno inaugurato l’era dell’austerity. Certo Londra va ancora di moda tra gli adolescenti (e non solo) in cerca di fortuna o di se stessi: basta fare come i miei nuovi colleghi del museo e chiudere gli occhi davanti all’evidenza e vedere quello che si vuole vedere. Ma per me è davvero inquietante vedere come in soli quindici anni questo Paese si sia trasformato. E non in meglio.

‘We are all in this togheter‘ ha detto Cameron agli elettori quando è diventato Primo Ministro nel Maggio del 2010: ci siamo dentro tutti insieme. Ma ovviamente non è vero. Che come al solito “in questo” ci sono dentro solo i ceti medio-bassi, che anche qui come in Italia, la crisi non è certo un problema dei ricchi. Se poi i ricchi sono i ricconi d’importazione, i miliardari russi, arabi e indiani etc etc, che comprano i palazzi di vari milioni (di sterline) in Kensington e portano il cane a fare il pedicure da Harrods, allora poi il fenomeno non sussiste, che tanto loro i soldi per comprarsi palazzi e squadre di calcio in Chelsea ce li avranno sempre.
Colpa di Tony Blair che ha portato il trend di coccolare i ricchi forestieri iniziato da Margaret Thatcher, a livelli di perfezione mai visti prima, indipendentemente da chi fossero e di che colore avessero l’anima o la fedina penale, dato che persino Pinochet è stato qui a riprendersi dopo un operazione, coccolato e riverito come se nulla fosse. Uh! D’altra parte, non ci si poteva aspettare altro da uno che passa le vacanze in sardegna con Berlusconi.
August 2004: the then British prime minister, Tony Blair, and his wife, Cherie, with Berlusconi at his villa in Porto Cervo, Sardinia. Photograph: Davide Caglio/EPA
August 2004: the then British prime minister, Tony Blair, and his wife, Cherie, with Berlusconi at his villa in Porto Cervo, Sardinia. Photograph: Davide Caglio/EPA
Il risultato è che ora più che mai ci sono due londre: quella di pochi ricchissimi locali e dei miliardari russi e arabi – e quella (sempre più grande) di tutti gli altri, quelli che i ricconi li possono solo guardare da lontano. E non parlo metaforicamente: la crescita selvaggia degli affitti sta costringendo persone e negozi a gestione famigliare ad abbandonare il centro di Londra, che sta lentamente morendo. La gente che lavora nel settore terziario non è pagata abbastanza per vivere in città.
E se prima si aveva la sensazione che questa fosse una città dove tutto era possible, ora persino il forestiero intossicato dalla varietà di lingue e culture, se si ferma un po’ più a lungo del solito week-end, finisce con il percepire presto la ricchezza di pochi e la sempre piu’ evidente non-ricchezza dei più. La disoccupazione è a livelli mai visti prima (nonostante il ministro delle finanze George Osborne continui a dire che l’economia è in ripresa) e con essa è cresciuto anche il razzismo e la xenofobia. Perchè quando non c’è lavoro la colpa è sempre degli immigrati e ne sappiamo qualcosa in Italia con le esuberanti dichiarazioni della Lega…
E se prima erano gli Ebrei il bersaglio della xenofobia di gruppo, ora sono gli europei dell’Est e gli immigrati clandestini. Mentre a tutti gli altri, i normali impiegati, il personale ospedaliero, scolastico e del settore pubblico delle arti & cultura, non resta che sognare case che non potranno permettersi mentre viaggiano piagiati come sardine in una scatola troppo stretta, su treni e metropolitane che dai sobborghi li portano ad un posto di lavoro che permetterà loro di guadagnare lo stretto necessario che serve per pagare l’affitto, il trasporto e poco altro.
È un cane che si morde la coda. Che anche il Dr Johnson sarebbe scandalizzato davanti allo spettacolo della Londra moderna, corrotta e priva di buone maniere. Inutile dire che questo mi fa proprio arrabbiare.