Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

Annunci

L’altra metà di Dickens

Forse solo un marziano non conosce Il Canto di Natale (anche nella versione Walt Disney con Zio Paperone nelle vesti di Ebenezer Scrooge) Oliver Twist, Grandi Speranze o il Circolo Pickwick, che Charles Dickens è uno dei giganti della letteratura inglese e mondiale del XIX secolo. Ma oltre ad essere un grande scrittore, questo londinese onorario (era nato a Portsmouth) aveva pure trovato il tempo di dedicarsi al’impegno sociale, oltre che a produrre e mantenere nientemeno che dieci pargoli nel corso del suo ventennale matrimonio con la scozzese Catherine Dickens (1815-1879) detta “Kate”, il cui padre il giornalista George Hogarth divenne scrittore e critico musicale al the Morning Chronicle, dove un giovane e squattrinato Dickens lavorava. I due si sposarono nel 1836.

Come ancora adesso spesso accade, l’esistenza delle mogli e compagne di uomini famosi viene spesso schiacciata dall’egoistica personalità dei più noti mariti/compagni. Eppure molte di loro erano lungi dall’essere scialbi fantasmi  (sfido chiunque e a leggere la biografia di Constance Wilde, la moglie del mitico Oscar e pensare che lui l’abbia lasciata per mancanza di stimoli intellettuali). Certamente Catherine Dickens scialba non lo era. Ma ci volevano un direttore donna (la prima) e una donna curatore perchè il Charles Dickens Museum di Londra si decidesse a raccontare la storia dell’altra metà della storica coppia che ha abitato le stanze della casa di Doughty Street e che fin’ora è stata completamente dimenticata.

Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)

Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)

E il ritratto che emerge da questa piccola mostra è quello di una donna vivace ed intelligente che amava le feste, il teatro (era anche un’attrice dilettante e recitò anche in numerose produzioni), la musica (suonava il piano molto bene e a 14 anni incontrò persino Felix Mendelsshon), i viaggi (nel 1842 non esita ad accompagnare il marito nel tour americano) e la cucina, tanto da scrivere un libro di ricette dal titolo What Shall we Have for Dinner? Satisfactorily Answered by Numerous Bills of Fare for from Two to Eighteen Persons che ebbe molto successo e fu pubblicato fino al 1860.

Cosa accadde allora? Quello che troppo spesso avviene ancora oggi: il matrimonio finì dopo 22 anni di più o meno felice convivenza quando il famoso marito perde completamente la testa per una attrice diciottenne, Ellen “Nelly” Ternan. La tipica crisi di mezza età. Così cliché!

Certo, i segni che Dickens si stava stancando di lei erano già nell’aria, se Catherine avesse voluto vederli (ma d’altra parte, quale donna in tale situazione vuole farlo??), a cominciare dai sempre più frequenti rimproveri che il sempre più famoso marito le muoveva e che andavano da quello di essere una madre e una padrona di casa incompetente ad quello di accusarla di aver voluto una famiglia numerosa – famiglia che era stata per Dickens la causa di numerose preoccupazioni finanziarie. Il fatto è che Charles era ancora un bell’uomo, giovanile e pieno di energia, mentre Catherine che aveva avuto 10 figli e diversi aborti, non lo era più. Non c’è altro da dire.

I due si separarono nel Maggio 1858, dopo che un braccialetto destinato a Nelly fu recapitato per sbaglio alla casa di Dickens (e che Catherine pensò fosse per lei – chi non l’avrebbe fatto?). Voci che lo scrittore aveva una relazione extraconiugale con la sorella minore della moglie Georgina Hogarth (che viveva in casa con loro) circolavano da qualche tempo per Londra. Voci che lo scrittore e amico di famiglia William Makepeace Thackeray (quello di Vanity Fair) per amor di chiarezza, si affrettò a contraddire dicendo che la separazione di Dickens da Kate era dovuta alla sua relazione con un’attrice. Dickens negò tutto, tanto da arrivare  persino a scrivere un articolo pubblicato su Household Words il 12 Giugno 1858 con cui si affrettava a negare le voci di una separazione, anche senza fornire ulteriori chiarimenti. Inutile dire che l’amicizia con Thackeray non sopravvisse a questo terremoto…

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Nonostante la consapevolezza di essere stata bistrattata, Catherine si diede da fare con determinazione per ricostruire la sua vita, decisa a trarre il meglio dalla nuova (sebbene indesiderata) libertà che il suo nuovo status di moglie separata le concedeva. Si diede da fare per rinnovare vecchie amicizie, come quelle con gli scrittori del giornale satirico Punch, e per creare nuovi legami soprattutto tra i musicisti suoi vicini.

La mostra racconta anche la storia anche di questo divorzio mostrando come la famiglia affrontò quella che ha tutte le sembianze di una moderna separazione, con i figli che prendono le parti dell’uno o dell’altra, e con i comportamenti che si adeguano alla nuova situazione. Dei numerosi figli avuti da Dickens infatti, solo il ventunenne Charles jr allora già maggiorenne, decise (chiaramente contro il volere del padre) di andare ad abitare con Catherine quando, nel Maggio del 1858, si traferì al n. 70 di Gloucester Crescent, vicino a Regent’s Park, sostenendola anche economicamente, oltre che moralmente.  La scelta si presenta anche per Georgina, la sorella di Catherine, che viveva con loro e che si trova davanti all’opzione di restare con Dickens come governante o prendere le parti della sorella e tornare alla casa paterna, dove avrebbe condotto una vita noiosa da zitella squattrinata. Inutile dire che fu abbastanza furba da scegliere la prima.

In punto di morte Catherine affido alla figlia le lettere scritte dal marito dicendole di darle al British Museum che il mondo sapesse che il grande Dickens una volta l’aveva amata.

All’uscita della mostra non riesco a non pensare che Catherine Dickens era una donna molto più piacevole dell’uomo a cui era sposata…

 

Londra// fino al 20 Novenbre

The Other Dickens

dickensmuseum.com

La casa del Dr Johnson

E  anche quest’anno siamo arrivati all’Open House London, uno degli eventi che prediligo, un week-end in cui palazzi storici (e non), musei, gallerie ed edifici di culto di tutte le fedi aprono al pubblico quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio, la Royal Court of Justice o il Foreign Office) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso.

 Dr Johnson's House. London, 2014 © Paola Cacciari

Dr Johnson’s House. London, 2014 © Paola Cacciari

E se l’anno scorso è stata la volta del periodo vittoriano, dell’Arts and Crafts e dell‘Estetismo, quest’anno armati di guida, mappa e scarpe comode io e la mia dolce metà ci siamo avventurati alla scoperta della Londra di re Giorgio (II e III) quella della metà del XVIII secolo per intenderci, quella di Handel e del Dr. Samuel Johnson. Ed è proprio costui l’autore della mitica frase “when a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford”, coniata mentre, con l’amico James Boswell (avvocato e scrittore scozzese, a cui si deve la biografia appunto di Samuel Johnson – grazie Wikipedia!) discuteva i vantaggi del vivere nella capitale. Ed evidentemente di vantaggi Londra ne aveva molti, perché il Dr Johnson non lascio mai più.

Nato a Lichfield nello Staffordshire nel 1709, Samuel Johnson frequentò il Pembroke College di Oxford per poco più di un anno prima di essere costretto ad abbadonare gli studi per mancanza di fondi. Tornato a Lichfield depresso e senza un soldo, si dedica all’insegnamento aprendo nel 1735 un’accademia privata che peró contava solo tre allievi, tra cui il diciottenne David Garrick, che diverrà uno dei più famosi attori del suo tempo.

E fu proprio in compagnia del suo ex-allievo David Garrick che Johnson il 2 Marzo1737 partì alla volta della Capitale. Inutile dire che entrambi fecere fortuna…

Se l’insegnamento non era il suo forte, Samuel Johnson (1709-1784) si rifece ampiamente in altri settori. Oltre ad essere critico letterario, poeta, saggista e biografo, il Dr. Johnson fu uno tra i più importanti lessicografi britannici, passato alla storia per avere pubblicato nel 1755 il monumentale A Dictionary of the English Language che pur non essendo stato il primo dizionario della lingua inglese, fu di certo considerato per anni il più importante, fino a quando nel 1928 fu soppiantato dall’uscita dell’Oxford English Dictionary (OED).

Samuel Johnson by Joshua Reynolds.jpg

Costruita nell’anno 1700 circa, la casa in cui Samuel Johnson visse dal 1748 fino 1759 (miracolosamente sopravvissuta alle bombe incendiarie della II Guerra Mondiale) si trova al numero 17 di Gough Square, una minuscola piazzetta nascosta dietro Fleet Street ed è una delle poche costruzioni dell’epoca rimaste intatte nella City of London, il cosiddetto ‘Square Mile’ che ci sono molte altre case di questo periodo altrove a Londra; certamente è l’unico edificio originale che si affaccia su Gough Square.

L’interno è arredato in modo semplice, quasi spartano per riflettere le circostanze a volte indigenti del nostro eroe. Ma basta guardare i ritratti, i paesaggi e gli oggetti che la popolano per avere un’idea della sua mente brillante sono un’affascinante testimonianza della vita di uno dei più spiritosi, carismatici e studiati personaggi della storia britannica. Come il bel servizio da tè appartenuto a Mrs Thrales, una delle più care amiche di Johnson che era famoso per la sua predilezione per il tè, e un ritratto che si pensa rappresenti Frances Barber, il servo giamaicano del dottore che gli lasciò in eredità gran parte del suo patrimonio. In quella che ora è la biblioteca (e che forse una volta era la camera da letto del Dr Johnson), è possibile sfogliare un facsimile del suo dizionario in due parti (che abbonda di voci peculiari che non raggiunsero mai la gloria lessicografica, ma che sono nondimento deliziosamente divertenti).

Trasformato in un piccolo museo, la Dr Johnson’s House è una meravigliosa testimonianza della vita nella Londra settecentesca. Consigliato agli amanti di storia sociale e di decorazione d’interni…

east-end-2014-089

Non perdetevi la piccola statua in bronzo di Hodge, uno dei suoi gatti prediletti, seduto sul famoso Dizionario di Johnson e con un paio di gusci di ostriche vicino.

 

Charles Dickens Museum

Da quando, da bambina, mi capitò tra le mani il Racconto di Natale (sebbene nella versione a fumetti de I Classici Walt Disney) non riesco a pensare al Natale senza pensare ad Uncle Scrooge (che però nella mia immaginazione avrà sempre la faccia di Zio Paperone) e a Charles Dickens. Che forse nessuno più di lui ha influenzato la nostra percezione del Natale, eccetto forse il Principe Alberto che pare abbia introdotto l’usanza dell’albero di Natale dalla sua nativa Germania…

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Ma visto che il mio tentativo di leggere Bleak House è di nuovo miseramente fallito, ho deciso che era forse era molto più facile visitare il Charles Dickens Museum, al n. 48 di Doughty Street nel quartiere di Bloomsbury. Si tratta della casa di Charles Dickens – o meglio, dell’unica casa in cui Dickens ha abitato che e’ rimasta in piedi a Londra, visto che lo scrittore ne cambiò almeno quindici di abitazioni. In realtà Dickens vi abitò per soli due anni, tra il 1837 e il 1839, mentre lavorava al Circolo Pickwick, Oliver Twist, Nicholas Nickleby e Barnaby Rudge. Pare pagasse £80 all’anno di affitto. Quelli erano tempi!

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Dickens writing desk. Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La casa, che stava per essere demolita nel 1823, fu salvata dall’associazione Dickens Fellowship e fu trasformata in un delizioso piccolo museo nel 1925. Inutile dire che abbondano le edizioni rare, i manoscritti e gli arredi originali – una vera gioia per gli appassionati di Dickens e per chi (come me e la mia dolce metà), è semplicemente curioso di ficcare il naso in una semi-autentica atmosferica dimora vittoriana.Ci sono anche molti dipinti, anche se quello che forse è il più famoso ritratto dell’autore dipinto di William Powell Frith (lo stesso che ha dipinto Derby Day at Epsom) si trova al museo in cui lavoro, insieme ad undici dei suoi manoscritti originali.

Charles Dickens in his study 1859 by William Powell Frith, London

Charles Dickens in his study 1859 by William Powell Frith, London

Charles Dickens Museum

48 Doughty St, London WC1N 2LX

dickensmuseum.com

La bellezza delle case aperte. A Londra.

Adoro passeggiare per i quartieri di Londra e come Nanni Moretti in Caro Diario (ma senza Vespa) la cosa che mi piace fare più di tutte è guardare le case. Case dove mi piacerebbe abitare e che non potrò mai permettermi visto l’andazzo delle proprietà a Londra, e di cui di solito posso solo immaginare l’interno. Fortunatamante per soddisfare la curiosità compulsiva di persone come me, ogni anno a Londra c’è l’Open House London, un intero week-end in cui circa 800 edifici, distribuiti in circa 30 quartieri della Capitale aprono le porte al pubblico. O almeno aprono quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio…) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso. E il fatto che quest’anno la manifestazione festeggi il suo 23esimo compleanno la dice lunga sul suo successo, che è diventato tale che so di persone che arrivano quasi a pianificarci le ferie attorno.

Ma un po’ di pianificazione è necessaria per evitare di correre come pazzi da una parte all’altra della città senza vedere nulla (com’è capitato a me e alla mia dolce metà qualche anno fa, quando earvamo ancora dei novizi della situazione…). Per questo assicuratevi una copia della guida, o se siete tipi tecnologici, per £2,99 potete scaricare la app per lo smartphone.

0415258537-01-s001-jumboxxx

La Trellick Tower di Londra, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger, costruita nel 1972.

Numerosi edifici, storici (e non), pubblici e privati e governativi, oltre a chiese e sinagoghe sono visitabili o il sabato o la domenica; in alcuni casi è richiesta la prenotazione, non perché siano necessariamente più speciali di altri ma perché hanno spazio limitato come 30 St Mary Axe il grattacielo a forma di siluro affettuasamente soprannominato The Gherkin, il cetriolo, il Lloyd Buidling di Richard Rogers o la Trellick Tower, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger (1902-1987) – propio lui, quello che ispirò il romanziere Ian Fleming a creare l’omonimo “cattivone” di 007.

6a00d83451c2d869e200e5547272218833-800wi

View from The Gerkins

Edifici come la bellissima cappella universitaria del King’s College London e il Foreign & Commonwealth Office (altrimenti detto Foreign Office o FCO, l’istituzione responsabile per la promozione degli interessi del Regno Unito all’estero), entrambi progettati negli anni Sessanta del XIX secolo da Sir George Gilbert Scott (quello dell’Albert Memorial e della Stazione di St Pancras), sono una vera e propria chicca del revival gotico vittoriano, e sono visibili ai comuni mortali solo di rado, in occasioni come queste delle case aperte, mentre capolavori dell’Estetismo come 18 Stafford Terrace, la dimora del fotografo e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne e Leighton House, il capolavoro orientalista voluto dal pittore e scultore vittoriano Lord Frederic Leighton sono normalmente a pagamento.

Arab Hall, Leighton House

Arab Hall, Leighton House (built 1877-81). London.

Dal 19-20 Settember 2015

Open House London events.londonopenhouse.org

Il Duca di Wellington e Apsley House

ApsleyHouse (2)

Apsley House. London. 2014 ©Paola Cacciari

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da rivaleggiare. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

APSLEY HOUSE, London. "Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington" c.1815 by Sir Thomas LAWRENCE (1769-1830).

APSLEY HOUSE, London. “Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington” c.1815 by Sir Thomas LAWRENCE (1769-1830).

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974.

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots

The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Le delizie dei Royal Parks (e non solo)

Una delle cose che adoro di Londra sono i parchi per cui la Capitale è giustamente famosa. Ma ci sono parchi e parchi: ci sono i parchi normali e ci sono i Royal Parks, che sono le Ferrari della situazione. Belli, eleganti, tenuti a regola d’arte nonostante la gente ne faccia ampio uso (non si vede quasi mai il cartello “Non calpestare l’erba”… ) i Royal Parks sono una vera e propria opera d’arte. Aperti al pubblico nel 1851, appartengono ancora ancora a tutti gli effetti alla Regina (da qui l’aggettivo Royal). A Londra ne sono otto: Green Park, St James’s Park e Regent’s Park, la più grande area verde nel centro della città; Hyde park e Kensington Gardens che da soli occupano un’area grande come il Central Park di New York; Greenwich Park (74 ettari) a Sud-Est del Tamigi, che ospita oltre al National Marittime Museum, l’Osservatorio e il Meridiano di Greenwich; ad Ovest, uscendo dalla città, si incontrano i 955 ettari di Richmond Park (con tanto di 630 tra daini e cervi) e i 445 ettari di Bushy Park, vicino ad Hampton Court. E non dimentichiamo Kew Gardens, gli splendidi Giardini Botanici Reali, un magnifico complesso di serre e giardini che si trovano tra Richmond upon Thames e Kew, a circa 10 km a sud-ovest di Londra. Qui si trova anche il delizioso Kew Palace (l’ingresso al palazzo è incluso nel prezzo del biglietto), piccolo per gli standard dell’epoca era piú una casa che un palazzo reale, ma che proprio per questo era la residenza prediletta del re Giorgio III e della regina Charlotte. kew.org

20150409_134602

Kew Palace, Kew Gardens. London. 2015©Paola Cacciari

Ma Kew non è l’unico orto botanico di Londra. Il Chelsea Physic Garden è un luogo davvero affascinante, oltre ad essere un centro di studio con le sue oltre 7000 varieta di piante esotiche e non. Fondato nel 1673 per coltivare le piante medicinali a scopo di studio, non è il più antico giardino botanico del mondo (quelli di Pisa e Oxford sono più antichi), ma è certo uno dei più celebri. chelseaphysicgarden.co.uk

Se oltre ad ammirarli i fiori invece volete anche comprali, allora non perdete quella vera e propria istituzione britannica che è il RHS Chelsea Flower Show che si tiene pressoché ininterrottamente (guerre mondiali escluse) da 102 anni. Una delle più antiche e frequentate esposizioni floreali al mondo che attrae ogni anno oltre centocinquantamila visitatori e 550 espositori, il RHS Chelsea Flower Show è organizzato annualmente dalla Royal Horticultural Society e si tiene al Royal Hospital Chelsea , il magnifico edificio costruito nel 1681 da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral). Quest’anno si tiene tra il 19 e il 23 Maggio. rhs.org.uk

pp_homepage_now-open_final

Ma se soffrite di allergia al polline e i fiori preferite vederli solo da lontano, allora immergetevi nei giardini dipinti di Painting Paradise: The Art of the Garden alla  di Buckingham Palace, una bellissima mostra che traccia l’evoluzione del giardino dal XVI al XX secolo e che include una carrellata di delizie pittoriche che non richiedono una laurea in botanica (o ecologia vegetale come pare chiamarsi adesso) per essere apprezzate. Dai manoscritti persiani ai ritratti miniati di Isaac Oliver, passando dall’immancabile Leonardo, l’autore di alcune tra le più significative immagini di piante. Naturalmente re e regine e aristocratici hanno sempre avuto grande influenza nel decidere lo stile dei loro giardini, se non altro perché erano gli unici che potevano permettersi di farlo. Basta pensare che dalla rivalità (vera o presunta) tra Guglielmo III d’Orange e il suo contemporaneo Luigi XIV, naquero due dei più grandi e giardini reali mai creati: Hampton Court e Versailles. Fino all’11 Ottobre. royalcollection.org.uk/

Hampton Court (21)

Hampton Court, London. 2012 ©Paola Cacciari

 

Paola Cacciari

Pubblicato so No Borders Magazine

 

Horace Walpole, Strawberry Hill e la nascita del NeoGotico

Basso, esile e con grandi occhi neri in un viso emaciato e troppo lungo, Horace William Walpole (Londra 1717-97) non avrebbe potuto essere più diverso dal padre, il robusto politico georgiano Robert Walpole, passato alla storia per essere stato il primo Primo ministro della Gran Bretagna e per aver costruito una delle più grandi case di campagna inglesi, Houghton Hall, nella Contea del Norfolk.

by Sir Joshua Reynolds,painting,circa 1756-1757

by Sir Joshua Reynolds,painting,circa 1756-1757

Antiquario, collezionista, mecenate e storico, Horace Walpole era anche scrittore. Avendo deciso già da ragazzo di diventare il testimone oculare delle sua epoca, il giovane Horace si dedica alla sua nuova missione di critica sociale con entusiasmo. Le sue lettere (oltre 4000 scritte nel corso della sua vita con la graffiante ironia che lo contraddistingue (e chiaramente dirette un audience di futuri lettori…) sono preziose istantanee di un’epoca densa di grandi contrasti e altrettanto grandi rivoluzioni. Ma la sua attività letteraria non si limita a lettere e diari. Suo è anche il primo romanzo gotico della storia, The Castle of Otranto (1765) noto, più che per i suoi meriti artistici, per aver fissato i caratteri di quel genere che avrà nel Frankenstein di Mary Shelley (1797-1851) la sua più famoso rappresentante, anche se questo allora Walpole non poteva saperlo. Per Walpole infatti il termine “Gotico” (nel modo in cui è utilizzato nel sottotitolo del suo romanzo) è sinonimo di ‘medievale’ – un termine che riflette in modo generale il rinnovato intesse del periodo per autori come Shakespeare e per il Medioevo britannico. Ed per questa sua riscoperta dello stile Gotico in un periodo in cui il Classicismo la faceva da padrone, che lo ricordano gli appassionati di architettura. Oltre ad essere uno dei grandi trendsetter della seconda metà del XVIII secolo, Horace Walpole è infatti passato alla storia per essere stato il creatore di quello stravagante esperimento neogotico che è Strawberry Hill (1747-1790) nell’elegante sobborgo di Twickenham, al Sud Ovest di Londra.strawberry_hill_william_marlow_drawing-300x190

Non molto è cambiato a Twickenham dal tempo di Walpole, se non il fatto che Strawberry Hill oggi è molto più facilmente raggiungibile da Londra con la ferrovia suburbana dalla stazione di Wimbledon, e che agli aristocratici abitanti del XVIII secolo, oggi sono subentrati attori e rockstar. In origine un’anonima villa suburbana del XVII secolo acquistata da Walpole nel 1747 che la trasformerà nel corso dei successivi quarant’anni “piccolo Castello Gotico” della sua immaginazione, Strawberry Hill è architettonicamente parlando l’esatto opposto della grandiosa Houghton Hall di Walpole padre. Qui la simmetria palladiana lascia il posto ad un gomitolo di stanze, torrette e merli che sembra fatto di cartapesta (e certi elementi degli interni lo sono davvero) e che rendono questo delizioso palazzo la follia neogotica che si presenta agli occhi increduli del visitatore moderno. Lo stesso Walpole era convinto che la villa non sarebbe durata nel tempo più di dieci anni dopo la sua morte. Ma qui si sbagliava, perché nonostante i rovesci di fortuna dovuti alle oscillazioni del gusto nel corso degli anni, tutti sono d’accordo sul fatto che con Strawberry Hill sia iniziato il Revival Gotico vittoriano – quello stile che dagli anni Trenta dell’Ottocento trasformerà così profondamente il paesaggio urbano britannico (e non solo).
Personaggio eccentrico e fuori dagli schemi qual’era, Horace Walpole fu anche uno dei primi “antiquari” (inteso come uno studioso delle antichità e della storia di un popolo) della storia.

Strawberry Hill, London © Paola Cacciari

Strawberry Hill, London © Paola Cacciari

Per lui infatti, ogni oggetto era una finestra aperta su di un passato lontano e affascinante che desiderava condividere con quanta più gente possibile. Orgoglioso della sua collezione di oggetti antichi e di opere d’arte in cui si riflettevano i suoi enciclopedici interessi, Walpole voleva che la visita di Strawberry Hill fosse per i suoi ospiti una vera e propria esperienza teatrale. Stampe, monete e medaglie greche e romane, porcellane francesi, miniature e smalti erano custoditi nel bellissimo mobile di legno (ora al Victoria and Albert Museum) che Walpole si fece costruire a questo scopo e che costituiva il punto focale della Tribuna, la stanza ottagonale in cui erano esposti alcuni tra i più preziosi oggetti della sua collezione tra cui l’incredibile cravatta lignea scolpita da grande scultore e intagliatore barocco Grinling Gibbons (anch’essa al Victoria and Albert Museum).

Strawberry Hill, London © Paola Cacciari

Strawberry Hill, London © Paola Cacciari

Da ironico giocherellone qual’era, Walpole la indossò nel 1769 per ricevere un gruppo di ospiti di riguardo francesi, portoghesi e spagnoli. Non osando chiedere spiegazioni, i servitori della delegazione restarono per sempre con il dubbio che quello fosse l’abbigliamento tipico di un gentiluomo di campagna in quella strana isola…
Inutile dire che sia per la sua vicinanza a Londra che per la pubblicazione di A Description of the Villa of Mr. Horace Walpole (1784), una sorta di catalogo/inventario della collezione compilato dallo stesso Walpole, Strawberry Hill divenne da subito una meta turistica estremamente popolare, tanto da spingere il nostro eroe a stabilire fin da subito chiare regole di ammissione (quattro visitatori al giorno, niente bambini).
E i turisti accorrevano. Già, i turisti, in quanto è proprio di questi anni che nasce l’idea di ‘hobby’ come lo intendiamo adesso. Arricchitisi con il commercio, i borghesi dell’epoca Georgiana hanno più tempo da riempire: fanno shopping, si dedicano al giardinaggio e alla danza; bevono te e caffè, vanno a teatro, visitano musei (il British Museum e la Royal Academy nascono in questo periodo). E si dedicano alla visita delle dimore storiche come Strawberry Hill, dove i visitatori importanti godevano del privilegio di un tour personalizzato da parte del padrone di casa, mentre i comuni mortali dovevano accontentarsi della sua governante.

Cravatta in legno di Grinling Gibbons, 1690 c.a. Victoria and Albert Museum

L’importanza di Horace Walpole nella storia del design non si deve sottovalutare: non solo offre ai nuovi appartenenti del ceto medio georgiano uno stile nuovo, originale e finanziariamente accessibile con cui esprimere il proprio gusto, ma facendo della sua casa un riflesso della sua personalità, Walpole apre la via all’idea tutta moderna della decorazione d’interni come mezzo di espressione personale.

Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita 

Per arrivarci trovate informazioni qui
www.strawberryhillhouse.org.uk
Strawberry Hill, 268 Waldegrave Road Twickenham TW1 4ST
Da London Waterloo partono giornalmente 4 treni ( 2 la domenica) che portano direttamente a Strawberry Hill; da quì si raggiunge la dimora in 10 minuti a piedi
Il costo del biglietto è di circa 12 sterline per gli adulti
Controllare giorni e orari di apertura sul sito ufficiale.

Ricordiamo che sarebbe buona cosa leggere cosa si intende  per epoca georgiana nella storia inglese, politica, artistica, sociale e culturale in genere

Gite fuori porta: Clandon Park

Approfittando di una visita ai (di lui) genitori nella verdissima contea del Surrey, io e la mia dolce metà abbiamo pensato di sfruttare la nostra tessera di soci del National Trust per visitare la tenuta di Clandon Park, non lontano dalla cittadina di Guildford.
Costruita attorno al 1730 circa per rimpiazzare un precedente palazzo di epoca elisabettiana, Clandon Park è il capolavoro dell’architetto italiano (pardon, veneziano!) Giacomo Leoni.

DSCF0283
Clandon Park, Surrey 2011©Nebbiadilondra
Sebbene non sia stato il primo ad importare in Inghilterra il vangelo di Palladio (che Inigo Jones era arrivato prima di lui, nel XVII) Leoni fu, insieme all’architetto Colen Campbell e all’aristocratico Lord Burlington (che oltre ad essere politico, musicista e mecenate era anche lui un valente architetto…) il motore del neopalladianesimo nella ‘perfida Albione’ dove rimpiazzò il Barocco come formula di rinnovamento del lessico architettonico utilizzato nell’antichità (grazie Wikipedia!).
DSCF0288
Clandon Park, Surrey 2011©Nebbiadilondra

 E Clandon Park è un capolavoro di esubertante semplicità avvolto in un sobrio involucro di mattoni rossi che mi ha fatto pensare agli esterni delle chiese bizantine. E come con le chiese bizantine la semplicità si ferma all’esterno, che l’interno è tutta una altra cosa…

DSCF0286

Clandon Park, Surrey 2011©Nebbiadilondra

E quando io e la mia dolce metà abbiamo messo piede nel gigantesco salone che costituisce (ehm… ) l’atrio, quasi ci è mancato il respiro che davvero non ci aspettavamo due piani di marmo bianco coronati da un arioso soffitto in stucco decorato modello torta di panna!!

Ed era una casa privata! Immaginate l’effetto sugli ospiti??

Fuori dagli itinearari turistici: The Red House

Dopo il suo matrimonio con la bellissima Jane Burden, figlia di uno stalliere e icona dei preraffaelliti,  William Morris aveva messo le mani in tasca e si era deciso a spendere una cifra considerevole della sua altrettanto considerevole ricchezza (anche i socialisti possono essere ricchi…) per farsi costruire dall’amico Philip Webb la casa dei suoi sogni, la Red House.
Dal 2002 nelle mani amorevoli del National Trust, la Casa Rossa (costruita in mattoni rossi da cui il nome) esiste ancora oggi nel sobborgo di Bexleyheath, nel Kent, ora un anonimo villaggio a quaranta minuti di treno da Londra, circondata dalle case dei pendolari che hanno colonizzato la campagna circostante e che fanno la spola quotidianamente con la Capitale, come un tempo aveva fatto William Morris.

Disegnata dall’architetto Philip Webb e dallo stesso Morris, la Casa Rossa rappresentava un nuovo approccio sia alla vita che al lavoro che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani. Torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali rappresentavano quello che per Morris e i suoi amici – Dante Gabriele Rossetti e sua moglie Lizzie Siddal, Edward e Giorgiana Burne-Jones, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate, Ford Madox Brown che erano stati chiamati a partecipare al progetto di questa Comune artistica – costituiva l’idea di “architettura moderna.”

Ma lungi dall’essere solo un progetto architettonico e un luogo in cui si sperimentavano design innovativi, la Red House fu anche, e soprattutto, un’esperienza di vita per un gruppo di artisti eccentrici e impegnati. Che oltre a Dante Gabriele Rossetti, fondatore con Millais e Holman Hunt della Confraternita dei Preraffaelliti, Morris era legato a Edward Burne-Jones da una profonda amicizia che risaliva agli anni di Oxford.

The Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Qui, conquistati dalle antiche storie di cavalieri narrate nella Morte d’Arthur di Malory e dalle poesie di Tennyson, avevano dipinto episodi del ciclo di re Artù sulle pareti della Debating Hall e, in una Oxford pervasa dal risveglio cristiano, avevano sognato di dare vita a novelle comunità monastiche. Red House, edificata sulla strada che i pellegrini percorrevano verso Canterbury, nella visione di Morris doveva diventare una sorta di Camelot dell’Ottocento, la residenza conviviale di una comunità di amici creativi impegnati a rinnovare il mondo con un progetto personale, politico e artistico.

William and Jane Morris, Red House, by Paola Cacciari

William and Jane Morris, Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Una casa grande per gli standard attuali, ma molto intima per quelli dell’epoca, con i mobili disegnati da Webb e dipinti da Rossetti decorati da motivi chauceriani e scene arturiane, mentre Jane, una finissima ricamatrice, e William creano tessuti e disegni che trasferiti poi su carta saranno la base per il glorioso progetto di carte da parati di Morris. Ned e Giorgiana Burne jones dovevano abitare in un’ala ampliata della casa, e anche Rossetti e Lizzie.

William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery

Ma i sogni non durano mai molto a lungo, neanche se il sognatore si chiama William Morris. E dopo soli cinque anni, nel 1865, Morris, stanco e affaticato per i continui viaggi a Londra (tre ore di treno ad andare e tre a tornare: non soprpende fosse stanco!) , sede della Firm, l’impresa artigiana fondata con Faulkner e Marshall, con la collaborazione di Burne-Jones, Madox Brown e Rossetti, è costretto a vendere la casa per ragioni finanziarie. Georgiana si ammala dopo la perdita di un figlio, Lizzie Siddal muore per una overdose di laudano e Rossetti, persa la testa per Jane, inizia con lei una relazione non solo artistica (anche se la dipingerà ossessivamente) che tormenterà Morris per anni.
Nonostante la dispersione di mobili e affreschi, la casa conserva tracce rilevanti dell’allegra brigata. Ed è perfetta per una gita fuori dagli itinerari turistici…
2013© Paola C. Cacciari

Red House Lane, Bexleyheath, DA6 8JF,
020 8304 9878. Info:  redhouse@nationaltrust.org.uk