A Londra è l’ora del Campari

Quando a Londra entro in un coffee shop e chiedo un caffè, devo specificare che tipo: voglio un semplice espresso (singolo o doppio?), un espresso macchiato (caldo o freddo?), un cappuccino o un (caffè) latte? La scelta pare infinita e se non specifico il barista in questione è probabile che mi prepari un bicchierone di caffè americano. A meno che il barista non sia italiano. In questo caso, sentendo l’accento nostrano pronunciare le schioccanti consonanti doppie di “espreSSo”, e la parola “caffè” con l’accento sulla “e”, sorride e senza aggiungere altro mi mette davanti una tazzina fumante contenente pochi millilitri di liquido nero e profumato. That’s it. Non occorre altro. Allo stesso modo quando a Bologna chiedo un “bitter” al bar sotto casa di mio padre, il barista estrae dal frigo una bottiglietta triangolare colma di un liquido rosso rubino dal sapore amarognolo. Che di bitter c’è solo lui, il Campari.

Quello che non sapevo (o meglio, che mi sono mai posta il problema di sapere, come accede con tante cose con cui si cresce e che si danno per scontate) è fu il futurista Fortunato Depero a creare l’iconica bottiglietta conica a “calice rovesciato” del Campari Soda, lanciata sul mercato nel 1932 e tuttora in commercio (l’equivalente italiano della bottiglia della Coca-Cola… ). All’epoca il suo design, così semplice ed essenziale, con la scritta in rilievo sul vetro della bottiglietta (che rendeva obsoleta l’etichetta), era rivoluzionario. Ancora oggi rimane un punto di riferimento essenziale per il design.

Fondata a Milano nel 1860 da Gaspare Campari, che avviò nella città lombarda una distilleria, seguita    dall’apertura del Caffè Camparino, nell’elegante Galleria Vittorio Emanuele II, la società inizia la sua avventura internalionale grazie al figlio di Gaspare, Davide. Alla morte del fondatore, infatti, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passa a uno dei suoi cinque figli, Davide Campari, che nel 1896 cambia la denominazione in Gaspare Campari – Fratelli Campari Successori, iniziando a vendere la bevanda di famiglia, prima in tutta Italia e poi nel resto del mondo.

Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Questo nuovo prodotto, fabbricato dall’uomo e non soggetto ai capricci della natura come il vino, e completamente slegato dalla tradizione culturale del passto, rendeva il Campari Soda la bevanda ideale per un paese giovane come l’Italia ( che era stata unificata solo sette anni prima). E la rendeva perfetta anche per la nuova arte di pubblicità di massa.

Le prime campagne pubblicitarie, create all’inizio del Novecento, impiegano artisti come il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) o il tedesco Adolf Hohenstein (1854-1928), associano il Campari con il glamour e la solare raffinatezza della borghesia della Belle Époque con i loro eleganti poster ispirati alla Seccessione Viennese.

Lo stile cambia drammaticamente con l’arrivo nel 1926 del suddetto Fortunato Depero (1892-1960). Lo stile di Depero, fatto di immagini astratte monotone, motivi tribali, slogan e figure stilizzate, così particolare e immediatamente riconoscibile, fa del pittore futurista l’esponente più entusiasta di questa nuova unione di arte, design e commercio. Ma Depero non fu l’unico artista che credere che l’arte del futuro sarebbe stata in gran parte fatta di pubblicità, a creare poster per la ditta Campari, come ci racconta The Art of Campari questa piccola e deliziosa mostra della Estorick Collection of Modern Italia Art.

Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Nel corso della sua storia, il marchio di fabbrica della ditta Campari è stato più volte modificato, anche sostanzialmente nel corso del XX secolo, seguendo i capricci e le evoluzioni del linguaggio grafico e dello stile del momento, collaborando con gli artisti d’avanguardia come commissionato alcune delle opere di design più innovative prodotte nell’Italia moderna come Marcello Nizzoli, Bruno Munari  e Ugo Nespolo e promuovendo allo stesso tempo le nuove tendenze dell’arte moderna italiana tra un pubblico sempre vasto.

Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Tutto ciò sotto il naso del regime fascista di Mussolini. Inizialmente, la visione del dittatore riecheggiò con i futuristi, ma le cose finiscono lì. Come mostrano gli allegri poster di Depero, il tentativo di Mussolini di imporre ad artisti e designer le sue richieste per un’arte che riflettesse l’immagine dell’Italia cattolica, agricola e familiare voluta dai Patti Lateranensi del 1929 furono allegramente ignorati e le pubblicità continuarono come prima. Pare che  pubblicitari avessero più libertà di espressione nell’Italia fascista, di quanto non accada nella moderna Gran Bretagna. Succede.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Settembre 2018

The Art of Campari
Estorick Collection of Modern Italian Art, London
www.estorickcollection.com

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To Brexit or not To Brexit: that is the question…

…tanto per rimanere in tema shakespiriano, vista la natura del mio ultimo post sul Bardo. Ma davvero quanto sta accadendo in questo momento alla politica britannica su quanto riguarda la questione della Brexit fa sembrare Amleto e i suoi dubbi roba da principianti. Che sono passati 774 giorni (più o meno, la matematica non è  mai stata il mio forte…) da quando la Gran Bretagna ha votato per la Brexit e nessuno sembra sapere che pesci pigliare.

Nonostante la sua inettitudine, Theresa May è ancorata alla poltrona di Primo Ministro come un’ostrica allo scoglio mentre tutti i membri del Governi litigano con tutti. Da parte sua, l’ex Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth (e un tempo sindaco di Londra) Boris Johnson che evidentemente si è auto-eletto equivalente britannico del nostro emerito Silvio Berlusconi, per non essere da meno del leggendario Cavaliere, si è messo d’impegno ad offendere quanta più gente possibile a destra e a sinistra, fuori e dentro dall’Europa. E intanto il tempo stringe (che ci sono solo poco più di sei mesi al fatidico giorno quando la Gran Bretagna tornerà a tutti gli effetti ad essere un’isola e lascierà l’UE) e il governo britannico continua a non avere una politica doganale. Andiamo bene. Esattamente quello che ci vuole a rassicurare noi cittadini europei residenti in UK (soprattutto se un po’ nevrotici come la sottoscritta), che da due anni ci siamo ritrovati a vivere in un limbo di sapore dantesco…

La conferma infatti che Permanent Residence Card verrà sostituito un non ancora ben definito settled status non mi rassicura affatto, anche perchè questo ancora fumoso nuovo stato giuridico non solo non mi garantisce gli stessi diritti della cittadinanza (come il votare alle elezioni politiche), ma mi potrebbe privare di alcuni dei diritti goduti fin’ora dai cittadini dell’UE, come la libera circolazione per esempio.

Come scrive Enrico Franceschini sul suo blog My Tube sul quotidiano La Repubblica,

“A suscitare non pochi timori, però, sempre secondo quanto si legge nel documento, ci sarebbe che il fatto che il settled status previsto per gli europei in UK, presupponga, tra l’altro, unicamente un sistema di registrazione digitale, e dunque non preveda il rilascio di un documento d’identità “fisico” – come invece avviene nel resto d’Europa – e questo potrebbe rappresentare un problema per i controlli necessari ad esempio da parte di datori di lavoro o padroni di casa, nonché rendere il sistema più vulnerabile alle frodi.”

C’è di che stare tranquilli insomma. :/

image courtesy Free Clip Arts
image courtesy Free Clip Arts

#BrexitShambles

2018 ©Paola Cacciari

Museum Professionals: The case for FOH

All’inizio di quest’anno, il blog FoHMuseums ha pubblicato un sondaggio al fine di comprendere il funzionamento di quel gruppo di lavoratori del museo chiamato Front of House, (i custodi in pratica anche, se detto in inglese Visitor Experience Assistant sembra quasi importante…) responsabile di assistere i visitatori del museo durante la loro visita con informazioni varie ed eventuali, e di vigilare sulle opere d’arte in esposizione.

Una domanda particolare ha incoraggiato il dibattito, cioè se gli appartenenti al suddetto settore (di cui io stessa faccio parte) siano da considerare  professionisti, alla stregua degli altri dipartimenti di un museo, dai curatori ai semplici impiegati. E – sorpres sorpresa! – come appare evidente dal sondaggio del blog, la risposta è stata positiva.

Front of House Museums

Earlier this year, we here at FoHMuseums released a survey with a view to gain an understanding of working in Museum front of house. One particular question that has since encouraged debate has been the question of considering Front of House as Museum professionals.

Q10 (1)

11 percent of overall respondents felt that museum professionals was not perhaps the most appropriate title to apply to all of FoH, and this has since been discussed.  Interestingly, this question of professionalism applies to the FoH amongst the sector in a way that perhaps does not necessarily apply to other departments.

One of the key arguments against considering FoH as ‘Museum professionals’ is that some individuals are working front of house within museums with a view to simply earn money, not necessarily with a career in mind, without a museum specific set of goals, sector wide interest or requisite skills.

Whilst the logic of this…

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La cultura nel XXI secolo

Ultimamente quando entro in un museo londinese mi sembra di entrare in un centro commerciale, più che in un tempio della cultura. Ci sono persone che mi danno il benvenuto appena varco la soglia dell’edificio, che mi chiedono come sto, se possono aiutarmi, se voglio una mappa, una tazza di tè, un biglietto per una mostra, che mi indicano la direzione del negozio o che mi invitano a contribuire al mantenimento dell’istituzione con una donazione. Sembra di essere assaliti da un esercito di cavallette. Mi faccio strada meglio che posso tra la foresta di “ambasciatori” che mi accolgono e mi danno il benvenuto, e mi allontano accompagnata da un trillante augurio di ricordarmi recensire l’attrazione turistica su Trip Advisor. Attrazione turistica???? A questo siamo arrivati: a fare dei musei attrazioni turistiche. In tutto questo, nessuno mi chiede se sono qui per visitare la collezione.

Capisco il problema. Il Governo Conservatore degli ultimi anni ha costretto musei e pinacoteche britanniche a trasformarsi in business per fare fronte a tagli nel settore (i tagli non ci sono solo in Italia). E le conseguenze per le istituzioni sono state devastanti.

La pressione esercitata dal Governo sulle istituzioni culturali per allargare l’audience e attirare famiglie, minoranze etniche e classi sociali svantaggiate si è tradotta in un’esplosione di mostre che si possono a loro volta facilmente tradurre in progetti per la scuola, piuttosto che concentrarsi in aspetti poco noti delle loro collezioni. La nostra ė’ l’era delle mostre blockbuster, ossia commerciali, che portano gente e di conseguenza denaro. E se le mostre sono sempre più spesso dedicate a cantanti e gruppi musicali (Kyle Minogue, David Bowie, Rolling Stones, Pink Floyd, Abba, Michael Jackson) o di qualità discutibile (come la mostra-pacco sugli impressionistri a Londra di Tate Britain), non importa. La gente viene e compra la T-shirt o il catalogo; le scuole accorrono in massa. Missione compiuta. A caval donato non si guarda in bocca.

E se da un lato comprendo il fatto che in un  periodo di recessione economica queste istituzioni devono trovare altrove i fondi per continuare a sopravvivere e mantenere l’ingresso libero (almeno sulla carta), dall’altro quello che sta accadendo alla cultura mi sembra una forma di prostituzione legittimata. Tanto è la pressione finanziaria che, nel panico di attirare gente promuovendo mostre a pagamento, eventi, conferenze, serate a tema etc etc etc, i musei britannici stanno perdendo credibilità o, ancora peggio, stiano perdendo la fiducia  nella capacità delle loro collezioni di attirare visitatori.

I titoli delle mostre sono cambiati, nomi altisonanti che semplificano e volgarizzano senza spiegare. Ricordo una mostra al British Museum su artefatti dello Yemen venduta al pubblico come “I tesori della regina di Saba”. Dubito che molti sapessero chi fosse la regina di Saba, ma l’esotismo intrinseco del nome da solo era molto più intrigante di qualcosa più accurato ma noioso come “I tesori dello Yemen.” Appunto.

Ma questo accade anche con i libri. Un saggio dello storico Paul Strathern sulla famiglia Medici è uscito in libreria con il titolo The Medici: Godfathers of the Renaissance. Come se paragonare Cosimo I a don Corleone sia sufficiente a staccare un pubblico dal cervello sempre più asfittico da computer e smartphones e introdurli alle gioie della storia. Inutile dire che non ho letto il libro pur apprezzando lo scrittore. Mi è sembrato un colpo troppo basso.

Persino la BBC pur mantendendo una parvenza di programmi di alta qualità (non si sa ancora per quanto, visto l’andazzo) un’orchestra e i Proms, ha dovuto arrendersi a orribili programmi modello Grande Fratello, quiz e soap opera. Documentari intellettualmente faticosi sono stati sostituiti da talk-show, chat-show e inoffensivi programmi di intrattenimento. Non si salva neppure la radio: qualche giorno fa ho sentito un presentatore di Classic FM chiamare Beethoven ‘il caro vecchio Ludwig’….

E se non c’è nulla di mal nello sdrammatizzare la cultura, questa caduta libera verso il cretinismo mi preoccupa. Invece di sollecitare dal pubblico uno sforzo mentale, le istituzioni culturali semplificano il linguaggio. E se in un passato dove l’educazione era un privilegio di pochi questo poteva essere encomiabile, oggi è un’azione ingiustificabile. La generazione WhatsApp, Snapchat o Messenger è pigra e impaziente. Presto finiremo con l’avere le didascalie nei musei che devono stare entro i 280 caratteri come in Twitter… :/

2018 © Paola Cacciari

I 250 anni della Summer Exhibition 2018

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come la mia allergia al polline. Che con Wimbledon, i Proms e la pioggia, la Summer Exhibition è una delle certezze assolute dell’estate Londinese. Non manca infatti all’appuntamento con il calendario artistico della Capitale dal 1769 e neanche le bombe di Hitler riuscirono ad interromperla. Il motivo di tanto successo? La sua formula unica nel mondo dell’arte

Ospitata alla Royal Academy nello splendore palladiano di Burlington House, la Summer Exhibition è la più vasta – nonché la più famosa – esposizione di arte contemporanea del Regno Unito. Aperta a tutti gli artisti, quelli già famosi e quelli che sperano di diventarlo, la mostra si tiene ogni estate da Giugno ad Agosto, e si compone di dipinti, installazioni, disegni, sculture, stampe e modelli architettonici.

Quest’anno è curata da Grayson Perry. Nel chiedere artista-ceramista di co-curare la mostra, che quest’anno celebra il suo 250esimo anniversario, la Royal Academy sapeva che non poteva aspettarsi nulla troppo tradizionale. E Perry non ha deluso, salvando così (grazie al cielo!!) la Summer Exhibition dall’inevitabile mediocrità e auto-indulgenza in cui questo iconico appuntamento stava scivolando.  Ma quest’anno no: ironica, politica, divertente e piena di graffiante satira, la mostra della Royal Academy è una vera e propria sferzata di energia.

250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

La stanza più grande della Burlington House curata dallo stesso Perry, è dipinta di giallo brillante ed è densa di opere strane e accattivanti e politicamente ed esteticamente varie ed eventuali. Accanto ad una scultura allungata in vetroresina della Pantera Rosa di Olga Lomaka, è appeso un ritratto di Nigel Farage in vendita per £25,000 sterline. Il perché qualcuno sia disposto a pagare una tale somma per il ritratto di uno stronzo è una cosa che trascende la mia capacità di comprensione, ma così lo sono molte altre cose in politica. Comunque.

Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol
Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol

Poco lontano, sulla stessa parete sta un’opera di Banksy dal titolo Vote to Love, in vendita per 350milioni di sterline: la stessa cifra che Farage e aveva promesso di donare all’NHS, il servizio sanitaro britannico se gli elettori avessero votato Brexit (il catalogo della mostra, tuttavia, invita i potenziali acquirenti a rivolgersi al punto vendita per conoscere il vero costo dell’opera…). Solo alla Summer Exhibition Banksy potrebbe condividere lo spazio con Farage.

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Banksy, Vote to Love, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

E almeno due opere sono dedicate alla Grenfell Tower, una intitolata Five Grand (colloquiale per 5,000 sterline: la somma che l’amministrazione del quartiere di Kensington si è rifiutata di spendere per un rivestimento esterno anti-incendio della torre, optando invece per uno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA).

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Five Grand, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

Perseguitata dal ricordo della Grenfell Tower e da Brexit, questa mostra è lontana dall’innoqua ‘festicciuola’ in giardino a cui la Summer exhibition ci aveva abituati negli ultimi anni. Al contrario, è un’affascinante e inquietante ritratto psicologico della Gran Bretagna nel 2018.

2018 © Paola Cacciari

Londra // fino al 19 Agosto,

The 250th Summer Exhibition

Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

 

Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Un raggio di speranza per chi, come me, ama l’arte e i musei e lavora nel settore. Una dimostrazione che con la cultura si mangia eccome! #domenicalmuseo

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il Blog di ANGELO FORGIONE

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
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Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da…

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L’incubo del “Brexit New World”

Il fatto che io non ne abbia parlato su questo blog già da un po’ non significa che il problema non sussista più. La Brexit dico. Ma il problema c’è eccome, e l’inizio del nuovo anno porta inevitabilmente qualche riflessione.

Non vorrei sembrare tragica o esagerata, ma la forma che la Gran Bretagna post-Brexit (e di fatto direi l’Europa post Brexit, che mi sa che questo sia solo l’inizio della fine dell’UE…) mi sa tanto di Brave New World, Il Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley nel libro omonimo del 1932. Che lungi dal procedere verso una soluzione di qualche tipo, il problema di come districarsi dall’Unione Europea è per la Gran Bretagna più vivo e incasinato che mai. Il fatto è che nessuno sa cosa succederà se e quando Brexit diventerà una realtà, meno che meno sembra saperlo Theresa May, secondo la quale questo dovrebbe accadere nel corso del 2019.

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Ma accadrà davvero? La Brexit, dico. L’atmosfera è accesa da entrambe le parti e sa quasi di guerriglia metropolitana. La gente è arrabbiata e non teme di esprimerlo, ma sempre in the “English way”, cioè con tanta, tanta ironia. E dalle T-shirts con la faccia del leader laburista Jeremy Corbyn nei panni di Che Guevara, alle Christmas jumpers di sapore europeista che parafrasano la canzone natalizia di Mariah Carey All I Want for Christmas Is You” , sostituendo il pronome ‘you’ con l’acronimo inglese EU…

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…per arrivare a modi decisamente piu’ punk, come il piccolo adesivo che ho trovato qualche giorno fa appiccicato ad una vetrina dell’affollata High Street Kensington, uno dei molti a dire il vero, con l’ashtag #bollockstobrexit (qualcosa del tipo ‘fanculo a Brexit’ se c’erano ancora dubbi)…

Ed è  vero, che come dice il piccolo adesivo verde (vedi sotto), ‘It’s not a done deal’, l’affare non è ancora fatto. E dopo che venerdì scorso Lord Andrew Adonis, ministro delle infrastrutture, si è dimesso per protesta dal Governo della May che, secondo lui, sta gestendo la Brexit in un modo “pericolosamente populista e con uno spasmo nazionalistico degno di Trump”, l’affare sembra essere sempre piu’ lontano. Ed ad aggiungere al danno la beffa, ci si è messo il mitico Lord conservatore Michael Heseltine, vice Primo Ministro tra 1995 e il 1997, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major (e, diciamolo, uno dei fautori della caduta del governo Thatcher). A quasi 85 anni, Lord Heseltine non ha bisogno di moderare il linguaggio ed è stato uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May). E anche stavolta ha causato una vera e propria tempesta  all’interno del partito conservatore quando, la settimana scorsa, ha affermato che un governo Labour capeggiato Jeremy Corbyn sarebbe meno dannoso per il paese di una Brexit guidata dal suo stesso partito. Ouch!!

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Sta di fatto che, mentre il Governo di Theresa May perde tempo in inutili bisticci interni, le immediate conseguenze del Referendum si stanno già facendo sentire sul Paese. Pare che fin’ora la Brexit sia già costata alla Gran Bretagna l’1% del suo PIL, come ben sanno i consumatori che come me sono colpiti dalla svalutazione della sterlina causata dell’instabilità economica e dalla caotica gestine del post-referendum. Il quotidiano di sinistra The Observer stima che la Brexit sia già costata al Paese 350 milioni di sterline alla settimana – la stessa cifra che quel testone di Nigel Farage aveva promesso all’NHS, il servizio sanitario britannico, qualora la Gran Bretagna avesse lasciato l’UE (naturalmente si legge l’opposto sulle pagine di The Sun, che oscilla tra la destra e la sinistra a seconda della convenienza…).

La Gran Bretagna post-Brexit è decisamente un posto meno invitante della Cool Britannia in cui sono arrivata quasi vent’anni fa, quella che ancora credeva nel miracolo del New Labour di Tony Blair. Ma è casa, è diventata casa. Una casa che ho scelto e voluto e in cui intendo restare. E allora incrociamo le dita e vediamo cosa porterà questo nuovo anno.

2018 ©Paola Cacciari

Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)
Martin Roth (1955-2017)

La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

2017 © Paola Cacciari