10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 2

Come promesso, ecco la seconda parte della carrelata di capolavori provenienti dai musei londinesi compilata da Arianna di La Sottile Linea d’Ombra. Che ne dite? E come dice lei, quali sono i vostri preferiti? Buona lettura! 🙂

La sottile linea d'ombra

Come ho già accennato, si possono dire molte cose sulla Gran Bretagna, ma ciò che non finirò mai di ammirare è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui si può entrare tranquillamente, senza nemmeno perdere tempo a fare i biglietti.

Ho iniziato a parlarne nello scorso post, in cui potete trovare i primi quattro capolavori di questa galleria, siti alla National Gallery (se ve lo siete perso, cliccate qui: 10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1) e oggi continuerò con gli altri sei che vi avevo promesso.


British Museum

Per gli appassionati di storia, archeologia e storia dell’arte antica, il British Museum è un vero paradiso. Sono raccolti qui reperti inestimabili di antiche civiltà e passeggiare attraverso i suoi locali è una sorta di bellissimo viaggio nel tempo e nello spazio. Data la sua importanza, non potevo che inserirlo in questa galleria di…

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American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala

Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (IdrÄ«sÄ« o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

A Londra le città sommerse d’Egitto

Il Paese in cui ho abitato per quasi vent’anni si sta sgretolando sotto i miei occhi, ma la vita continua e per distrami dalle catastrofe politica, economica e sociale che è l’Inghilterra post-Brexit sono andata ad annegare la mia tristezza al British Museum.

Non ho usato a caso il termine annegare. Atlantide infatti non è stata l’unica leggendaria città sommersa e forse se avessi letto Diodoro Siculo, Strabone ed Erodoto con più attenzione l’avrei saputo prima. Ma non l’ho fatto che letteratura Greca non era parte del mio corso di studi universitari. E allora ben venga Sunken cities: Egypt’s lost worlds a colmare le mie lacune.

Canopus menouthis herakleion.jpgPer oltre mille anni le due antiche città di Thonis-Heracleion e Canopus sono state considerate roba da leggenda. In origine situate sul Delta del Nilo e oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa, Thonis-Heracleion era uno dei piu’ importanti centri di commercio e scambio del mediterraneo, mentre Canopus, dal canto suo era un importante luogo di culto. Pare che le due città siano scomparse attorno al VI o VII secolo d.C. a causa di un progressivo sprofondamento nel mare (presente Venezia?), o forse di un terremoto/maremoto a seguito del quale il terreno si è trasformato in poltiglia. Attraversate da una rete di canali, erano dotate di numerosi ancoraggi per navi e possedevano grandi templi dedicati a Khonsu (che i greci identificarono poi con Eracle) e a Osiride.

I mercanti greci che cominciarono ad arrivare intorno al 650 a.C. e finirono con il mettere radici, integrando la loro cultura greca con quella egiziana. Persino Alessandro Magno (356 a.C.–323 a.C.) che conquistò il paese tre secoli più tardi dimostrò grande rispetto per gli dei egiziani ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e conquistando la fiducia del popolo. E per onorare il grande Ramses II per cui provavava una profonda devozione, Alessandro costruì una stele (seppure di dimensioni impressionanti), per onorare se stesso costruì una città (la prima) chiamata appunto Alessandria d’Egitto. Ma la costruzione di Alessandria (fondata tra il 332 e il 331 a.C.)  segna la l’inizio del declino di Thonis-Heracleion e Canopus. Nominando re l’amico d’infanzia e suo generale Tolomeo Sotere, Alessandro diede vita alla dinastia Tolemaica che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C. fino alla conquista romana – una conquista che come ben sappiamo si chiude con la morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra.

Ma sebbene le fonti greche citassero queste fiorenti città, nessuno di fatto ci credeva alla loro esistenza. Fino al 1996 quando, dopo anni di ricerche, l’archeologo Franck Goddio e il suo team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine hanno provato il contrario. Gli scavi subacquei portati avanti vicino alla costa di Alessandria hanno portato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto a 40m sotto il mare, fatto di gigantesche statue e oggetti sorprendenti, conservati in modo immacolata grazie alla loro immersione nelle acque turchesi del Mediterraneo. E questo secondo Godio è solo l’inizio che, secondo lui, nonostante i circa 300 oggetti in mostra (mostra di cui Goddio è il co-curatore), il “il 95% dei reperti sono ancora da scoprire.”

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Tolomeo I (il generale di Alessandro) e i suoi successori adottarono usi e rituali egizi per dare legittimità al loro regno, e la comunione culturale era tale che egizi e greci si scambiarno anche gli dei, a volte chiamandoli con altri nomi, a volte mantenendo inalterati i loro attributi, a volte modificandoli. Ecco così che Osiride, il dio egizio per eccellenza, diventa il Dioniso dei greci, mentre Iside era rappresentata come Afrodite e Serapide come Zeus. Thoth diventa il romano Mercurio. Ogni cultura rispettava la religione e riti dell’altro. Se potessimo anche noi imparare da loro…

 

Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds

#SunkenCities

britishmuseum.org

Fino al 27 Novembre 2016

Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

Ho visto questa deliziosa mostra al British Museum dopo averne letto su LondonSE4 e mi e’ piaciuta moltissimo. E visto che al momento non ho tempo di scrivere la mia di recensione, “re-bloggo” (mettiamo il neologismo con “petaloso”?) quella di Claudia. 🙂

London SE4

image Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa…

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I Celti: una faccia una razza

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org

L’Egitto dopo i faraoni

Per un’appassionata di Storia Greca e Romana come la sottoscritta il British Museum è la grotta di Alí Babà: pieno di tesori. Inutile dire che ci capito appena possibile momento, per ammirare i marmi del Partenone (non infognamoci nelle discussioni sulla legittimità della loro presenza a Londra…), vasi, sculture, mosaici e per salutare il mio imperatore preferito, Traiano. O in questo caso Augusto, visto che la mostra in questione parte dalla sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra ad Azio il 2 settembre 31 a.C ad opera della flotta di Ottaviano.

Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum

Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum

Con queste premesse, potevo perdermi quindi Egypt: faith after the pharaohs? Inutile dire che questa mostra è una vera chicca per tutti coloro che sono interessati al mondo tardo-romano e bizantino e oltre, che il periodo in esame va dall’Egitto romano fino alla conquista araba – 1200 anni di storia che vanno da Cleopatra a Maometto. È un viaggio incredibile attraverso importanti migrazioni culturali e di popoli, ciascuno con la propria cultura e religione. Religioni e culture che nell’Egitto post-romano si sovrappongono l’una all’altra, lottano tra loro ma che il più delle volte coesistono l’una accanto all’Altra.

Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum

Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum

Come reagiscono le arti visive a questi cambiamenti? In 1200 anni L’Egitto si muove dal paganesimo al Cristianesimo, fino a diventare la terra prevalentemente islamica che tutti conosciamo. E non dimentichiamo la presenza ebraica che in momenti diversi della storia egiziana, ha avuto ruoli di grande importanza. Il risultato? Il farmi pensare che come Howard Carter quando scopese la tomba di Tutankamun anch’io stavo vedendo “cose meravigliose”. Perché anche se non ci sono oggetti cult come la maschera di Tutankamun, ci sono davvero una serie di oggetti che mi hanno fatto restare a bocca aperta. Una statua del dio Horus per esempio, con la testa di falco e il corpo di un imperatore romano (con tanto di uniforme e corazza) o l’immagine di un prete cristiano dipinta su un piatto di maiolica realizzato a lustro metallico, una tecnica mediorientale.

Standing-figure-of-the-Roman-god-Horus-wearing-Roman-military-costume-bronze-Egypt-1st-2nd

Standing figure of the Roman god Horus wearing Roman military costume bronze Egypt

Ma la cosa che mi colpisce di più è una Bibbia ebraica che risale al 1005 scritta in arabo. Devo rileggere la spiegazione sulla targhetta accanto alla bacheca un paio di volte perché temo di aver frainteso, ma no, è davvero quello che penso che sia. Al Cairo infatti vivevano tre comunità ebraiche, una delle quali, quella caraitica, non seguiva il Talmud in quanto rifiuta la tradizione orale dell’ebraismo, la cosiddetta “Torah orale”, ma seguiva (segue) la Bibbia; ma vivendo Al Cairo la loro lingua comune era l’arabo, questa Bibbia è scritta nella lingua di Maometto. E se questo mi riempie di stupore, le mie sorprese non sono finite che nella teca vicna ci sono brani del Corano scritti in ebraico nel XII-XIII secolo. Tanto che per un attimo ho la visone di Paul McCarney e Stevie Wonder cantare insieme Ebony ad Ivory nel 1982 (avete presente Ebony and ivory live together in perfect harmony Side by side on my piano keyboard, oh Lord, why don’t we?)

Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum

Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum

È un meraviglioso viaggio in un periodo difficile, denso di conflitti e distruzione, di instabilità politica e religiosa, ma anche di grandissima creatività. E in un momento come questo in cui l’Europa è in sommersa da un’ondata migratoria paragonabile solo a quella delle invasion barbariche e gli estremisti del IS, tra gli altri orrori commessi, stanno sistematicamente distruggendo le vestigia del passato della Siria, questa è una mostra davvero attuale e a tratti davvero commovente.

Londra// fino al 7 Febbraio 2016

Egypt: faith after the pharaohs

britishmuseum.org

Pompei ed Ercolano al British Museum

Ogni tanto mi piace guardare indietro e riproporre post di mostre ed eventi che ho particolamente amato. Oggi e’ la volta di Life and death in Pompeii and Herculaneum, una bellissima mostra tenutasi al British Museum nel 2013.

Vivo a Londra da 14 anni e non sono mai stata a Pompei ed ad Ercolano. Lo so, è una vergogna. E così in mancanza d’altro ieri sono stata con la mia dolce metà al British Museum a vedere una delle mostre più spettacolari degli ultimi tempi. L’ho detto anche l’anno scorso della mostra su Shakespeare (davvero strepitosa), ma anche questa Life and death in Pompeii and Herculaneum non è da meno. Soprattutto in un periodo storico disgraziato come questo dove, oltre all’economia, anche i siti archeologici del Bel Paese stanno lentamente cadendo a pezzi. Un fato, quello dell’incuria e della mancanza di fondi, che come ben si sa non ha risparmiato neppure Pompei e che per questo motivo rende una mostra come questa particolarmente emozionante. Troppe brutte notizie negli ultimi tempi: era ora che si riportassero gli occhi del mondo sull’Italia per ragioni diverse del bunga-bunga di Berlusconi. Ma ammetto che da italiana quale sono, pare una cosa strana che a fare questo sia un museo inglese invece che il Governo italiano. Comunque.

Plaster cast of a dog. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. - Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

Calco in gesso di un cane. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. – Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

La devastazione e allo stesso tempo la conservazione di Pompei ed Ercolano hanno affascinato il mondo da quando, nella prima metà del XVIII secolo, iniziarono gli scavi nei due siti. Pompei, una città di circa 20.000 abitanti, fu coperta da cenere e pomice così rapidamente che molti residenti morirono nelle loro case. A Ercolano, piccola e sofisticata località marittima più vicina al vulcano, l’ondata piroclastica fu l’unica causa di morte: la popolazione fu semplicemente annientata. Ma proprio la loro diversa posizione geografica e il modo diverso in cui le due località furono sepolte, ne ha influenzato la conservazione. E così mentre Ercolano ci ha restituito mobili carbonizzati e parti strutturali di edifici, Pompei ha preservato gli affreschi e i calchi dei corpi che tutti conoscono. Unendo per la prima volta gli oggetti trovati in entrambe le città, Paul Roberts ha imbastito questa affascinante panoramica della vita quotidiana pre-eruzione. Una quotidianità vista attraverso la sua espressione più universale: l’abitazione.

E per un’appassionata di storia sociale come la sottoscritta, questo è  un invito a nozze. Quella che la mostra vuole ricreare è una casa romana ispirata alla Casa del Poeta Tragico. Una casa affacciata su una strada su cui si aprono botteghe e taverne dai nomi evocativi e divertenti, composta da un atrium con il celebre mosaico del Cave Canem, il cane al guinzaglio che vegliava l’ingresso della Casa di Orfeo a Pompei (forse lo stesso famosissimo cane del calco in gesso posto all’entrata della mostra), da un cubiculm, un triclinium e la culina – con pane, fichi e datteri vecchi di duemila anni. Il mio preferito è il rigoglioso hortus conclusus della Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, i cui affreschi di piante a uccelli gentilmente “prestati” a Roberts dai colleghi della Sovrintendenza sono così reali da mozzare il fiato.

British Museum's Pompeii exhibition: garden room, fresco from the Villa Arianna

Affresco da Villa Arianna, Boscoreale. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei

 

È una realtà multiculturale e socialmente mobile quella di Pompei ed Ercolano, in cui si muovono liberti provenienti da ogni parte dell’impero e in cui donne come la moglie del fornaio Terenzio Neo sono attive e visibili a tutti i livelli della società. La bellezza di questo ritratto è incredibile. Sono giovani e belli, hanno status, hanno una vita intera davanti a se’. Guardando quei volti sereni che sappiamo già condannati, uno spera – una speranza del tutto irrazionale – che quel giorno d’estate del 79 d.C. Terenzio e sua moglie siano in qualche modo riusciti a sfuggire al loro destino.

Terenzio Neo e sua moglie.

Terenzio Neo e sua moglie. Dalla Domus di Terentius Neo, Pompei, 50-79 d.C. Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

Tuttavia camminando tra oggetti quotidiani così lontani nel tempo eppure a noi così vicini nell’uso – una panchina da giardino, una pagnotta, una culla – quella che ci accompagna per le stanze di questa casa-mostra non è la morte, ma una vita ricca e pulsante di una civiltà a misura d’uomo. Una civiltà che non demonizzava i piaceri, ma li faceva suoi.

Wall painting of Flora, goddess of fertility and abundance, from the Villa Arianna, Stabiae

Flora (dettaglio) Villa Arianna, Stabiae. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei  

È solo alla fine del percorso, quando sono arrivata davanti ai calchi in gesso di quelle che una volta erano persone e che ora sono solo figure tragiche immerse nella penombra – fantasmi usciti da un girone dantesco- che mi è venuto un groppo alla gola. Un padre, una madre, due bambini. Chissà, forse erano gli stessi monelli che avevano inciso con un punteruolo guerrieri e animali sui meravigliosi affreschi della sala da pranzo nella Casa del Criptoportico. Ed è stato allora ho capito in pieno cosa intendeva dire Paul Roberts, il curatore, quando diceva che noi “siamo abituati a vedere i romani come l’imperatore, il soldato, il gladiatore, ma la maggioranza erano gente come noi”. Ha ragione. E quest’enfasi sulla quotidianità dona alla mostra una dimensione completamente diversa, certamente più vera. Applausi.

La bellezza secondo gli antichi.

Il Discobolo, il Doriforo, la Divinità fluviale, affiancati dall’ l’Afrodite accovacciata e dall’Apoxyómenos: cinque dei più grandi capolavori delle statuaria greca racchiusi in una stanza. Un sogno? No, è solo la prima sala di Defining beauty: the body in ancient Greek art, la strepitosa mostra del British Museum. E non occorre essere storici dell’arte per conoscere o (ri-conoscere) alcune delle opere più importanti e più riprodotte di tutti i tempi per rimanere totalmente folgorati da tanta perfezione. È come essere improvvisamente catapultati tra le pagine di un manuale di Storia dell’Arte del Liceo, in un universo in cui canone, ponderazione e il corpo come misura di tutte le cose regnano supremi. E poco importa che solo due di queste sculture siano originali greci – l’Apoxiomenos e la Divinità fluviale – l’Afrodite e il Discobolo marmoree copie romane o, nel caso del Doriforo, una ricostruzione bronzea del 1920: dopo un inizio del genere, non si vede l’ora di proseguire nella visita per vedere quali altre sorprese ci attendono nelle sale successive.

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E le sorprese non mancano davvero. In una vasta sala, illuminata in modo teatrale, Defining Beauty ci racconta per immagini l’evoluzione della scultura greca dall’arcaismo del kouros, che racchiude ancora nelle sue forme la rigidità della statuaria egiziana, all’assoluta armonia del corpo classico, e dove una serie di copie in gesso provenienti dalla gipsoteca di Copenaghen e vivacemente colorate dimostrano quanto il colore fosse parte integrante dell’estetica greca e di quanto sbagliata fosse l’idea di bellezza tramandataci dal Neoclassicismo di un’arte ellenica tutta ieraticità e marmo bianco.

Ma quando la statuaria greca diventa matura? Quando avviene il salto dalla rigidità arcaica del kouros, alla suprema armonia matematica ottenuta di Mirone, Policleto e Fidia? Queste sono questioni fondamentali che il curatore Ian Jenkins ha deciso di non affrontare in questa sede, almeno non direttamente, preferendo un approccio tematico ad uno cronologico, con sezioni dedicate al matrimonio, alla donna, alla separazione dei sessi e alla morte, sapientemente contestualizzate da vasi di ceramica, statuette, armi e gioielli; un’arte quella della Grecia classica, che che arriva a permeare con le sue innovazioni persino terre lontane come gli odierni Afghanistan e Pakistan sotto Alessandro Magno (356 a.C. – 323 a.C.).

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The Discobolus of Myron (470-440 B.C). Photograph: PR

Il 480 a.C. anno della distruzione di Atene da parte dei persiani, si può adottare come spartiacque per la storia della arte greca, in quanto è con la costruzione dell’Acropoli promossa da Pericle (495 a.C.- 429 a.C.) che si afferma la nuova arte classica. Come per l’arte, anche per la democrazia ateniese (perché di Atene si parla per il VI e V secolo a.C.) non esistono modelli precostituiti, ma nasce dal quotidiano “essere cittadini” dei suoi abitanti. Esiste una stretta correlazione tra arte e politica, tra l’artigiano che prende dalla realtà gli aspetti migliori per creare un corpo umano realistico, ma al tempo stesso perfetto, e la ricerca di ordine e di razionalità del cittadino che partecipa attivamente alla vita politica. Il gesto di Socrate di bere la cicuta e di non fuggire dalla città che lo aveva condannato a morte per non violare le leggi che aveva difeso per tutta la vita, emana una un’infinita libertà di spirito: un gesto possibile solo in una società che concede al cittadino i suoi diritti. Quella della Grecia classica è un’arte che stimola l’imitazione. Al contrario dei popoli del vicino Oriente, la cui arte mira a creare timore reverenziale sottolineando la diversità tra uomo e il dio, nell’Atene di Pericle il mondo degli eroi e quello degli dei coincidono, rendendo così possibile un processo di immedesimazione tra l’ideale e il reale. Non sorprende, pertanto, che Platone e Aristotele utilizzino il corpo umano e le sue membra come metafora dell’armonia esistente tra la polis e gli individui che la componevano.  [Leggi il resto su Londonita ]

Paola Cacciari

Fino al 5 Luglio

British museum Great Russell Street
London WC1B 3DG

www.britishmuseum.org

Le memorie di una nazione in mostra al British Museum

Sono trascorsi cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venticinque dalla caduta del muro di Berlino e, anche se qui non se ne parla affatto, trecento dall’accessione al trono britannico di Giorgio I di Hannover. Raccontare una storia complessa come quella della Germania non è certo una cosa facile. Raccontarla in 600 oggetti sembra quasi un impresa impossibile. Eppure il British Museum ci riesce con sorprendente facilità e grande diplomazia.

Il maggiolino Volkswagen accoglie il visitatore nella Great Court, preparandolo per quanto lo aspetta alla sommità della scalinata che conduce all’entrata dell mostra. Qui un pezzo del muro di Berlino ha l’effetto di un dantesco “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… “

4.4 VW Beetle.jpgMa chi si aspetta doom and gloom ha sbagliato mostra, che in Germany: Memories of a Nation ci sono solo oggetti meravigliosi. Dal Rinoceronte di Albrecht Dürer al dipinto di Erasmo di Holbein realizzato a Basilea ad un orologio a carillon di Strasburgo – quando Basilea e Strasburgo erano ancora parte di una Germania i cui confini sembrano da sempre essere mobili come una barriera galleggiante. E la traduzione in tedesco della Bibbia fatta da Martin Lutero (qui presente nella versione dipinta da Lukas Cranac il vecchio) che ha dato il via alla lingua tedesca di Goethe, Schiller e dello Sturm und d Drang. E non solo. Dall’invenzione della stampa di Gutemberg alla scoperta della porcellana, dal Bauhaus e alla Volkswagen, la Germania ci ha regalato alcuni dei più importanti sviluppi tecnologici del nostro tempo.

Germany-Memories of a Nation

Goethe in the Roman Campagna. 1787, by Tischbein; The Strasbourg Clock, 1589, by Isaac Habrecht / pic: © U. Edelmann – Städel Museum – ARTOTHEK

E proseguendo nel percorso uno non può non chiedersi con l’avvicinarsi del XX secolo come i curatori avrebbero affrontato l’Olocausto – se l’avrebbero affrontato affatto o se avrebbero altato a piedi pari quel periodo di orrore e vergogna. E così quando si arriva alla replica delle porte di Buchenwald, vicino a Weimar, la città di Goethe- l’emozione è forte. Una semplice stanza bianca al cui centro è un panca che invita alla sosta e alla riflessione davanti alla replica del cancello di Buchenwald il cui motto Jedem das Seine, (a ciascuno il suo) fa congelare il sangue nelle vene. Sul muro una mota dei curatori dice non ci sono abbastanza parole per descrivere l’Olocausto. E se questo è palesemente inesatto (fatevi un giro all’Imperial War Museum di Londra dove un intero pieno
è dedicato a questa tragedia), la forza emotiva di questo “mausoleo” è di una violenza inaudita nella sua assoluta semplicità. Ancora di più se si pensa che l’artista ebreo incaricato di creare le porte, apparteneva al tanto odiato Bauhaus e utilizza per la scritta proprio i caratteri tipografici. Ride bene chi ride ultimo mi è venuto da pensare. Umorismo nero, anzi nerissimo.
Certo, lo spazio angusto non aiuta il layout della mostra, così come la l’abbondanza di testo che rallenta il ritmo del percorso. Ma ne vale la pena. Per imparare, per rimettere tutto in prospettiva. Ma soprattutto per capire.

Fino al 25 Gennaio
www.britishmuseum.org