Boris Johnson e il COVID-19 🇬🇧

La gestione della pandemia da parte del Governo di Boris Johnson 🇬🇧 sarebbe degna di un aforisma di Pirandello.
Meglio vedere il lato comico allora, che se ci si ferma a riflettere finisce che ci si mette a piangere… 😒 

Lady Death: la storia di Lyudmila Pavlichenko

“Eleanor Roosevelt: E voi chi siete?
Ljudmyla: Sono un cecchino.
Eleanor Roosevelt: Una donna cecchino?
Ljudmyla: Nel nostro Paese le donne combattono in guerra insieme agli uomini.
Eleanor Roosevelt: E quanti uomini ha ucciso?
Ljudmyla: Nessun uomo, solo fascisti. Trecentonove.”

Questo scambio di battute mi ha bloccato mentre, prima di scaricarlo, stavo cercando di capire se questo film mi sarebbe piaciuto. A pronunciarle erano la moglie del Presidente degli Stati Uniti, Eeonor Roosvelt e una donna soldato dell’esercito dell’Armanta Rossa, piccola e dai lineamenti delicati come quelli di una bambina. Mi sono incuriosita.

Confesso che non guardo molti film, soprattutto se si tratta di film di guerra, preferisco i documentari o, in una vita pre-COVID-19, l’opera e il balletto. Ma visto che i documentari non sono infiniti e il teatro è ancora fuori questione, sto esplorando altre alternative online. E ieri, complice quel pozzo senza fondo che sembra essere Amazon Prime, mi sono imbattuta su questo Battle for Sevastopol. Uscito nel 2015, il fim, una produzione congiunta russo-ucraina che quasi ha rischiato di non uscire affatto nelle sale cinematografiche a causa del conflitto esploso proprio in quel periodo tra le due nazioni sulla penisola di Crimea.

E sarebbe stato davvero un peccato che, sebbene molto romanticizzato, con vari personaggi fittizi e molte deviazioni dal vero, il film racconta la storia di Lyudmila Pavlichenko il cecchino che a soli 25 anni divenne una leggenda durante gli Assedi di Odessa e Sebastopoli nel 1941-42 per aver ucciso 309 nemici – tanto da guadagnarsi il nomignolo di “Lady Death”.

Ma chi era questa Lady Death? Prima di diventare tale, Lyudmila Pavlichenko (1916-1958) era una ragazza come molte nell’U.R.S.S di Stalin: seria, studiosa e amante dello sport e della Patria con la ‘P’ maiuscola. Di giorno lavorava in fabbrica e di sera studiava con ottimi risultati. Era anche molto competitiva e proprio per dimostrare ad un conoscente che una donna poteva sparare bene come un uomo, si iscrisse al tiro a segno locale. Neanche a dirlo, con risultati sbalorditivi.

Dopo la parentesi di un breve e insoddisfacente matrimonio all’età di sedici anni da cui nacque un figlio, Lyudmila si iscrive alla facoltà di storia all’Università di Kiev. Ed e’ li’ che la sorprende l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Come le donne raccontate da Svetlana Aleksievic in La Guerra non ha un volto di donna, anche la giovane Lyudmila corre ad arruolarsi volontaria per servire la Patria.

Ma non e’ facile per una donna, anche se una con un diploma di tiratrice scelta e una mira infallibile come la sua, convincere i capi dell’esercito dell’Armata Rossa che sarebbe stata più utile come fuciliere che come infermiera. E solo dopo molte insistenze le e’ finalmente permesso unirsi alla fanteria e combattere in prima linea – anche se la mancanza di armi da fuoco significo’ che inizialmente dovette aiutare a scavare trincee.

Quando riusce a mettere le mani su un fucile e a dimostrare ai suoi compagni di saperlo usare anche meglio di loro, Lyudmila si rivela cecchino eccezionale, diventanto presto notoria anche tra l’esercito tedesco, che cerca piu’ volte di convincera a cambiare parte con promesse di incredibili onori militari. Promesse che, al suo rifiuto, furono trasformate nella minaccia di farla in 309 pezzi, come il numero delle sue vittime. Se i tedeschi pensavano di spaventarla si sbagliavano: pare infatti che la minaccia l’abbia lusingata moltissimo, poiché significava che il suo conteggio era esatto!

Lyudmila Pavlichenko
Lyudmila Pavlichenko

La sua carriera di tiratrice scelta finisce nell’estate del 1942 quando, ferita gravemente da una granata, la Pavlichenko e’ trasferita nelle retrovie per addestrare i nuovi cecchini. Considerata troppo preziosa per essere rimandata al fronte la giovane diventa un po’ la ‘poster girl’ dell’Armata Rossa e, alla fine del 1942, viene spedita negli Stati Uniti e in Canada insieme ad una delegazione sovietica per un tour di conferenze che avevano lo scopo di convincere gli americani ad inviare più truppe in Europa in supporto degli alleati.

Alla Casa Bianca (la prima cittadina sovietica a metterci piede) la Pavlicencko fu ricevuta dal presidente Franklin Roosevelt e da sua moglie Eleanor che a sua volta la invitò a girare il Paese per parlare delle sue esperienze in combattimento. Non sorprende che Eleanor Roosevelt, lei stessa una donna fuori dal comune restò molto colpita dal giovane cecchino e tra le due donne nacque una profonda amicizia che durò per tutta la vita.

Герой Советского Союза снайпер Людмила Павличенко до войны закончила школу снайперов Осоавиахима. Свою боевую работу она начала в боях под Одессой. Отважная патриотка уничтожила свыше 300 фашистских офицеров и солдат.

Inutile dire che la stampa americana (soprattutto quella femminile) ebbe, almeno all’inizio, non poche difficoltà a prendere sul serio la Pavlichenko concentrandosi invece che sui suoi trionfi sul campo di battaglia e sulle sue prodezze con il fucile, sul suo aspetto fisico, sulla lunghezza della gonna dell’uniforme, sulla sua biancheria, se si truccasse in trincea e su quale smalto per unghie facesse uso. L’atteggiamento dei giornalisti americani la lasciò completamente di stucco. Abituata all’Unione Sovietica dove l’uguaglianza tra i sessi aveva fatto passi da gigante e il suo ruolo come cittadina, combattente e soldato era inquestionabile, il fatto che negli Stati Uniti fosse considerata come una sorta di fenomeno da baraccone in quanto donna, fu per Lyudmila Pavlichenko un vero shock. E Chicago, davanti una una folla di spettatori e giornalisti a per sentirla parlare, famosamente disse:

“Signori, ho 25 anni e ormai ho ucciso 309 nemici fascisti. Non pensate, signori, che vi nascondiate da troppo tempo alle mie spalle?”

 

2020 ©Paola Cacciari

I diari del COVID_19 #10

Ho accolto con grande soddisfazione l’annuncio del Governo che dalla prossima settimana sarà obbligatoria la mascherina sui mezzi di trasporto nazionali – anzi non capsico perche’ non sia obbligatoria e basta per chiunque voglia mettere il naso fuori di casa.

Tuttavia per chi come eme porta gli occhiali questo comporta un certo problema logistico: il costante appannamento degli occhiali… 🤓

Bologna in Russia

Viale Fioravanti a Bologna non andrebbe molto lontano in un concorso di bellezza sulle vie della città. Nel quartiere Navile, al Nord della linea ferroviaria, un tempo era una delle aree più produttive della città, sede del mercato ortofrutticolo, ma da tempo caduta in disgrazia e abbandonata alla microcriminalita’, nonostante i vari tentativi di riconversione e riqualificazione urbana operati dal Comune.
Nella mia mente, viale Fioravanti sarebbe sempre stato associato al Centro Sociale indipendente LINK (acronimo di L’Isola nel Kantiere o LINK Project), in cui andavo a sentire musica tecno e a bere birra durante i miei giorni universitari, e ai bellissimi murales che l’artista di strada Blu aveva dipinto sui uri esterni della struttura.
Non ho mai pensato al nome della strada o al personaggio che le aveva dato il nome – che un nome ce l’aveva, Aristotele Fioravanti. Ma non mi sono mai preoccupata di sapere chi fosse. Fino a due giorni fa, quando su Amazon Prime mi sono imbattuta su una serie televisiva russa sulla storia della Principessa Sofia Paleologa.

Ora, direte voi, che centrano una serie TV russa e una principessa bizantina con una strada di Bologna? Centrano, centrano. Abbiate pazienza. Che se non fossi stata bloccata dal COVID-19 e non avessi ceduto alle lusinghe della sottoscrizioni su internet, non sarei mai venuta a conoscenza di questo singolare scambio interculturale tra la Russia e la mia Bologna avvenuto nella seconda meta’ del XV secolo.

Nato a Bologna nel 1415 (motivo per cui gli è stata dedicata una strada in primo luogo…) Ridolfo “Aristotele” Fioravanti era un architetto e medaglista, ma soprattutto fu un brillante ingegnere militare, civile e idraulico.  E proprio a Bologna Aristotele realizzò importanti opere architettoniche in cui utilizzò innovazioni tecniche, ponteggi e macchinari per la ricostruzione delle torri delle famiglie nobili della città, cosa per cui divenne celebre. Riuscì persino a sposta di oltre 13 metri e senza danneggiarla, la torre di Santa Maria della Magione (alta 24 metri) con un sistema di cilindri – un vero prodigio della meccanica, avvenuto nel 1455 tra lo stupore dei bolognesi. Semre a Bologna, Fioravanti realizzò anche il progetto della nuova facciata del Palazzo del Podestà, che chiude con la sua grazia rinascimentale la gotica Piazza Maggiore – anche se l’edificio fu terminato solo nel periodo 1484-1494 da Giovanni II Bentivoglio.

Ma il nostro Fioravanti bolognese non si fermava mai e gli anni tra il 1458 e il 1467 lo vedono prima a Firenze al servizio di Cosimo de’ Medici, poi a Milano; nel 1467 Mattia Corvino, re d’Ungheria chiese il suo intervento per costruire ponti e castelli per arginare l’avanzata dei Turchi.

La sua fama di ingegnere arrivò anche in Russia dove la nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI Paleologo, Zoe Paleologa (1455-1503), aveva sposato Ivan III di Russia ed era diventata la Gran Duchessa e principessa di Mosca con il nome ortodosso di Sofia.

Sofia era una donna straordinaria. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani nel 1453, in cui morì l’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, il padre di Zoe Tommaso Paleologo (il fratello minore del defunto Costantino XI) fuggì a Roma. Qui, il 7 marzo 1461, fece il suo ingresso trionfale come legittimo erede dell’Impero Bizantino1.  Alla morte del padre Tommsaso, Zoe fu adottata dal Papa e crebbe alla corte di Sisto IV, la sua educazione affidata alle cure del cardinale e umanista greco Basilio Bessarione.

Probabilmente fu proprio di Bessarione l’idea di proporre Zoe come sposa per sovrano russo Ivan III, probabilmente con la speranza di rafforzare l’influenza della Chiesa cattolica in Russia, o di unire cattolici e ortodossi come era stato stabilito nel Concilio di Firenze. Qualunque fosse il vero motivo del Papa per il matrimonio, il progetto fu un fallimento per Roma, visto che appena arrivata Sofia ritornò immediatamente alla fede Ortodossa dei suoi antenati. Ivan III, dal canto suo, interessato allo status e ai diritti derivatigli da un’unione con la principessa di Costantinopoli, fu più fortunato.

Il matrimonio fu celebrato per procura a nella Basilica di San Pietro a Roma nel giugno 1472 e in Novembre Sofia arrivò finalmente a Mosca.
Inutile dire che la presenza di questa greca cresciuta nell’Italia umanista colta e dal carattere forte, fu una delle principali fonti di tensione alla corte di Ivan III, secondo cui il Gran Principe si lasciava troppo influenzare dai suggerimenti della moglie. Certo, se fu lei a suggerire allo Zar l’introduzione al alla sua core dello splendore e della meticolosa etichetta delle cerimonie bizantine (che se Mosca doveva diventare la Terza Roma bisognava darsi da fare) lui accettò il suggerimento di buon grado…

La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti
La Cattedrale della Dormizione di Mosca progettata da Aristotele Fioravanti

Comunque. Probabilmente fu grazie all’insistenza di Sofia che Ivan III di Russia chiamò Aristotele Fioravanti, allora impiegato presso il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, per affidargli la ricostruzione da zero della cattedrale della cattedrale della Dormizione, che era stata distrutta da un terremoto, un evento estremamente raro a Mosca, nel 1474. Qui tra il 1475 e il 1479 Fioravanti diresse la costruzione della nuova cattedrale. Ispirata alla preesistente cattedrale della Dormizione di Vladimir per la costruzione, Fioravanti tuttavia progettò un edificio luminoso e spazioso in cui i retaggi rinascimentali si fondevano alla tradizione russa.
Da eccellente ingegnere qual’era, il bolognese utilizzò per la costruzione una tecnica ultramoderna simile al cemento armato che inglobava uno scheletro di ferro entro la costruzione stessa.

Per anni Fioravanti servì fedelmente Ivan III e più volte chiese il permesso di poter tornare in patria, facendo intervenire anche il Governo di Bologna, ma lo zar Ivan III fu irremovibile e negò l’assenso ad ogni sua istanza. Fioravanti morì a Mosca nel 1486 circa, senza mai rivedere Bologna.
Non guarderò mai più né viale Fioravanti né il Palazzo del Podestà come prima…

2020 ©Paola Cacciari

I diari del COVID-19 #9 (Neologismi)

Cosa affascinate la lingua: malleabile e sempre in sintonia con i tempi. E anche in piena pandemia la lingua svolge la sua funzione di testimone sociale.

Tra i brillanti neologismi che il COVID-19 ci lascerá in ereditá (alcuni dei quali letteralmente traducibili in italiano) ci sono verbi come “Doomscrolling” (doom+scrolling) coloro che consumano in modo ossessivo in uno sforzo di assorbire quante più notizie deprimenti sulla pandemia nel tentativo di deprimersi ancora di più, “CovideoParty” una festa su qualche piattaforma virtuale, come HouseParty per esempio, “Quarantini” (quarantine+Martini), ogni tipo di aperitivo o bevanda alcolica sorseggiato a casa mentre si chiacchiera con gli amici su ZOOM.

Ma la mia preferita, soprattutto perché la più utile è “Covidiot” (In italiano, Covidiota) colui che accumula carta igienica, esce quando non è necessario, ed infrange le regole di allontanamento fisico richieste dal Governo per andare al mare o prendere il sole al parco. O, in alternativa, qualcuno che va al mare o al parco a scattare foto di persone al mare o al parco che infrangono le regole di allontanamento fisico e svergognarle sui social media per essere andate al mare o al parco.

Il termine “covidiot” è apparso per la prima volta il 16 marzo nel dizionario online dedicato ai neologismi Urban Dictionary. Secondo il dizionario, Covidiot è “Qualcuno che ignora le avvertenze relative alla salute pubblica o alla sicurezza.” Il 22 Marzo invece l’hashtag #covidiot è apparsa su Twitter in riferimento ai tipi di comportamento sbagliato legati all’infrangimento delle regole di allontanamento fisico.

Il non prendere sul serio una pandemia globale è una cosa gravissima e lo svergognamento online è certamente una punizione efficace per i recidivi e un avvertimento per dissuadere i potenziali ‘criminali’. Da sempre l’umiliazione pubblica è stata usata come forma di punizione e, dopotutto, andare in un luogo pubblico affollato, accumulare pasta, carta igienica e paracetamolo, significa mettere  repentaglio la vita di altre persone.

Tuttavia, mi chiedo, come sia possibile che ancora nel XXI secolo il puntare il dito contro gli altri sia ancora l’unico modo per cambiare un comportamento sociale, soprattutto durante una pandemia in cui aggiungere ulteriore ansia ad quella già esistente è l’ultima cosa di cui ci sia bisogno. Questo prendersela gli uni con gli altri come bambini, incolpando gli individui per le misure incoerenti e confuse attuate dal Governo, è davvero l’unica cosa che ci è rimasta?

2020 ©Paola Cacciari

I diari del COVID-19 #8

Il cosidetto Cummings-gate non è finito qui. Mercoledì scorso, Emily Maitlis, popolare giornalista televisiva alla BBC da quasi vent’anni, aveva aperto l’edizione serale del suo programma Newsnight dicendo che Dominic Cummings aveva violato le regole della quarantena. Tutto il paese l’aveva capito, ed che era sorprendente che il Governo lo negasse, ha continuato la giornalista, aggiungendo che in questo modo Downing Street non solo ha fatto passare per stupidi coloro che invece hanno fatto di tutto per rispettarle le regole, ma che ha dato ad altri il pretesto per violarle. Ha concluso che con più a lungo i ministri e il primo ministro contunueranno a dire alla nazione cheCummings ha rispettato le regole, piu’ grande sarà la rabbia per questo scandalo. Uh! Go On Girl !!!

Un editoriale del Financial Times pubblicato mercoledì sostiene che l’opinione pubblica abbia ragione a essere arrabbiata per i comportamenti di Cummings, e che sia stato poco saggio da parte di Johnson fare finta di niente. Non solo perché per difendere Cummings il Primo Ministro ha specato molta della sua credibilità (che già non era altissima dopo il COVID fiasco del come è stata gestita la crisi sanitaria), ma anche perché ora sarà più difficile fare rispettare le regole di distanza sociale.

Inutile dire che l’insolito monologo d’apertura della Maitlins è diventato virale, e sebbene apprezzato da molti (tra cui la sottoscritta), è stato criticato da molti politici conservatori, e anche da alcuni giornalisti, che hanno ritenuto la presa di posizione della collega eccessiva e non conforme alla tradizionale imparzialità dei notiziari della BBC, che l’ha prontamente richiamata. Una decisione quella dell’emittente televisiva, accolta con una certa sorpresa e molte critiche, tanto da giornalisti che politici Laburisti.

Il fatto che, la serata successiva, la Maitlis sia stata sostituita alla conduzione del programma dalla giornalista Katie Razzall, ha scatenato l’immaginazione collettiva, fornendo allo stesso tempo a Downing Street la distrazione necessaria per allontanare l’attenzione del opinione pubblica da Cummings e le sue peregrinazioni in lungo e in largo per l’isola.

Il comunicato della BBC afferma che la Maitlis ha violato le regole di imparzialità della rete, e che le sono state ricordate le linee guida da seguire. E fin qui ci siamo: ogni corporazione ha linee guida che vanno seguite, pena severi richiami (anche il museo ne ha molte). Ma il fatto che lei sia stata richiamata e Cummings no, rende l’azione di quest’ultimo ancora più arrogante. La colpa di Emily Maitlins (se si può chiamare colpa) è che ha usato la sua posizione di giornalista conduttrice di un programma molto seguito, per farsi portavoce di coloro che vogliono delle risposte.

Che l’imparzialità tanto sventolata dalla BBC non è forse fare domande e aspettarsi una risposta? Che dopo dopo oltre 38,489 morti accertate, la gente ha il diritto di avere la verità sui fallimenti del passato recente e sui tentativi passi futuri verso una vita post-COVID-19 . Fatti, la gente vuole fatti. Non più verità alternative, ma la verità e basta.

“Che cos’è la verità? disse Pilato e non attese risposta.”

Scrisse nel 1625 il filosofo Francis Bacon. Temo che in questo momento il padre dell’empirismo si stia rivoltando nella tomba alla vista del modo in cui l’oggettività è sia deventata un’opinione, qualcosa di elastico da manipolare aperatmante da personaggi come Bojo e Trump.

Ma Bacon disse anche che “la verità è figlia del tempo.” Vedremo se avrá ragione.

2020 ©Paola Cacciari