Il mito di Troia colpisce ancora

«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.»

Sono passati molti anni dalle lezioni di Epica alle scuole medie, ma il proemio dell’Iliade ancora me lo ricordo. L’Iliade, il poema della guerra di Troia una storia di violenza, gelosia, inganno e stupido orgoglio: con questi ingredienti non sorprende che il poema di Omero sia ancora attuale! Era pertanto solo questione di tempo prima che il British Museum ci facesse sopra una mostra.

The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Come tutte le strie che si rispettino, si comincia dall’inizio, dalle nozze di Teti e Peleo, al ratto di Elena, rapita al marito Menelao perchè Venere aveva promesso a Paride l’amore della donna più bella del mondo se le avesse dato il pomo d’oro, prima di passare alla discordia e dalla guerra, per arrivare poi all‘ira di Achille. Che l’Iliade non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell’intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra che copre l’arco di 51 giorni, l’ira di Achille (causata dal fatto Agamennone avesse deciso di prendere per se stesso la sua schiava, Briseide ferendo Achille nell’orgoglio-nessuno naturalemnete aveva chiesto l’opinione di Briseide…). Ne segue una colossale battaglia tra greci e troiani nel quale Achille viene ucciso (non prima di aver vendicato l’amico Patroclo morto per mano di Ettore), ma Troia capitola solo grazie all’inganno del cavallo escogitato dallo scaltro Odisseo.

Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum
Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum

Ma quando i greci vittoriosi decidono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno, cominciano i guai, e comunque questa è un’altra storia, l‘Odissea. Naturalmente non mancano episodi dall’Odissea, che in fondo le avventure di Ulisse e C. costretti a vagare per vent’anni per il Mediterarrneo in balia di dispettosi dei, forniscono una ricchissima fonte di immagini ampiamente utilizzate per la decorazione di vasi a figure rosse come questo qui sotto che mostra Ulisse (nome latino) che, dopo aver tappato le orecchie ai compagni, si fa legare all’albero maestro della nave per udire il canto delle sirene – un canto che  uccide tutti coloro che lo ascoltano.

Con il Rinascimento e la riscoperta della letteratura classica, le vicende della guerra di Troia come l’episodio del cavallo e la fuga di Enea dalla città in fiamme con il padre Anchise sulle spalle) diventano particolarmente popolari nelle mani di maiolicari come Francesco Xanto Avelli da Urbino,

 

mentre in pieno Neoclassicismo il pittore George Romney contemporaneo del piu’ noto Heinrich Füssli, immortalerà la famosa bellezza di Emma Lady Hamilton, dipingendola nei panni di Cassandra, sfortunata figlia di Priamo e che ebbe da Apollo la facoltà della preveggenza, ma che per il fatto di prevedere terribili sventure, era invisa a molti.

 

 

George Romney, Lady Hamilton as Cassandra
c.1785–6. Tate.

 

Ma l’interesse per Troia resta, e nel 1871 l’archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), seguendo le indicazioni e le descrizioni dei testi omerici, credette di trovarla in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. I suoi scavi si concentrarono sulla collina di Hissarlik, dove era avvenuto un precedente scavo archeologico della scuola francese guidata da Calvert, poi interrotto per mancanza di fondi. Qui si trovò di fronte a più strati, che corrispondevano a differenti periodi della storia di Troia. Arrivato al secondo strato (a partire dal basso), aiutato solo dalla moglie, la greca Sophia Engastromenou, riportò alla luce un immenso tesoro e pensò di aver scoperto il leggendario tesoro di Priamo che il Re di Troia aveva nascosto prima della distruzione della città e che era narrato nell’Iliade.

Sophia Schielmann wearing Helen's jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
Sophia Schielmann wearing Helen’s jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Inutile dire che queste scoperte scatenarono un vera e propria mania per la mitica città e il suo altrettanto mitico passato. Poco importava che Schliemann avesse in realtà trovato qualcosa di molto più antico che i suoi ritrovamenti risalivano infatti a un periodo precedente a quello della Troia omerica, collocata intorno al XIII secolo a.C. (la città narrata nei poemi omerici era collocata al settimo strato).

Ora come allora la storia di Achille, Ettore, Elena e Cassandra, di Enea ed e compagni continua ad affascinare e, a giudicare dalle centinaia di persone che hanno visitato questa mostra, a treceno anni di distanza siamo ancora vittime del suo incantesimo.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// fino all’8 Marzo 2020

Troy: Myth and Reality @ British Museum, London,

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh

Ho pensato molto e molto a lungo, se davvero volevo farlo, se davvero volevo vedere la mostra alla Saatchi Gallery su King Tut dico. E non solo per il prezzo del biglietto, che costa dalle £24.50 alle £28.50 a seconda se si tratti di un giorno o di un’ora di punta, senza sconti di nessun tipo, neanche per il chi lavora in altri musei, come spesso è il caso per le altre esposizioni. Ma anche, e soprattutto, per il caos, la folla, la fila, le teste assiepate davanti alle teche, il pigia-pigia genereale e gli inevitabili isterismi legati alle must-see-exhibitions, le mostre da vedere che se non le vedi non sei nessuno.

Tutankhamun Saatchi (7)

Poi ho pensato che la io la mostra la volevo vedere nonostante tutto, e non solo perché da sempre l’Egitto mi affascina (anche se non riesco a trascorrere più di cinque minuti nella sale egizie del British Museum per in motivi citati sopra….), ma soprattutto perché questa sarà l’ultima volta che saranno visti fuori dall’Egitto. E e visto che non prevedo di fare una gita sul Nilo nel prossimo futuro, ho deciso di approfittare della sua presenza a Londra per andare a porgere i miei omaggi al divino faraone Tutankhamun.

Tutankhamun Saatchi (9)

Allestita per celebrare i 100 anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamun, il 4 novembre 1922 da parte dell’archeologo Howard Carter, la mostra della Saatchi si rivela essere una vera sorpresa. Non solo perche, dato il volume di gente che la visita, la fila non è troppo lunga e le sale non sono troppo piene (anche se la strana conforrmazione della galleria rende il percorso un po’ confuso) ed effettivamente riesco a vedere qualcosa invece che come al solito intravedere in contemuto delle teche tra la di teste assiepate davanti al vetro, ma per gli oggetti stessi. Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti (60 dei quali mai usciti dall’Egitto) la maggior parte molto scintillanti, altri più’ umili, tutti provenientii dalla tomba del giovane faraone. Proprio la tomba di Tutankhamun sarà l’attrazione principale del nuovo Grande Museo Egizio del Cairo, il cui completamento finanziato anche dalla mostra,  si concluderà in tempo per celebrare il centenario dalla scoperta. La novità qui è la mancanza di novità: la mostra fa quello che dice di fare, cioè mostrare i tesori di Tutankhamun, un’occasione unica per entrare nella sua, un po’ come fece Carter quasi un secolo fa, e ed questo il suoi più grande merito.

Ovviamente al termine del percorso della mostra non manca un gigantesco shop modello Las Vegas, con ogni genere di gadget e pubblicazione sul tema, ma a £50 il catalogo è decisamente troppo costoso. Non c’è problema: i miei occhi (e la memoria del mio smartphone) sono pieni di “cose meravigliose”… 🙂

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Maggio 2020

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh @ Saatchi Gallery, London

Le stampe di Edward Much al British Museum

Solitudine, ansia, gelosia, paura e tormento: davvero Edvard Munch (1863-1944) non doveva essere l’anima della festa, ma sicuramente aveva un talento per l’arte. Questa mostra non è facile, anzi: è roba pesante e severa che fin dall’inizio ti si appiccica addosso come fuliggine scura.


Tutto ciò che si trova nei dipinti di Munch è anche nelle sue stampe, eccetto il colore. Ci sono amanti dai corpi intrecciari, figure solitarie avvolte nella loro angoscia esistenziale, donne irraggiungibili. Non manca la versione a stampa de L’Urlo che nel suo spoglio bianco e nero è, se possibile, quasi più tormentato della versione dipinta. Munch era profondamente consapevole del potere devastante delle malattie mentali: comprendere e di conseguenza esprimere il funzionamento della mente  era per lui estremamente importante, ed era ciò che cercava di ritrarre. Inutile dire che è una cosa che ha un’enorme risonanza oggi

The Scream, Oslo’s Munch museum. Photograph Thomas Widerberg Courtesy British Museum
L’opera di Munch è iconica per una ragione. Quando ti arriva addosso, tutto quel dolore e quel tormento ti resta addosso. Gli occhi inquietanti e angosciati dei soggetti dei suoi quadri ci seguono per la stanza e continuano a seguirci anche quando quando si lascia la mostra. Questo è l’aspetto dell’arte di Much che trovo meno piacevole, che a nessuno piace essere seguito da un paio di occhi vuoti e da una bocca urlante, ma è la prova di quanto geniale sia questo artista.

Londra// fino al 21 Luglio 2019

Edvard Munch: Love and Angst, at the British Museum

2019 © Paola Cacciari

Assurbanipal, Re dell’Assiria al British Museum

Certo che l’essere un leone nell’Assiria di Assurbanipal non era davvero una gran cosa che a guardare i bassorilievi pare che il passatempo preferito del sovrano fosse infilzare le povere bestie con tutte le armi a disposizione all’epoca.  Ma se Assurbanipal aveva armi in abbondanza per combattere i leoni, furono le sue capacità amministrative che lo resero un formidabile domatore di popoli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Servito da un efficentissimo esercito di eunuchi che, liberi da ambizioni di farsi una famiglia erano  funzionari pubblici ideali, Assurbanipal assomigliava più allo spietato direttore di un’impresa globale che alla figura del conquistatore romantico impersonata da Alessandro Magno. In un periodo in cui le città-stato greche (come Atene e Sparta) erano ancora agli albori e Roma era ancora solo un piccolo insediamento di pastori,

Assurbanipal (669- 631 aC), fa dell’Assiria il più grande impero al mondo, che si estendeva da Cipro all’Iran e persino l’Egitto con capitale Ninive (nell’odierna Iraq). Quando non era impegnato a uccidere leoni e nemici, Assurbanipal amava leggere e studiare (saper leggere e scrivere era allora insolito per un re) ed era molto fiero delle sue doti accademiche , e la sua immagine è opportunamente rappresentata nei rilievi di palazzo con uno stilo nella cintura, insieme alla spada. Che se la penna è più potente della spade, bisogna dire che Assurbanipal è stato molto destro con entrambe…

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che proprio fu proprio Assurbanipal  a dare inizio alla prima biblioteca sistematicamente raccolta e catalogata al mondo. Il sovrano voleva una copia di ogni libro che valesse la pena avere e mandò i suoi servi in giro per l’impero a raccogliere tutte le conoscenze del mondo su tavolette d’argilla con una scrittura  a simboli chiamata cuneiforme. Le centinaia di migliaia di tavolette raccolte, erano conservate gelosamente di Assurbanipal nella sua grande biblioteca: la prima testimonianza che il sapere è potere e come tale deve esser preservato Eventualmente la biblioteca bruciò nella distruzione di Ninive alla fine del VII secolo A.C. – una vera fortuna se lo chiedete a me, che le tavolette di argilla non bruciano: si cuociono. E così, indurite e preservati dal calore, queste tavolette d’argilla provengono dalla grande biblioteca Assurbanipal  sono sono preservate: il più grande e duraturo contributo del re assiro alla civiltà.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Ma come accade a tutti i regni,ad un glorioso apogeo segue quasi inevitabilmente un inglorioso declino, che nel caso di dell’Assiria si materilizza intorno al 612 A.C. quando, dopo la morte di Assurbanipal, l’impero si indebolì e vari gruppi di saccheggiarono le città assire, portando al collasso dell’impero a alla distruzione di Ninive senza troppi preamboli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

E cosi finirono  Ninive e Nimrud, periodicamente attaccate e saccheggiate dal predone di turno. L’ultima volta, nel 2014 dai militanti dell’Isis che che, nei tre anni di vita del “califfato” dal giugno 2014 al luglio 2017, hanno fatto sistematicamente  saltare in aria quello che altri vandali avevano lasciato in piedi dei resti  della cultura pre-islamica dell’Assiria di Assurbanipal, prima di essere a loro volta cacciati da Mosul, alla periferia della quale si trovano  le rovine di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro – ma non prima di aver distrutto anche il Museo di Mosul.

Secondo le cifre ufficiali del consiglio di stato iracheno delle antichità, il 70% di Ninive, nella provincia di Mosul [un tempo il centro del califfato autoproclamato da Iside] fu distrutto. In Nimrud parliamo dell’80%. C’e’ molto da fare molto per valutare i danni a questi siti archeologici, ragion per cui il British Museum ha lanciato in Aprile un programma di formazione per archeologi (donne e uomini) dell’area di Mosul, la maggior parte dei quali hanno vissuto come rifugiati. Una grande speranza per il futuro. #Ashurbanipal

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino all’24 Febbraio 2019

I am Ashurbanipal king of the world, king of Assyria

British Museum

Rodin e la Grecia

La mia prima impressione quando ho varcato la soglia della mostra del British Museum è stata che quella volta avrei rischiato davvero la sindrome di Stendhal. Una reazione più che normale se volete, quando un comune mortale si trova davanti a qualcosa di davvero sublime. Signori e Signore, ecco a voi Rodin e Fidia. Due divinità della storia dell’arte, due talenti colossali, due geni così lontani nel tempo eppure così vicini nella rappresentaione dell’emotività più pura e viscerale. Due artisti che a distanza di millemmi hanno rivoluzionato il modo di vedere di percepire la forma umana.

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The two goddesses from the Parthenon with Rodin’s Pallas (Athena) and The Kiss. Photograph: James Gourley/REX/Shutterstock

L’ultima grande mostra su Rodin è stata alla Royal Acdemy nel 2007 (una mostra che ho visto) e io ho la fortuna di lavorare in un museo con una bella collezione di sculture di Rodin donati dall’artista stesso (sono 18 bronzi e magari un giorno ci scrivo un post…). Sebbene al British Museum manchino dall’esposizione le famose Porte dell’Inferno precedentemente esposta alla Royal Academy, e ispirate alla Divina Commedia di Dante, ci sono tuttavia singoli elementi di questo immenso capolavoro, neanche a dirlo capolavori essi stessi come Il Pensatore, Il bacio tra Paolo e Fracesca, La Caduta.

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Auguste Rodin (1840–1917), The Kiss, large version, after 1898, Plaster, cast from first marble version, of 1888–98 (Musée Rodin)

Della precedente retrospettiva ricordo bene I Borgomastri di Calais, una scultura emotivamente imponente quanto le sue dimensioni. Rodin capì che una delle idee più potenti nell’arte antica è il pathos. Il corpo può esprimere dolore in muscoli tesi, pose strazianti. Ecco perché le figure angosciate dei borghesi di calais che esprimono la tragedia con la punta delle loro dita (letteralmente – quelle dita contorte dicono tutto), è il più autentico dei capolavori di Rodin, anche se ha un tema medievale.

The Burghers of Calais by Auguste Rodin
The Burghers of Calais by Auguste Rodin

Rodin non visitò mai la Grecia – troppo calda, troppo lontana e lui era troppo malato. Ma trova la sua Grecia tra le sale del British Museum, tra i marmi portati in Inghilterra un secolo prima dall’avventuriero Lord Elgin. Quei marmi meravigliosi che mi riempiono di stupore ogni volta che ci poso l’occhio. Rodin ammassa una tale collezione di arte greca e romana da farsi costruire una villa fuori Parigi per ospitarla. Lo farei anch’io. Come non gioire alla vista dell’interazione tra queste divine creature di marmo e bronzo eppure così incredibilmente pieni di vita pulsante? #RodinExhibition

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 29 Luglio 2018

Rodin and the Art of Ancient Greece

British Museum

10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 2

Come promesso, ecco la seconda parte della carrelata di capolavori provenienti dai musei londinesi compilata da Arianna di La Sottile Linea d’Ombra. Che ne dite? E come dice lei, quali sono i vostri preferiti? Buona lettura! 🙂

La sottile linea d'ombra

Come ho già accennato, si possono dire molte cose sulla Gran Bretagna, ma ciò che non finirò mai di ammirare è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui si può entrare tranquillamente, senza nemmeno perdere tempo a fare i biglietti.

Ho iniziato a parlarne nello scorso post, in cui potete trovare i primi quattro capolavori di questa galleria, siti alla National Gallery (se ve lo siete perso, cliccate qui: 10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1) e oggi continuerò con gli altri sei che vi avevo promesso.


British Museum

Per gli appassionati di storia, archeologia e storia dell’arte antica, il British Museum è un vero paradiso. Sono raccolti qui reperti inestimabili di antiche civiltà e passeggiare attraverso i suoi locali è una sorta di bellissimo viaggio nel tempo e nello spazio. Data la sua importanza, non potevo che inserirlo in questa galleria di…

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American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala
Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily
Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (Idrīsī o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD
Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

A Londra le città sommerse d’Egitto

Il Paese in cui ho abitato per quasi vent’anni si sta sgretolando sotto i miei occhi, ma la vita continua e per distrami dalle catastrofe politica, economica e sociale che è l’Inghilterra post-Brexit sono andata ad annegare la mia tristezza al British Museum.

Non ho usato a caso il termine annegare. Atlantide infatti non è stata l’unica leggendaria città sommersa e forse se avessi letto Diodoro Siculo, Strabone ed Erodoto con più attenzione l’avrei saputo prima. Ma non l’ho fatto che letteratura Greca non era parte del mio corso di studi universitari. E allora ben venga Sunken cities: Egypt’s lost worlds a colmare le mie lacune.

Canopus menouthis herakleion.jpgPer oltre mille anni le due antiche città di Thonis-Heracleion e Canopus sono state considerate roba da leggenda. In origine situate sul Delta del Nilo e oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa, Thonis-Heracleion era uno dei piu’ importanti centri di commercio e scambio del mediterraneo, mentre Canopus, dal canto suo era un importante luogo di culto. Pare che le due città siano scomparse attorno al VI o VII secolo d.C. a causa di un progressivo sprofondamento nel mare (presente Venezia?), o forse di un terremoto/maremoto a seguito del quale il terreno si è trasformato in poltiglia. Attraversate da una rete di canali, erano dotate di numerosi ancoraggi per navi e possedevano grandi templi dedicati a Khonsu (che i greci identificarono poi con Eracle) e a Osiride.

I mercanti greci che cominciarono ad arrivare intorno al 650 a.C. e finirono con il mettere radici, integrando la loro cultura greca con quella egiziana. Persino Alessandro Magno (356 a.C.–323 a.C.) che conquistò il paese tre secoli più tardi dimostrò grande rispetto per gli dei egiziani ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e conquistando la fiducia del popolo. E per onorare il grande Ramses II per cui provavava una profonda devozione, Alessandro costruì una stele (seppure di dimensioni impressionanti), per onorare se stesso costruì una città (la prima) chiamata appunto Alessandria d’Egitto. Ma la costruzione di Alessandria (fondata tra il 332 e il 331 a.C.)  segna la l’inizio del declino di Thonis-Heracleion e Canopus. Nominando re l’amico d’infanzia e suo generale Tolomeo Sotere, Alessandro diede vita alla dinastia Tolemaica che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C. fino alla conquista romana – una conquista che come ben sappiamo si chiude con la morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra.

Ma sebbene le fonti greche citassero queste fiorenti città, nessuno di fatto ci credeva alla loro esistenza. Fino al 1996 quando, dopo anni di ricerche, l’archeologo Franck Goddio e il suo team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine hanno provato il contrario. Gli scavi subacquei portati avanti vicino alla costa di Alessandria hanno portato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto a 40m sotto il mare, fatto di gigantesche statue e oggetti sorprendenti, conservati in modo immacolata grazie alla loro immersione nelle acque turchesi del Mediterraneo. E questo secondo Godio è solo l’inizio che, secondo lui, nonostante i circa 300 oggetti in mostra (mostra di cui Goddio è il co-curatore), il “il 95% dei reperti sono ancora da scoprire.”

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.
Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Tolomeo I (il generale di Alessandro) e i suoi successori adottarono usi e rituali egizi per dare legittimità al loro regno, e la comunione culturale era tale che egizi e greci si scambiarno anche gli dei, a volte chiamandoli con altri nomi, a volte mantenendo inalterati i loro attributi, a volte modificandoli. Ecco così che Osiride, il dio egizio per eccellenza, diventa il Dioniso dei greci, mentre Iside era rappresentata come Afrodite e Serapide come Zeus. Thoth diventa il romano Mercurio. Ogni cultura rispettava la religione e riti dell’altro. Se potessimo anche noi imparare da loro…

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Novembre 2016

Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds

#SunkenCities

britishmuseum.org

 

Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

Ho visto questa deliziosa mostra al British Museum dopo averne letto su LondonSE4 e mi e’ piaciuta moltissimo. E visto che al momento non ho tempo di scrivere la mia di recensione, “re-bloggo” (mettiamo il neologismo con “petaloso”?) quella di Claudia. 🙂

London SE4

image Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa…

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