There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

Sono passati cinque anni dalla sua morte, ma il ricordo del genio di David Bowie resta immutato. ❤

Vita da Museo

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressurecon quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che…

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David Bowie – “Heroes”

David Bowie – “Heroes” – Live at Earls Court – 1978

Heroes

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day

And you, you can be mean
And I, I’ll drink all the time
‘Cause we’re lovers, and that is a fact
Yes we’re lovers, and that is that
Though nothing will keep us together
We could steal time just for one day
We can be heroes for ever and ever
What d’you say?

I, I wish you could swim
Like the dolphins, like dolphins can swim
Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, for ever and ever
Oh we can be Heroes, just for one day

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one dayI, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns, shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame, was on the other side
Oh we can beat them, for ever and ever
Then we could be Heroes, just for one day

We can be Heroes
We can be Heroes
We can be Heroes
Just for one day
We can be Heroes

We’re nothing, and nothing will help us
Maybe we’re lying, then you better not stay
But we could be safer, just for one day

Oh-oh-oh-ohh, oh-oh-oh-ohh, just for one day

Berlin: Imagine a City di Rory MacLean

Mai giudicare un libro dalla copertina dice il proverbio. Bisognerebbe sempre ascoltare i proverbi. Ma partivo per Berlino il giorno dopo e volevo un libro che mi parlasse della città. Devo ammettere che non ho guardato molto per il sottile, la mia ignoranza di storia tedesca è apocalittica (diamo la colpa ai racconti di guerra dei nonni che mi hanno sempre fatto storcere il naso davanti a quella Nazione) e la copertina postmoderna con il volto di David Bowie in bella mostra hanno fatto il resto e mi sono trovata da allungare i soldi al libraio ancora prima che il mio cervello registrasse cosa stesse succedendo.

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Come immaginavo fosse questo libro? Non so, ma certamente non così. Berlin Immagine a City non è un normale libro di viaggio – è troppo lirico e romanzato per esserlo, ma non è neppure un vero romanzo storico. A pensarci bene, Berlin immagine a City non è un libro normale, nel senso che non è non fiction (almeno  non nel senso letterale della parola), ma non è neppure un romanzo storico, ma un misto dei due generi. E questo mi ha mandato un po’ in crisi che fino all’ultima pagina non riuscivo a decidermi se mi piacesse o no, al contrario della città che mi piaciuta subito, molto più di quanto mi aspettassi.

 

Ho impiegato molti anni per arrivare a Berlino che i racconti di guerra dei nonni e di quello che hanno sofferto durante l’occupazione tedesca scolpiti nel cervello sono sempre stati per me un deterrente. Non e’ bella nel senso tradizionale del termine, bella come Roma, Londra, Praga, Vienna o Parigi dico, ma ti entra dentro come solo pochi altri luoghi fanno. Una città fatta di memorie, dove le assenze sono più vive delle presenze, mobile come l’acqua, dove il passato sembra trasformarsi subito in futuro e dove ad ogni passo ti sembra di andare a braccetto con la storia. Una città volubile, volatile e incredibilmente viva.

Berlin 2019 © Paola Cacciari
Berlin 2019 © Paola Cacciari

La storia di Berlino si srotola davanti ai nostri occhi come un tappeto magico, per sempre intrecciata alla storie della sua (più o meno sventurata) gente. Per le sue strade incontriamo poeti, musicisti, scrittori, architetti, scienziati (dal poeta medievale Konrad van Colln all’architetto neoclassico Karl Friedrich Schinkel, dal diabolico Joseph Goebbels al geniale David Bowie) che hanno vissuto vissuto nella città tedesca e hanno contribuito alla sua storia e alla sua crescita – nel bene e nel male. Le loro vite ci scorrono davanti agli occhi come un film, plasmate dalle parole (e dalle ineccepibili ricerche) di Rory Mclean. 
E poi Kennedy, naturalmente. Che non poteva mancare il discorso che il Presidente degli Stati uniti John F. Kennedy tenne il 26 Giugno 1963 in cui pronuncio la celebre frase: “Ich bin ein Berliner” (“I am a Berliner” “Io sono un berlinese”) divenuto uno dei  momenti più significativi della guerra fredda e un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che allora vivevano in una enclave all’interno della Germania Est, dalla quale temevano un’invasione.

«Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘»

2019 © Paola Cacciari

We can be heroes just for one day…(David Bowie)

Non ero mai stata a Berlino. E vedere quel che resta del muro mi ha colpito. Tanto. ❤

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East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari

East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari

Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari
Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari

Back in time: Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Ci sono canzoni che sono come la madeleine descritta da Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, il dolcetto divenuto simbolo di ogni oggetto, gesto, colore, sapore o profumo in grado di evocare in noi improvvisi ricordi del passato, inclusi persone e momenti che vorremmo (forse) dimenticare una volta per tutti.  The Man Who Sold the World è la mia madeleine. Che anche se fu scritto dal mitico David Bowie, nel 1970 (e ripubblicato nel 1973 su 45 giri, come lato B di Life on Mars? e della riedizione di Space Oddity uscita negli Stati Uniti) questo brano rimarra’ per me sempre una canzone dei Nirvana, uscita come cover nel 1993. Buon ascolto! #bittersweet

Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Anno bisesto, anno funesto. Addio 2016.

Tutto è cominciato con la morte di David Bowie in Gennaio. Da quel momento il procedere del 2016 è stata un’inesorabile discesa nell’apocalisse, interrotta da occasionali momenti di gloria (stringere la mano al divino Brian May di passaggio al museo per una conferenza, o avere Simon Callow come vicino sul prato al Derby di Epsom) e di puro inferno culminato con ‘la’ Brexit (perchè in Italia si è deciso che Brexit sia femminile?) e l’elezione di Donald Trump. Mica roba da poco a cui poi bisogna aggiungere tutto il resto – gli attentati, naufragi, migrazioni, allagamenti, bombardamenti, terremoti, esplosioni, sparatorie, kamikaze alla guida di camion impazziti, aerei dirottati. Roba da boccheggiare ogni volta che si  accende la TV o si legge un giornale.

Tutto ciò basterebbe da solo a giustificare il festeggiamento della fine del 2016 (un anno che ha seminato lutti e malattie anche nella mia di famiglia e in quella della mia dolce metà e che si è portato via amici, parenti e colleghi) con un’ubriacatura formidabile. Ma bere per ubriacarmi non mi è mai piaciuto (in più non reggo l’alcool, il che non aiuta soprattutto se si lavora il primo dell’anno, che il museo non si ferma mai….) e sia io che la mia dolce metà odiamo i cenoni di Capodanno. Per cui resteremo in casa e festeggeremo la fine di questo annus horribilis con tanto cibo con un bicchiere di spumante a Mezzanotte guardando i fuochi artificiali lungo il Tamigi alla TV. Che il 2016, oltre a David Bowie, si è portato via anche tanti altri personaggi i cui volti mi hanno accompagnato in momenti diversi della mia vita, a cominciare da quelli di Bud Spencer, il gigante della scazzottatura di cui da bambina adoravo i film in coppia con Terence Hill, e di Umberto Eco, per anni professore di Semiotica all’Univesità di Bologna di cui ho amato il Nome della Rosa sopra ogni cosa e contro la cui emerita pancia ho avuto l’onore di scontrarmi una certa violenza una fredda mattina d’inverno mentre uscivo correndo a tutta velocità dal Dipartimento di Italianistica.

E poi ci sono tutti gli altri. Il merviglioso Alan Rickman, il grandissimo Prince, il divino Johan Cruyff, la straodinaria Zaha Hadid, e il mitico Glenn Frey il cantante degli Eagles (Hotel California) e Rick Parfitt il chitarrista degli Status Quo, che per sua ammissione non sapeva suonare la chitarra ma pieno di carisma. E quando pensavo che fosse tutto per quest’anno, ecco che con un ultimo colpo di coda il 2016 si è portato via pure Carrie Fisher, la Principessa Leia di Star Wars e George Michael, e con loro anche un pezzo della mia adolescenza. 😦 Davanti a tutto questo lo spumante non basta più ci vuole ben altro. Qualcosa di forte e allo stesso tempo consolatorio. Come la Nutella. Altro che champagne! Aspetterò la fine di quest’anno con un barattolo extra-large in una mano ed un cucchiaio nell’altra. E credetemi, non sarà un cucchiaino da caffè.

Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker
Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker

E allora Happy New Year year everybody! E speriamo che il 2017 sia più clemente con il mondo intero.

(la lista completa dei personaggi inclusi nel poster la trovate qui)

2016 ©Paola Cacciari

 

 

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino. Di sei mesi più giovane, il mio ribelle parente è stato durante l’adolescenza, la cosa più vicina ad un fratello. Che sono figlia unica in fondo. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.
Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari
Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

Il 10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressure con quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che in quel torrido giorno di Luglio del 1985 sotto i miei occhi si stesse verificando una specie di miracolo.

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive
Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

C’era una certa incredulità questa mattina tra i colleghi, e molte facce tristi: neanche fosse scomparso un caro amico o un parente. Ma questa è stata esattamente la sensazione che hanno provato tutti coloro che (come la sottoscritta) hanno sperimentato sulla propria pelle l’isteria che aveva avvinghiato il museo e i suoi visitatori durante quei quattro lunghi mesi e mezzo dell’estate del 2013 alla notizia che David Bowie era morto di cancro a 69 anni. “Ma come…” ci guardavamo un po’ allibiti, “… solo due (anzi tre, siamo nel 2016 adesso) anni fa era qui, c’era la sua mostra...”Che se il 2015 resterà per sempre l’anno di Alexander McQueen e di Savage Beauty, negli annali del mio museo il 2013 è stato l’anno in cui Londra (se non l’intera Inghilterra e, a giudicare dal numero dei turisti stranieri, forse il mondo intero…) è stata assalita (o ri-assalita) dalla bowiemania. Ed io, come molti altri miei colleghi, c’ero. E ho fatto la mia parte nel gestire le code, calmare gli isterici, soccorrere gli sfiniti, e consolare gli sfortunati che non erano riusciti a procurarsi un biglietto per l’evento dell’anno. Perchè più che una mostra, David Bowie Is è stato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, un santuario a cui un devoto esercito di nostalgici pellegrini per mesi e’ accorso per venerare le vestigia di questo dio della musica e della performance.

V&A staff night2013
People queueing outside the Museum. London, 2013 © Paola Cacciari

C’erano costumi di scena, fotografie, disegni, strumenti musicali, dischi, videoclips, testi di canzoni scritti a mano da Bowie su pezzi di carta a casaccio, film, dipinti, foto. Ma non erano solo gli adolescenti di ieri come me e la mia dolce metà quelli che aspettavano più o meno pazienti in fila per ore per assicurarsi uno dei pochi, preziosissimi, biglietti messi in vendita quotidianamente (quelli on-line erano esauriti da settimane) che avrebbero permesso loro di riassaporare la loro gioventù: c’erano anche un sacco di giovani davvero troppo giovani per averlo vissuto di persona l’uragano Bowie (ho parlato un ragazzino di 12 anni che conosceva tutte le canzoni a memoria…), ma che lo amavano come se Ziggy Stardust e One Direction fossero in qualche modo contemporanei…

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features
David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

E comunque, perchè sorprendersi? Se gli Anni Sessanta sono stati quelli dei Beatles e dei Rolling Stones, David Bowie ha sequestrato le decadi successive e neppure quel silenzio di dieci anni interrotto proprio nel 2013 con l’abum The Next Day era bastato a farlo uscire di scena. E d’altra parte è difficile restare impassibili davanti a pezzi iconici come il costume da Ziggy Stardust (1972) quello disegnato da Freddie Burretti, o quello incredibile creato da Kansai Yamamoto per l’Aladdin Sane tour (1973); oltre a copertine di album, pezzi di film e, naturalmente, tanta, tantissima musica.

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012
Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Ma quella mostra è stata bella anche percè ha portato alla ribalta il ruolo creativo di Bowie nella storia del costume, e le sue collaborazioni con artisti e designer nel campo di moda e costume, grafica, teatro, arte e cinema. Ricordo la delusione dei curatori quando Bowie, pur mettendo a dispozione del museo il suo archivio privato di New York, si era rifiutato ostinatamente di collaborare alla mostra a lui dedicata, lasciando al museo l’onore (e l’onere…) di presentare la sua vita e le sue opera come meglio ritenevano opportuno. “Mi dispiace non averlo mai incontrato“ si era lamentata una dei due curatori. E aveva ragione che un sacco di altra gente era venuta, incluso Robert Redford che, apparso nel primo pomeriggio di una normalissima gionata d’estate, aveva gettato l’intero museo in uno stato di puro delirio… ). Eventualmente, Bowie decise di cedere e, una mattina presto, all’insaputa di tutti, venne a visitare la sua mostra, visto praticamente da nessuno a parte i curatori e uno dei miei colleghi che trovandosi accidentalmente nei paraggi, ebbe il privilegio di stringergli la mano diventanto in modo pressoche’ istantaneo un fan a vita del Duca Bianco.

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands
The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

Per noi dello staff erano state organizzate serate speciali per visitare la mostra fuori orario e quella è stata una delle (molte) occasioni in cui ringrazio la mia stella che mi ha fatto lavorare in un museo. Varcare la soglia di quella mostra è stato come ritornare adolescente, quando ascoltavo Ashes to Ashes. E se i video dei concerti live come Heroes al Freddie Mercury Tribute del 1992 con i Queen mi hanno fatto venire le farfalle nello stomaco come non mi capitava da tempo, quelli proiettati sul mega-schermo all’interno della sala principale della mostra erano a dir poco epici. Addio David, e grazie di tutto.

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A
David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

Ricordo di essermi seduta su una delle panche per un tempo che mi è sembrato interminabile ad ascoltare il concerto Ziggy Stardust The Motion Picture. Quando è finito Rock ‘n’ Roll Suicide, avevo le lacrime agli occhi.

Bye bye, David. E grazie.

Fare la fila? Ma per chi mi prende!

E anche un altro stereotipo se ne va. Quello dell’inglese che attende paziente in file ordinate, anche per prendere l’autobus. Saltare la fila era un crimine perdonato solo agli stranieri e ai turisti. Nessun inglese serio lo avrebbe mai fatto. La vergogna sarebbe stata troppa e troppo grande.

Ma l’Inghilterra si sta globalizzando, ne ho avuto la conferma l’altro giorno al museo quando, al banco informazioni ho assistito ad una scena agghiacciante. Dal serpentone che si snodava ben oltre la Grand Entrance si stacca una signora con bambino. Ignorando le occhiate di rimprovero degli altri compagni di sventura punta diretta al mio collega alla cassa e sbatte sul banco una manciata di banconote e ordina di darle subito due biglietti, che era uno scandalo che non ci fosse un’entrata fast track per chi come lei non aveva tempo da perdere. E se anche il mio collega aveva intenzione di accomodarla per evitare una scenata da tragedia greca, l’intenzione gli si è spenta sul volto alla pronuncia della frase fast track. Neanche fossimo in un aeroporto invece che in uno dei piu’ prestigiosi musei di Londra.

Il fatto è che a nessuno piace stare in fila e tutti sanno che nei ristoranti di lusso da sempre una buona mancia al maître accorcia l’attesa (non che io frequenti ristoranti di lusso, ma ho visto molti film…). Ma negli ultimi anni pare che vendere i diritti di passare davanti al prossimo sia diventata la norma. E per norma intendo non solo le file negli aeroporti (a quelle ci siamo da tempo abituati), ma anche nei parchi divertimenti e adesso anche nei musei. La durata della fila è proporzionale al prezzo che si paga per non farla. E diventando soci o semplicemente pagando un sovrapprezzo (priority boarding la chiamano le compagnie aeree) la gente può mettere un prezzo al proprio tempo. Oppure pagare qualcuno per fare la fila al posto suo e comprare un biglietto per mostre-evento come quelle di Leonardo, David Bowie o Alexander McQueen, o l’ultima versione dell’iPhone con il minimo sforzo. Tutto è in vendita. Rassegniamoci.

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