Marguerite and Armand: con Bolle sulle tracce di Nureyev

Ci sono spettacoli a cui si assiste da spettatori e altri a cui si partecipa con l’anima. E il programma misto dedicato al mitico coreografo Sir Frederick Ashton dal Royal Ballet il 7 Giugno 2017 appartiene decisamente alla seconda categoria. Un cast stellare (che tra gli altri ha visto anche la partecipazione del nostro Roberto Bolle) per tre balletti diversissimi tra loro, come vario e camaleontica era l’immaginazione di Ashton – dal sognante The Dream ispirato allo Shakespeare di Sogno di una notte di mezza estate, Symphonic Variations l’omaggio astratto ai Balletti Russi di Diaghilev, e il tragico Marguerite and Armand.

Quando nel 1961 Frederick Ashton (1904-1988) vide a teatro il celebre dramma “La Dame aux Camélias” di Alexandre Dumas figlio, interpretato da Vivian Leigh pensò che ne sarebbe uscito un bel balletto per la sua musa, la prima balleriana assoluta del Royal Ballet, Margot Fonteyn. Lo stesso anno, il giovane rinnegato del Kirov, Rudolf Nureyev che aveva fatto scalpore per aver defezionato in occasione di una tournee del corpo di ballo sovietico a Parigi, fu invitato dalla stessa Fonteyn a partecipare a un gala di beneficenza a Londra. Fu sempre Margot Fonteyn ad introdurlo al Royal Ballet, invitandolo a ballare Giselle con lei nel febbraio del 1962. La loro performance fu un vero trionfo. Fu l’inizio di una proficua collaborazione professionale e d’amicizia che fece del giovane tartaro il principale partner della gran dama del Royal Ballet.

Ma Ashton pensava ancora alla sua “Dame aux Camélias” e a come gli sarebbe piaciuto trasformare quella storia – la stessa che aveva ispirato Giuseppe Verdi per la sua Traviata – in un balletto. Una sera, immerso nella vasca da bagno, sentì la “Sonata in si minore” di Liszt e come spesso accade con le illuminazioni inaspettate, il balletto prese magicamente forma nella sua mente. Il fatto poi che Marie Duplessis, la cortigiana divenuta famosa come la Marguerite Gautier della La Signora delle Camelie e morta a soli 23 anni, ebbe una relazione  non solo con Alexandre Dumas, ma anche con lo stesso Franz Liszt rese Ashton ancora più sicuro della sua scelta musicale. Naturalmente, Margot Fonteyn decretò che avrebbe ballato solo con Rudolf Nureyev (cosa che anni dopo fece commentare ad un amareggiato Nureyev che durante la sua permanenza al Royal Ballet non fu mai creato nessun balletto solo per lui, ma solo per lui in quanto partner di Margot Fonteyn). Le prime prove furono difficili, soprattutto quelle dei costumi disegnati dallo scenografo (poi diventato fotografo) Cecil Beaton. Nureyev che temeva che i costumi di Beaton lo facessero sembrare piu’ basso, prese un paio di forbici e taglio’ le code della sua giacca. Ma a parte questo, la prima performance di gala del 12 marzo 1963 a Covent Garden, di fronte alla Regina Madre e alla Principessa Margaret, fu un grande successo e i due e il coreografo dovettero apparire in ventuno inchini finali.

Il balletto, che usa la tecnica del flashback, è diviso in cinque scene: “Prologue”, “The Meeting”, “In the Countryside”, “The Insult” e “The Death of La Dame aux Camélias”. L’arredamento sobrio ha un solo elemento costante, il letto su cui Marguerite Gautier sta morendo e da cui rivive la sua tumultuosa relazione con Armand. Tanta era la fama della coppia Nureyev-Fonteyn che nessun’altro artista osò cimentarsi con il balletto mentre i due artisti furono vita e bisognerà attendere il Marzo del 2000 perchè Sylvie Guillem, una delle ballerine preferite di Nureyev, cedesse alle richieste dell’allora direttore del Royal Ballet Antony Dowell e accettasse di ballare Marguerite and Armard rompendo un taboo durato sette anni. Da allora il balletto è entrato nel repertorio non solo di Covent Garden, ma anche della Scala.

Quella di questa sera è stata anche l’ultima performance di Zenaida Yanowsky che si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una splendida carriera durata 23 anni. Ho avuto la fortuna di vederla ballare diverse volte nel drammatico Manon con lo stesso Roberto Bolle e Carlos Acosta, nel poetico The Winter’s Tales di Christopher Wheeldon, nel sanguigno Mayeling di Kennet MacMillan. Inutile dire che Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle sono stati meravigliosi. Entrambi ultraquarantenni, i due possiedono quel bagaglio emotivo che li rende capaci di infondere una staordinaria carica emotiva ai due personaggi che incarnano. E qui l’emozione è tutto – alla faccia di chi dice che Ashton è frivolo e superficiale.

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Il Mayerling di Kennet MacMillan

Sesso, droga e un doppio suicidio: benvenuti nel tragico mondo di Mayerling. Il balletto, basato sui cosidetti Fatti di Mayerling, è la vera quella serie di eventi che condussero alla morte violenta dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo-Lorena e della sua amante adolescente, la diciassettenne baronessina Maria Vetsera, fu creato da Sir Kennet McMillan nel 1978 per il Royal ballet di Londra. I  corpi furono ritrovati a Mayerling, un piccolo paese nella Bassa Austria, il 30 gennaio del 1889. Pare che i due avessero stabilito un lugubre patto di morte, dopo che il padre di Rodolfo, l’arciduca Francesco Giuseppe aveva richiesto che i due si separassero. Pare che Rodolfo abbia sparato alla tempia della Vetsera (pienamente consenziente, si spera…) prima di togliersi lui stesso la vita. Inutile dire che si fece di tutto per mettere a tacere lo scandalo. La versione ufficiale fatta circolare imputava la causa della morte di Rodolfo ad un attacco di cuore, mentre l’esistenza di Maria Vetsera scomparve compleatamnte dalla scena e dalla storia. Il suo corpo, completamente vestito e con tanto di cappello di cappello (legato ad un manico di scopa per tenerne diritta la schiena) fu trasportato in carrozza ad Heiligenkreuz, dove fu seppellito segretamente e in tutta fretta.

McMillan è insieme a Frederick Ashton uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo. A lui si deve per esempio quel capolavoro assoluto che è Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev. Ma diversamente da Ashton, McMillan non aveva paura di confrontarsi con temi controversi e mettere a nudo la parte più oscura della natura umana e della sessualità e spesso i suoi balletti sono incentrati su personaggi che sarebbero considerati degli outsider nella società moderna. Come il meraviglioso Manon e questo altrettanto meravigioso Mayerling.

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Lo show appartiene ad Edward Watson perfetto nel ruolo dell’anti-principe, il dannato Rodolfo. Alto, snodato e flessibile in modo insolito e con una capacità di torsione che altri non possiedono, Watson (che è primo ballerino con il Royal Ballet di Londra) è l’opposto dell’eroe atletico e benigno di Carlos Acosta o Roberto Bolle. A Watson non piace fare il principe, a meno che non sia un pazzo o un suicida – e propio quel suo corpo elastico gli permette di esprimere l’angoscia interiore di un personaggio come Rodolfo, un donnaiolo violento ed crudele. Rodolfo è un uomo a disagio nel suo stesso corpo, in lotta con se stesso la cui pazzia sarà la causa della tragedia finale.

Ma sono le scene che precedono l’epilogo le più sinistre. La violenza con cui Rodolfo-Watson fisicamente “maneggia” (letteralmente)  la moglie bambina e le sue varie amanti  con violenza e non curanza come se invece di persone si trattasse di bambole di pezza. Pazzia,  passione e sensualità sono emozioni che di rado sono mostrate così apertamente in un balletto.

Rodolfo trova pane per i suoi denti nella giovanissima Maria Vetsera, l’ultima delle sue amanti anch’essa ossessionata dalla morte e dal sesso, qui interpretata dalla sublime Natalia Osipova (nota  a molti per essere la compagna del bambino cattivo della danza, Sergei Polunin). La Osipova è un ex-Bolshoi e fa suo questo personaggio con un’energia, una sicurezza e una passione pari a quella di Watson. Lo splendido pas de deux finale in cui i due si gettano è al tempo stesso selvaggio e sublime. Lo so perché grazie ai binocoli ho potuto vedere le loro espressioni.  Ero con loro sul palco, dentro il palco ed ad un certo punto ho realizzato che così assorta che ho quasi dimenticato di respirare. E se questa non è magia, non so cosa sia. Certamente per me è puro genio.

No way Home di Carlos Acosta

Forse non passerà alla storia della letterartura per le sue qualità di scrittore, ma poco importa visto che Carlos Acosta (L’Avana, 2 Giugno 1973) è già passato alla storia come uno dei più grandi danzatori classici del mondo. Ma anche se non è certo un capolavoro, non riuscivo a staccarmi da questo libro. Forse proprio per la sua prosa semplice e diretta che da’ spazio al racconto di una vita straordinaria, narrata con semplicità e tanta, tanta autoironia.

Carlos Acosta

Figlio mulatto di una casalinga e di un camionista di colore, Carlos cresce nella difficile realtà della Cuba degli anni Ottanta, in una famiglia povera, con poche opzioni e uno spirito indipendente che spesso lo fa finire nei guai con bande di monelli come lui, con cui ballava la break-dance e sognava di diventare un grande calciatore come il suo idolo Pelè. E proprio per allontanarlo dalle cattive compagnie il padre lo iscrive, contro la sua volontà, alla scuola di ballo de L’Avana. A nulla valgono gli innumerevoli tentativi del giovane Carlos di farsi espellere per tornare a giocare a calcio con gli amici di sempre. Sfortunatamente per lui (e fortunatamente per tutti gli amanti della danza classica), già da bambino il nostro eroe aveva un talento straordinario. Un talento che lo ha portato appena diciasettenne in Italia alla Compagnia Teatro Nuovo di Torino a ballare niente di meno che con Luciana Savignano, eppoi a Losanna dove vinse la Medaglia d’oro 1990 al Prix de Lausanne. Eppoi Parigi, Huston e infine Londra, al Royal Ballet dove la sua stella ha brillato per 17 anni.

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Proprio alla Royal Opera House di Covent Garden ho avuto la fortuna di vederlo nei panni di Romeo in Romeo e Giulietta, di Basilio in Don Chisciotte, di Colas ne la La fille mal gardée, del principe Siegfried ne Il lago dei Cigni e Lescaut ne L’histoire de Manon, con il Roberto Bolle nazionale ospite del Royal Ballet per l’occasione, che interpretava Grieux. Una gara di bravura tra fuoriclasse che non dimenticherò mai e che mi ha ridotto in lacrime.

E quest’anno, dopo 17 anni al Royal Ballet di Londra, Carlos Acosta ha deciso di lasciare Covent Garden per concentrarsi su altri progetti, come il costituire una compagnia di danza contemporanea nella sua nativa Cuba, ma non prima di averci regalato la sua versione di Carmen, creata appositamente per il Royal Ballet.

Che dire? Meno male che non era bravo a giocare a calcio. Avremo perso uno dei più carismatici danzatori classici del nostro secolo!

9780007250783

Manon di Kennet MacMillan

Il 1 Novembre 2014 è una data che non dimenticherò molto facilmente. Che balletti come questo Manon non capitano tutti i giorni, neppure alla Royal Opera House dove comunque lo standard della danza e della produzioni è sempre altissimo. Quello che non capita così spesso è il tifo da stadio, gli urli, e un’ovazione generale che ha visto praticamente tutto il pubblico del gigantesco teatro di Londra in piedi a battere mani. È stata una notte così magica che cercare di raccontare a parole le emozioni che mi ha regalato sarà sempre e comunque riduttivo. Ancora adesso mi vengono i brividi solo a pensarci.

Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle e Carlos Acosta nei ruoli rispettivamente di Manon, Des Grieux e Lescaut sono stati superbi. Alla veneranda eta di rispettavamente 38, 39 e 40 anni i tre ballerini sono quasi pezzi d’antiquariato (OK: si fa per dire…); ma proprio perché non più giovanissimi, sono all’apice della loro perfezione tecnica ed emotiva. E in un balletto come Manon, così incredibilmente intenso, l’emozione è tutto.

Creato da Kenneth MacMillan su musica di Jules Massenet e basato sul romanzo Manon Lescaut scritto nel 1731 da Abbé Prévost – lo stesso da cui Puccini trase ispirazione per la sua opera omonima, Manon (che in realtà si chiamerebbe L’histoire de Manon) fu creato per il Royal Ballet di Londra tra il 1973 e il 1974. Direttore direttore del Royal Ballet tra il 1970 e il 1977 (carica da cui si ritirò nel 1977 per assumere la posizione di coreografo principale del Royal Ballet, che mantenne fino alla sua morte di infarto nel 1992) MacMillan da tempo stava pensando di coreografare un balletto lungo e complesso sulla storia di Manon Lescaut, con ruoli entusiasmanti e impegnativi sia per i primi ballerini che per il corpo di ballo.

Non avevo mai visto ballare Zenaida Yanowsky prima, e confesso di aver comprato il biglietto unicamente per vedere ballare ancora una volta Roberto Bolle, che avevo visto all’inizio dell’anno in The Kings of the Dance al London Colisseum e… wow! Questa franco-spagnola di origini russe è davvero un’artista incredibile!! Una delle prime ballerine del Royal Ballet, Yanowsky è incredibilmente alta e flessuosa e insieme a Bolle formano una coppia di una bellezza e sensualità davvero fuori dal comune.

Il mitico Carlos Acosta, il grande cubano primo ballerino del Royal Ballet dal canto suo è stato un meraviglioso Lescaut – forse un po’ più cubano di Cuba (ironico, positivo, atletico e sicuro di sé ) che il tradizionale personaggio a cui siamo abituati. E non ho mai riso tanto come davanti alla sua interpretazione di un Lescaut ubriaco fradicio bistrattato e spadroneggiato dalla sua bisbetica amante!

Ma è la scena finale del pas de deux tra Manon e De Griex in cui la magia di questo balletto ha raggiunto livelli davvero stratosferici. Non occorre essere esperti di danza per realizzare che la Yanowsky e Bolle ci hanno regalato qui qualcosa di molto, molto speciale – qualcuno la potrebbe chaimare la performance di una vita, così reale e tangibile da catturare anima e cuore. E davvero li hanno catturati, la mia anima e il mio cuore, dico. Che quando, nella scena finale, stringe il corpo senza vita della sua bella Manon, Bolle/De Griex e, alzando lo sguardo verso noi del pubblico, immersi nel buio del teatro, mormora un accorato “Manon, Manon!” ho pensato che quello che avevo appena visto non era solo un balletto, ma un’opera d’arte.  E quando sono uscita dal teatro, troppo sopraffatta dall’emozione per parlare, ero certa di una cosa sola che quella sera avevo lasciato un pezzo di cuore a Covent Garden.

London Coliseum: Le Corsaire

Odalische, pirati, mercanti di schiavi e un sultano scintillante di gioielli: benvenuti nell’incredibile mondo de Le Corsaire, la fantasia orientalista liberamente ispirata a un poema di di Lord Byron (1814), Il corsaro (The Corsair).

Alina Cojocaru and Vadim Muntagirov in Le Corsaire.
© Dave Morgan.

Un racconto contorto di amore, tradimento e di doppio gioco, musicato da Adolphe Adam e con coreografie di Joseph Mazilier, Le Corsaire debuttò all’Académie Royale de Musique di Parigi  il 23 gennaio 1856; durante il XIX e il XX secolo il balletto subì molte revisioni e rimaneggiamenti in Russia, tra cui quelle di Jules Perrot (1858), Marius Petipa (1858, 1863, 1868, 1885, e 1899), Alexander Gorsky (1912), Agrippina Vaganova (1931), Pyotr Gusev (1955), Konstantin Sergeyev (1972, 1992) e Jurij Grigorovič (1994). Al giorno d’oggi Le Corsaire è rappresentato fondamentalmente in due versioni. In Russia e in Europa la versione di Pyotr Gusev del 1955, in America e in alcune parti dell’Europa occidentale la versione di Konstantin Sergeyev del 1973, ma da molti anni non viene rappresentato per intero.

Una volta scappato in Occidente, Nureyev ha ballato il pirotecnico pas de deux da Le Corsaire molte volte, sempre con il selvaggio entusiasmo che lo ha contraddistinto. Era uno dei suoi numeri di bravura. Qui lo vediamo con la leggendaria Margot Fonteyn al Royal ballet nel 1963.

Rispolverato dallEnglish National Ballet (ENB) questo balletto è una sorta di pastiche letterario senza capo ne’ coda in cui la trama è una flebile scusa per Alina Cojocaru (l’ex-prima ballerina del Royal Ballet), Vadim Muntagirov e Yonah Acosta (nipote del grande Carlos Acosta, star del Royal Ballet) dell’ENB per fare sfoggio di bravura. E che bravura! E che costumi! E che performances! Assolutamente mozzafiato. E, trama a parte, a vederli danzare pare che tutti quanti si divertano davvero un mondo…

Le Corsaire è il primo balletto integrale commissionato da Tamara Rojo, ex-stella del Royal Ballet di Covent Garden da quando ha assunto la direzione dell’ENO (English National Opera) l’anno scorso. E visto questo, davvero non vedo l’ora di vedere i prossimi…
English National Ballet
Le Corsaire
Londra //London Coliseum, fino al 19 gennaio 2014.

in tour fino al 15 febbraio