Angelo Minghetti, ceramista e bolognese

Chi l’avrebbe mai detto! Che proprio nelle sale delle ceramiche del “mio” museo ci fosse un pezzo di Bologna! Anzi non uno, ma tre, che questi grandi busti in terracotta invetriata raffiguranti gli imperatori Tiberio, Caligola e Domiziano furono prodotti nientemeno che dal mio concittadino Angelo Minghetti tra il 1858 e il 1885.

Angelo Minghetti, Busto dell’imperatore Calingola. Victoria and Albert Museum, Londra 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Bologna il 16 giugno 1822 il quinto di nove figli, Angelo Minghetti è costretto, ancora fanciullo, a sbarcare il lunario lavorando presso un fornaio per contribuire alle finanze famigliari, che erano nettamente peggiorate quando il padre fu fu chiamato a servire nelle campagne d’Italia, Spagna e Russia nel periodo napoleonico.

Dopo l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si era iscritto alle classi di elementi d’ornato ed elementi di figura, Minghetti si trasferì ad Ancona, diventanto nel 1841 fuciliere e scrivano dell’esercito pontificio. Ma nel capoluogo marchigiano fu vittima di una calunnia e, accusato di furto, fu processato dal tribunale militare di Ancona – accusa dalla quale fu assolto nel 1843.

Il danno, tuttavia, era fatto e nel febbraio del 1842 il nostro eroe fece ritorno a Bologna dove, dopo la morte del padre, lavorò come imbianchino, decoratore e liquorista. Nel 1848 Minghetti combatte sulle barricate durante i moti risorgimentali bolognesi e l’8 agosto partecipò alla battaglia della Montagnola, combattuta l’8 agosto 1848 tra i cittadini bolognesi e le truppe dell’impero austriaco.
Terminati gli scontri, l’inquieto Minghetti iniziò la produzione di ceramiche collaborando con la fabbrica Bucci di Imola nel 1848 per poi tonare a Bologna una volta appresi i segreti del mestiere.

E fu nella città felsinea che, nel 1858, Minghetti aprì la sua prima fornace in palazzo Pepoli, in via Castiglione. L’ampliamento dell’attività richiese una nuova fornace che nel 1864 lui aprì in palazzo Malvasia in via Zamboni e successivamente, dal 1878, in via S. Vitale 87.

Minghetti si dedicò anche alla produzione di ceramiche ispirate a modelli rinascimentali, specialmente a quelli dei Della Robbia, presentando per la prima volta le sue opere nel 1869 all’Esposizione dell’agricoltura industriale di Bologna, dove fu premiato con una medaglia d’argento. Nel 1870 espose anche all’International Exhibition of world a Londra e nello stesso anno alla Mostra d’arte a Roma. Il successo crebbe ulteriormente all’Esposizione universale di Vienna del 1873, dove fu premiato con medaglia al merito per aver presentato un vaso di maiolica alto m 2,30, un’opera dall’altezza mai proposta a quel tempo e la cui decorazione era ispirata al Trionfo di Bacco carraccesco della galleria Farnese. L’opera colpì perché la realizzazione e la decorazione facevano sembrare la ceramica un vero vaso antico, tanto che Minghetti fu considerato il rinnovatore della ceramica italiana e gli fu conferito il diploma d’onore. All’Esposizione nazionale di Milano del 1881 fu premiato con medaglia d’oro.

Morì a Bologna nel febbraio 1885 e riposa nel cimitero della Certosa in una tomba in ceramica che ricorda la tipologia dei Della Robbia, secondo il volere dei figli Gennaro e Arturo, divenuti titolari della ditta Minghetti nel 1885. La manifattura fu attiva fino al 1967. Nel 1949 fu aperto in piazza Galvani a Bologna un negozio di ceramiche Minghetti, che cessò l’attività nel 1989

2020 © Paola Cacciari

Dizionario Biografico degli Italiani Minghetti

Ricordando Remembrance Day

Sono trascorsi quattro anni da quando, tra luglio e novembre del 2014, l’artista e ceramista Paul Cummins creo’ Blood Swept Lands and Seas of Red, la bellissima e toccante installazione posta nel fossato della Torre di Londra per commemorare il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, composta di 888.246 papaveri di ceramica rossi, ognuno di essi rappresente un soldato britannico o coloniale ucciso durante la guerra. Il titolo dell’opera è stato tratto dalla prima riga di un poema di un ignoto soldato della prima guerra mondiale.

Blood Swept Lands and Seas of Red, Tower of London. London, 2014 ©Paola Cacciari
Blood Swept Lands and Seas of Red, Tower of London. London, 2014 ©Paola Cacciari

Ricordo di essere rimasta in silenzo per un tempo infinito davanti a quel mare di rosso che copriva il vasto fossato del grande castello medievale. Per la prima volta in vita mia mi sono trovata davanti alle epiche dimensioni della storia quantificata. E la cosa incredibile era che queste erano solo le perdite britanniche!Remembrance Day (o Armistice Day) in Inghilterra si celebra l’11 Novembre e commemora la firma dell’armistizio tra gli alleati e la Germania, avvenuto alle ore 11.00 am dell’11 Novembre 1918 – l’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese mettendo fine a quattro anni di guerra. Qui in Gran Bretagna è tradizione indossare papaveri di carta o plastica come simbolo di coloro che hanno dato la vita nelle in guerra e ci si ferma per due minuti di silenzio per ricordare i caduti delle due guerre mondiali e i militari britannici uccisi o feriti dal 1945 e oltre, che purtroppo le guerre non sono mai finite.

Sixteen ceramic poppies from ‘Blood Swept Lands and Seas of Red’, Tower of London, 2014. Paul Cummins (artist, original concept); Tom Piper (installation design). ©Victoria and Albert Museum, London/Paul Cummins Ceramics
Sixteen ceramic poppies from ‘Blood Swept Lands and Seas of Red’, Tower of London, 2014. Paul Cummins (artist, original concept); Tom Piper (installation design). ©Victoria and Albert Museum, London/Paul Cummins Ceramics

I papaveri erano i fiori che crescevano sui campi di battaglia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Al Museo abbiamo la nostra mini installazione di papaveri, una versione ridotta di quella della Torre di Londra. In una piccola teca di vetro infatti, ci sono sedici papaveri di ceramica , ognuno leggermente diverso dall’altro provenienti da Blood Swept Lands and Seas of Red, a onorare la memoria e il sacrificio dei sedici membri del personale del Victoria and Albert Museum che hanno perso la vita nella Prima Guerra Mondiale. #Remembrance Day2018

2018 ©Paola Cacciari

Il libro dei bambini (The Children’s Book) A.S. Byatt

Figlia unica, dal carattere chiuso e solitario a tratti apertamente asociale e pertanto condannata (a sentire le maestre delle elementari) ad una vita solitaria, ho sempre avuto il pallino della Storia. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. Mi è sempre piaciuto sapere il perchè e il percome delle cose, la cause e l’effetto e anche se sono sempre stata un fiasco con le date e i nomi delle battaglie, mi sarebbe piaciuto avere una macchina del tempo per saltare qua e là tra le epoche e passare un po’ di tempo, chessò, nella Roma Repubblicana tra Cicerone e Cesare e Ottaviano, nella Francia di Eleonora d’Aquitania a godermi il fior fiore della letteratura provenzale, nella Firenze di Dante e nella Mantova di Isabella d’Este. Non avendo la DeLorean di Ritorno al Futuro mi accontento del museo. Che a pensarci bene è la cosa più vicina ad una macchina del tempo. Basta avere un po’ di fantasia.

Gilded copper alloy candlestick, known as the 'Gloucester Candlestick', England, UK, early 12th century. Museum no. 7649-1861Oggi per esempio ho trascorso la giornata nell’Inghilterra della Regina Vittoria, quella dell’Estetismo, di Oscar Wilde e Aubrey Beardsley. Quella di William Morris e delle Arts and Crafts, dell’Orientalismo e dei Preraffaelliti. Mi aggiro tra le bacheche sfavillanti di gioielli e argenti Liberty, coloratissime ceramiche William de Morgan, delicati bicchieri di Philip Webb, abiti di velluto, mobili laccati in stile giapponese e mi sembra di essere uno dei personaggi del libro di A.S. Byatt che ho finito da poco di leggere e che tra le altre cose ha come protagonista anche questo museo. Basta aggirarsi al museo la mattina presto o la sera tardi per accorgersi che con le sue sterminate collezioni, il Victoria & Albert Museum è già di per se’ un luogo incantato. Ma nel libro lo diventa in tutto e per tutto.

220px-TheChildrensBook Qui, tra le infinite sale del museo di South Kensington, la scrittrice di libri per l’infanzia Olive Wellwood viene con i suoi figli per trarre ispirazione per la sua nuova storia. E qui, mentre conversa con Prosper Cain, curatore del museo, nota la misteriosa figura di un ragazzo intento a disegnare il candelabro di Gloucester, uno dei miei oggetti preferiti. Realizzato per la cattedrale di Gloucester all’inizio del XII secolo, è uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio

È il 1895 e da questo semplice episodio parte un romanzo che, attraverso le vicende di quattro famiglie e di molti altri personaggi, porta il lettore fino alla Prima Guerra Mondiale. Una miriade di personaggi ‘secondari’ circondano i Wellwood di Todefright, tra cui quella dello stravagante artista vasaio Benedict Fludd, il cui personaggio è modelato su quello del ceramista del rinascimento francese Bernard Palissy, mentre innumerevoli piccoli cammei sono dedicati anche a personaggi storici come William Morris e Oscar Wilde, ammalato e distrutto dopo essere uscito dal carcere e prossimo alla morte (avvenuta nel 1900), e ancora le suffragette, G. B. Shaw, Virginia Woolf e James Barrie, il ‘padre’ di Peter Pan.

Un periodo eccezionale quello, nel bene e nel male. Ora più che mai mi chiedo chissà cosa rimarrà di questa nostra epoca. Ai posteri l’ardua sentenza…

2016 ©Paola Cacciari

Ai Weiwei: quando l’arte è più forte del silenzio.

Che Ai Weiwei (nato nel 1957) fosse un artista scomodo lo si sapeva, che il governo cinese non si sarebbe dato la pena di demolire il suo studio di Shanghai nel 2010 se non lo fosse stato. Che fosse così scomodo da essere stato imprigionato per 81 giorni nel 2011 in una cella di massima sicurezza senza finestre guardato a vista da due guardie (anche quando andava in bagno) a cui era categoricamente vietato comunicare con lui ha a dir poco dell’incredibile. Il reato? L’aver parlato apertamente dell’ingiustizia e della corruzione che regnano sovrane nel suo paese.  L’essere costretto in uno spazio angusto con la costante, silenziosa e (soprattutto) non richiesta compagnia di due sconosciuti è una violenza incredibile, una vera e propria tortura. Io sarei impazzita dopo un giorno. Ma Ai Weiwei no. E una volta uscito è riuscito, nonostante la continua sorveglianza a cui era sottoposto, a riprodurre meticolosamente l’interno della sua cella in una serie di installazioni in scala ridotta intitolate S.A.C.R.E.D. 20111-1013 – installazioni che ho trovato profondamente inquietanti e non solo perché soffro di una leggera claustrofobia.

Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari
Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari

Ho fatto la conoscenza di questo incredibile artista proprio nel 2011, quando il museo in cui lavoro gli ha dedicato un display nelle Ceramics Galleries da titolo Ai Weiwei: Dropping the Urn (Ceramic Works, 5000 BC–AD 2010). E se all’inizio non ero particolarmente convinta che il gesto filisteo di distruggere reperti archeologici fosse arte, il lavorare ripetutamente in quelle sale per otto ore al giorno mi ha fatto cambiare idea. Che se ancora sono contraria alla distruzione di un vaso antico (sarei stata una buona restauratrice mi disse anni fa una restauratrice…) se non altro ora comprendo l’idea e la politica dietro questo gesto, che è fondamentalmente la condanna della Cina contemporanea che non si fa scrupolo di distruggere la sua storia passata davanti al progresso e alla modernità. Non sorprende che la Cina non lo lo ami.

Alla mostra che la Royal Academy gli ha dedicato, Ai Weiwei ha lavorato – almeno inizialmente – dalla Cina. Non per scelta, ma perché nel 2011 le autorità cinesi lo avevano arrestato all’aereoporto di Pechino con l’accusa (flebile) di frode fiscale e gli avevano ritirato il passaporto. i sono voluti cinque anni, 81 giorni di prigionia e innumerevoli raccolte di firme in tutto il mondo perché l’artista cinese potesse riottenere, insieme al suo passaporto, anche la possibilità di viaggiare e accompagnare così le sue opere alla mostra della Royal Academy, un’istituzione di cui è stato eletto membro onorario dopo il suo arresto nel 2011 come gesto di solidarietà da parte dei suoi compagni artisti e architetti.

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Ai Weiwei, Dropping the Urn. 2015 © Paola Cacciari

Che per Ai Weiwei arte e attivismo sono la stessa cosa, e tutta la sua arte parla delle condizioni della Cina anche quando indossa i panni del ready-made modello Duchamp (che non per niente era il suo eroe quando il giovane Ai studiava a New York negli anni Ottanta) come il gigantesco lampadario fatto di biciclette argentate – la bicicletta uno degli oggetti più tipici della Cina. Ma se Ai crea (o ri-crea), non esita anche a distruggere.

E infatti qui ho ritrovato i famosi vasi della Dinastia Qing coperti di vernice di Dropping the Urn e ho fatto conoscenza con le inquietanti Surveillance Camera and Video Camera, copie a grandezza natural delle telecamere installate dal governo cinese attorno al suo studio, una volta tornato il “libertà”, sebbene realizzate in marmo, il materiale “nobile” della Cina.

Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari
Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari

Per Ai Weiwei l’atto di onorare i morti è importante come l’arte stessa, anzi forse di più. Certo il pezzo più agghiacciante dal mio punto di vista è quello che occupa la sala più grande di Burlington House, un’installazione composta da duecento tonnellate di barre di ferro raccolte, raddrizzate una per una, a mano e ammassate con pazienza da certosino dall’artista e dai suoi assistenti. Si chiama Straight 2008-12 e tratta di in omaggio alle oltre cinquemila vittime, perlopiù bambini, del terremoto di Sichuan del 2008 che causò il crollo di venti scuole – le stesse da cui provengono le barre di ferro. Scuole costruite al risparmio da una classe politica corrotta che si è arricchita con il sangue di 5000 persone innocenti.Vi ricorda qualcosa??

Londra// fino al 13 Dicembre 2015

royalacademy.org.uk

Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum

Era il 1876 quando la Regina Vittoria, avvolta nel suoi abituale abito nero, inaugurava l’Albert Memorial, il monumento dedicato alla memoria del suo adorato cugino-marito, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo morto di febbre tifoidea nel 1861. Protetta dal gigantesco tabernacolo gotico scintillante di oro e mosaici, la statua del Principe Consorte veglia dall’alto del suo piedistallo sugli edifici di Albertopolis, l’area di South Kensington che si dipana lungo l’arteria di Exhibition Road.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i proventi della Great Exhibition di dieci anni prima. Con i suoi oltre sei milioni di visitatori in sei mesi, la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, fu la prima esposizione universale del mondo nata per celebrare le moderne tecniche industriali. Il suo successo fu tale che chiuse i battenti con un bilancio decisamente in attivo. Tanto che, su consiglio del Principe Alberto, la Royal Commission for the Exhibition of 1851 decise di investire parte dei fondi nell’acquisto di quell’area di terreno che vedrà la nascita nel cinquantennio successivo di istituzioni come l’Imperial College, la Royal Albert Hall, il Royal College of Art e il Royal College of Music, la Royal Geographical Society e il Royal Institute of Navigation, oltre ad uno tra i più formidabili complessi museali della di tutti i tempi. Tale area, ancora oggi affettuosamente soprannominata Museumland, ospita lo Science Museum, il Natural History Museum e quello che porta il nome del Principe Consorte, il Victoria and Albert Museum.

VA exterior©Victoria and Albert Museum
VA exterior © Victoria and Albert Museum

E giustamente. Che senza il suo cruciale contributo e la sua dedizione alla causa dello sviluppo economico britannico, la grande esposizione non sarebbe mai avvenuta e senza di essa quella grotta di Ali Babà che è l’odierno V&A non sarebbe mai esistito. E sarebbe stato un vero peccato.
Il fatto è che siamo talmente abituati ad averlo a portata di mano questo complesso di grandi musei che si tende a dimenticare che non sono sempre stati lì e che, anzi, la loro presenza è un’aggiunta relativamente recente al panorama culturale e architettonico della Capitale. Basta guardare qualche vecchia mappa catastale infatti, per realizzare che ancora nella prima metà del XIX secolo questa parte di Londra che si estendeva al Sud di Hyde Park era relativamente disabitata. Anche se, dopo la Great Exhibition, le cose sarebbero cambiate non poco…

Fondato nel 1852 con il nome di Museum of Manufactures poi ribattezzato South Kensington Museum nel 1857, il Victoria and Albert Museum è, tra quelli di Museumland, il più vittoriano dei tre, quello che più di tutti simbolizza le conquiste della rivoluzione industriale. A cominciare dal suo nucleo originale, costituito di una struttura architettonica in vetro e ferro tipica dell’ingegneria del periodo e soprannominata “Brompton Boilers” – struttura che, divenuta obsoleta con l’ingrandirsi delle collezioni, fu prontamente smontata e trasportata nell East End di Londra, a Bethnal Green, dove ancora oggi fa bella mostra di sé (sebbene ricoperta di mattoni) nel Museum of Childhood, anche’esso parte del V&A).
Una figura chiave per la realizzazione della visione del Principe Alberto fu Sir Henry Cole (1808-1882), il primo direttore del V&A. Piccolo, basso e con una criniera di capelli bianchi, e con il suo adorato cagnolino perennemente al seguito, Cole non era nuovo ad imprese di questo tipo: nel 1847 infatti aveva già provato a riformare il gusto popolare con la fondazione di un’azienda, la Felix Summerly Art and Manufactures che trent’anni prima di William Morris e delle Arts and Crafts voleva produrre oggetti di buona qualità a prezzi modici. Il sogno di Henry Cole era quello di educare il grande pubblico, oltre ad artigiani, artisti, studenti, e sin dall’inizio il V&A fu la prima istituzione ad offrire un’educazione all’arte e al disegno. Tale era la sua determinazione ad “educare” il gusto locale con la creazione di nuove gerarchie estetiche, che il nostro Henry arrivò persino ad organizzare una mostra chiamata “False Principles of Decoration” in cui, come dice il nome stesso, buoni e cattivi principi di decorazione e di design erano messi a confronto. Inutile dire che questo non gli valse le simpatie degli artigiani locali, che sentendosi ingiustamente accusati, protestarono al punto tale che la mostra dovette chiudere dopo due settimane!
Henry Cole voleva permettere a progettisti e designers britannici di accedere a diverse tipologie di oggetti d’arte e prodotti dell’industria manifatturiera provenienti dal continente, così da riformare il gusto nazionale vittoriano. Fornendo esempi di artigianato locale attentamente selezionati, voleva creare un’esposizione di oggetti bellissimi e altamente istruttivi che liberassero l’industria manifatturiera britannica dal complesso di inferiorità che esisteva nei confronti di paesi come l’Italia e la Francia. Ma non solo: Cole voleva educare la working class britannica rendendo possibile l’accesso al museo gratis per tre giorni la settimana e una sera. Il direttore infatti era dell’idea che l’apertura serale del museo fornisse un potente antidoto al pub. Vero o no, Cole fu un pioniere anche in questo, visto che tutti i musei di Londra al giono d’oggi offrono una late view generalmente il venerdì sera…

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum
The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

L’educazione del grande pubblico all’arte e alla bellezza in un’epoca in cui solo una minoranza privilegiata di persone poteva permettersi di viaggiare, unito al fatto di offire agli studenti d’arte la possibilità di disegnare gli esempi migliori di arte classica e rinascimentale, fu l’ispirazione dietro la nascita delle Cast Courts. In queste due magnifiche sale è ospitata la raccolta di calchi in gesso del museo (la maggior parte dei quali furono eseguiti tra il 1867 e il 1873) e che riproducono a grandezza naturale alcune delle più importanti opere scultoree italiane: dal Davide di Michelangelo, donato alla Regina Vittoria dal Granduca di Toscana (e per il quale si rese necessario commissionare nel 1857 una foglia di fico rimovibile di circa mezzo metro per evitare alla Regina Vittoria il trauma della nudità della statua, ora opportunamente esposta nella teca vicina…) al portale maggiore della Basilica di San Petronio della (mia) Bologna e alla Colonna di Traiano che per ragioni di spazio ha dovuto essere spezzata in due – e molte altre provenienti da tutta Europa. E se la raccolta di copie in gesso non fu una prerogativa solo del V&A, quella del museo di South Kensington è certamente rimasta unica nel suo genere, dato che il destino di molte collezioni europee fu quello di essere distrutte ad un certo punto del XX secolo, quando queste opere erano considerate una brutta copia degli originali, anziché un esempio importante del gusto di un epoca.

Il labirintico edificio che oggi si presenta agli occhi del visitatore moderno è il risultato di interventi architettonici diversi avvenuti in periodi diversi ad opera di architetti diversi – Francis Fowke, Henry Scott Young e Sir Aston Webb. La parte orientale, costruita tra il 1856-58, è la più antica, seguita dall’ala occidentale nel 1864 e dalla settentrionale tra il 1865-69. La National Art Library che chiude il grande cortile-giardino interno, il cosidetto Quadrangle costruito in stile rinascimentale Lombardo e concepito per essere la facciata principale del museo, risale al 1877-84. L’attuale facciata principale si deve ad Aston Webb che la costruì tra il 1899 e il 1909 ed è lunga circa 210 m.

The John Madejski Garden
The John Madejski Garden

Artisti e designer dell’epoca come le star dei Preraffaelliti Holman Hunt e Ford Maddox-Brown furono invitati a partecipare alla decorazione del museo. E se i due finirono con il non produrre nulla, Lord Frederic Leighton (quello di Leighton House) creò la serie di spettacolari affreschi che ancora oggi si possono ammirare nel Leighton Corridor, mentre il sempre intraprendente William Morris inaugurerà una lunga partnership con il museo non solo come artista, ma anche come consulente artistico; fu proprio lui infatti, a consigliare al comitato per l’acquisizione delle opere d’arte, un oggetto come il famoso tappeto Ardabil che si può ammirare nella sala del Medio Oriente.
Certo, il direttore un museo moderno oggigiorno non si sognerebbe di annegare le opere d’arte in esposizione in un mare di scintillanti mosaici e altrettanto scintillanti vetrate. Ma questa era la norma in un’epoca come quella vittoriana in cui gli edifici pubblici come tribunali, teatri, banche e musei erano dotati di una decorazione appropriate al ruolo che ricoprivano nella società. E basta passare nelle sfavillanti Silver Galleries per constatare di persona come gli artisti ed architetti ingaggiati da Cole non si fecero pregare per produrre una decorazione degna di un palazzo reale!

Certo una sala adeguata si dovette costruire per ospitare uno dei gioielli del V&A, i cartoni di Raffaello, il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso. Dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, i cartoni vagarono da un laboratorio all’altro prima di finire a Genova, dove furono acquistati nel 1623 dal principe ereditario inglese, il futuro Carlo I Stuart, per la manifattura di Mortlake. Dopo l’esecuzione del re, i cartoni furono acquistati poi da Oliver Cromwell e immagazinati alla Banqueting House per tornare in possesso della Corona inglese solo dopo la Restaurazione quando, su incarico di Guglielmo III che desiderava esporli, furono ricomposti, incollati su tela e restaurati. Il Re commissionò anche al grande architetto Sir Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral per intenderci) una sala apposita ad Hampton Court, dove restarono fino 1865, quando furono trasferiti al V&A per volere della Regina Vittoria, dove sono da allora in prestito permanente.

William Morris room©Victoria and Albert Museum
William Morris room ©Victoria and Albert Museum

Le collezioni del V&A sono suddivise in undici dipartimenti e sono esposte in 146 gallerie distribuite su sei piani sfalsati. E se il fatto che ci siano 7 miglia (o 11 km) di sale nel museo è una leggenda metropolitana più o meno credibile (vista la tortuosa vastità dell’edificio sono più propensa a credere alla verità della leggenda che non al suo contrario…), è certamente vero che il sito su cui sorge il Museo occupa 12 acri di terreno e le sue collezioni comprendono al momento della redazione di questo articolo 2,278,183 di oggetti. E in questa carrellata di tesori che vanno dai coniglietti di Beatrix Potter al Great Bed of Ware, il gigantesco letto a baldacchino del XVII secolo citato da Shakespeare ne La Dodicesima Notte, dalle sculture policrome vittoriane ai capolavori di Bernini, Canova e Rodin, dai cieli tempestosi di Turner e Constable ad una delle più ricche ed importanti collezioni di vetro e ceramica al mondo, è impossibile non restare affascinati dalla multiforme varietà degli oggetti esposti e dai materiali e dalle tecniche che li formano e che rappresentano il gusto, le passioni estetiche, le mode, gli stili – il modo di vivere insomma – di ogni classi sociale dal mondo greco-romano ai nostri giorni.
E allora armatevi di mappa, di scarpe comode e … buona visita!

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
vam.ac.uk
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Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da battere. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House
Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House
View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots
The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine