Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala

Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Dalla Brexit britannica alla “Brexit plus” americana. Enrico Franceschini

Dopo quello di Brexit, un’altro brutto risveglio quello di ieri, che ha confermato che Donald Trump sara’ il futuro inquilino della Casa Bianca. Enrico Franceschini, l’inviato di Repubblica a Londra, ma che per molti anni ha vissuto anche negli Stati Uniti, ci ha scritto un post sul suo blog My Tube. Non ho la forza di raccogliere le idee e scrivere qualcosa di mio, per cui ve lo riporto qui, pari pari. Buona lettura.

“Donald Trump l’aveva previsto nel suo ultimo comizio (come segnalato nel mio blog di ieri): le presidenziali americane avrebbero avuto come risultato una “Brexit plus plus plus”, una Brexit all’ennesima  potenza, una sorpresa ancora più grande di quella del referendum del giugno scorso con cui la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione Europea. Ci sono certamente differenze tra i due eventi, ma anche importanti somiglianze.

Da un lato, un diffuso scontento economico: come scrive Martin Wolf sul Financial Times di oggi, il crescente gap ricchi-poveri e il calo del reddito medio delle famiglie (sceso negli Usa in termini reali ai livelli precedenti il 2000) sono fra le ragioni di un voto di protesta contro l’establishment che accomuna Stati Uniti e Regno Unito (e che vale anche per altri paesi in procinto di votare nei prossimi mesi, Italia, Francia, Germania).

Ma l’economia non spiega tutto, come Jonathan Freedland nota stamane sul Guardian:  Trump ha vinto il 63 per cento dei voti fra gli uomini bianchi e il 52 per cento fra le donne bianche. Non tutti questi cittadini bianchi possono essere vittime di un declino economico. Molti di essi, scrive Freedland, sono stati attirati da un messaggio che in parte e in codice prometteva di restaurare il privilegio bianco. Un desiderio di rivincita probabilmente accentuato negli Usa dalla presenza alla Casa Bianca per 8 anni del primo presidente nero della storia. Ma un desiderio presente anche altrove in Occidente di fronte allo sviluppo di un modello di società multietnica, multiculturale e globalizzata.

La Brexit britannica, come la “Brexit plus” americana, come analoghi movimenti anti-establishment, anti-globalizzazione, anti modello di capitalismo democratico liberale, sono un rifiuto del multiculturalismo: un “fermate il mondo, voglio scendere”, per ritornare a un presunto mondo migliore, più tradizionale e sicuro, del passato. Se qualcosa si può fare, anzi si deve fare, per rispondere allo scontento economico (riducendo il gap ricchi-poveri, aiutando la classe media a recuperare ottimismo e capacità d’acquisto, chiudendo i privilegi fiscali delle multinazionali e le speculazioni fini a se stesse della finanza), non si può invece fermare il mondo per riportarlo a un arcaico passato monoculturale. Farlo o tentare di farlo è altamente pericoloso. Chi continua a credere nel modello democratico liberale, nei mercati senza frontiere, nella globalizzazione, dovrà ora difendere ostinatamente il multiculturalismo dalle sirene del nazionalismo populista.”

 

In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

Che cosa cercate quando guardate una persona che danza? Le ‘bollicine’ di Marghe&Stef

Grazie a Roberto Bolle che e’ riuscito a portare la grande danza in prima serata e grazie a Stefania che ce lo ha raccontato! 🙂

StefaniaSanlorenzo

roberto-bolle-e-misty-copeland-3Siamo consapevoli che non sia una domanda facile. Sembra immediata e non lo è assolutamente. Se la cavano bene solo quelli che fanno spallucce e serenamente ti dicono che di balletto o di danza non ne capiscono nulla. E già così noi due, sempre noi eh, subito abboccheremmo con la convinzione che sia doveroso spiegare loro almeno che c’è differenza fra “balletto” e “danza”.

Desistiamo, per questa volta.
Vi chiediamo un piccolo sforzo, anche benevolo di fantasia… La Marghe e io siamo fatte un poco a modo nostro. Già lo sapevamo che quell’ariuccia, che ci soffiava sul collo a chilometri di distanza, poteva, con i dovuti effetti speciali, diventare un ciclone.
***
“Mi sono chiesta, e ho chiesto a Stef, domenica mattina, se anche da lei, improvvisamente con fulmini e saette che neanche Apollo oserebbe (e non lo dico a caso) si fosse palesata la DANZA in prima serata.

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È un peccato leggere o non leggere?

“È un peccato leggere o non leggere?” Io sono una lettrice accanita, per me il peccato e’ certamente non leggere… E voi cosa ne pensate?

Ora è l’estate del nostro scontento

Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York” proclama un cupo Benedict Cumberbatch nei panni di Riccardo III nella serie televisiva The Hollow Crown. È stato trasmesso solo due mesi fa dalla BBC per celebrare i 400 anni della morte di Shakespeare, ma sembra un’altra vita. Forse perché lo era.  Ma “l’inverno del nostro scontento” di Shakespeare invece di mutarsi nella splendida estate auspicata da Riccardo di Gloucester, si sta rivelando essere una vera e propria “estate del nostro scontento”, il cui già timido sole è stato in sole due settimane completamente offuscato dal post-Brexit.
Il mio blog si chiama Vita da Museo perché questo è quello che faccio per lavoro (lavorare in un museo) ed è quello che mi piace fare nel mio tempo libero (andare per ALTRI musei). La rubrica di attualità varia ed eventuale che ho battezzato Life in UK doveva essere un’occasionale sguardo sul mondo che mi circonda, una finestra aperta sulla società (quella britannica) e sulla città (Londra) in cui vivo da quasi un paio di decadi. Per cui mi scuso con chi mi legge se insito sul fattore Brexit, ma con la politica britannica, di solito così sonnolenta, in caduta libera tutto il resto, incluso il Bardo e i musei sono passati in secondo piano.

Le conseguenza di Brexit poi mi toccano in prima persona, se non altro per la posizione ambigua assunta da Theresa May, ministro degli Interni proprio oggi eletta leader dei conservatori e prossimo Primo Ministro al posto di David Cameron, nei riguardi dei circa tre milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna. La May infatti si ostina a non fare nessuna promessa formale sul fatto che i diritti di noi europei (mi ci metto in mezzo anch’io) non saranno alterati e che potremo restare nel Regno Unito a tempo indeterminato. E se è chiaro che il temporeggiamento della May è tattico, ovvero ottenere analoghe garanzie per il milione e mezzo di cittadini britannici residenti negli altri 27 paesi della UE, vivere in questa terra di nessuno che è la Gran Bretagna dell’estate del 2016 non è piacevole.

Home Secretary Theresa May Getty

Home Secretary Theresa May Getty

Ma la vita continua e il primo segnale che il peggio dello shock è passato è l’improvviso ritorno tra amici e colleghi, soprattutto britannici, del senso dell’umorismo – e con esso la constatazione (ma sarebbe meglio dire assegnazione) he alla fine non ci sarà un secondo referendum sull’Unione Europea, nonostante una petizone che circolava online abbia raccolto più di 4 milioni e 100 mila firme visto che la legge sul referendum non stabilisce una percentuale minima per l’approvazione, quindi la richiesta avanzata dalla petizione non può essere accolta.

La cosa più assurda che uno alla volta sono spariti tutti i fautori di questo casino, neanche fossimo in un surreale rifacimento di Dieci piccoli indiani di Agatha Chistie. Il primo a scomparire è stato David Cameron, dimessosi immediatamente dopo la vittoria di Brexit; poi è stata la volta di Boris Johnson, ritiratosi dopo l’infame “tradimento” di Michael Gove, dapprima suo socio nella missione Brexit poi pugnalatore fratricida degno di un dramma shakespiriano (“Et tu, Brute?” gli avrebbe fatto dire il Bardo in Giulio Cesare…). E infine Nigel Farage che, compiuta la sua missione di fare saltare in aria la Gran Bretagna, ha deciso di lavarsene le mani come Pilato e di prendersi un “meritato riposo visto che ora non c’è più bisogno di lui.” Quello del riordinare questo pasticcio e rimettere insieme i cocci di un’intera nazione, sarà il compito di Theresa May.

Michael Gove and Boris Johnson

Sembra una battaglia navale scrive Enrico Franceschini nel suo blog My Tube, o “Tre uomini in barca – per tacere del quarto, Jeremy Corbyn, che in nome di non si sa quale ideologia di sinistra non ha fatto niente per fermare Brexit e ora non ne sembra nemmeno tanto dispiaciuto, ma potrebbe presto a sua volta dimettersi.” Ci sarebbe da ridere se non fosse che ad affondare non è una barchetta qualsiasi, ma l’ammiraglia del Regno Unito. Michael Heseltine, membro del parlamento dal 1966 al 2001 e figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major è spietato nella sua condanna di Boris Johnson che accusa di aver fatto a pezzi il partito conservatore e di aver creato la più grande crisi costituzionale in tempo di pace degli ultimi tempi. Per non parlare della svalutazione che della sterlina il cui valore non era cosi basso dal 1985. Boris Johnson, continua Lord Heseltine, si è comportato come un generale che marcia con il suo esercito, ma che quando vede il campo di battaglia lo abbandona. La metafora sembra appropriata.

E mentre metà della nazione cerca di farsi una ragione del fatto di essersi addormentata in un Paese e di essersi svegliati in un altro, l’altra metà – quella che ha creduto alle balle di Boris, Gove e Farage e ha votato Brexit, resta senza leader sul campo di battaglia, abbandonata ad una Scozia infuriata che minaccia la seccessione. Spero vivamente che tutte queste persone si stiano chiedendo se per caso non abbiano fatto una cazzata a votare Leave. Come ha scritto un mio amico bolognese sul suo profilo FB: “Dopo la “tragedia greca”, “la commedia all’italiana”… è arrivata la farsa all’inglese!”

Nigel-Farage

Nigel Farage

L’Inghilterra del dopo-Brexit: riflessioni dall’interno.

La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi alle 6.45 del mattino di venerdì 24 Giugno è stato prendere il telefono e controllare Internet. Non lo faccio mai di solito, che fortunatamente non appartengo ancora ai sempre più numerosi internet addicted. Ma c’era una cosa che davvero mi premeva sapere e che non poteva aspettare la colazione e la doccia: il risultato del Referendum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea.

Nel tentativo di aprire con occhi semichiusi l’app della BBC News, le mie dita addormentate sono scivolate sull’app di Facebook che gli sta affianco. E mi sono svegliata subito quando ho letto questo: “To anyone who voted Leave: well done. You got what you wanted, a segregated country that will have Boris Johnson at its helm, Farage sticking his racist nose in and the loss of funding for research, education and healthcare as well as a housing crash and no future for your children or generations to come. Congratulations.”

Il post è di una mia giovane collega. E non lascia dubbi né sull’esito del Referendum né sulla sua posizione al riguardo. “Ok, you are out.” Ho informato con aria incredula la mia dolce metà, ancora profondamente addormentato. “Uhmmm…” E stata la sua risposta. “Ho detto che siete fuori. Brexit won. Bye, bye EU!” “What??” La sua testa emerge improvvisamente da sotto le coperte. Mi guarda con aria incredula. “It can’t be…” Gli mostro lo schermo del cellulare questa volta aperto (correttamente) sul sito della BBC con il risultati del referendum con cui il 51.9 % del Paese ha deciso di tornare ad essere un’isola. E il restante 48.1% deve vivere con le conseguenza. “I really didn’t think it would happen…” mi guarda stupito. “I’m sorry. I really am.”

E sono in molti ad esserlo, dispiaciuti dico. Non solo gli espatriati come me che dall’oggi al domani si sono trovati ad essere stranieri in quella che fino al giorno prima avevano considerato casa, ma anche i giovani britannici che si sono visti sempre dall’oggi al domani venir meno la possibilità di vivere, studiare e lavorare liberamente in 27 paesi dell’Unione. E non parliamo di coloro che hanno comprato casa in qualche paese mediterraneo e si godono la pensione (e l’assistanza sanitaria locale) o speravano di farlo in un prossimo futuro. Un collega posta su FB la fotografia della sua European Health Insurance Card e del suo passaporto con il logo dell’UE con la scritta: “R.I.P. my friends.” La sua ragazza è canadese, il suo migliore amico spagnolo. Ha una trentina d’anni, è uno sceneggiatore che lavora part-time al museo e uno dei tanti cittadini britannici di mente aperta, abituati a saltare su un aereo come su di un autobus e a viaggiare ovunque e ogni volta se ne presenti l’occasione. E ce ne sono tanti come lui, non solo a Londra, ma anche a Cambridge, Oxford, York, Leeds, Liverpool, Brighton, Manchester: persone che vedono l’Europa e il multiculturalismo come un’opportunità da afferrare a piene mani e non come che una minaccia.

Cosa Brexit significherà per noi cittadini dell’UE che vivono e lavorano in Gran Bretagna ancora non si sa – come ho scritto nel post precedente, probabilmente la prossima mossa sensata sarà quella di richiedere un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) se non la doppia cittadinaza. Ma il vento è cambiato, e non in meglio. E comunque voglio prenderlo il passaporto di una nazione che ha votato per tornare ad essere un’isola? La cosa mi sta facendo pensare. E’ come essere forzati in un matrimonio dopo anni di felice convivenza. Toglie freschezza, toglie libertà.

File photo: David Cameron has accepted there will be no deal before February – and the prospect of Brexit appears closer than ever

Nessuno era preparato, preparato DAVVERO, a tutto questo, neanche coloro che hanno votato Leave per protestare contro un governo sempre più lontano e distaccato dai bisogni della gente comune. Certo non lo era David Cameron che quando ha indetto il referendum nel 2015 aveva 10 punti di svantaggio sul Labour nei sondaggi e non si aspettava di vincere le elezioni da solo, ma insieme ai liberaldemocratici, da sempre europeisti convinti e che con tutta probabilità si sarebbero opposti. Forse neanche Boris Johnson pensava che avrebbe vinto Leave quando le sparava grosse per compiacere l’ala più euroscettica dei Conservatori. Sta di fatto che siamo (mi ci metto in mezzo anch’io) tutti ancora storditi. C’è tristezza e una certa ansia per l’ondata xenofoba che ha improvvisamente investito questa che era un tempo la culla della democrazia e della tolleranza. Ma il 23 Giugno ho capito che democrazia è anche permettere al conservatore che vuole ritornare alle glorie dell’Impero Britannico e al pensionato del paesino perso nel mezzo della campagna di decidere del futuro della città ombelico del mondo, Londra. E l’ironia più grande è che coloro che hanno voluto uscire dall’UE non saranno qui a pagarne le conseguenze. Basta guardare il grafico qui sotto.

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Ma l’altra cosa interessante è la geografia: Londra e le grandi città britanniche in genere hanno votato per restare nell’Unione (se siete curiosi, trovate la lista completa qui), mentre le aree rurali e le province hanno votato per uscire. E le ragioni sono le solite: la troppa immigrazione che pesa sul già traballante servizio sanitario britannico (NHS), la mancanza di case, di lavoro, la povertà e l’abbruttimento morale che imperversa in aree del Nord massacrato da Margaret Thatcher negli anni Ottanata e regolarmente dimenticate dai politici di tutti i partiti, incluso il New Labour di Tony Blair e compagni.

E se il voto Remain della Scozia non ha sorpreso (farebbero qualunque cosa per contrariare l’ingilterra e comunque a loro fa comodo restare in Europa) la più grossa sorpresa è stato il Galles. Un amico gallese da anni residente a Londra, scrive con aria sconsolata sul suo profilo FB a proposito della reazione della sua terra d’origine: “Do we now have to return all the roads and bridges?” Che, ironia della sorte, nonostante vari milioni in fondi investiti dall’UE per rigenerare aree della regione impoverite dalla chiusura delle miniere di acciaio, la stragrande maggioranza degli abitanti del Galles (fatta eccezione per la capitale, Cardiff) ha votato Leave. Senza tanti ringraziamenti.

Il Primo Ministro David Cameron, colui che indicendo il Referendum ha aperto questo vaso di Pandora, ha dato le dimissioni nella mattinata di venerdì e le voci danno Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra dai capelli color pannocchia come favorito come prossimo leader del Paese –  colui che dovrà gestire la patata bollente del post-Brexit. Il che rende la dipartita di Cameron ancora più grottesca.

In mezzo a tutto questo caos, il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan ha  parlato chiaro: gli stranieri, di qualunque razza, religione e nazionalità sono i benvenuti nella Capitale. E Londra sembra ancora meno Inghilterra.

Should they Stay or Should they Go? L’Inghilterra di Brexit

La notizia della morte della parlamentare Laburista Jo Cox, uccisa a Leeds da un fanatico di estrema destra pro-Brexit mi coglie a Bologna da mio padre. Sono giorni pigri questi, trascorsi ad assistere il babbo che ha subito un piccolo intervento chirurgico e l’Inghilterra è un po’ più lontana del solito, come sempre accade quando mi fermo in Italia più a lungo dei miei soliti cinque giorni rituali. Forse è anche per questo che la notizia di questa morte violenta mi prende un po’ alla sprovvista.  E mi rattrista profondamente.

Ansa Non perché la conoscessi di fama (anche ne ho sentito il nome non lo ricordo) o perché era giovane, carina, madre di due figli e piena di ideali, ma perché è accaduta in quello che fino a poco tempo fa è sempre stato un esempio di tolleranza e civiltà come l’Inghilterra. E in questa nuova Inghilterra xenofoba e intollerante stento a riconoscere il paese in cui sono arrivata quasi vent’anni fa. Mai come ora la Cool Britannia sognata da Tony Blair non esiste più.

Le crisi, si sa, portano con sé xenofobia e intolleranza. E l’Inghilterra di oggi è un Paese in crisi d’identità. Forse non a Londra che, popolata di stranieri che vanno e vengono come in un porto di mare, ha persino eletto un sindaco mussulmano di origine pakistana in un momento in cui la caccia alle streghe portata dalla paura dell’IS è al massimo.  Ma Londra non è Inghilterra, è un universo parallelo che se affascina gli stranieri che accorrono sulle rive del Tamigi, poco rispecchia del resto del Paese. Paese che si sente sempre meno: meno europeo, mano tollerante e soprattutto, meno inglese. Ecco a voi le premesse per il Referedum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea che si terrà il prossimo 23 Giugno, il cosiddetto Brexit. Una data storica che sta causando panico nel mondo della finanza e non solo. Io confesso che sono preoccupata, anche se pare che per i residenti provenienti da stati membri della UE che vivono, lavorano e pagano le tasse in Inghilterra non cambierà quasi niente: probabilmente si dovrà ottenere in futuro un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) ottenibile dopo aver vissuto almeno cinque anni in Gran Bretagna e mostrando il contratto di lavoro, mentre chi vorrà venire per all’avventura come ho fatto io tanti anni fa, dovrà prima avere un lavoro.  E proprio la questione Brexit è stata la causa dell’omicidio della deputata Cox. Da mesi l’opinione pubblica è in preda a campagne sempre più feroci su cosa potrebbe capitare al Paese se la Gran Bretagna abbandonasse l’Unione Europea o se, al contrario, dovesse rimanere. Un vero e proprio terrorismo psicologico che nelle ultime settimane ha raggiunto toni a dir poco apocalittici da ambo le parti, tanto che il Primo Ministro David Cameron è arrivato addirittura a parlare di Terza Guerra Mondiale!

A St George's flag with the words 'KEEP OUT'

Io vivo a Londra da 17 anni e mai mi è capitato di assistere ad un evento come un omicidio politico.  Non è un caso che negli ultimi anni il partito xenofobo guidato da Nigel Farage, lo UKIP (United Kingdom Independence Party), da gruppetto di fanatici malvestiti ridicolizzato dai media è diventato una realtà politica con cui gli altri partiti misurarsi. “He’s a buffoon” afferma lapidario la mia dolce metà, senza neanche alzare gli occhi dal cruciverba: “Nobody will take him seriously” conclude con anglosassone certezza. Ma io che vengo da un Paese che ha visto Berlusconi al potere per circa diciotto anni, non li prendo più sottogamba questi buffoni. In fondo, a guardarlo, nessuno avrebbe mai pensato che uno stecchino nevrotico come Hitler avrebbe mai fatto ciò che ha fatto.

“Ma perché vogliono uscire?” mi chiede ieri sera al telefono mio cugino. “Cosa pensa la gente? Cosa pensano DAVVERO?” E’ curioso, ma per le ragioni di cui la stampa in genere non si occupa. Parla diverse lingue, è abituato a vivere con la valigia in mano per lavoro, ha una moglie norvegese e un figlio perfettamente bilingue: mio cugino è la quintessenza dell’Unione Europea.  E come lui lo sono molti altri, dagli imprenditori che vogliono restare nella Ue per non perdere l’accesso al mercato unico (anche se magari con meno burocrazia e più riforme) ai giovani britannici e al ceto medio di centro-sinistra, che chiedono a gran voce di restare. Al contrario, la destra conservatrice e gli appartenenti alle classi sociali più basse e disagiate e culturalmente meno educate sono per l’uscita. What a surprise.

La xenofobia non è una novità, è sempre esistita, ma mai come in tempi come questi, di incertezza economica, il nuovo e il diverso fanno paura. Anche in Inghilterra. Una paura che fa dello straniero, immigrato o no, il capro espiatorio per eccellenza, il nemico, la causa di ogni male. Una cosa che noi italiani dovremmo sapere bene, anche solo perchè noi stessi siamo stati per secoli un paese di emigrati, una cosa questa che molte persone, inclusi i politici della Lega Nord, sembra aver opportunamente dimenticato.

Anche nella civilissima Inghilterra la gente ha paura, si sente fragile, vulnerabile. Gli inglesi vogliono tornare ad essere un’isola, nonostante il tunnel sotto la Manica che in un paio d’ore ti porta da Londra a Parigi. In fondo le loro coste sono sempre state la loro migliore difesa contro le invasioni nemiche. Ma le cose stanno cambiando e laddove a nulla poterono neppure Napoleone e Hitler poterono nulla, stanno riuscendo le gangs di scafisti senza scrupoli che hanno spostato il loro businnes di scafisti dal Mediterraneo al Canale della Manica che trasportano frotte di disperati dal campo migranti di Calais sulle spiagge del Kent per avviarli ad una brillante carriera di crimine e prostituzione: la prima invasione per mare dai tempi di  Guglielmo il Conquistatore nel 1066. E tra coloro che diventeranno migranti “legali” avranno poi diritto all’assistenza sanitaria che in Inghilterra funzionerà anche male (tema che ho affrontato in un altro post…), ma è comunque gratuita e a sussidi vari e vari assegni famigliari, i cosidetti benefits, che Cameron ha cercato di difendere dall’assalto degli immigrati durante i vari meeting europeisti con la Merkel nel tentativo di placare una furiosa opinione pubblica e scongiurare così il referendum) e a cui tutti, cittadini britannici e nuovi arrivati, hanno diritto.

Calais

L’ansia provocata dal flusso incontrollato di migranti – un flusso iniziato già dagli anni Novanta quando i paesi dell’Est come l’Ungheria, la Polonia, l’Estonia, la Repubblica Ceca e la Slovenia cominciarono ad arrivare in massa, e ulteriormente esacerbato nel 2015 dall’arrivo incontrollato di rumeni e bulgari quando le restrizioni di circolazione per i cittadini di Romania e la Bulgaria sono decadute. Nessuno parla però degli spagnoli, a Londra numerossissimi, e di noi italiani che dal 2008 in poi abbiamo preso d’assalto la terra del fish and chips e ci siamo moltiplicati, tanto che spesso mi capita di passeggiare per strada a Londra e di sentire più italiano che inglese. “They are everywhere…” scherza con affetto la mia dolce metà strizzandomi l’occhio al supermercato davanti all’ennesima famiglia di londinesi-italiani. L’inviato a Londra di Repubblica, il giornalista Enrico Franceschini che da anni risiede nella Capitale Britannica, ci ha pure scritto un libro sopra opportunamente chiamato Londra Italia in cui racconta le storie degli italiani di Londra del perché ci vengono. Ricordo con una certa nostalgia il lontano 2003, quando ho iniziato la mia avventura lavorativa al museo e nel mio dipartimento eravamo solo in tre figli del Belpaese ed ora, a dodici anni di distanza, siamo almeno quadruplicati. Inutile dire che ho smesso molto tempo fa di sentirmi esotica… 😉

David Cameron con degli studenti in occasione del referendum sulla futura adesione della Gran Bretagna alla EU

Quest’Inghilterra sempre più europea dove il consumo di caffè ha battuto quello del te nelle bevande predilette dagli inglesi, dove non ci si può più scambiare gli auguri di Natale senza rischiare di fare torto a qualcuno, dove l’aceto balsamico si trova ovunque e dove Londra (e non solo) è diventata una delle grandi capitali culinarie del mondo smentendo di fatto tutti i miti che dicono che in Inghilterra si mangia male, sta perdendo la propria identità. E ci si sorprende che gli inglesi, conservatori per natura, vogliano uscire?