La Battaglia dell’Aldi… 😉

Ieri al Museo, nella Photography Gallery, mi è capitata sotto agli occhi una foto del 1853 di Gustave Le Gray  che riproduce una scultura dell’Arco di Trionfo di Parigi intitolata La partenza dei volontari del 1792, detta anche La Marseillaise, dello scultore François Rude.

File:Attributed to Gustave Le Gray, "Marseillaise," Arc de Triomphe, Paris, about 1853.jpg
Attributed to Gustave Le Gray, “Marseillaise,” Arc de Triomphe, Paris, about 1853

E allora mi sono ricordata di questa meme che circolava su Internet lo scorso Aprile, in pieno Covid-lockdown, quando il popolo inferocito ha dato l’assalto a negozi e supermercati come fossero la Bastiglia, uscendo invece che con le le armi, con carrelli pieni di pasta, barattoli e carta igienica. Non a caso, è opportunamente intitolata Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Bataille de l'Aldi (Aprile 2020 D.C.)
Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Ora, con i casi di Covid che continuano ad aumentare senza sosta – cortesia dei covidioti che non non rispettano le regole, la distanza e non indossano la mascherina, Boris Johnson minaccia multe feroci e un un nuovo lockdown. E certo come il raffreddore in inverno, è il fatto che la gente ha ripreso ad assaltare i supermercati.😬 Corsi e ricorsi della storia… 🙄

Riflessioni sulla quarantena.

Penso a tutte le esperienze che ho fatto durante la quarantena. E non parlo solo della serie di incredibili balletti che il Teatro Bolshoi e la Royal Opera House hanno messo a disposizione gratuitamente sui loro canali YouTube; o delle opere (sempre gratuite) in streaming on demand sul sito del Metropolitan Teatre di New York; o dell’abbonamento a Prime Video fatto per errore (sono sempre stata restia, non chiedetemi perché…) e che mi ha fatto scoprire il mondo straordinario dei film e delle serie TV internazionali – russe, e tedesche, e francesi e italiane – si’, anche quelle di casa nostra, che quando vengo in Italia non ho mai tempo di andare al cinema o guardare la TV. Ma di tutte le cose che ho imparato, o ri-imparato.

La quarantena mi ha riabituato a pensare all’oggi, a vivere nel presente, a cercare di godermi gli attimi di felicità che la vita mi mette davanti di continuo e che troppo spesso ho scelto di non vedere. Come guardare per la centesima volta L’Ispettore Barnaby sul divano con la mia dolce metà 😉 mangiando il tiramisù che avevo fatto nel pomeriggio, e senza sentirmi in colpa perché non sto stirando, per esempio.

Da quando ho ricominciato a lavorare, ho  smesso di affannarmi a cercare di infilare quante più cose possibili nella mia giornata di libertà come facevo prima, tutta presa com’ero dalla paura di perdermi anche solo un attimo di quella Londra straordinaria che niente e nessuno avrebbero mai potuto restituirmi. Eccetto che nella mia foga di “vedre gente e fare cose” (per quotare il Nanni Moretti di Ecce Bombo) non mi accorgevo che la mia vita stava andando più veloce di me, ed io non riuscivo a starle dietro. Poi il Covid ha tirato il freno a mano e tutto si è fermato di colpo. E ho scoperto che tanta fretta non mi manca. Non mi manca più. E non lo dico solo per il fatto che, nonostante mostre e musei stiano riaprendo (i teatri sono ancora off-limits per il pubblico), ma perché semplicemente non riesco a vedere più lontano della settimana prossima. Non parliamo quindi di biglietti per l’opera comprati con sei mesi di anticipo – che da qui a sei mesi con la Brexit che incombe, l’inverno e la probabile seconda ondata di Covid e la crisi economica che aleggia cupamente nell’aria, chissà come saranno le cose, come sarà l’economia, se ci sarà ancora un un’economia o lavoro con cui pagare il teatro, o un teatro in cui andare e a vedere il balletto. Chissà.

2020 ©Paola Cacciari

Wuhan. Diari da una città chiusa: la recensione del libro di Fang Fang

“Wuhan. Diari da una città chiusa”, scritto da di Fang Fang, tradotto da Caterina Chiappa e con la postfazione di Michael Berry, edito in Italia da Rizzoli, è un libro che entrerà nella storia. Senza se e senza ma. La già nota scrittrice cinese ha raccontato per 60 giorni, attraverso altrettanti capitoli pubblicati online, il…

Wuhan. Diari da una città chiusa: la recensione del libro di Fang Fang

Londra è di nuovo sveglia, ma qualcosa è cambiato.

Dopo i tre mesi di lockdown in cui si è fermata, Londra, la città in moto perpetuo, è di nuovo sveglia. Le strade si sono ripopolate, la gente ha ricominciato ad uscire riversandosi nei parchi e nei pub, avida di contatto umano e di Estate. Tanto da farmi dubitare di aver davvero visto solo in Aprile sui social media, le immagini  di luoghi di solito pieni di gente fino a scoppiare come Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Oxford Street, completamente deserti, surreali come un quadro di Dali. Negozi e ristoranti hanno riaperto, gli aerei hanno ricominciato a volare e le persone hanno (dapprima cautamente, poi sempre più incoscientemente) ripreso ad andare in vacanza. La vita insomma si è rimessa in moto. Ed ora, poco a poco, uno alla volta, stanno riaprendo anche i musei. Anche quello in cui lavoro io.

Tornare nelle sale del museo è stata per me un’esperienza surreale. A prima vista tutto sembra come prima – l’edificio, le sale, l’uniforme, le procedure: tutto torna alla mente, uguale, automatico, come se nulla fosse cambiato. Eccetto che non lo è: tutto è diverso e non so se tornerà mai come prima. Certamente tutto è diverso per me. Io sono cambiata, e molto.

Il primo giorno di lavoro dopo la quarantena è stato il più strano di tutti. Mi sentivo un po’ come la spettatrice privilegiata di un film che non riusciva a coinvolgermi emotivamente. Era come se tra me e le mie azioni ci fosse una barriera trasparente: mi vedevo vivere come si vedono i pesci attraverso il vetro di un acquario. D’altronde, dopo mesi in cui non ho visto quasi nessuno, chiusa com’ero nella mia bolla fatta di libri, scrittura, studi online e film in streaming, il riabituarsi ad interagire con altri esseri umani che non fossero il mio compagno o le commesse del supermercato, è stato a dir poco estenuante… Tutto al museo – le sale in cui ho trascorso tanto tempo, le opere d’arte che ho tanto amato e ammirato e che mi hanno accompagnato durante le mie giornate, i miei colleghi/amici che tanta parte avevano nella mia vita prima del lockdown – tutto dicevo, era lontano e allo stesso tempo incredibilmente familiare. Come se la mia vita non si fosse mai interrotta in Marzo.

Eccetto che si è interrotta eccome, la mia vita, in Marzo. E me lo ricordano quotidianamente le mie azioni ogni volta che mi fermo di colpo prima di abbracciare parenti, amici e colleghi, ogni volta che corro a lavarmi le mani appena rientro in casa o che me le disinfetto quando non c’e’ un lavandino disponibile, che pulisco con la candeggina interruttori della luce, il cellulare e la tastiera del computer, o che controllo di avere una mascherina o due prima di uscire di casa. Si chiama nuova normalità, ma di normale non ha proprio niente.

London, England. A mural by street artist Lionel Stanhope on a bridge wall in Ladywell, south-east London Photograph: Matt Dunham/AP
London, England. A mural by street artist Lionel Stanhope on a bridge wall in Ladywell, south-east London Photograph: Matt Dunham/AP

 

And Quiet Flows the Don (1928) by Mikhail Sholokhov

“When swept out of its normal channel, life scatters into innumerable streams. It is difficult to foresee which it will take in its treacherous and winding course. Where today it flows in shallows, like a rivulet over sandbanks, so shallow that the shoals are visible, tomorrow it will flow richly and fully.”

Mikhail Sholokhov