Viaggi, glamour e pallottole: la vita di una hostess della Pan Am

Una delle scoperte fatte durante i mesi del lockdown è stata una serie televisiva americana del 2011 chiamata Pan Am e incentrata, come il titolo suggerisce, sulle vicende di due piloti e quattro assistenti di volo della suddetti compagnia aerea nel 1963 e trasmessa per la prima volta in Italia su Cielo nel 2012. E anche se ringrazio le compagnie a basso costo per avermi permesso di vivere in Inghilterra e tornare regolarmente in Italia, devo dire che mi è venuta una certa nostalgia per i tempi passati in cui viaggiare era un lusso (che io probabilmente non avrei potuto permettermi se non occasionalmente) celebrato con champagne e collane di perle.

Diciamocelo: anche prima della pandemia, era difficile trovare nei viaggi aerei internazionali anche una piccola traccia del romanticismo dei tempi passati. Per quanto le compagnie aeree a basso costo abbiano reso volare nel XXI secolo veloce e accessibile, è difficile non pensare ad un volo Ryanair come ad un’esperienza da dimenticare (anche se devo ammettere che dopo tante restrizioni nel viaggiare, sarei pronta anche ad affrontare anche la miseria di un volo con loro…). Certo era molto diverso in passato, non tutti potevano permettersi un biglietto areo e viaggiare era molto speciale. Quindi un nuovo libro che guarda al culmine dell’era del jet offre più di un delizioso sapore di evasione.

The cast of the TV serie Pan Am

Concentrandosi principalmente sulla metà degli anni Sessanta, Come Fly the Wold: The Jet-Age Story of the Women of Pan Am ricorda un’epoca in cui il viaggio aereo era sinonimo di lusso e glamour, non solo per i passeggeri ma anche per le donne assunte per assisterli. Con il mondo occidentale in piena rivoluzione culturale, la modernità e il lusso sono rappresentati dal trasporto aereo, e la Pan American World Airways è leader nel settore. I piloti hanno lo status di rockstar, mentre le hostess (come si chiamavano le assistenti di volo prima che il nome venisse modernizzato in quello attuale), sono donne giovani, raffinate e intelligenti e molto, molto invidiate.

L’autrice, Julia Cooke è figlia di una dirigente della Pan Am, costruisce Come Fly the World attorno alle interviste con cinque donne: Clare, Karen, Lynne, Hazel e Tori; quattro bianche, una di colore; quattro americane, una norvegese. Se per alcune lavorare come hostess della Pan Am è stato il sogno di sempre, per altre, è stato il piano di riserva quando hanno realizzato che il loro sogno di una carriera in biologia o nel servizio diplomatico sarebbe restato, appunto, un sogno per via del loro essere donne. Per tutte loro, lavorare per la Pan Am è stato una svolta nella vita. Che queste ultime vivono infatti la rara opportunità di viaggiare fuori del Paese, qualcosa che, in un’epoca ancora pre-femminista, la maggior parte delle ragazze può solo sognare.

Agli albori dei voli commerciali, infatti, gli assistenti di volo erano esclusivamente uomini, ma negli anni Cinquanta la crescente concorrenza tra i vettori spinge le singole compagnie aeree a promuovere la propria unicità, il massimo livello di lusso e di servizio. All’epoca Pan Am era l’unica compagnia aerea americana a volare esclusivamente su rotte internazionali e aveva una particolare reputazione di raffinatezza, ed eccellenza da mantenere. E, visto che la clientela di allora era composta prevalentemente da uomini, il personale di volo femminile diventa per la compagnia americana un particolare punto di forza.

La strategia di reclutamento della Pan Am è accattivante, mirata ad attrarre donne irrequiete e ambiziose nei propri ranghi. “Come puoi cambiare un mondo che non hai mai visto?” sfidava un annuncio di lavoro. Ciò che la compagnia prometteva alle loro hostess erano una libertà di vita e di movimento ed un’indipendenza economica sconosciute alle donne dell’epoca. Basti pensare nel corso degli anni Sessanta, il 10% delle hostess della Pan Am possedeva una laurea o una qualifica superiore (un numero straordinario in un periodo in cui solo il 6-8% del totale delle donne americane finiva il college o l’Università, preferendo il matrimonio e la famiglia come racconta Betty Friedan nel suo straordinario La mistica della femminilità), anche se l’aspetto fisico era decisamente fondamentale e si poteva essere scartate per avere la testa troppo piccola o aver applicato troppo make up.

Una volta insediata in un lavoro a tempo pieno, una hostess della Pan Am, ha improvvisamente accesso a una serie infinita di nuove esperienze che vanno dal fare shopping a Parigi, all’eludere il KGB a Mosca, o a calmare una cabina piena di passeggeri mentre uomini armati del Ghana rapiscono ministri guineani da un volo ad Accra.

Ma questo inebriante stile di vita aveva un prezzo che poche sarebbero disposte a pagare al giorno d’oggi. Oltre alle lezioni sulla storia dell’aviazione e sulle procedure di emergenza, i manuali di formazione per le aspiranti assistenti di volo contenevano istruzioni sul come selezionare la tonalità di ombretto più appropriata al colore degli occhi e a quello della pelle, sul come come preparare il pollo al curry malese o un cocktail, oltre che suggerimenti pratico-filosofici come quello di non impiegare non perdere tempo in cose inutili come vestirsi, cambiarsi d’abito, fare e dispare le valigie, ma di risparmiare le proprie energie per persone, luoghi e idee. Inoltre le ragazze erano pesate mensilmente e dovevano richiedere l’approvazione del manager se volevano cambiare pettinatura. Il matrimonio o la gravidanza poi, significavano la fine alla carriera, ragion per cui le donne che avevano fatto una di queste scelte cercavano di nasconderle il più a lungo possibile. E’ solo con l’avvento della nuova decade, gli anni Settanta, che le donne impiegate dalle varie compagnie aeree iniziano a presentare reclami alla Commissione per le Pari Opportunità di Lavoro e a vincere le loro cause. Anche se, sia ben chiaro, queste vittorie sono arrivate lentamente.

L’Association of Flight Attendants, il più grande sindacato mondiale di assistenti di volo, ha rilasciato una dichiarazione dopo il lancio della serie, dicendo che questa ricorda i progressi compiuti dalle hostess a partire dalle ingiustizie sociali dell’epoca: 

l primo episodio di Pan Am può essere una fuga nostalgica ai giorni precedenti la deregolamentazione, ma ha anche evidenziato la miriade di ingiustizie sociali superate dalle donne forti che hanno dato forma a un nuovo lavoro. Controlli del peso, dei corsetti, la regola del nubilato, il sessismo, la discriminazione razziale… tutto questo è stato cambiato da donne intelligenti e visionarie che hanno aiutato a far partire le richieste di cambiamento in tutto il paese e in tutto il mondo. Come membri dei sindacati, gli assistenti di volo membri degli equipaggi della Pan American World Airways e delle altre compagnie aeree negli anni 60, hanno fortificato le loro voci per spingere le direzioni delle compagnie e la politica a garantire l’uguaglianza dei diritti, il riconoscimento del loro lavoro, e migliori standard sanitari e di sicurezza nell’aviazione di cui hanno beneficiato i viaggiatori. Negoziare salari migliori, periodi di riposo, assistenza sanitaria e benefici pensionistici hanno fatto sì che le abili hostess ponessero dei nuovi standard per fornire opportunità migliori a tutti gli uomini e a tutte le donne

 Association of Flight Attendants-CWA

Sebbene abbiano fatto molto per i diritti delle donne, tuttavia questa non è l’unica storia delle Pan Am. Alcuni tra i capitoli più sorprendenti della compagnia riguardano infatti il ruolo della Pan Am durante la guerra del Vietnam, quando si offrì di fare volare per il Governo americano le truppe da Saigon attraverso l’Asia per rilassarsi a cifre scontatissime. Le hostess di bordo diventa improvvisamente infermiere, madri e psicologhe dei soldati feriti e traumatizzati, perlopiù giovani ancora pressoché adolescenti, testimoni di eventi in aperto contrasto con la retorica del governo degli Stati Uniti sul Vietnam. Alla fine della guerra, furono queste donne ad essere responsabili del trasporto di centinaia di bambini fuori dal paese durante la controversa Operazione Babylift.

La loro era molto più di una visione in prima fila della storia. “Il mondo sta aspettando”, avevano promesso gli annunci di ricerca della Pan Am. “Vedi le cose, fai le cose, impara le cose”. E così hanno fatto. Dopotutto, era quello per cui si erano iscritte.

2022 ©Paola Cacciari

Buon compleanno Sergei Diaghilev

Cento cinquanta anni fa, nel 1872 in famiglia aristocratica di Novgorod, nasceva l’artefice della prima, vera rivoluzioni russa: Sergej (Serge) Pavlovič Djagilev. La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico. Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

Prima di diventare l’impresario per eccellenza e sconvolgere così le consuetudini del pubblico e della critica dell’inizio del Novecento, Sergei tuttavia intraprende altre strade – studia legge all’università, si dedica alla pittura, al canto e alla musica. Da critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Mir Iskusstva (Il mondo dell’arte). Ma la vicinanza allo zar non gli impedisce, quando scoppia la rivoluzione del 1905, di schierarsi con i rivoluzionari e appoggiare lo sciopero dei ballerini del Teatro Imperiale. 

Sempre nel 1905 organizza a San Pietroburgo un’esposizione di ritratti russi e, l’anno successivo, un’importante mostra di arte russa al Petit Palais di Parigi, considerata la più grande e completa in Europa. Vi partecipano molti artisti del tempo, da Aleksandr Nikolaevič Benois a Kostantin Somov ai più giovani Michail Fëdorovič Larionov e Natalia Gontcharova. L’ascesa di Sergei Diaghilev sembra inarrestabile. Nel 1907 presenta cinque concerti di musica russa a Parigi e nel 1908 mette in scena una produzione del Boris Godunov con Fëdor Šaljapin all’Opéra di Parigi. L’organizzazione di esposizioni d’arte e di concerti di musica russa a Parigi segna l’inizio di un lungo rapporto con la Francia.

Affascinato dal balletto, che occupa (e ha sempre occupato) nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea, incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo, Diaghilev si imbarcò nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Era il 1909.

Lavoravo da qualche anno al museo quando il V&A allestì una strepitosa mostra dedicata al padre di tutti gli impresari, dal titolo Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929. Scenari teatrali, costumi di scena, poster, filmati d’epoca cronologicamente organizzati in tre sale, raccontavano la storia della compagnia e le sue alterne fortune – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. E se materiali, costumi e poster erano storicamente interessanti, fu il potere evocativo dei piccoli oggetti quotidiani a catturare la mia immaginazione: un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia. Testimoniavano il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. Di Picasso il V&A si era assicurato il monumentale sipario de Le Train Bleu, disegnato nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire, i segni dell’usura e le pieghe della sua superficie un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel. Stravinskij, in particolare, compose le musiche per balletti come L’Uccello di fuoco, Petrushka,  La sagra della primavera (titolo originale francese Le Sacre du printemps) quest’ultimo con la coreografia di Vaslav Nijinsky e la prima al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio (come spesso accadde con i Balletti Russi, diciamocelo) tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna.

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente esiliati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Con un ultimo colpo di coda, Diaghilev orchestra l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo, e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti. Ma ultimi anni dei Balletti russi ebbero raramente il successo incondizionato delle prime stagioni. Era finita un’epoca, e nel 1929 la compagnia di danza si scioglie.

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Illustrations by Léon Bakst

Diaghilev si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al ‘Hotel des Bains al Lido di Venezia. Così povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi cattura l’immaginazione, portato nel mondo da alcuni dei suoi più celebri ballerini e devoti studenti – George Balanchine negli Stati Uniti, Ninette de Valois in Gran Bretagna, Serge Lifar a Parigi presso l’Opéra.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011 Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929 @ Victoria and Albert Museum vam.ac.uk

2022 ©Paola Cacciari

Giorno della Memoria: da Anna Frank a Edith Bruck, cinque libri per non dimenticare

Ogni anno, il 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria per ricordare le vittime della Shoah. In tal senso, la lettura di un libro può essere davvero utile. Ecco cinque titoli da recuperare/scoprire…

Giorno della Memoria: da Anna Frank a Edith Bruck, cinque libri per non dimenticare

Giovanni Boldini. Lo sguardo nell’anima

Fino al 13 marzo 2022 –  Palazzo Albergati di Bologna  ospita una straordinaria mostra dedicata a Giovanni Boldini. Il fascino femminile, gli abiti sontuosi e fruscianti, la Belle Époque, i salotti: è il travolgente mondo di Giovanni Boldini, genio della pittura che più di ogni altro ha saputo restituire le atmosfere rarefatte di un’epoca straordinaria. […]

Giovanni Boldini. Lo sguardo nell’anima

La moda e le sue storie

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri. La moda, come gli oggetti di design, sono storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume, come gli oggetti di cui ci circondiamo a casa, dice cose che le parole non dicono.

Come questo ritratto che la (allora) principessa Elisabeth dona al fratello, re Edward VI. Più che un ritratto, questo è un capolavoro di diplomazia. A cominciare dal formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – in quanto lo status di Elisabetta, che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa che, anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re, il suo costume e suoi gioielli indicano che non si tratta di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che tanto il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro non di sangue reale (e che quindi le sarebbero stati proibiti se la principessa fosse stata davvero illegittima), il messaggio di Elisabetta ad Edward non avrebbe potuto essere più chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

The Deadly Sisterhood by Leonie Frieda

My rating: 3 of 5 stars

Interesting book, a drama on a grand scale sweeping tale involving corrupt monarchs, finest thinkers, brilliant artists and the greatest beauties in Christendom. . However, the title is very misleading.
A title such as The Deadly Sisterhood: A story of Women, Power and Intrigue in the Italian Renaissance promised me the stories of eight remarkable women of the Renaissance, all joined by birth, marriage and friendship and who ruled for a time in place of their men-folk – women such as Lucrezia Tornabuoni (Queen Mother of Florence, the power behind the Medici throne), Clarice Orsini (Roman princess, feudal wife), Beatrice d’Este (Golden Girl of the Renaissance), Caterina Sforza (Lioness of the Romagna), Isabella d’Este (the Acquisitive Marchesa), Giulia Farnese (‘la bella’, the family asset), Isabella d’Aragona (the Weeping Duchess) and Lucrezia Borgia (the Virtuous Fury), but instead, it is a book about women (an men) in the Renaissance.
Of course, major figures such as Caterina Sforza, Lucrezia Borgia and Beatrice and Isabella d’Este feature prominently (Frieda doesn’t make a secret of her deep dislike for Isabella, an opinion that after once or twice mentions becomes annoying…), but there were already plenty of books about them without the need of another one added to the list. Also, in the paperback edition, there are no illustrations, despite the inclusion of a detailed list.
This said it is an interesting book – a sweeping panoramic view on the lives of some outstanding players of the Renaissance, who wielded the real power behind the throne and whose fates entwined with each other as Christendom emerged from the shadows of the calamitous 14th century.

Borse e borsette

Ah, la borsa! Dimmi che borsa possiedi, ti dirò chi sei: intrise di significati simbolici, le borse sono molto di più di semplici oggetti funzionali.

Il dizionario italiano la definisce come un “Sacchetto, contenitore di varia forma, grandezza e materia, destinato a usi diversi, in part. a contenere oggetti di uso personale da portare con séb. di stoffa, di pelle, di paglia, di plasticab. per la spesab. per signorab. del tabacco” (Borsa degli arnesi, dei ferri; Borsa diplomatica, Borsa da viaggio, Borsa del ghiaccio,; Borsa dell’acqua calda, etc). Certamente, la loro capacità di trasportare più oggetti di quanto si potrebbe fare a mano, ha fatto delle borse un elemento fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana. Dalle borse medievali e bisacce dei messaggeri alle semplici borse di tela o di plastica, dai classici del design come i modelli di Prada e Chanel agli zaini militari o da tempo libero e da viaggio e ai marsupi da portare in vita alle valigette porta-documenti – ma sempre con una stretta relazione tra funzione e contenuto, la borsa è un’accessorio necessario e onnipresente, utilizzato da da uomini e donne da migliaia di anni in tutte le culture e in tutti i paesi.

Left to right: Burse for the Great Seal of England, 1558 – 1603, England. Museum no. T.40-1986. © Victoria and Albert Museum, London; John Peck & Son, London, Winston Churchill as Secretary of State for the Colonies Despatch Box No.7. Image Courtesy of Sotheby’s

Il disegno delle borse si è evoluto insieme alla storia dei viaggi e degli spostamenti. E se quando si viaggia la portabilità è l’elemento principale, i diversi mezzi di trasporto (transatlantico, treno, automobile, cavallo, a piedi) hanno influenzato lo sviluppo di diversi materiali e di specifiche forme di bagaglio (viaggiare con un baule come questo baule di Louis Vuitton doveva essere una vera fatica, soprattutto per i facchini) . Lo stesso si può dire dell’Esercito, di cui materiali durevoli, lo stile pratico delle uniformi e l’armamentario dei soldati, ha grandemente influenzato la moda civile soprattutto nella creazione delle borse sportive.

Ma neanche la minaccia della guerra e l’obbligo di portare sempre con sé la maschera anti-gas, aveva fatto desistere le signore bene di Londra dal rinunciare all’eleganza, e un’intraprendete ditta inglese creò una pochette da donna in pelle nera con lo spazio per un respiratore standard di tipo civile con maschera di gomma nera e filtro metallico.

Come le scarpe e vestiti, anche una borsa può raccontarci molte cose del proprietario – dal ceto sociale, alle aspirazioni e ambizioni della persona, al desiderio di appartenere ad un determinato mondo o madre un determinato messaggio politico, artistico o sociale. E come un paio di scarpe, anche una borsa per quanto costosa, è sempre più abbordabile di un abito di alta moda, e quindi più alla portata di tutti. E in questo caso è la scelta del modello che conta, poiché indica la tribù di appartenenza.

Da sinistra a destra: la partenza di Grace Kelly da Hollywood (foto di Allan Grant The LIFE Images Collection via Getty Images); Paris Hilton e Kim Kardashian con Marc Jacobs per le borse “Monogram Miroir” di Louis Vuitton a Sydney, Australia 2006. Foto di PhotoNews International Inc, Getty Images

E se negli anni Cinquanta e Sessanta personaggi come Grace Kelly e Jaqueline Kennedy Onassis hanno visto le loro borse preferite ribattezzate con il loro nome, gli anni Ottanta hanno visto la nascita del famoso modello creato da Hermès per Jane Birkin nel 1984 (sulla quale si vedono ancora le tracce degli adesivi che le piaceva attaccarci sopra (cosa che avrebbe fatto venire un infarto a Samantha in Sex and the City) e dell’elegantissima Lady Dior, dedicata a lady Diana Spencer.

Ma il vero boom dei testimonials esplose negli anni Novanta e Duemila, con la creazione delle cosiddette “It bags”, borse promosse da personaggi famosi, da bloggers, vloggers e influencers (da Chiara Ferragni al cinese Mr Bags). Il possedere una (o molte) di queste borse e borsette create in edizioni limitate da marchi come i Chanel, Hermès e Fendi e vendute a prezzi astronomici diventa simbolo di lusso e consumismo.

Da eterna fan di Sex and the City, la mia preferita è naturalmente la Baguette di Fendi, celebrata in un episodio del serial americano in cui Carrie, derubata della borsetta, informa costernata il ladro che non è una semplice borsa, ma una baguette. Creata nel 1997, questa è stata la prima It bag con oltre 60,000 esemplari venduti tra il 1997 e il 2007 e recentemente ritornata in fabbricazione.

Ripensandoci, non so come ho fatto a sopravvivere nella mia adolescenza ficcando tutto nelle tasche di jeans e giubbotti … 🤭 Quando, anni fa mi fu rubata la borsa, il senso di perdita fu schiacciante, e non solo per il portafoglio e la noia di dover rifare i documenti: mi sembrava di aver perso un pezzo di me stessa. Il che in parte era vero, che novella Mary Poppins, tendo portarmi appresso ogni cosa che potrebbe essere utile in (ipotetiche) emergenze – Kleenex, cerotti, assorbenti, paracetamolo, burro di cacao, crema, bottiglia d’aqua, le chiavi, l’agenda (che mi piace la carta) e l’immancabile libro. E naturalmente, dato lo schizofrenico tempo inglese, ombrello e occhiali da sole. Senza scomodare Freud e le sue teorie della sessualità (che naturalmente il nostro austriaco ne ha una anche sulle borse da donna…), la borsa fa le veci – temporanee- del rassicurante tetto domestico. 🏡

2021 © Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Gennaio 2022

Bags, Inside Out, Victoria and Albert Museum

I nostri corpi come campi di battaglia (Our Bodies, Their Battlefield) di Christina Lamb

“Lo stupro,” scrive Christina Lamb all’inizio di questo incredibile libro, è “l’arma più economica conosciuta dall’uomo”.

È anche una delle più antiche, da tempo immemorabile compagna del saccheggio, tanto comune da essere avvallata dal Libro del Deuteronomio che autorizzava i soldati a prendere per sè le belle donne trovate tra i prigionieri delle battaglie, e raccontata da Erodoto o Tito Livio senza che generazioni di studiosi e studenti abbiano mai battuto ciglio. Nel suo libro Against Our Will , la scrittrice americana Susan Brownmiller afferma che “la scoperta da parte degli uomini che i loro genitali potevano essere utilizzati come arma per generare paura deve essere classificata come una delle scoperte più importanti della preistoria, insieme all’uso del fuoco e della prima ascia di pietra grezza”.

Eppure, nonostante l’ubiquità dello stupro nel tempo, in tutti i continenti e in tutti i contesti, questo crimine è ancora troppo spesso ignorato dalle autorità come una sorta di effetto collaterale dei conflitti, la cui gravità è considerata inferiore a omicidio e terrorismo – nonostante sia ormai chiaramente stato provato che lo stupro sistematico di donne e bambine sia stato usato come arma per terrorizzare intere comunità e costringere a spostarsi abbandonando così interi territori.

Come quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo , definita nel 2010 “la capitale mondiale dello stupro” dal Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Violenza Sessuale. La R.D. del Congo fornisce due terzi di questi materiali al mondo e con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Nella RDC ha detto Christine Schuler Deschryver la vicepresidente della Fondazione Panzi che si occupa del trattamento delle donne sopravvissute alla violenza, se si facesse una mappa di tutti gli stupri avvenuti sul territorio, si vedrebbe che si sono avvenuti principalmente nelle prossimità di miniere di cobalto e coltan (contrazione per columbo-tantalite), materiali necessari per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei laptop. Se lo stupro non è un’arma economica dico io, non so cosa sia.

Questo non è certo un libro da leggere tutto d’un fiato, tanto è l’orrore e l’indignazione che provo durante la lettura. Ogni tanto devo smettere e respirare, fare qualcos’altro, leggere un libro stupido o fare il cruciverba perchè il mio cervello semplicemente non riesce ad assimilare la lista delle atrocità compiute su donne come me. Che qui ci sono, se non tutti, molti degli orrori avvenuti negli ultimi due secoli – dalle donne Rohingya violentate dai soldati birmani, alle adolescenti rapite dai fanatici di Boko Haram e tutt’ora nelle loro mani nonostante la campagna hashtag #BringBackOurGirls, dalle donne Tutsi vittime del genocidio in Rwanda, a quelle del Bangladesh in 1971 e dell’Argentina sotto la giunta militare tra il 1976 e il 1983, e naturalmente i campi di stupro in Bosnia.

Ma si può dire che è stato solo con la guerra nella ex Jugoslavia che per la prima volta lo stupro di massa è stato riconosciuto e perseguito da un tribunale internazionale. E se uomini ogni etnia hanno commesso stupri, la stragrande maggioranza di questi è stata perpetrata dalle forze serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) e da unità paramilitari serbe, che hanno usato lo stupro come strumento chiave del loro programma di pulizia etnica. Secondo Amnesty International, infatti, l’uso dello stupro (e in questo caso dello stupro genocida) durante i periodi di guerra non è un sottoprodotto dei conflitti, ma una strategia militare pianificata e deliberata che ha il doppio scopo di instillare il terrore nella popolazione civile allontanandola con la forza dalle loro proprietà, e umiliare i sopravvissuti costringendoli a restare lontani dal loro territorio per evitare la vergogna e lo stigma. Non a caso lo storico Niall Ferguson ha individuato nazionalismo fuorviante come fattore chiave dietro la decisione nelle sfere più alte di utilizzare lo stupro di massa per la pulizia etnica. Certo non sono solo le donne ad essere stuprate (l’autrice riconosce che la violenza sessuale contro gli uomini è stata ed è tutt’ora un problema e pare che quasi un quarto degli uomini nei territori colpiti dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo orientale abbiano subito violenza sessuale), l’attenzione di questo libro è concentrata volutamente sulle donne.

Christina Lamb , da anni corrispondente estero del Sunday Times e coautrice, con Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace del 2014, di Io sono Malala, è una scrittrice straordinaria. La sua compassione per le persone che incontra è reale, così come la sua rabbia e indignazione si riflettono sul suo modo di raccontare le loro storie e rendono questo un libro difficile, ma essenziale. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti.


“Una giudice donna mi ha detto che, sentendo la testimonianza delle vittime, era come rivivere tutto sul suo corpo. E lo stesso è stato per me. Mentre scrivevo, ogni tanto dovevo interrompere. Ma poi ritrovavo la forza. Ho cercato di fare la mia parte per cambiare le cose”.

Paola Cacciari 2021

Raffaella Carrà – “Ballo ballo”

Da bambina ho passato ore davanti allo specchio cercando di imitarne il sorriso, lo sguardo e la repentina alzata di testa che le scompigliava la frangia bionda e le dava quell’aria allo stesso tempo sexy e sbarazzina.

Ma la Carrà era inimitabile, e non solo nel caschetto biondo, ma anche nella sua umanità che la rendeva a tutti così cara. E anche se io da lì a poco avrei scoperto i Duran Duran e il “mullet” di Simon le Bon, la cosa non mi ha mai impedito di guardare ogni puntata di Fantastico e Pronto Raffaella e di essere un po’ orgogliosa della mia concittadina … 😄

Con Milva e Battiato anche questo è un pezzo della mia storia che se ne va. Ciao Raffaella. 💕🎤💃

We engaged for you: feminist collages

You might have seen some impacting messages stuck on walls by walking around the city of Bologna. The feminist collages became a part of the everyday life of Bolognese people since one year. The number of sentences which catch the eyes is no longer counted in Bologna today. Imported from France, this movement gathers women […]

We engaged for you: feminist collages