Bellezza o inaspettatamente bello?

In un mondo come quello in cui viviamo dove la bruttura morale sembra essere divenuta la norma, mi ritrovo sempre più spesso a cercare rifugio nella bellezza, sia essa quella della natura, quella dell’arte o della danza. Perchè come dice Stefania nel suo blog
“StefaniaSanlorenzo ~ 4 passi di danza e dintorni” la danza è legata alla bellezza. E non solo. Buona lettura! 🙂

StefaniaSanlorenzo

IL BELLO E ‘LO SPALATORE DI NUVOLE’

Quando una parte importante del tuo mondo è fatta di arte visiva, ciò che incontri è l’INASPETTATO. Cerchi magari qualcosa di specifico, ma non puoi sapere che cosa troverai veramente.

Potrebbe essere uno degli slanci che animano la passione per la DANZA, che coinvolge la mia vita da circa 40 anni (il circa è per alleggerire l’impatto psico-temporale, ma matematicamente non ha nessuna ragione d’essere).

Senza girarci troppo intorno: nella danza “il brutto” in sé non assume un valore artistico, magari brutto è cattivo, magari grottesco…. ma si tratta di un artificio scenico. La danza è legata alla bellezza. Ora bisognerebbe anche definire che la bellezza ha dei canoni variabili, qualcosa di imperscrutabile, che il tempo, la moda, il sentire modificano nella sensibilità dei più, permettendoci di uscire, almeno ogni tanto, da stereotipi, validi ma alla lunga noiosi. Tutto ciò che non…

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La Bayadère

Quando si parla di bellezza, basta una parola: Mariinskij. Il Corpo di ballo del Teatro Mariinskij, affiliato al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo che deve il suo nome alla principessa Maria Aleksandrovna, è famoso per aver  visto il debutto di alcune delle più importanti opere e balletti russe – dall’opera Boris Godunov di Modest Musorgskij nel 1874, alle più importanti opere di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, come La bella addormentata, Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni. Anche La forza del destino di Giuseppe Verdi fu rappresentata qui in prima assoluta il 10 novembre 1862.

Quella del  Mariinski è una delle compagnie di danza classica più famose della storia. Nota come Balletto Imperiale prima del 1900, la compagnia scuola di balletto del Teatro Mariinskij ha lanciato le carriere di artisti come  Vaslav Nijinsky, la star dei Balletti Russi di Diaghilev, un numero incredibile di ballerini e icone come Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov. E in questo periodo è in tournee a Londra per una manciata di date alla Royal Opera House. Un’occasione unica che io naturalmente non mi sono fatta scappare.

Da quando qualche mese fa ho letto la biografia di Rudolf Nureyev, non vedevo l’ora di vedere La Bayadère, la splendida creazione di Marius Petipa (con musica è di Ludwig Minkus ) per vedere la scena de Il regno delle ombre che lui ha coreografato nel 1963 e che l’ha reso questo balletto famoso nel mondo occidentale. Un classico in Russia, La Bayadère era quasi del tutto sconosciuta in occidente prima che, nel 1961, il balleto Kirov mettesse in scena Il regno delle ombre al Palais Garnier di Parigi, con un ventitreenne Rudolf Nureyev nel ruolo di Solor che fece scalpore (anche grazie alla sua defezione nel Giugno del  1961 proprio durante quella tournè), rendendo balletto e ballerino famosi dal giorno alla notte.

Fu la versione del Kirov che Rudolf Nureyev  mette in scena per il Royal Ballet due anni più tardi, nel 1963, con Margot Fonteyn nel ruolo della Bayadère Nikiya, la danzatrice del tempio. La musica di Minkus furiorchestrata da John Lanchbery, l’allora compositore/direttore d’orchestra della Royal Opera House. Inutile dire che la prima fu un grande successo, ed è considerata tra i momenti più importanti della storia del balletto. Attualmente, La Bayadère è presentata soprattutto in due versioni differenti, quelle derivate dalla messa in scena per il balletto del Kirov (come il Teatro Mariinskij fu ribattezzata tra il 1934 in seguito all’assassinio del rivoluzionario Sergej Kirov, ma ritorno’ al nome originale nel 1991 dopo la caduta del comunismo) da parte di Vakhtang Chabukiani e Vladimir Ponomarev nel 1941 e quelle derivate dalla produzione del 1980 di Natalia Makarova per l’American Ballet Theatre.

Ma le ballerine russe hanno le braccia più lunghe delle altre? Riescono ad alzare le gambe più delle altre? Riescono a volare piu’ in alto degli altri comuni mortali? Che tutti i ballerini, uomini e donne, sembravano volare (letteralmente) da una parte all’altra del palco senza fare rumore, neanche fossero fatti di qualche sostanza immateriale invece che di carne e sangue. E mentre mi godevo le acrobazie delle étoiles del Mariinskij, non riuscivo a non pensare a come sarebbe stato incredibile vedere il ruolo del guerriero Solor interpretato da Nureyev.

Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda… Non avendo trovato su You Tube un video decente di Nureyev godetevi questo di Roberto Bolle, sempre molto apprezzabile! 🙂

Marguerite and Armand: con Bolle sulle tracce di Nureyev

Ci sono spettacoli a cui si assiste da spettatori e altri a cui si partecipa con l’anima. E il programma misto dedicato al mitico coreografo Sir Frederick Ashton dal Royal Ballet il 7 Giugno 2017 appartiene decisamente alla seconda categoria. Un cast stellare (che tra gli altri ha visto anche la partecipazione del nostro Roberto Bolle) per tre balletti diversissimi tra loro, come vario e camaleontica era l’immaginazione di Ashton – dal sognante The Dream ispirato allo Shakespeare di Sogno di una notte di mezza estate, Symphonic Variations l’omaggio astratto ai Balletti Russi di Diaghilev, e il tragico Marguerite and Armand.

Quando nel 1961 Frederick Ashton (1904-1988) vide a teatro il celebre dramma “La Dame aux Camélias” di Alexandre Dumas figlio, interpretato da Vivian Leigh pensò che ne sarebbe uscito un bel balletto per la sua musa, la prima balleriana assoluta del Royal Ballet, Margot Fonteyn. Lo stesso anno, il giovane rinnegato del Kirov, Rudolf Nureyev che aveva fatto scalpore per aver defezionato in occasione di una tournee del corpo di ballo sovietico a Parigi, fu invitato dalla stessa Fonteyn a partecipare a un gala di beneficenza a Londra. Fu sempre Margot Fonteyn ad introdurlo al Royal Ballet, invitandolo a ballare Giselle con lei nel febbraio del 1962. La loro performance fu un vero trionfo. Fu l’inizio di una proficua collaborazione professionale e d’amicizia che fece del giovane tartaro il principale partner della gran dama del Royal Ballet.

Ma Ashton pensava ancora alla sua “Dame aux Camélias” e a come gli sarebbe piaciuto trasformare quella storia – la stessa che aveva ispirato Giuseppe Verdi per la sua Traviata – in un balletto. Una sera, immerso nella vasca da bagno, sentì la “Sonata in si minore” di Liszt e come spesso accade con le illuminazioni inaspettate, il balletto prese magicamente forma nella sua mente. Il fatto poi che Marie Duplessis, la cortigiana divenuta famosa come la Marguerite Gautier della La Signora delle Camelie e morta a soli 23 anni, ebbe una relazione  non solo con Alexandre Dumas, ma anche con lo stesso Franz Liszt rese Ashton ancora più sicuro della sua scelta musicale. Naturalmente, Margot Fonteyn decretò che avrebbe ballato solo con Rudolf Nureyev (cosa che anni dopo fece commentare ad un amareggiato Nureyev che durante la sua permanenza al Royal Ballet non fu mai creato nessun balletto solo per lui, ma solo per lui in quanto partner di Margot Fonteyn). Le prime prove furono difficili, soprattutto quelle dei costumi disegnati dallo scenografo (poi diventato fotografo) Cecil Beaton. Nureyev che temeva che i costumi di Beaton lo facessero sembrare piu’ basso, prese un paio di forbici e taglio’ le code della sua giacca. Ma a parte questo, la prima performance di gala del 12 marzo 1963 a Covent Garden, di fronte alla Regina Madre e alla Principessa Margaret, fu un grande successo e i due e il coreografo dovettero apparire in ventuno inchini finali.

Il balletto, che usa la tecnica del flashback, è diviso in cinque scene: “Prologue”, “The Meeting”, “In the Countryside”, “The Insult” e “The Death of La Dame aux Camélias”. L’arredamento sobrio ha un solo elemento costante, il letto su cui Marguerite Gautier sta morendo e da cui rivive la sua tumultuosa relazione con Armand. Tanta era la fama della coppia Nureyev-Fonteyn che nessun’altro artista osò cimentarsi con il balletto mentre i due artisti furono vita e bisognerà attendere il Marzo del 2000 perchè Sylvie Guillem, una delle ballerine preferite di Nureyev, cedesse alle richieste dell’allora direttore del Royal Ballet Antony Dowell e accettasse di ballare Marguerite and Armard rompendo un taboo durato sette anni. Da allora il balletto è entrato nel repertorio non solo di Covent Garden, ma anche della Scala.

Quella di questa sera è stata anche l’ultima performance di Zenaida Yanowsky che si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una splendida carriera durata 23 anni. Ho avuto la fortuna di vederla ballare diverse volte nel drammatico Manon con lo stesso Roberto Bolle e Carlos Acosta, nel poetico The Winter’s Tales di Christopher Wheeldon, nel sanguigno Mayeling di Kennet MacMillan. Inutile dire che Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle sono stati meravigliosi. Entrambi ultraquarantenni, i due possiedono quel bagaglio emotivo che li rende capaci di infondere una staordinaria carica emotiva ai due personaggi che incarnano. E qui l’emozione è tutto – alla faccia di chi dice che Ashton è frivolo e superficiale.

Le pene della danza secondo Sergei Polunin

Mentre attendo con impazienza che arrivi Giugno e con esso il divino Roberto Bolle (che si esibirà con Zenaida Yanowsky che con questa performance si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una carriera di 23 anni con la Compagnia londinese) in  Marguerite and Armand – creato da Frederick Ashton per la storica coppia Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev nel 1963 – lo sguardo mi cade sulla scritta SOLD OUT delle due date di Sergei Polunin, il bambino cattivo della danza come è stato ribattezzato dopo il suo clamoroso abbandono del Royal Ballet nel 2012. E dopo aver visto il video qua sotto capisco anche il perchè…

Come Mikhail Baryshnikov, l’ucraino Sergei Polunin ha un viso spigoloso, occhi azzurrissimi, quasi trasparenti, e l’incredibile capacità di levarsi nell’aria, come se volare fosse la cosa più normale del mondo per un essere umano. Nato a Kherson, una povera città dell’Ucraina sud poco distante dalle coste del Mar Nero, Polunin ricorda la sua infanzia come felice. Ma sua madre, Galina avendo notato l’insolita elasticità del bambino guarda lontano e lo iscrive prima a ginnastica e poi al balletto e quando la portata del suo talento diventa ovvia e Polunin è accettato alla scuola di ballo di Kiev, lei è  determinata a fare di lui una stella a tutti i costi. Ma la scuola di danza di Kiev era costosa e per pagare la retta suo padre accetta un lavoro in Portogallo e sua nonna in Grecia, mentre Galina abbandona la sua vita a Kherson per trasferirsi a Kiev con Sergei.

Eppoi la svolta nel 2003 quando, grazie ad una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation, Polunin entra a far parte della British Royal Ballett School e si trasferisce a Londra.  “E qui”, dice Polunin, “è quando il divertimento è finito.”

Studente superdotato, Polunin era prima di tutto un adolescente che per la prima volta si trovava a vivere da solo, e a farlo in una città come Londra. Non è difficile capire perché il giovane Sergei sia uscito di testa al primo assaggio di libertà. Ma la sua vita fatta di sesso droghe e rock’n’roll non gli impedisce di diventare, appena diciannovenne la più giovane étoile del Royal Ballet di Londra. Ed è qui che cominciano i problemi. Se il periodo che segue  è  professionalmente molto positivo, a livello personale è l’inizio di una profonda crisi che nei successivi due anni si manifesta con vari segnali di irrequietezza, palesando la propria insofferenza anche molto pubblicamente tramite i social network. Nel frattempo, la sua famiglia implode e quando Galina e Vladimir divorziano due anni dopo, qualcosa si rompe nel delicato equilibrio del quindicenne Sergei. Continua a danzare e a fare progressi e neanche ventenne ha già raggiunto la maggior parte dei suoi obiettivi professionali. Ma con la motivazione se ne va anche la gioia che derivava dal suo lavoro. Un lavoro che comunque a lui non importava più, visto che la sua famiglia non c’era più per trarre beneficio dal suo successo – e anche se ci fossero stati Sergei non voleva più aver a che fare con loro, soprattutto con sua madre, a cui rimproverava di averlo costretto ad una carriera che non avrebbe  mai scelto. Entro il 2012, Polunin ne ha abbastanza e se ne va dal Royal Ballet tra lo stupore generale.

“Non riuscivo a trovare un equilibrio, dal punto di vista della danza, io sentivo di non poter decidere su nulla. Mi trovavo in un posto fantastico a lavorare con persone fantastiche, ma il prezzo da pagare era il non poter decidere.”

Dopo la crisi e un vagabondaggio artistico attraverso vari teatri russi mantenendo però la libertà di potersi esibire altrove ed impegnarsi in altri progetti personali come la moda o vari servizi fotografici. La storia della sua vita è raccontata in Dancer il documentario cinematografico Steve Cantor di cui fa parte anche il video di David La Chapelle che vede Polunin danzare un assolo incredibile sulle note di Take me to the Church di Hozier. Che dire? Avendo perso l’occasione di vederlo ballare con la sua compagna, la sublime Natalia Osipova alla Royal Opera House (dove mi sono affannata a cercare i biglietti per Roberto Bolle ancora prima di vedere nel casting il nome di Polunin*) cercherò il dvd… E nel frattempo, Roberto aspettami! 🙂

*(e meno male che non l’ho fatto comprare i biglietti per il suo balletto che Polunin ha cancellato la sua performance. Infaffidabile fino alla fine…)

 

Il Mayerling di Kennet MacMillan

Sesso, droga e un doppio suicidio: benvenuti nel tragico mondo di Mayerling. Il balletto, basato sui cosidetti Fatti di Mayerling, è la vera quella serie di eventi che condussero alla morte violenta dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo-Lorena e della sua amante adolescente, la diciassettenne baronessina Maria Vetsera, fu creato da Sir Kennet McMillan nel 1978 per il Royal ballet di Londra. I  corpi furono ritrovati a Mayerling, un piccolo paese nella Bassa Austria, il 30 gennaio del 1889. Pare che i due avessero stabilito un lugubre patto di morte, dopo che il padre di Rodolfo, l’arciduca Francesco Giuseppe aveva richiesto che i due si separassero. Pare che Rodolfo abbia sparato alla tempia della Vetsera (pienamente consenziente, si spera…) prima di togliersi lui stesso la vita. Inutile dire che si fece di tutto per mettere a tacere lo scandalo. La versione ufficiale fatta circolare imputava la causa della morte di Rodolfo ad un attacco di cuore, mentre l’esistenza di Maria Vetsera scomparve compleatamnte dalla scena e dalla storia. Il suo corpo, completamente vestito e con tanto di cappello di cappello (legato ad un manico di scopa per tenerne diritta la schiena) fu trasportato in carrozza ad Heiligenkreuz, dove fu seppellito segretamente e in tutta fretta.

McMillan è insieme a Frederick Ashton uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo. A lui si deve per esempio quel capolavoro assoluto che è Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev. Ma diversamente da Ashton, McMillan non aveva paura di confrontarsi con temi controversi e mettere a nudo la parte più oscura della natura umana e della sessualità e spesso i suoi balletti sono incentrati su personaggi che sarebbero considerati degli outsider nella società moderna. Come il meraviglioso Manon e questo altrettanto meravigioso Mayerling.

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Lo show appartiene ad Edward Watson perfetto nel ruolo dell’anti-principe, il dannato Rodolfo. Alto, snodato e flessibile in modo insolito e con una capacità di torsione che altri non possiedono, Watson (che è primo ballerino con il Royal Ballet di Londra) è l’opposto dell’eroe atletico e benigno di Carlos Acosta o Roberto Bolle. A Watson non piace fare il principe, a meno che non sia un pazzo o un suicida – e propio quel suo corpo elastico gli permette di esprimere l’angoscia interiore di un personaggio come Rodolfo, un donnaiolo violento ed crudele. Rodolfo è un uomo a disagio nel suo stesso corpo, in lotta con se stesso la cui pazzia sarà la causa della tragedia finale.

Ma sono le scene che precedono l’epilogo le più sinistre. La violenza con cui Rodolfo-Watson fisicamente “maneggia” (letteralmente)  la moglie bambina e le sue varie amanti  con violenza e non curanza come se invece di persone si trattasse di bambole di pezza. Pazzia,  passione e sensualità sono emozioni che di rado sono mostrate così apertamente in un balletto.

Rodolfo trova pane per i suoi denti nella giovanissima Maria Vetsera, l’ultima delle sue amanti anch’essa ossessionata dalla morte e dal sesso, qui interpretata dalla sublime Natalia Osipova (nota  a molti per essere la compagna del bambino cattivo della danza, Sergei Polunin). La Osipova è un ex-Bolshoi e fa suo questo personaggio con un’energia, una sicurezza e una passione pari a quella di Watson. Lo splendido pas de deux finale in cui i due si gettano è al tempo stesso selvaggio e sublime. Lo so perché grazie ai binocoli ho potuto vedere le loro espressioni.  Ero con loro sul palco, dentro il palco ed ad un certo punto ho realizzato che così assorta che ho quasi dimenticato di respirare. E se questa non è magia, non so cosa sia. Certamente per me è puro genio.

I gioielli di George Balanchine

Ho visto per la prima volta Jewels alla Royal Opera House nell’estate del 2013 quando la Compagnia di Ballo del Bolshoi è venuta in tournè a Londra. Sono ancora abbastanza una novizia in fatto di balletto e tendo a preferire opere che abbiamo una certa narrativa perché sono più facili da seguire. Ma la la bellezza astratta del capolavoro (uno dei capolavori…) di George Balanchine, uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo e uno dei fondatori della tecnica del balletto classico negli Stati Uniti mi ha lasciata completamente a bocca aperta.

E quando, la settimana scorsa, è stata la volta del Royal Ballet non vedevo l’ora… Negli ultimi dieci anni sono diventata una vera e propri balletomane e i ballerini del Royal Ballet sono diventati un po’ quello che i Duran Duran erano per me  15 anni: i miei beniamini…

Fu una visita alla gioelleria di Van Cleef & Arpels a New York ad ispirare Balanchine per questo balletto, creato nel 1967.  E fedele al suo nome, Jewels è strutturato in tre parti, ovvero Emeralds, un omaggio poetico alla scuola romantica francese tradizionalmente danzato con dei tutù lunghi di colore verde; Rubies che incarna la tradizione americana, improntata al musical di Broadway, con intonazioni jazz e (come si può immaginare) ha per tema il colore rosso rubino, e Diamonds che si ispira allo stile e al gran virtuosismo dei grandi balletti classici della tradizione artistica russa (tutti elementi cui si deve la celebrità di questa grande scuola) è in bianco e oro.

Marianela Nuñez and Thiago Soares in ‘Diamonds’ Bill Cooper

E ancora una volta mi Jewels mi ha conquisitato. Sembravano angeli che, avvolti in costumi magnifici, si muovevano sulle note di Faurè, Stravinsky e Čaikovskij come se la loro vita stessa dipendesse da quella musica. Ci sono momenti  in cui la vita ci regala uno squarcio di perfezione assoluta, quando la bellezza con la “B” maiuscola tocca una qualche corda nascosta dell’anima. E allora quando si ha un cuore di panna come il mio salgono le lacrime agli occhi per pura gratitudine …

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

 

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Manon di Kennet MacMillan

Il 1 Novembre 2014 è una data che non dimenticherò molto facilmente. Che balletti come questo Manon non capitano tutti i giorni, neppure alla Royal Opera House dove comunque lo standard della danza e della produzioni è sempre altissimo. Quello che non capita così spesso è il tifo da stadio, gli urli, e un’ovazione generale che ha visto praticamente tutto il pubblico del gigantesco teatro di Londra in piedi a battere mani. È stata una notte così magica che cercare di raccontare a parole le emozioni che mi ha regalato sarà sempre e comunque riduttivo. Ancora adesso mi vengono i brividi solo a pensarci.

Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle e Carlos Acosta nei ruoli rispettivamente di Manon, Des Grieux e Lescaut sono stati superbi. Alla veneranda eta di rispettavamente 38, 39 e 40 anni i tre ballerini sono quasi pezzi d’antiquariato (OK: si fa per dire…); ma proprio perché non più giovanissimi, sono all’apice della loro perfezione tecnica ed emotiva. E in un balletto come Manon, così incredibilmente intenso, l’emozione è tutto.

Creato da Kenneth MacMillan su musica di Jules Massenet e basato sul romanzo Manon Lescaut scritto nel 1731 da Abbé Prévost – lo stesso da cui Puccini trase ispirazione per la sua opera omonima, Manon (che in realtà si chiamerebbe L’histoire de Manon) fu creato per il Royal Ballet di Londra tra il 1973 e il 1974. Direttore direttore del Royal Ballet tra il 1970 e il 1977 (carica da cui si ritirò nel 1977 per assumere la posizione di coreografo principale del Royal Ballet, che mantenne fino alla sua morte di infarto nel 1992) MacMillan da tempo stava pensando di coreografare un balletto lungo e complesso sulla storia di Manon Lescaut, con ruoli entusiasmanti e impegnativi sia per i primi ballerini che per il corpo di ballo.

Non avevo mai visto ballare Zenaida Yanowsky prima, e confesso di aver comprato il biglietto unicamente per vedere ballare ancora una volta Roberto Bolle, che avevo visto all’inizio dell’anno in The Kings of the Dance al London Colisseum e… wow! Questa franco-spagnola di origini russe è davvero un’artista incredibile!! Una delle prime ballerine del Royal Ballet, Yanowsky è incredibilmente alta e flessuosa e insieme a Bolle formano una coppia di una bellezza e sensualità davvero fuori dal comune.

Il mitico Carlos Acosta, il grande cubano primo ballerino del Royal Ballet dal canto suo è stato un meraviglioso Lescaut – forse un po’ più cubano di Cuba (ironico, positivo, atletico e sicuro di sé ) che il tradizionale personaggio a cui siamo abituati. E non ho mai riso tanto come davanti alla sua interpretazione di un Lescaut ubriaco fradicio bistrattato e spadroneggiato dalla sua bisbetica amante!

Ma è la scena finale del pas de deux tra Manon e De Griex in cui la magia di questo balletto ha raggiunto livelli davvero stratosferici. Non occorre essere esperti di danza per realizzare che la Yanowsky e Bolle ci hanno regalato qui qualcosa di molto, molto speciale – qualcuno la potrebbe chaimare la performance di una vita, così reale e tangibile da catturare anima e cuore. E davvero li hanno catturati, la mia anima e il mio cuore, dico. Che quando, nella scena finale, stringe il corpo senza vita della sua bella Manon, Bolle/De Griex e, alzando lo sguardo verso noi del pubblico, immersi nel buio del teatro, mormora un accorato “Manon, Manon!” ho pensato che quello che avevo appena visto non era solo un balletto, ma un’opera d’arte.  E quando sono uscita dal teatro, troppo sopraffatta dall’emozione per parlare, ero certa di una cosa sola che quella sera avevo lasciato un pezzo di cuore a Covent Garden.