Marguerite and Armand: con Bolle sulle tracce di Nureyev

Ci sono spettacoli a cui si assiste da spettatori e altri a cui si partecipa con l’anima. E il programma misto dedicato al mitico coreografo Sir Frederick Ashton dal Royal Ballet il 7 Giugno 2017 appartiene decisamente alla seconda categoria. Un cast stellare (che tra gli altri ha visto anche la partecipazione del nostro Roberto Bolle) per tre balletti diversissimi tra loro, come vario e camaleontica era l’immaginazione di Ashton – dal sognante The Dream ispirato allo Shakespeare di Sogno di una notte di mezza estate, Symphonic Variations l’omaggio astratto ai Balletti Russi di Diaghilev, e il tragico Marguerite and Armand.

Quando nel 1961 Frederick Ashton (1904-1988) vide a teatro il celebre dramma “La Dame aux Camélias” di Alexandre Dumas figlio, interpretato da Vivian Leigh pensò che ne sarebbe uscito un bel balletto per la sua musa, la prima balleriana assoluta del Royal Ballet, Margot Fonteyn. Lo stesso anno, il giovane rinnegato del Kirov, Rudolf Nureyev che aveva fatto scalpore per aver defezionato in occasione di una tournee del corpo di ballo sovietico a Parigi, fu invitato dalla stessa Fonteyn a partecipare a un gala di beneficenza a Londra. Fu sempre Margot Fonteyn ad introdurlo al Royal Ballet, invitandolo a ballare Giselle con lei nel febbraio del 1962. La loro performance fu un vero trionfo. Fu l’inizio di una proficua collaborazione professionale e d’amicizia che fece del giovane tartaro il principale partner della gran dama del Royal Ballet.

Ma Ashton pensava ancora alla sua “Dame aux Camélias” e a come gli sarebbe piaciuto trasformare quella storia – la stessa che aveva ispirato Giuseppe Verdi per la sua Traviata – in un balletto. Una sera, immerso nella vasca da bagno, sentì la “Sonata in si minore” di Liszt e come spesso accade con le illuminazioni inaspettate, il balletto prese magicamente forma nella sua mente. Il fatto poi che Marie Duplessis, la cortigiana divenuta famosa come la Marguerite Gautier della La Signora delle Camelie e morta a soli 23 anni, ebbe una relazione  non solo con Alexandre Dumas, ma anche con lo stesso Franz Liszt rese Ashton ancora più sicuro della sua scelta musicale. Naturalmente, Margot Fonteyn decretò che avrebbe ballato solo con Rudolf Nureyev (cosa che anni dopo fece commentare ad un amareggiato Nureyev che durante la sua permanenza al Royal Ballet non fu mai creato nessun balletto solo per lui, ma solo per lui in quanto partner di Margot Fonteyn). Le prime prove furono difficili, soprattutto quelle dei costumi disegnati dallo scenografo (poi diventato fotografo) Cecil Beaton. Nureyev che temeva che i costumi di Beaton lo facessero sembrare piu’ basso, prese un paio di forbici e taglio’ le code della sua giacca. Ma a parte questo, la prima performance di gala del 12 marzo 1963 a Covent Garden, di fronte alla Regina Madre e alla Principessa Margaret, fu un grande successo e i due e il coreografo dovettero apparire in ventuno inchini finali.

Il balletto, che usa la tecnica del flashback, è diviso in cinque scene: “Prologue”, “The Meeting”, “In the Countryside”, “The Insult” e “The Death of La Dame aux Camélias”. L’arredamento sobrio ha un solo elemento costante, il letto su cui Marguerite Gautier sta morendo e da cui rivive la sua tumultuosa relazione con Armand. Tanta era la fama della coppia Nureyev-Fonteyn che nessun’altro artista osò cimentarsi con il balletto mentre i due artisti furono vita e bisognerà attendere il Marzo del 2000 perchè Sylvie Guillem, una delle ballerine preferite di Nureyev, cedesse alle richieste dell’allora direttore del Royal Ballet Antony Dowell e accettasse di ballare Marguerite and Armard rompendo un taboo durato sette anni. Da allora il balletto è entrato nel repertorio non solo di Covent Garden, ma anche della Scala.

Quella di questa sera è stata anche l’ultima performance di Zenaida Yanowsky che si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una splendida carriera durata 23 anni. Ho avuto la fortuna di vederla ballare diverse volte nel drammatico Manon con lo stesso Roberto Bolle e Carlos Acosta, nel poetico The Winter’s Tales di Christopher Wheeldon, nel sanguigno Mayeling di Kennet MacMillan. Inutile dire che Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle sono stati meravigliosi. Entrambi ultraquarantenni, i due possiedono quel bagaglio emotivo che li rende capaci di infondere una staordinaria carica emotiva ai due personaggi che incarnano. E qui l’emozione è tutto – alla faccia di chi dice che Ashton è frivolo e superficiale.

Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker

Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

Londra// fino al 22 Maggio 2016

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Una donna in guerra: a Londra le fotografie di Lee Miller

Il mio primo incontro con  Lee Miller (1907-1977) avvenne nel 2007 quando il museo in cui lavoro le dedicò una bellissima mostra dal titolo The Art of Lee Miller e da allora la sua vita non ha mai smesso di affascinarmi, come le sue fotografie.

Modella di successo e musa del surrealista Man Ray, l’americana Elizabeth “Lee” Miller (1907-1977) era anche una fotografa straordinaria e una donna formidabile, entrambe doti necessarie per diventare una delle pochissime fotoreporter accreditate delle forze armate americane durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma questo il figlio Anthony Penrose non lo seppe fino al 1977 quando, alla morte della madre, trovò nascosti nella soffitta della casa di famiglia nell’East Sussex circa 60.000 immagini, tra foto e negativi, oltre a numerosi articoli da lei scritti per Vogue durante il periodo trascorso come corrispondente di guerra. Anthony, la cui relazione con la madre era sempre stata difficile e che fino ad allora aveva visto in lei solo una donna isterica e spesso ubriaca, ha ammesso di aver dovuto rivalutare le convinzioni di una vita. E da quel momento ha dedicato gran parte della sua vita a celebrare, conservare e promuovere l’opera materna con l’istituzione del Lee Miller Archives.

Ora, per celebrare i settant’anni dalla fine della della Seconda Guerra Mondiale, l’Imperial War Museum ci regala Lee Miller: a Woman’s War, una straordinaria selezione di immagini che esplorano in particolare la vita e il ruolo delle donne prima, durante e dopo il conflitto mondiale. Ma chi si aspetta la solita lezione di storia sociale si sbaglia di grosso, che Lee Miller era un personaggio incredibile, una donna ostinata e tenace ed una fantastica narratrice: la sua stessa vita sembra uscita dalle pagine di un romanzo…

Nata a New York nel 1907, Lee Miller studiò scenografia e illuminazione di scena all’Art Students League della metropoli americana. Un giorno, camminando per strada a Manhattan, la giovane rischiò di essere investita da un’auto che sopraggiungeva a forte velocità. Fortunatamente un passante la trattenne salvandole la vita, e cambiandola allo stesso tempo per sempre. Che il suo salvatore altri non era che Condé Nast, il fondatore di Vogue che, colpito dalla sua bellezza e dalla sua personalità fuori del comune, la lancia nel mondo della moda. E fu così che Lee Miller, da perfetta sconosciuta si ritrova nel 1927 sulla copertina di American Vogue.

Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray, 20th century © Victoria and Albert Museum, London

Lee Miller in bathing costume, photograph by Man Ray © Victoria and Albert Museum, London

Ma il mondo della moda, così vuoto e superficiale, la annoia presto. Ed è allora che Lee Miller decide di cambiare posto e di diventare l’osservatrice anziché l’osservata. Quella per la fotografia d’altra parte, non è una passione nuova: il padre Thodore, ingegnere e fotografo dilettante, le insegna sin da bambina le tecniche fotografiche e ne fa la sua modella. Per cui quando nel 1929, lo scandalo causato da una foto scattata da Edward Steichen pone fine alla sua carriera di modella, Lee Miller decide di trasferirsi a Parigi per diventare l’allieva dell’artista e fotografo surrealista Man Ray. Famoso tra il suo gruppo di amici artisti per non accetare studenti, l’arista soccombe tuttavia irrimediabilmente al fascino della bella americana che diventa così la sua compagna, oltre che la sua musa, modella e preziosa collaboratrice (insieme i sue inventano tecniche innovative come la solarizzazione).

Ma la scintillante vita bohemien parigina non fa per lei e nel 1932, la donna lascia Parigi (e Man Ray) per tornare a New York, dove apre il suo studio fotografico. E a New York conosce a Aziz Eloui Bey, ricco uomo d’affari egiziano. I due si sposano nel 1934, ma una volta trasferitasi al Cairo con il marito, Lee realizza presto che la vita da ricca moglie espatriata le va stretta. Infelice e annoiata, si rivolge ancora una volta alla macchina fotografica per conforto e, grazie al lavoro del marito che le permette di viaggiare in lungo e in largo per l’Egitto e il Medio Oriente, scatta tra il 1935 e il 1939 quelle che sono considerate le sue immagini surrealiste più sorprendenti.

Il matrimonio non era destinato a durare. Stanca del marito e della vita al Cairo, Lee Miller torna per un breve periodo a Parigi nel 1937, dove incontra Roland Penrose (1900-1984), pittore, storico e poeta inglese e uno dei protagonisti del Surrealismo britannico, a sua volta reduce da un matrimonio fallito. Nel 1939 la donna si trasferisce a Londra per vivere con Penrose. Ed è qui che la sorprende lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

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Fire Masks, Downshire Hill, London, England 1941 by Lee Miller © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

 

Incaricata da British Vogue di produrre una serie di reportage fotografici sullo sforzo bellico in accordo con il programma di propaganda del nuovo Ministero dell’Informazione, Lee Miller si butta con passione nel progetto. Ritrae le donne britanniche al lavoro, impegnate a mandare avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte, e le immagini di questo primo periodo catturano con freschezza questa nuova libertà e con essa l’emancipazione che ne deriva. La necessità di sopperire alla mancanza di manodopera causata dalla guerra, dona alle donne, seppure tra dolori e disagi, una possibilità di emancipazione senza precedenti.

Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved

Lee Miller in steel helmet specially designed for using a camera, Normandy, France 1944 by unknown photographer Photographer Unknown © The Penrose Collection, England 2015. All rights reserved.

Ma Lee Miller vuole di più e con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1942 la trovaimo in prima linea al seguito dell’83a divisione di fanteria dell’esercito americano come rappresentante del London War Correspondents Corp, violando così il suo accreditamento che non permetteva alle donne corrispondenti di guerra di entrare in una zona di combattimento; finisce agli arresti per un certo periodo, ma fotografa con successo per l’editore Condé Nast l’avanzata alleata dalla Normandia da St. Malo nel 1944, la liberazione di Parigi e l’avanzata in Germania.

È il 29 aprile 1945 quando Lee Miller varca con le truppe di liberazione americane le porte di Buchenwald e Dachau. Lo shock, la rabbia l’emozione di quest’esperienza sono ancora palpabili nelle foto da lei scattate a documento dello sterminio degli ebrei e altri ‘nemici’ del Terzo Reich “con rabbia glaciale e piena di odio e disgusto”, come racconterà il suo collega e amante occasionale David Sherman, fotografo di Life. Sono immagini forti che a settant’anni di distanza non hanno perso nulla del loro impatto emotivo. Più tardi, quello stesso giorno, la Miller accompagnerà i soldati a Monaco di Baviera, dove entrano nell’appartamento di Hitler. E lì si fa fotografare nuda da David Sherman nella vasca da bagno del Führer, accanto ad una cornice con una sua fotografia, ignara del fatto che, da lì a poco, si sarebbe ucciso nel suo bunker di Berlino insieme alla sua compagna Eva Braun. Davanti alla vasca, gli stivali della Miller, ancora coperti dalla sporcizia di Dachau, conferiscono all’immagine una forza emotiva straordinaria.

Lee Miller in Hitler's bath, 1945 © Lee Miller with David E. Sherman, Lee Miller Archives, England 2015

Lee Miller in Hitler’s bathtub, Hitler’s apartment, Munich, Germany 1945 By Lee Miller with David E. Scherman © Lee Miller Archives, England 2015. All rights reserved.

La fine della guerra fu per Lee Miller, e per molte delle donne dell’epoca, una grande delusione. Impegnate attivamente nello sforzo bellico, le donne si ritrovano alla fine del conflitto nuovamente relegate al ruolo originario di mogli, madri e custodi del focolare domestico e dopo aver sperimentato la libertà e l’appagamento di una vita attiva, molte trovarono il riabituarsi alla normalità e alle limitazioni imposte dalla quotidianità, insostenibili.

Depressa e traumatizzata, alla fine della guerra Lee Miller torna da Penrose, che sposa nel 1947 (dopo aver ottenuto il divorzio dal marito egiziano) quando scopre di aspettare un figlio da lui. Ma anche se le commissioni da parte di British Vogue continuano ad arrivare, si tratta di lavori di routine che dopo l’altalena emotiva della guerra non sono più sufficienti ad impegnarla; cerca conforto nell’alcool per alleviare la depressione – una condizione oggi nota come disturbo post traumatico da stress, ma i suoi demoni danneggiano gravemente la sua relazione con il figlio Anthony.

Photographed by Cecil Beaton, originally published in the April 15, 1965 issue of Vogue

Lee Miller by Cecil Beaton, published in the April 15, 1965 issue of Vogue

Continua a fotografare Picasso e Antoni Tàpies per le biografie scritte dal marito su di loro, ma negli ultimi anni della sua vita Lee Miller scambia la camera oscura per il cibo e dopo aver frequentato un corso di cucina Cordon Bleu, si reinventa come cuoca surrealista, tenendo rubriche culinarie di successo su riviste e giornali. Il suo ultimo saggio fotografico apparso su Vogue del luglio del 1953 è, a mio avviso, anche il più divertente. Dal titolo Working Guests, ritrae amici pittori e letterati che frequentano la casa dei Penrose nel Sussex impegnati ad estirpare le erbacce, nutrire i maiali o innaffiare il giardino. Il tutto mentre la padrona di casa si gode di un meritato pisolino…

Londra//Fino al 24 Aprile 2016

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2016 by Paola Cacciari.

Pubblicato su Londonita

Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

Spulciando tra gli articoli che ho scritto in passsato per Exibart ho trovato questo di una mostra dedicata allo stilista Stephen Jones tenutasi al V&A nel 2008. All’epoca non sapevo chi fosse il signore in questione, ma conoscevo tutti gli altri di nomi…

Portrait of Stephen Jones

                                                            Portrait of Stephen Jones

Un giardino ‘barocco’ al tramonto. Siepi ordinate e bassi steccati. Luci soffuse. E magia nell’aria: benvenuti nel magico mondo di Stephen Jones (Wirral, 1957- vive a Londra). Non siamo tra le pagine di Alice nel paese delle meraviglie, ma negli spazi avvolgenti di Hats: An Anthology by Stephen Jones, la nuova mostra curata per il Victoria and Albert Museum da uno tra i più geniali creatori di acconciature femminili della nostra epoca.

Silk and straw bonnet, 1807

Silk and straw bonnet, 1807

Frustrato dalla noiosa uniformità che permeava la moda di fine anni Settanta, tutta toni beige e tessuti tweed, Stephen Jones – allora punk dalle unghie smaltate che studia alla prestigiosa St Martins School of Art di Londra- decide di riversare la sua ironica creatività nella creazione di cappelli da donna. Mossa coragiosa. Soprattutto in un periodo in cui indossarne uno non era affatto cool. Ma con l’avvento della nuova decade tutto cambia. Gli anni Ottanta vedono Londra al centro di uno dei periodi più brillanti e oltragiosi della storia del costume. Con le sue stravaganti acconciature ispirate alla storia della moda, il movimento New Romantic trasforma il concetto di cappello da polveroso obbligo da indossare ai matrimoni in accessorio pieno di vitale ironia. Al cuore della scena giovanile locale, la musica pop ha un’enorme importanza per Jones. Abbandonato il punk per il New Romantic comincia a frequentare il leggendario Blitz club in Covent Garden e crea copricapi per amici come Boy George e Spandau Ballet. Ed è grazie alla musica dei Culture Club che, nel 1984, lo stile di Stephen Jones raggiunge le passerelle parigine. Jean-Paul Gaultier vede il video di ‘Do You Really Want to Hurt Me’, in cui Jones indossa un fez da lui stesso disegnato, e lo invita a collaborare con lui. E il resto è storia.

Da sempre affascinato dalla psicologia del cappello, o meglio da ciò che porta e com-porta l’indossarlo Stephen Jones ha creato – con la collaborazione del disegnatore teatrale Michel Howells e dalla curatrice del V&A Oriole Cullen- un mondo fantastico popolato da oltre trecento copricapi, molti dei quali letteralmente ‘dissotterrati’ dall’immensa collezione del V&A. Tematicamente suddivisa in quattro sezioni –Inspiration, Creation, The salon, The client– la mostra esplora l’intero ciclo della vita del cappello, strizzando l’occhio alla storia del costume. E così se gli appasionati di storia possono gioire davanti alla maschera di Anubi del 600 A.C. e all’esuberante cappellino del 1845 appartenuto ad una giovane regina Vittoria ancora lontana dalla vedova triste a cui la storia più ha abituati, per gli amanti del cinema ci sono il tricorno indossato da Johnny Deep in Pirati dei Caraibi, il cappello di paglia di Audrey Hepburn in My Fair lady e il copricapo in plastica del cattivo di Guerre Stellari, il tetro Darth Vader, esibito a fianco dell’elmo da samurai a cui è ispirato.

Portrait of Stephen Jones, 2008

                                                             Portrait of Stephen Jones, 2008

E naturalmente non mancano le creazioni di Jones per Christian Dior, John Galliano e Giles Deacon, accanto a quelle ‘storiche’ di <b>Elsa Schiaparelli, Cecil Beaton e Baleciaga. Accessorio universale, il cappello è per tutti, giovani e meno giovani allo steso modo. Finisce e definisce un look. Rispecchia la personalità di chi lo indossa. Come sanno le celebri clienti di Stephen Jones. Regine del Pop come Madonna e Kylie Minogue e regine di altro tipo, da sua Maestà Elisabetta II a Carla Bruni nella sua nuova veste di signora Sarkozy. Piume, nastri, fiori, legno, plastica e chi più ne ha più ne metta: tutto può diventare un cappello, anche un disco a quarantacinque giri. A patto che il tutto sia condito da una buona dose di satira e di spiritosa ironia, caratteristiche possedute in abbondanza dagli inglesi e che Jones eleva all’ennesima potenza. E davanti a tanta ottimistica esuberanza e gioiosa frivolezza, si sorride. E apertamente, si ride. E, segretamente, si sogna.

Londra// fino al 31 maggio 2009

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La moda durante il razionamento all’Imperial War Museum

L’Imperial War Museum è uno di quei luoghi in cui vado poco e malvolentieri, in genere per vedere una mostra, e da cui non vedo l’ora di uscire. Non che non sia un bel museo – anzi! – anche se devo dire che lo preferivo prima dell’ammodernamento di rito che ne ha fatto un altro Luna-Park che va ad aggiungersi ai tanti musei-luna park di Londra. È solo che con tutto quello che si vede al telegiornale nel mio tempo libero preferisco fare qualcosa che non coinvolga necessariamente guerre e olocausti.  Ma bisogna dire che l’IWM London organizza sempre mostre insolite ed interessanti come quella fotografica dedicata a Cecil Beaton fotografo di guerra del 2012 (che trovate qui...) o una altrettanto divertente ed istruttiva come quella del 2008 dedicata a Ian Fleming (il papa’ di 007) e opportunamente chiamata For Your Eyes Only.

Ora è il turno di Fashion on the Ration: 1940s Street Style, che esplora la lotta delle donne britanniche per rimanere chic in tempo di austerità e i diversi modi che trovano per reinventarsi l’abbigliamento date le (molto) limitate circostanze. Certo, ripensando ai racconti dei nonni, l’essere eleganti non mi è mai parsa una priorità in tempo di guerra, ma è anche vero che gli  inglesi hanno avuto una guerra diversa, non meno tragica (i bombardamenti tedeschi hanno distrutto interi quartieri di Londra e raso al suolo intere città come Coventry), ma nonostante tutto diversa da quella del resto dell’Europa. Hanno combattutto e sofferto gravi perdite militari e civili, ma mon hanno vissuto gli orrori dell’occupazione e questo indubbiabente ha influito non poco nel modo in cui la popolazione ha sopportato quegli anni cosi difficili.

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An official Ministry of Information Photo Division wartime photograph showing four fashionable young ladies enjoying a stroll in the spring sunshine Photo: Imperial War Museum

Mantenere alto il morale era un dovere civile che lo stato richiedeva ai cittadini. Gli abiti e il make-up diventano per le donne un’armatura a cui fare ricorso per fronteggiare le difficoltà di ogni giorno. La moda non solo sopravvive durante la guerra, ma addirittura fiorisce. La gente usa la fantasia e trova nuovi modi di vestire utilizzando quello che era disponibile, cioè davvero poco.   Tra il 1939 e il 1945 il British Board of Trade impone infatti un rigido razionamento che resta in vigore ben oltre la fine della guerra.

Le donne erano specialmente invitate ad avere cura di sé (la fabbricazione di cosmetici, seppure ridotta, viene mantenuta per tutta la durata della guerra): capelli in ordine e un filo di rossetto mandavano un segnale forte alla nazione che tutto andava per il meglio, mentre disordine e trasandatezza (segno di depressione e morale basso) avrebbero avuto effetti deleteri sul risultato finale del conflitto. C’era una genuina preoccupazione ai vertici del governo britannico che la gente continuasse a vestire bene, seppure con mezzi limitati.

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A member of Air Raid Precautions staff applies her lipstick between emergency calls (IWM)

Le uniformi con la loro linea pratica e i loro tessuti caldi e resistenti hanno una grande influenza sullo stile degli abiti civili, che si fanno sempre più simili a quelli militari. A sarti e stilisti si richiedono giacche ad un petto singolo con sole due tasche e senza risvolti per gli uomini, e gonne dritte senza pieghe per le donne per risparmiare tessuto.
Make do and Mend diventa il mantra del razionamento (così come lo diventano altre frasi come il tormentone Keep Calm Carry On) e le donne mostrano di possedere grandi risorse e altrettanto grande fantasia nel combinare praticità e glamour, come la borsetta con lo scomparto per la maschera antigas o i bottoni fluorescenti per essere viste nell’oscurità del coprifuoco. Quando poi il Governo voleva incoraggiare le donne a fare qualcosa (tipo a tagliare i capelli corti, molto piu’ pratici per lavorare in fabbrica) allora commissionava un articolo a Vogue magari corredato da splendide foto di Cecil Beaton.

Un matrimonio in tempo di guerra non significava dovessero mancare le damigelle, soprattutto se c’era a portata di mano la seta di un paracadute da cui ricavare un delizioso abito bianco. Tra gli oggetti più particolari della mostra, un braccialetto fatto da componenti aeronautici e una parure di biancheria intima ricavata da mappe di seta dell’aereonautica militare creata per la Countessa Mountbatten.

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A model shows off her scarlet and white spot-printed utility rayon shirt dress with front-buttoning. The dress cost 7 coupons and 53/- (IWM)

In Inghilterra il razionamento durò almeno fino al 1947, quando anche sulle coste della perfida Albione approda il rivoluzionario New Look di Christian Dior: inutile dire che dopo anni di make do and mend, le donne non riescono a saziarsi delle sue gonne così decadentemente ampie. Certo, al giorno d’oggi l’idea di rammendare qualcosa non credo passi per la testa quasi a nessuno. E perchè si dovrebbe, con tanti negozi che vendono abiti che costano nulla (forse perchè fabbricati in Asia da manodopera sottopagata??), ma l’idea di poca spesa molta resa almeno è rimasta la stessa. Certe cose almeno non sono cambiate…

 

Londra//fino al 31 Agosto

Imperial War Museum

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Le mille facce di Audrey Hepburn alla National Portrait Gallery

Ebbene sì, sono un’inguaribile romantica e Sabrina è uno dei mei film preferiti. Parlo dell’unico ed inimitabile Sabrina, quello del 1954 con Humphrey Bogart, William Holden e lei, la bellissima Audrey Hepburn.

Sono passati sessantacinque anni da quando Audrey Hepburn (1929-1993) salì sul palcoscenico del night club Ciro’s come ballerina di fila. Ora il club non esiste più, sostituito dall’edificio che ospita gli archivi della National Portrait Gallery. Sembra pertanto un gesto opportuno da parte della galleria londinese, quello di dedicare una mostra a questa icona del XX secolo. E infatti la mostra si chiama esattamente così Audey Hepburn: Portraits of an Icon.

Oltre ad immagini scattate dai più famosi fotografi del Novecento come Richard Avedon, Cecil Beaton, Angus McBean, Irving Penn e Norman Parkinson, la mostra include locandine di film, effetti personali e fotografie provenienti dalla collezione personale della famiglia della Hepburn. Dalla sua difficile infanzia in Belgio e Olanda, dove visse sotto il regime nazista durante la seconda guerra mondiale, ad Amsterdam dove studia danza, al suo debutto in teatro e al cinema – la mostra traccia il percorso di un’incredibile vita e un’altrettanto incredibile carriera.

Cresciuta fra Belgio, Gran Bretagna e Paesi Bassi la Hepburn era bilingue in inglese e olandese, oltre ad essere fluente anche in francese, tedesco, italiano e spagnolo e come ambasciatrice dell’UNICEF negli anni Ottanta viaggiò in alcuni alcuni dei paesi più poveri del Mondo – viaggi anch’essi documentati in una serie di fotografie incluse nella mostra.

Sabrina 1954 Copyright Paramount Pictures

Audrey Hepburn Sabrina, 1954 ©Copyright Paramount Pictures

Fino al 18 Ottobre 2015

National Portrait Gallery

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(Cinque mostre di fotografia per l’estate a Londra articolo pubblicato su Londonita)

I ritratti di Hoppé a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo Hoppé Portraits: Society, Studio and Street.

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Ezra Pound (1918) by E.O. Hoppé

Ma chi era Hoppé? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto Hoppé (1878 –1972) è uno dei più importanti fotografi della prima metà del XX secolo.
Famosissimo tra i suoi contemporanei -tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo “il Maestro”- ed ora quasi completamente dimenticato, tra il 1907 e il 1945 Hoppé sembra avere fotografato tutte le maggiori personalità del mondo della politica, della letteratura e delle arti: da Henry James a Rudyard Kipling, da Leon Bakst a Vaslav Nijisky (e numerosi altri ballerini della compagnia dei Balletti Russi); da Richard Strauss a Jacob Epstein. Negli anni Venti, oltre ai ritratti di Albert Einstein, Benito Mussolini, Aldous Huxley, Hoppé è invitato a fotografare la Regina Madre, Re Giorgio VI ed altri membri della famiglia reale.

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, Hoppé arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa.
Spinto da un’instancabile curiosità, a partire dal 1919 Hoppé comincia a viaggiare per  il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (‘tipi’) e paesaggi.  I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life  (1922) e London Types (1926).

British Museum Underground Station, 1937 – EO Hoppé

 A partire dagli anni Trenta, Hoppé esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversità culturale della società Britannica, esplora la multienicità della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneità della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!
Fino al 30 Maggio 2011
[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di più su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto Hoppé: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali http://www.mast.org/it/home ]

Un passaggio per l’India

Maharaja Sir Sri Krishnaraja Wodiyar IV Bahadur of Mysore – 1906 Keshavayya ©V&A Images

Tigri ed elefanti; gole impervie e giungle misteriose; avventurieri senza scrupoli e sovrani dalle incredibili ricchezze, i mitici maharajas (letteralmente ‘grandi re’): per chi vuole saperne di più sulla terra che ha affascinato Salgari e Kipling e sui suoi leggendari sovrani, il Victoria and Albert Museum ospita Maharaja: The Splendour of India’s Royal Court. Rubini e smeraldi di dimensioni impossibili, spade tempestate di diamanti, stravaganti turbanti, portantine in argento e avorio, e persino una (vera) Rolls Royce Phantom del 1927: circa duecentocinquanta oggetti -molti dei quali provenienti da collezioni reali indiane- a raccontare una storia che va dalla fine del XVIII secolo all’indipendenza dall’Inghilterra nel 1947.

Tutto comincia nel 1739 quando il vuoto politico creato dalla caduta dell’impero dei Mughal fa riemergere vecchi regimi e ne crea di nuovi. Troppo occupati a litigare tra loro, i maharajassi trovano presto a fare i conti con una nuova forza in campo: la Compagnia delle Indie Orientali. Fondata nel 1600 per proteggere gli interessi commerciali britannici in Asia, nel corso del XVIII secolo essa diventa per l’Inghilterra uno strumento di potere politico e militare. Un potere scosso da numerose rivolte, ma che nel XIX secolo vede gli inglesi controllare quasi due terzi dell’India. Come reagirono i maharajas alla nuova situazione politica? Alcuni si adattarono e mantennero (almeno nominalmente) la loro posizione, anche se spogliati di effettivo potere; altri non si adattarono e furono semplicemente rimossi. Ma con l’arrivo del Novecento l’immagine esotica dei maharajas con il turbante ed gli elefanti ingioiellati diventa obsoleta, sostituita da quella del Mahatma Gandhi e del movimento per l’indipendenza dell’India. Disoccupati, questi principi ‘ornamentali’ cominciano allora a viaggiare per l’Occidente con il beneplacito degli inglesi e con conseguenze interessanti. Vedono condizioni di vita migliori, sperimentano i progressi della tecnica (acquedotti! fognature!) e si scontrano con idée nuove (emancipazione femminile! democrazia!). Trovano anche nuovi amici dai nomi esotici come Van Cleef & Arpels, Vuitton, Cartier e Rolls Royce a cui commissionano gioielli stravaganti e potenti automobili. Educati ad Oxford e Cambridge, i playboy-maharajas del nuovo secolo abbandonano i panni dei nobili guerrieri per l’haute couture e gli interni Art Deco, giocano a polo, ascoltano Cole Porter e si fanno fotografare da Man Ray e Cecil Beaton. Ma tornati in patria non dimenticano quello che hanno visto. Diventano pragmatici: assumono un ruolo diverso in un contesto internazionale, trasformano i loro palazzi in hotels di lusso e se stessi in abili diplomatici ed uomini d’affari. Non più Re, ma guardiani del loro popolo. Ma con la stessa capacità di abbagliare.

 Articolo pubblicato su Grandimostre numero 7 Novembre-Dicembre 2009
 mostra visitata il 15 ottobre 2009

Queen Elizabeth by Cecil Beaton: a Diamond Jubilee.

A ciascuno il suo direbbe Sciascia: se Elisabetta I prima aveva Nicholas Hilliard, che creava splendide miniature di Gloriana per i suoi sostenitori a corte e non, Elisabetta II aveva Cecil Beaton (1904-1980). E in occasione del Giubileo dell Regina il Victoria and Albert Museum ha pensato bene di tirare fuori dagli archivi un sacco di fotografie mai viste prima e di farci una mostra, opportunamente chiamata Queen Elizabeth by Cecil Beaton: a Diamond Jubilee. Inutile dire che la fantasia non si spreca…
Cecil Beaton, Queen Elizabeth II in Coronation Robes, June 1953
Cecil Beaton, Queen Elizabeth II in Coronation Robes, June 1953 – © V&A images
E se i fotografi che l’avevano in preceduto avevano offerto della famiglia reale la solita imagine ieratica a cui ci hanno abituato secoli di ritratti di personaggi potenti, Beaton è determinato a fare le cose a modo suo. E per fortuna dei Windsor ci riesce. Che l’immagine della casa Reale inglese era uscita dallo scandalo dell’abdicazione di Edoardo VIII (che nel 1936 aveva rinunciato al trono per sposare la pluri-divorziata Americana Wallis Simpson) piuttosto malconcia. C’è bisogno di riaffermare la continuità della monarchia, di rassicurare i ‘sudditi’ che tutto è sotto controllo.
Cecil Beaton
Attenendosi al desiderio della casa reale di offrire un’immagine della monarchia più ‘accessibile’, Beaton cestina l’oro e il Rococò (ok: fa un’eccezione per le foto dell’incoronazione, ma sempre di monarchia si tratta, no?) sostituendoli con semplici fondali monocromi. Il messaggio è chiaro: questa è sì una famiglia reale, ma è soprattutto una ‘famiglia’ e la regina è anche moglie devota e mamma di tre pargoletti. Beaton ha fatto davvero miracoli nell’ammorbidire l’immagine pubblica di Elisabetta.

Con Beaton la monarchia entra in una ‘nuova era elisabettiana’. Peccato solo che lui non ci fosse più quando lei ne avrebbe avuto più bisogno, negli anni difficili del matrimonio di Carlo e Diana (e Camilla…) e in seguito alla morte dell’ex-principessa, quando la reclusione della famiglia reale causa vero e proprio furore tra gli inglesi. Mai la popolarità della Regina è stata così bassa. E il neo-eletto Tony Blair fa pressione su di lei per farle fare un discorso da trasmettere in diretta alla televisione nazionale. E che vede questa donna così chiusa e riservata, fare pubblica ammenda come regina e come nonna…
Cecil Beaton
Queen Elizabeth II by Cecil Beaton, Buckingham Palace, 1968,

Questa è la foto che preferisco. Qui Beaton riduce il ritratto alla pura essenza. E di Elisabetta, spogliata delle vesti scintillanti e del suo ruolo di regina, resta solo  l’immagine di una donna che mi sembra molto sola, persa in un mondo lontano.

Cecil Beaton: Theatre of War

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione britannico, un organo politico creato alla fine della Prima Guerra Mondiale responsabile non solo dell’ informazione e della stampa, ma anche  della censura e della pubblicitá in patria e della propaganda nei paesi alleati e neutrali. Per me Beaton era soltanto colui che immortalava signore eleganti e la famiglia reale. Come sbagliavo!

Cecil Beaton
Nel 1939, infatti, stanco ed annoiato di fotografare ragazze ricche in abiti eleganti, Beaton contattò  il Ministero dell’Informazione proponendosi come fotografo ufficiale. Incoraggiato dal Ministero a lasciar perdere i reportage di guerra e a fotografare quello che voleva come lo voleva, Beaton produce una serie di scatti tanto memorabili quanto fuori dall’ordinario…  Che si trattasse di personaggi politici, di gente comune, di soldati, marinai e piloti della RAF, o di paesaggi devastati dalle bombe, per Beaton la fotografia, anche quella di guerra era qualcosa di attentamente composto e non esente persino da qualche leggero ritocco…

Cecil-Beaton
Ma la sua esperienza non si limita alla sola Inghilterra. Nel 1942 fu mandato al Cairo e nel 1944 trascorre molti mesi tra l’India e la Cina al seguito delle truppe alleate. Questa esperienze saranno le basi per numerosi costumi teatrali tra cui quelli della sopracitata Turandot.
Cecil Beaton: Theatre of War.
Imperial War Museum,
Lambeth Road
London SE1 6HZ
fino al 1 Gennaio 2013.