Bologna in Russia

Viale Fioravanti a Bologna non andrebbe molto lontano in un concorso di bellezza sulle vie della città. Nel quartiere Navile, al Nord della linea ferroviaria, un tempo era una delle aree più produttive della città, sede del mercato ortofrutticolo, ma da tempo caduta in disgrazia e abbandonata alla microcriminalita’, nonostante i vari tentativi di riconversione e riqualificazione urbana operati dal Comune.
Nella mia mente, viale Fioravanti sarebbe sempre stato associato al Centro Sociale indipendente LINK (acronimo di L’Isola nel Kantiere o LINK Project), in cui andavo a sentire musica tecno e a bere birra durante i miei giorni universitari, e ai bellissimi murales che l’artista di strada Blu aveva dipinto sui uri esterni della struttura.
Non ho mai pensato al nome della strada o al personaggio che le aveva dato il nome – che un nome ce l’aveva, Aristotele Fioravanti. Ma non mi sono mai preoccupata di sapere chi fosse. Fino a due giorni fa, quando su Amazon Prime mi sono imbattuta su una serie televisiva russa sulla storia della Principessa Sofia Paleologa.

Ora, direte voi, che centrano una serie TV russa e una principessa bizantina con una strada di Bologna? Centrano, centrano. Abbiate pazienza. Che se non fossi stata bloccata dal COVID-19 e non avessi ceduto alle lusinghe della sottoscrizioni su internet, non sarei mai venuta a conoscenza di questo singolare scambio interculturale tra la Russia e la mia Bologna avvenuto nella seconda meta’ del XV secolo.

Nato a Bologna nel 1415 (motivo per cui gli è stata dedicata una strada in primo luogo…) Ridolfo “Aristotele” Fioravanti era un architetto e medaglista, ma soprattutto fu un brillante ingegnere militare, civile e idraulico.  E proprio a Bologna Aristotele realizzò importanti opere architettoniche in cui utilizzò innovazioni tecniche, ponteggi e macchinari per la ricostruzione delle torri delle famiglie nobili della città, cosa per cui divenne celebre. Riuscì persino a sposta di oltre 13 metri e senza danneggiarla, la torre di Santa Maria della Magione (alta 24 metri) con un sistema di cilindri – un vero prodigio della meccanica, avvenuto nel 1455 tra lo stupore dei bolognesi. Semre a Bologna, Fioravanti realizzò anche il progetto della nuova facciata del Palazzo del Podestà, che chiude con la sua grazia rinascimentale la gotica Piazza Maggiore – anche se l’edificio fu terminato solo nel periodo 1484-1494 da Giovanni II Bentivoglio.

Ma il nostro Fioravanti bolognese non si fermava mai e gli anni tra il 1458 e il 1467 lo vedono prima a Firenze al servizio di Cosimo de’ Medici, poi a Milano; nel 1467 Mattia Corvino, re d’Ungheria chiese il suo intervento per costruire ponti e castelli per arginare l’avanzata dei Turchi.

La sua fama di ingegnere arrivò anche in Russia dove la nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo, Zoe Paleologa (1455-1503), aveva sposato Ivan III di Russia ed era diventata la Gran Duchessa e principessa di Mosca con il nome ortodosso di Sofia.

Sofia era una donna straordinaria. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani nel 1453, in cui morì l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, il padre di Zoe Tommaso Paleologo (il fratello minore del defunto Costantino XI) fuggì a Roma. Qui, il 7 marzo 1461, fece il suo ingresso trionfale come legittimo erede dell’Impero Bizantino1.  Alla morte del padre Tommsaso, Zoe fu adottata dal Papa e crebbe alla corte di Sisto IV, la sua educazione affidata alle cure del cardinale e umanista greco Basilio Bessarione.

Probabilmente fu proprio di Bessarione l’idea di proporre Zoe come sposa per sovrano russo Ivan III, probabilmente con la speranza di rafforzare l’influenza della Chiesa cattolica in Russia, o di unire cattolici e ortodossi come era stato stabilito nel Concilio di Firenze. Qualunque fosse il vero motivo del Papa per il matrimonio, il progetto fu un fallimento per Roma, visto che appena arrivata Sofia ritornò immediatamente alla fede Ortodossa dei suoi antenati. Ivan III, dal canto suo, interessato allo status e ai diritti derivatigli da un’unione con la principessa di Costantinopoli, fu più fortunato.

Il matrimonio fu celebrato per procura a nella Basilica di San Pietro a Roma nel giugno 1472 e in Novembre Sofia arrivò finalmente a Mosca.
Inutile dire che la presenza di questa greca cresciuta nell’Italia umanista colta e dal carattere forte, fu una delle principali fonti di tensione alla corte di Ivan III, secondo cui il Gran Principe si lasciava troppo influenzare dai suggerimenti della moglie. Certo, se fu lei a suggerire allo Zar l’introduzione al alla sua core dello splendore e della meticolosa etichetta delle cerimonie bizantine (che se Mosca doveva diventare la Terza Roma bisognava darsi da fare) lui accettò il suggerimento di buon grado…

La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti
La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti

Comunque. Probabilmente fu grazie all’insistenza di Sofia che Ivan III di Russia chiamò Aristotele Fioravanti, allora impiegato presso il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, per affidargli la ricostruzione da zero della cattedrale della cattedrale della Dormizione, che era stata distrutta da un terremoto, un evento estremamente raro a Mosca, nel 1474. Qui tra il 1475 e il 1479 Fioravanti diresse la costruzione della nuova cattedrale. Ispirata alla preesistente cattedrale della Dormizione di Vladimir per la costruzione, Fioravanti tuttavia progettò un edificio luminoso e spazioso in cui i retaggi rinascimentali si fondevano alla tradizione russa.
Da eccellente ingegnere qual’era, il bolognese utilizzò per la costruzione una tecnica ultramoderna simile al cemento armato che inglobava uno scheletro di ferro entro la costruzione stessa.

Per anni Fioravanti servì fedelmente Ivan III e più volte chiese il permesso di poter tornare in patria, facendo intervenire anche il Governo di Bologna, ma lo zar Ivan III fu irremovibile e negò l’assenso ad ogni sua istanza. Fioravanti morì a Mosca nel 1486 circa, senza mai rivedere Bologna.
Non guarderò mai più né viale Fioravanti né il Palazzo del Podestà come prima…

2020 ©Paola Cacciari

Top 5 pizza al taglio in Bologna — Flaneur in Bologna

It really is a great moment for pizza al taglio in Bologna. With “pizza by the slice” I mean both “pizza alla pala ” and “pizza in teglia“: they are not quite the same thing in terms of the oven they’re cooked in, details on the shape and leavening time, but ther are also many […]

via Top 5 pizza al taglio in Bologna — Flaneur in Bologna

Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna — il Blog di ANGELO FORGIONE

Angelo Forgione – È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove nascano le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Sbagliando. La storia è antichissima, e perciò difficile da ricostruire. Io l’ho fatto faticosamente per il mio saggio Il Re di Napoli e la […]

via Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna — il Blog di ANGELO FORGIONE

“Curiosando tra le origini delle maschere di Carnevale: Dottor Balanzone” di Maria Rosaria Perrone

Cultura Oltre

Il Dottor Balanzone è originario di Bologna. E’ una maschera della Commedia dell’Arte che rappresenta, in chiave satirica, il giurista e cioè “il dottore”. E’ una maschera legata alla tradizione della scuola giuridica dell’Alma Mater Studiorum, dell’antica università di Bologna. Il dottor Balanzone è il simbolo della persona dotta, bonaria, saccente e presuntuosa, che si lascia andare spesso in verbosi discorsi, infarciti di citazioni colte in latino maccheronico. Il nome Balanzone deriva proprio da balanza, bilancia, allegoria della giustizia. Balanzone veste sempre di nero, ha una grossa pancia, ha le guance rosse ed è solito gesticolare in modo pacchiano ed eloquente. Indossa una piccola maschera che copre solo le sopracciglia ed il naso, ha due grandi baffi e veste la divisa dei professori bolognesi, la toga nera, dove spiccano su di essa i polsini e il colletto bianchi, la giubba il mantello e un gran cappello. Ha un carattere cavilloso, sempre pronto ad…

View original post 52 more words

Bassa Marea di Enrico Franceschini

“Un mare liscio come l’olio.

È un luogo comune, ma rende l’idea. Alle cinque del mattino, l’Adriatico è un liquido immobile disteso lungo il litorale. Non un’increspatura agita l’orizzonte. Tutto è fermo: acqua, cielo, spiaggia.”

L’Adriatico la mattina presto, quando cielo e mare sembrano fondersi l’uno con l’altra, e la spiaggia si srotola ai loro piedi per km come un morbido, immacolato tappeto setoso. Ombrelloni ancora chiusi, bagnini con retini da pesca e rastrelli intenti a pescare mozziconi di sigaretta dalla sabbia, pettinandola amorevolmente come se non fosse destinata da li’ a poco ad essere calpestata dalla massa di bagnanti portati dal nuovo giorno.

Ho trascorso le mie prime 18 estati a Rivazzurra di Rimini, con un breve intervallo a Lido di Classe (si cambia provincia, ma sempre Romagna resta) e so esattamente di cosa parla Enrico Franceschini in Bassa Marea. E per me la gioia di questo romanzo giallo-umoristico non è dovuto solo all’intreccio (non troppo complicato eproprio per questo cosi plausibile) e alla simpatia dei personaggi della storia, quattro goliardi sessantenni dall’ironia tagliente e dall’umorismo grossolano (a metà tra Amici Miei e i vecchietti del Bar Lume, con un tocco di Raul Casadei), ma dal luogo in cui si svolge, la Romagna dei mei ricordi.

Andrea Muratori detto Mura, bolognese di origine con una lunga carriera giornalistica alle spalle come inviato giramondo, si ritrova “giovane” sessantenne (che i sessanta sono i nuovi quaranta, no?) pensionato anzitempo a Bagnomarina, la località marittima dove per anni ha trascorso la villeggiatura, e che sente più sua della sua Bologna. Ha pochi soldi in tasca e vive in un capanno di pescatori che si affaccia sul mare e sarebbe in pace con se stesso e con il mondo il Mura, se il destino non avesse deciso di metterci lo zampino facendogli trovare, una mattina presto durante la “corsetta” di routine sulla spiaggia deserta, invece delle solite conchiglie, il corpo di una donna più morta che viva che si rivelerà essere l’enigmatica russa Sasha.

Nel tentativo di aiutare Sasha a ritrovare la figlia, Mura si imbatte nel lato oscuro della Romagna dove non tutto è sfavillante divertimento, ma dove clan di calabresi trafficano schiave del sesso, e immigrati cinesi spacciano erba sotto la finestra dell’ottantenne ex-maestra del paese. Ad aiutarlo nella sua goffa indagine, i suoi i suoi tre amici d’infanzia, tre come i Moschettieri (che in realtà erano quattro…), tre ex-ragazzi come lui e come lui determinati a non prendere la vita troppo seriamente, uno per tutti e tutti per uno. Perfetto per chi ama il giallo tinto di commedia con un tocco dolce-amaro di malinconia.

20191228_212244

Back in time: Simple Minds – Don’t You (Forget About Me)

Don’t You (Forget About Me) del gruppo scozzese Simple Minds, uscito nel 1985 come primo estratto dalla colonna sonora del film di John Hughes The Breakfast Club. La colonna sonora di una delle estati piu’ belle della mia vita. Buon ascolto (e buona nostalgia! 🙂 )

Simple Minds – Don’t You (Forget About Me)

Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna