Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

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Back in time: Tears For Fears – Shout

“Shout
Let it all out
These are the things I can do without!”

Oggi mi sento un po’ così: sopraffatta dalla vita e dal caos delle vacanze di metà quadrimestre…  :/ (chi abita in Inghilterra o conosce il sitema scolastico britannico sa di cosa parlo)

Tears For Fears – Shout 1984

Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Songwriters: Ian Stanley / Roland Orzabal
Shout lyrics © Sony/ATV Music Publishing LLC, BMG Rights Management US, LLC

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

Revolutija

Che cosa porta ad una rivoluzione? Quali sono le sue premesse? La mostra Revolutija al Mambo di Bologna in questo post di Pensieri lib(e)ri. Buona lettura! http://www.mostrarevolutija.it #Revolutija

 

Ilya Repin What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg, Russia.
Ilya Repin, What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg.

 

Pensieri lib(e)ri

“Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone…”

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Move away Speaker’s Corner: Bologna has “Lo Sgabellino”

Non potevo non ribloggarlo questo post di Flaneur in Bologna… 🙂 Buona lettura! #Bologna

Flaneur in Bologna

The young woman, she doesn’t look any older than 28, is standing on the stool, “the guy” has just wrapped an Italian flag around her neck and this smooth present gently brushes against her hijab. Standing still on her skinny jeans on skinny legs, she is telling a boy about half her age that, whether he likes it or not, she’s Italian.

«I didn’t want to leave Morocco you know, I was a happy kid playing with her friends and her animals in the country. If you have to blame someone, blame my dad for bringing me here. But I grew to love Italy, I studied and worked here most of my life,  this is my country and I love it. Yet I am glad that you are telling me what you think».

Even if he’s just said, basically, that «Everything’s because of the immigrants». Everything what? Just…

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Che vita sarebbe senza Puccini?

Portare una mandria di piccoli sacchetti di ormoni pronti ad esplodere in ogni momento (come solo i ragazzini della terza media possono essere) all’opera è tempo perso. Lo so, perchè c’ero anch’io. E pur non essendo in fase ormonale come molti miei compagni delle scuole medie (sono sempre arrivata in ritardo su tutto io, anche su questo) ricordo di essermi placidamente annoiata per un paio di pomeriggi. Che se non altro avevo avuto l’occasione di dare una sbirciata all’interno del Teatro Comunale di Bologna e sognare di vivere in un altra epoca. O in un altro mondo…

Poi ho visto Camera con vista e mi sono innamorata. Dell’opera. E di Giacomo Puccini. La bellezza patinata di Firenze e della campagna inglese, i costumi del primo Novecento, la bellezza eterea di Helena Bonham-Carter persa tra i fiori delle colline toscane, ma soprattutto la musica stupenda di Puccini mi faceva venire la pelle d’oca (mentre Julian Sands nei panni del “fusto” in abiti edoardiani faceva il resto…).

Julian Sands e Helena Bonham Carter in Camera con vista

Da allora O mio Babbino caro dal Gianni Schicchi è una delle mie arie preferite, ho consumato il CD con le più belle opere di Puccini a forza di ascoltarlo; anni fa ho avuto la fortuna di sentire quell’aria cantata da Angela Gheorgiu alla Royal Festival Hall in un modo così sublime che alla fine mi sono commossa sotto gli occhi allibiti della mia dolce metà, ma non avevo mai visto l’opera. Anzi, non avevo mai visto Il Trittico.  Che a quanto pare non è molto rappresentato. Ed è stata un’eperienza. Bello e sanguigno Il Tabarro, bella e straziante la storia di Suor Angelica, ma io aspettavo solo Gianni Schicchi. E anche stavolta, in una Royal Opera House stipata fino all’inverosimile, mi è venuta la pelle d’oca che davanti alla bellezza mi commuovo sempre… Che in fondo, che vita sarebbe senza musica e senza teatro? E che vita sarebbe senza Puccini??

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters
Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Aprile 2017: le mostre d’arte da non perdere in Italia

OK, dubito che durante le mie sempre troppo corte (i giorni di ferie non sono infiniti e devono durare un anno…) prossime discese in Italia riuscirò a vedere qualcosa di diverso da quello che offre Bologna, ma per chi ne ha la possibilità goeografica c’è da sbizzarrirsi. Grazie alla Sottile linea d’ombra per i preziosi suggirerimenti! 🙂

La sottile linea d'ombra

Anche voi avreste voglia di visitare qualche bella mostra d’arte in questo aprile 2017?  

Se non siete ancora riusciti a guardarvi intorno, ecco a voi una selezione schematica delle esposizioni più interessanti (a mio avviso) che la nostra bella Italia ci regala nei prossimi tempi, suddivise per città.


Torino

TORINO-mostre-aprile-2017

L’emozione dei colori nell’arte

Fino al 23 luglio 2017, GAM di Torino e Castello di Rivoli

Klee, Kandinsky, Munch, Matisse, Delaunay, Warhol, Fontana, Boetti, Paolini e Hirst sono alcuni dei protagonisti di un’ampia mostra collettiva che ripercorre la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte. Per saperne di più, ecco il link alla pagina del sito della GAM.

Dal Futurismo al ritorno all’ordine

Fino al 18 giugno 2017, Museo Arti Decorative Accorsi–Ometto

La Fondazione Accorsi-Ometto offre una mostra che affronta e indaga la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni dieci e venti del Novecento, attraverso opere di…

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Nessun Dove (Neverwhere) di Neil Gaiman

Sotto le strade di Londra c’è un mondo che la maggior parte delle persone non si sognerebbero mai di immaginare. Una città di mostri e di santi, assassini e di angeli, in cui i topi parlano e pallide ragazze indossano velluto nero. Richard Mayhew è un giovane come tutti gli altri, trasferitosi nella Capitale dalla provincia scozzese e la cui unica eccentricità è collezionare piccoli troll di plastica dai capelli fluorescenti. Ha una vita normale, un lavoro rassicurantemente noioso, una fidanzata bella, ricca e dispotica la cui missione nella vita è fare di lui l’uomo adatto a lei, quindi sposabile.London-small  Ma un solo atto di gentilezza – soccorrere una ragazza ferita che risponde al nome di Porta – lo catapulta fuori dalla sua vita sicura e prevedibile e in un mondo sotterraneo sotto le strade di Londra che è allo stesso tempo stranamente familiare eppure assolutamente bizzarro. Una Londra fatta di ombre, in cui il famigliare annuncio della Tube ‘Mind the Gap‘ assume un nuovo significato, in quanto gli abitanti di questo regno oscuro sono coloro che sono caduti attraverso le fessure nella società, i diseredati, i senzatetto. Qui Richard incontra il Conte di Earls Court, l’anziano Old Bailey e il fabbro Hammersmith, affronta un calvario pericoloso per mano dei Frati Neri di Black Friars, si trova faccia a faccia con Grande Bestia di Londra, e incontra un angelo chiamato Islington. Insieme alla misteriosa ragazza di nome Porta e dei suoi compagni, il Marchese di Carabas e la guardia del corpo, Hunter, Richard (che vuole solo tornare a casa alla sua vecchia vita a Londra di Sopra) si imbarca in una straordinaria missione per sfuggire alle grinfie dei diabolici assassini Croup e Vandemar e per scoprire chi ha ordinato loro di uccidere la famiglia di lei…

Ogni volta che prendo in mano questo libro – che sia per leggerlo, rileggerlo o semplicemente spolveralo – mi viene da ripensare ad un’assolata mattina del Maggio 2003 quando sono capitata in Sala Borsa per un caffè ed un saluto al mio amico Marco. Lo faccio ogni volta che posso quando torno a Bologna, anche se non abbastanza di frequente come meriterebbe – visto che è uno dei (pochi) grandi amici che mi porto appresso dal tempo dell’Università. Ma lui non era alla sua sua scrivania alla biblioteca ragazzi, o al prestito, bensì su un palco nella Piazza Coperta dove era in corso una conferenza e dove, con un microfono in mano, il mio sorprendente amico si muoveva con la scioltezza di un veterano presentatore, traducendo dall’italiano all’inglese (e viceversa) la girandola di domande e risposte che passava tra il pubblico e l’ospite (uh!) anglosassone. Ospite anglosassone che, a giudicare dalla marea di grandi e piccini presenti, doveva essere anche molto popolare. 31EkV7IKxfL._UX250_Quando, alla fine del talk, mi ha visto, Marco è sceso dal palco e dopo esserci scambiati gli entusiasti convenevoli che ci scambiamo di solito quando non ci vediamo per un po’, mi ha indicato il personaggio sul palco, che data la sua eccitazione evidentemente era (a mia insaputa) molto famoso. “È Neil Gaiman! Vieni che te lo presento, così gli parli in inglese!” Panico. Ricordo di aver puntato i piedi, piagnucolando un disperato: “Ma non so neppure chi sia, che cosa gli dico??” Che già mi viene l’ansia quando quando mi trovo in compagnia di sconosciuti, se poi si tratta di famosi scrittori di fantasy a me sconosciuti, che  il fantasy è  un genere che non leggo, è una vera tragedia. Mi si bloccano le corde vocali. Muta. Uh!
Così non mi feci presentare Neil Gaiman, ma promisi a Marco che avrei letto qualcosa. “Nessun Dove”, fu il pronto consiglio. E visto che Marco non è solo un bibliotecario molto competente, ma è soprattutto un lettore appassionato – il genere che sa cosa può piacere alla gente ancor prima che la gente stessa lo sappia – ho dovutamente preso nota del titolo e l’ho aggiunto alla mia lunghissima lista dei libri da leggere. Quando alla fine ci sono arrivata a leggerlo Neverwhere, era il 2004, essendo prima incappata per puro caso in un altro libro che lo stesso Neil Gaiman (che ora che sapevo chi era notavo il nome) aveva scritto a quattro mani con Terry Pratchett, dal titolo The Good Omen (in italiano tradotto con Buona Apocalisse a Tutti) regalatomi da uno dei miei studenti inglesi e che divorai con gusto pur capendo metà dei riferimenti riferimenti culturali (perché tanto odio per Milton Keynes, mi chiedevo… prima di vedere Milton Keynes…). E se il fantasy continua a non essere uno dei miei generi preferiti, mi ritrovo periodicamente a rileggere sia The Good Omen che Neverwhere che certi libri sono come certi vini: diventano migliori con l’età. O, nel mio caso, con l’allungarsi della mia permanenza nella Capitale e l’apprendimento della lingua, il che è la stessa cosa… 😉