The Verve – Lucky Man (1997)

Periodo di grossa crisi nella mia vita quello della fine degli anni Novanta, in cui come accade nella Legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male lo aveva fatto. Tutto. Una vera catastrofe. E non scherzo.

Per qualche strano motivo questa canzone dei Verve, nel cui cui video la band sembra diverstirsi un sacco in quello che ora so essere Thames Reach, adiacente al complesso del Thames Wharf, progettato dall’architetto Richard Rogers (l’amico di Renzo Piano, insieme sono stati i responsabili del Centre Pompidou di Parigi) vicino ad Hammersmith, nella zona Ovest di Londra, mi sembrava il simbolo di titto quello a cui aspiravo. Un po’ di felicità.

Qui, un Richard Ashcroft alto ed allampanato (lo stereotipo dell’inglese metropolitano degli anni Novanta) canta accompagnadosi da una chitarra acustica, mentre il resto del gruppo lo guarda.  Vedevo il sole, il fiume, ascoltavo quelle parole che dicevano:

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am.

Ed io volevo essere lì, in quel momento. A Londra. Nel sole. Sul fiume. Happiness. More or less. Londra. Nel mio caso, much, much more, rather THAN less. 😉

 

The Verve – Lucky Man 1997

Should they Stay or Should they Go? L’Inghilterra di Brexit

La notizia della morte della parlamentare Laburista Jo Cox, uccisa a Leeds da un fanatico di estrema destra pro-Brexit mi coglie a Bologna da mio padre. Sono giorni pigri questi, trascorsi ad assistere il babbo che ha subito un piccolo intervento chirurgico e l’Inghilterra è un po’ più lontana del solito, come sempre accade quando mi fermo in Italia più a lungo dei miei soliti cinque giorni rituali. Forse è anche per questo che la notizia di questa morte violenta mi prende un po’ alla sprovvista.  E mi rattrista profondamente.

Ansa Non perché la conoscessi di fama (anche ne ho sentito il nome non lo ricordo) o perché era giovane, carina, madre di due figli e piena di ideali, ma perché è accaduta in quello che fino a poco tempo fa è sempre stato un esempio di tolleranza e civiltà come l’Inghilterra. E in questa nuova Inghilterra xenofoba e intollerante stento a riconoscere il paese in cui sono arrivata quasi vent’anni fa. Mai come ora la Cool Britannia sognata da Tony Blair non esiste più.

Le crisi, si sa, portano con sé xenofobia e intolleranza. E l’Inghilterra di oggi è un Paese in crisi d’identità. Forse non a Londra che, popolata di stranieri che vanno e vengono come in un porto di mare, ha persino eletto un sindaco mussulmano di origine pakistana in un momento in cui la caccia alle streghe portata dalla paura dell’IS è al massimo.  Ma Londra non è Inghilterra, è un universo parallelo che se affascina gli stranieri che accorrono sulle rive del Tamigi, poco rispecchia del resto del Paese. Paese che si sente sempre meno: meno europeo, mano tollerante e soprattutto, meno inglese. Ecco a voi le premesse per il Referedum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea che si terrà il prossimo 23 Giugno, il cosiddetto Brexit. Una data storica che sta causando panico nel mondo della finanza e non solo. Io confesso che sono preoccupata, anche se pare che per i residenti provenienti da stati membri della UE che vivono, lavorano e pagano le tasse in Inghilterra non cambierà quasi niente: probabilmente si dovrà ottenere in futuro un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) ottenibile dopo aver vissuto almeno cinque anni in Gran Bretagna e mostrando il contratto di lavoro, mentre chi vorrà venire per all’avventura come ho fatto io tanti anni fa, dovrà prima avere un lavoro.  E proprio la questione Brexit è stata la causa dell’omicidio della deputata Cox. Da mesi l’opinione pubblica è in preda a campagne sempre più feroci su cosa potrebbe capitare al Paese se la Gran Bretagna abbandonasse l’Unione Europea o se, al contrario, dovesse rimanere. Un vero e proprio terrorismo psicologico che nelle ultime settimane ha raggiunto toni a dir poco apocalittici da ambo le parti, tanto che il Primo Ministro David Cameron è arrivato addirittura a parlare di Terza Guerra Mondiale!

A St George's flag with the words 'KEEP OUT'

Io vivo a Londra da 17 anni e mai mi è capitato di assistere ad un evento come un omicidio politico.  Non è un caso che negli ultimi anni il partito xenofobo guidato da Nigel Farage, lo UKIP (United Kingdom Independence Party), da gruppetto di fanatici malvestiti ridicolizzato dai media è diventato una realtà politica con cui gli altri partiti misurarsi. “He’s a buffoon” afferma lapidario la mia dolce metà, senza neanche alzare gli occhi dal cruciverba: “Nobody will take him seriously” conclude con anglosassone certezza. Ma io che vengo da un Paese che ha visto Berlusconi al potere per circa diciotto anni, non li prendo più sottogamba questi buffoni. In fondo, a guardarlo, nessuno avrebbe mai pensato che uno stecchino nevrotico come Hitler avrebbe mai fatto ciò che ha fatto.

“Ma perché vogliono uscire?” mi chiede ieri sera al telefono mio cugino. “Cosa pensa la gente? Cosa pensano DAVVERO?” E’ curioso, ma per le ragioni di cui la stampa in genere non si occupa. Parla diverse lingue, è abituato a vivere con la valigia in mano per lavoro, ha una moglie norvegese e un figlio perfettamente bilingue: mio cugino è la quintessenza dell’Unione Europea.  E come lui lo sono molti altri, dagli imprenditori che vogliono restare nella Ue per non perdere l’accesso al mercato unico (anche se magari con meno burocrazia e più riforme) ai giovani britannici e al ceto medio di centro-sinistra, che chiedono a gran voce di restare. Al contrario, la destra conservatrice e gli appartenenti alle classi sociali più basse e disagiate e culturalmente meno educate sono per l’uscita. What a surprise.

La xenofobia non è una novità, è sempre esistita, ma mai come in tempi come questi, di incertezza economica, il nuovo e il diverso fanno paura. Anche in Inghilterra. Una paura che fa dello straniero, immigrato o no, il capro espiatorio per eccellenza, il nemico, la causa di ogni male. Una cosa che noi italiani dovremmo sapere bene, anche solo perchè noi stessi siamo stati per secoli un paese di emigrati, una cosa questa che molte persone, inclusi i politici della Lega Nord, sembra aver opportunamente dimenticato.

Anche nella civilissima Inghilterra la gente ha paura, si sente fragile, vulnerabile. Gli inglesi vogliono tornare ad essere un’isola, nonostante il tunnel sotto la Manica che in un paio d’ore ti porta da Londra a Parigi. In fondo le loro coste sono sempre state la loro migliore difesa contro le invasioni nemiche. Ma le cose stanno cambiando e laddove a nulla poterono neppure Napoleone e Hitler poterono nulla, stanno riuscendo le gangs di scafisti senza scrupoli che hanno spostato il loro businnes di scafisti dal Mediterraneo al Canale della Manica che trasportano frotte di disperati dal campo migranti di Calais sulle spiagge del Kent per avviarli ad una brillante carriera di crimine e prostituzione: la prima invasione per mare dai tempi di  Guglielmo il Conquistatore nel 1066. E tra coloro che diventeranno migranti “legali” avranno poi diritto all’assistenza sanitaria che in Inghilterra funzionerà anche male (tema che ho affrontato in un altro post…), ma è comunque gratuita e a sussidi vari e vari assegni famigliari, i cosidetti benefits, che Cameron ha cercato di difendere dall’assalto degli immigrati durante i vari meeting europeisti con la Merkel nel tentativo di placare una furiosa opinione pubblica e scongiurare così il referendum) e a cui tutti, cittadini britannici e nuovi arrivati, hanno diritto.

Calais

L’ansia provocata dal flusso incontrollato di migranti – un flusso iniziato già dagli anni Novanta quando i paesi dell’Est come l’Ungheria, la Polonia, l’Estonia, la Repubblica Ceca e la Slovenia cominciarono ad arrivare in massa, e ulteriormente esacerbato nel 2015 dall’arrivo incontrollato di rumeni e bulgari quando le restrizioni di circolazione per i cittadini di Romania e la Bulgaria sono decadute. Nessuno parla però degli spagnoli, a Londra numerossissimi, e di noi italiani che dal 2008 in poi abbiamo preso d’assalto la terra del fish and chips e ci siamo moltiplicati, tanto che spesso mi capita di passeggiare per strada a Londra e di sentire più italiano che inglese. “They are everywhere…” scherza con affetto la mia dolce metà strizzandomi l’occhio al supermercato davanti all’ennesima famiglia di londinesi-italiani. L’inviato a Londra di Repubblica, il giornalista Enrico Franceschini che da anni risiede nella Capitale Britannica, ci ha pure scritto un libro sopra opportunamente chiamato Londra Italia in cui racconta le storie degli italiani di Londra del perché ci vengono. Ricordo con una certa nostalgia il lontano 2003, quando ho iniziato la mia avventura lavorativa al museo e nel mio dipartimento eravamo solo in tre figli del Belpaese ed ora, a dodici anni di distanza, siamo almeno quadruplicati. Inutile dire che ho smesso molto tempo fa di sentirmi esotica… 😉

David Cameron con degli studenti in occasione del referendum sulla futura adesione della Gran Bretagna alla EU

Quest’Inghilterra sempre più europea dove il consumo di caffè ha battuto quello del te nelle bevande predilette dagli inglesi, dove non ci si può più scambiare gli auguri di Natale senza rischiare di fare torto a qualcuno, dove l’aceto balsamico si trova ovunque e dove Londra (e non solo) è diventata una delle grandi capitali culinarie del mondo smentendo di fatto tutti i miti che dicono che in Inghilterra si mangia male, sta perdendo la propria identità. E ci si sorprende che gli inglesi, conservatori per natura, vogliano uscire?

C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio

“Nessun Paese è riuscito a distruggere le proprie istituzioni con tanta solerzia come l’Inghilterra. Gli ultimi quindici anni sono stati segnati da classi dirigenti corrotte, dallo strapotere mediatico, da Grandi Fratelli e popolarità a ogni costo, da uno stile  di vita dettato dal gossip e da una famiglia reale sempre meno dignitosa e sempre più chiacchierata. Con uno stile vivace e ironico, Gaia Servadio raccoglie dati, avvenimenti, storie vere, mettendo a nudo le piaghe di una società ferita, colpita da mali simili a quelli che affliggono tutta Europa (e forse l’Italia in particolare): una burocrazia ipertrofica, l’aumento della disoccupazione, lo spreco di denaro pubblico, lo sfascio della sanità e dell’istruzione. L’Inghilterra del senso dell’umorismo, del distacco, il Paese guida della ricostruzione nel secondo dopoguerra si ritrova oggi deprivato di risorse e di speranza. A meno che i cittadini non ricostruiscano tutto quello che, da Margaret Thatcher a Tony Blair, è stato distrutto sotto i loro occhi: la tradizione, la cultura, la dignità, il senso dello Stato.”

313Q3fnKJfL._BO1,204,203,200_Con queste parole l’editore Salani descrive il libro C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio. Quando mio padre me lo regalò nel 2011, questo libro mi fece l’effetto di una bomba. Lo lessi con rabbia – una rabbia diretta principalmente all’autrice che mi aveva costretto a vedere quello che non volevo vedere, rompendomi il sogno della Cool Britannia come si rompe un giocattolo ancora semi-nuovo. Ma il danno era fatto, gli occhi mi erano stati brutalmente  e da allora non sono più riuscita a chiuderli. Meglio così.

Ho riletto questo libro di recente, dopo aver letto molti più giornali e dopo aver discusso molto di più di polita con amici e colleghi (che adesso e’ accettabile parlare di politica in Inghilterra, almeno tra i giovani), e soprattutto dopo aver sperimentato sulla mia pelle cinque anni dell’austerity dei Conservatori che – a sentir loro – non fanno altro che raccogliere i pezzi di un’economia rotta dal New Labour. E improvvisamente tutto ha cominciato ad avere senso. O almeno più senso di prima…

Scrittrice, storica e giornalista, Gaia Servadio vive dal 1956 tra la Gran Bretagna e l’Italia, quindi chi meglio di lei può raccontare “dall’esterno” questa spettacolare caduta? E lo fa in netti capitoli/ritratti, che ripercorrono principalmente gli ultimi trent’anni, anche se non mancano incursioni in anni più lontani, come quelle nell’amore Edoardo VIII per la divorziata americana Wallis Simpson o nel misterioso viaggio di Rudolf Hess, il portetto di Hitler, in Gran Bretagna nel bel mezzo della la II guerra Mondiale (se Churchill l’avesse saputo…!). E naturalmente dal libro non manca Margareth Thatcher, The Iron Lady, che odiava i deboli in quanto erano sanguisughe che succhiavano il sangue dello Stato e se avesse potuto li avrebbe sterminati tutti; certamente li sterminò dal suo Governo…

Ho rivissuto la vita di personaggi di cui avevo letto più o meno distrattamente sul giornale o, nel caso di Jade Goody, la “proletaria” londinese diventata famosa per aver partecipato al Big Brother, la morte in diretta televisiva nel 2009 per assicurare un futuro economico ai suoi figli. Aveva 28 anni e un cancro al collo dell’utero. Ma soprattutto ho letto con orrore di cose che mi erano sfuggite all’epoca, principalmente perché il mio inglese non era all’altezza e perché non avevo idea di chi la meta di questi personaggi fosse. Come l’aver sfacciatamente alimentato le menzogne sulla presenza di armi nucleari in Iraq di Tony Blair per portare il Paese in guerra – evento a cui viene legata anche la storia della misteriosa morte nel 2003 dello scienziato David Kelly, colpevole di aver puntato il dito contro quelle bugie.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps
“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by Kennard Phillips

E improvvisamente l’immagine “finta” creata da Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme che avevo visto alla mostra Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain nel 2010 e che allora non avevo capito, ora ha senso. I danni lasciati dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown sono stati epocali, direi ormai irreparabili. La degenerazione dell’Inghilterra che credevo di conoscere è definitiva. E quando la Servadio dice, ad un certo punto del libro, che l’Inghilterra di adesso è come l’Italia, ma senza il bel tempo non posso che convenire…

Ma non bisogna disperare, che ci sono ancora cose che funzionano meglio che da noi. In Novembre per esempio, il ministro del Tesoro  George Osborne all’ultima manovra economica non ha tagliato i fondi ai Beni Culturali, tra il sospiro di sollievo di tutti noi che lavoriamo nel settore. Il motivo?  Il fatto che uno dei migliori investimenti che una nazione può fare è nell’arte, nei musei, nei beni culturali, nei media e nello sport. Alla faccia di quel filisteo di Tremonti che nel 2010 aveva detto checon la cultura non si mangia.” Si mangia eccome, provare per credere…

Ma questo di Gaia Servadio resta un libro che tutti quelli che sognano ancora l’Inghilterra delle teiere con la Union Jack e la Cool Britannia dovrebbere leggere…

Su You Tube un’interessante intervista della giornalista.

2015 ©Paola Cacciari

Lusso, calma e voluttà? No, solo lusso, please.

“What is Luxury?” si chiede il Victoria and Albert Museum con la sua ultima mostra nello spazio dedicato all’arte contemporanea. E visto che da quando è iniziata in questa mostra mi è già capitato di lavorarci un po’ di volte, ho finito con il chiedermelo anch’io.

Non che manchino gli spunti di riflessione al riguardo sia ben chiaro che, soprattutto dal 2008, da quando cioè la Grande Crisi economica sta strizzando l’Occidente con la sua austerity come un tubo di dentificio in un pugno di ferro, abbiamo assistito (ebbene si’, anche in UK) allo sproporzionato arricchirsi di un piccolo 1% della popolazione, mentre il restante 99% tira avanti come può, spesso male. Uno dovrebbe essere talmente inferocito da questa sfacciata ingiustiza da voler assaltare l’House of Parlament come nel 1789 i francesi assalirono la Bastiglia, e il più delle volte lo siamo (io almeno lo sono e anche spesso). Ma siamo anche umani e a dispetto di tutto e tutti finiamo con il guardare con curiosità, un po’ di invidia e (mal riposta) ammirazione allo stile di vita di questa piccola minoranza di alieni che popolano le pagine di riviste patinate con le loro vacanze in luoghi esotici, i loro guardaroba senza fine e i loro fare festa come se non ci fosse domani.

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Paris Hilton

Siamo costantemente bombardati da immagini di oggetti di lusso, senza i quali la nostra esistenza si preannuncia triste e sconsolata – che si tratti di status symbol a quattro ruote come le varie Ferrari e Bentley e Aston Martin che poco a poco si sono sostituite nelle strade a marche più modeste (se una BMW si può considerare e tale…) e che sono parcheggiate distrattamente in strada come comuni utilitarie, di vacanze a cinque stelle in località esotiche, di abiti, borse o scarpe di marca.

 Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari
Advert for an Estate Agency. Gloucester Road, London. 2014© Paola Cacciari

Per non parlare degli appartamenti. Negli ultimi anni Londra è diventata la casa (o almeno il luogo in cui hanno comprato un’altra delle tante loro case…) alcuni dei più grandi ricconi della terra. Ti rendi conto che una zona si è “gentrificata” quando improvvisamente uno scantinato umido viene promosso da semplice “flat” (il normale termine per abitazione, appartamento) ad “apartment” (il sinonimo americano figo che ha una connotazione più residenziale). Persino il supermercato racconta la tua provenienza sociale e la salute del tuo conto in banca. Waitrose o Tesco? M&S o Morrisons? Dimmi dove fai la spesa e ti dirò chi sei.

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Ma allora, cos’è davvero il lusso? “Può essere una cosa davvero personale…” mi dice la mia amica/collega A., romana  e come me espatriata in terra angla davanti ad un caffè nel giardino della Estorick Collection dove eravamo andate a vedere la mostra di Modigliani (vedi articolo qui). È meglio possedere una cosa o basta averne il ricordo? In poche parole, come dice Shakespeare in Come vi piace (As You Like It) è meglio  “avere degli occhi ricchi e delle mani povere” o il contrario? Io che non sono particolarmente interessata a vacanze di lusso, auto veloci o abiti firmati, so benissimo cosa preferisco. Come Jaques nella commedia di Shakespeare preferisco possedere il ricordo  di un’esperienza straordianaria che possedere una cosa. Musei, teatri e l’abbonamento alla Royal Opera House, il meraviglioso teatro d’ Opera e balletto di Londra sono lussi di cui non voglio fare a meno; per A. che fa l’illustratrice il lusso sono (sarebbero) libri di fotografia, un bel divano e il tempo per leggerli. Ma il bombardamento di immagini di cui siamo costantemente circondanti è tale da riempirci la testa di cose che più o meno coscientemente dobbiamo desiderare, fornendoci così un idea generica ed inesatta di cosa sia davvero il lusso.

Il mercato dei prodotti di lusso ruota attorno il tempo, all’abilità di artigiani straordinari, alla pazienza e all’uso di materiali preziosi e ricercati e sono queste le cose comprate da chi compra un oggetto di lusso: perché comprare un Pateck Philippe quando si può comprare uno Swatch: non sono forse entrambi orologi? Ma questo non è il punto. Il punto è l’esclusività che si compra con il primo e che separa il possessore di un Pateck Philippe di comuni mortali che (come me) possono solo permettersi uno Swatch.

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In questo nulla è cambiato dal Medioevo e Rinascimento quando l’uso di certi colori, di certe fogge o di decorazioni architettoniche era proibito a chi non apparteneva ad una certa classe sociale (che non si montassero troppo la testa….). Conspicuous consumption l’aveva chiamato l’economista e sociologo statunitense di origine norvegese Thorstein Bunde Veblen (1857-1929), nel suo libro La teoria della classe agiata (1899). Veblen fu il primo a mettere nero su bianco ciò che per anni era stato fatto in modo più o mendo inconscio. La ricchezza non viene solo accumulata, ma mostrata in società attraverso l’ostentazione di beni costosi. Ciò porta inevitabilmente anche ad un singolare gusto, per cui il valore estetico di un oggetto è legato strettamente al suo costo economico. E, ieri come oggi, non appena le classi dominanti si sentivano imitate dal popolino abbandonano le fogge colpevoli per adottarne altre che li differenziassero da chi voleva, ma non poteva, essere come loro. Basta guardare in Inghilterra cosa è accaduto con la marca Burberry diventata così desiderabile dalla working class che nessuno della midlle o upper class non si avvicinerebbe neanche morto ad uno dei suoi modelli tartan, pena l’ essere associato – o peggio scambiato – per un chav, equivalente britannico del truzzo o del tamarro.

Mi piace il fatto che questa non sia una mostra che vuole fornire risposte, ma che vuole piuttosto sollecitare la riflessione. E lo fa con un misto di oggetti che vanno dall’eccezionale – come una pianeta di pizzo veneziano o una super tecnologica sella da equitazione di Hermès – a veri e propri inni al kitsch come una scimmia ricoperta di cristalli (mi chiedo io chi in possesso delle sue piene facoltà mentali vorrebbe condividere il proprio spazio abitativo con una scimmia ricoperta di cristalli??). Nella seconda parte della mostra, che si interroga su futuro del lusso, un orologio senza lancette suggerisce che, dal momento che le nostre vite si fanno sempre più caotiche e complicate, il tempo e  lo spazio per vivere le nostre vite sono diventati il vero lusso. E da persona cronicamente a corto di tempo quale sono, non posso che essere d’accordo…

2015 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Settembre 2015

Victoria and Albert Museum

Cool Britannia? No more.

Tra il personale temporaneo e non del Museo, ci sono numerosi stranieri. Molti italiani e diversi spagnoli, qualche portoghese: arrivati da paesi in crisi, questi giovanotti/e sono pronti ad iniziare una nuova life in the UK e a conquistare con le loro qualifiche e il loro entusiasmo il mondo dell’arte. Sono tutti super-qualificati, come il 98% di noi altri che siamo lì da anni e che ci siamo rassegnati al fatto che fare “il salto” dall’aver cura delle opere d’arte nelle sale del museo (proteggendole “dall’entusiasmo” di un certo tipo di pubblico come facciamo noi gallery assistant) a curare le mostre, non è poi così facile. Anzi, è una strada quasi impossibile per chi deve guadagnarsi da vivere e non ha la possibilità di imbarcarsi per mesi in stages non retribuiti. Ancora non sanno che il mondo dell’arte è lo stesso ovunque e che, gira e rigira, a parte poche eccezioni non importa chi sei, ma chi conosci. E non ho il cuore di dirgli che ora, anche qui a Londra, pare non ci sia davvero più nulla da conquistare. Non mi crederebbero.

Jamie Oliver backs Britain. Photograph: VisitBritain
Jamie Oliver backs Britain. Photograph: VisitBritain

Lo hanno ammesso anche i quotidiani inglesi. Lo ha scritto anche Enrico Franceschini su la Repubblica di un paio di anni fa. L’Inghilterra (anche se sarebbe meglio chiarlama Gran Bretagna) non è più il Paese di Bengodi. Forse tra pochi mesi con il referendum per l’indipendenza della Scozia che incombe, non si chiamerà neppure più Gran Bretagna. Chissà .
E la cosa più sconcertante non è tanto il cambiamento, ma la sua rapidità. La Cool Britannia, quella di Tony Blair, degli Oasis e delle Spice Girls, quella delle teiere con la Union Jack non esiste più: l’economia è implosa, a Blair si è sostituito David Cameron e con lui i conservatori hanno inaugurato l’era dell’austerity. Certo Londra va ancora di moda tra gli adolescenti (e non solo) in cerca di fortuna o di se stessi: basta fare come i miei nuovi colleghi del museo e chiudere gli occhi davanti all’evidenza e vedere quello che si vuole vedere. Ma per me è davvero inquietante vedere come in soli quindici anni questo Paese si sia trasformato. E non in meglio.

‘We are all in this togheter‘ ha detto Cameron agli elettori quando è diventato Primo Ministro nel Maggio del 2010: ci siamo dentro tutti insieme. Ma ovviamente non è vero. Che come al solito “in questo” ci sono dentro solo i ceti medio-bassi, che anche qui come in Italia, la crisi non è certo un problema dei ricchi. Se poi i ricchi sono i ricconi d’importazione, i miliardari russi, arabi e indiani etc etc, che comprano i palazzi di vari milioni (di sterline) in Kensington e portano il cane a fare il pedicure da Harrods, allora poi il fenomeno non sussiste, che tanto loro i soldi per comprarsi palazzi e squadre di calcio in Chelsea ce li avranno sempre.
Colpa di Tony Blair che ha portato il trend di coccolare i ricchi forestieri iniziato da Margaret Thatcher, a livelli di perfezione mai visti prima, indipendentemente da chi fossero e di che colore avessero l’anima o la fedina penale, dato che persino Pinochet è stato qui a riprendersi dopo un operazione, coccolato e riverito come se nulla fosse. Uh! D’altra parte, non ci si poteva aspettare altro da uno che passa le vacanze in sardegna con Berlusconi.

August 2004: the then British prime minister, Tony Blair, and his wife, Cherie, with Berlusconi at his villa in Porto Cervo, Sardinia. Photograph: Davide Caglio/EPA
August 2004: the then British prime minister, Tony Blair, and his wife, Cherie, with Berlusconi at his villa in Porto Cervo, Sardinia. Photograph: Davide Caglio/EPA

Il risultato è che ora più che mai ci sono due londre: quella di pochi ricchissimi locali e dei miliardari russi e arabi – e quella (sempre più grande) di tutti gli altri, quelli che i ricconi li possono solo guardare da lontano. E non parlo metaforicamente: la crescita selvaggia degli affitti sta costringendo persone e negozi a gestione famigliare ad abbandonare il centro di Londra, che sta lentamente morendo. La gente che lavora nel settore terziario non è pagata abbastanza per vivere in città.
E se prima si aveva la sensazione che questa fosse una città dove tutto era possible, ora persino il forestiero intossicato dalla varietà di lingue e culture, se si ferma un po’ più a lungo del solito week-end, finisce con il percepire presto la ricchezza di pochi e la sempre piu’ evidente non-ricchezza dei più. La disoccupazione è a livelli mai visti prima (nonostante il ministro delle finanze George Osborne continui a dire che l’economia è in ripresa) e con essa è cresciuto anche il razzismo e la xenofobia. Perchè quando non c’è lavoro la colpa è sempre degli immigrati e ne sappiamo qualcosa in Italia con le esuberanti dichiarazioni della Lega…
E se prima erano gli Ebrei il bersaglio della xenofobia di gruppo, ora sono gli europei dell’Est e gli immigrati clandestini. Mentre a tutti gli altri, i normali impiegati, il personale ospedaliero, scolastico e del settore pubblico delle arti & cultura, non resta che sognare case che non potranno permettersi mentre viaggiano piagiati come sardine in una scatola troppo stretta, su treni e metropolitane che dai sobborghi li portano ad un posto di lavoro che permetterà loro di guadagnare lo stretto necessario che serve per pagare l’affitto, il trasporto e poco altro.
È un cane che si morde la coda. Che anche il Dr Johnson sarebbe scandalizzato davanti allo spettacolo della Londra moderna, corrotta e priva di buone maniere. Inutile dire che questo mi fa proprio arrabbiare.