Miss Beatrix Potter

Ieri sono uscita a camminare per il quartiere. Era freddo e aveva appena smesso di piovere e non mi andava di allontanarmi troppo dalla mia tana. Camminare per Londra è come muoversi in una time capsule. La zona in cui abito io è vittoriana, costruita sull’espansione della metropolitana verso Ovest. Ci sono piccole stradine, i Mews, che un tempo ospitavano le stalle e le carrozze e gli alloggi di cocchieri e stallieri di quelle classi sociali che potevano permettersi un tale lusso, e prima che l’avvento della ferroria permettesse anche alla piccola borghesie il privilegio di muoversi per Londra anche senza il privilegio di una carrozza rendendo tali costuzioni obsolete.

Ancora dopo tanti anni, Londra continua a sorprendermi: a volte basta solo camminare dal lato opposto della strada – quello in cui non si cammina mai perchè fuori dal nostro pilota automatico – per scoprire qualcosa di nuovo. Come la piccola targa blu sul muro di una scuola materna al n. 2 di Bolton Garden, che che commemora la casa in cui nacque e visse Beatrix Potter e davanti a cui sono passata per anni senza mai notare.

Oggigiorno Bolton Gardens in South Kensington è sede di ambasciate, Ladies, Lords e ricconi vari, ma negli anni sessanta dell’Ottocento era una parte semi-rurale di Londra. La famiglia in cui era nata Beatrix Potter (1866-1943) apparteneva all’alta borghesia arricchitasi con il commercio del cotone ed era ben introdotta nella società dell’epoca, annoverando tra la cerchia di amici del padre personaggi come l’artista Sir John Everett Millais. La famiglia aveva tendenze artistiche. Helen, sua madre, era una raffinata ricamatrice e acquarellista, e suo padre Rupert, sebbene qualificato come avvocato, concentrò gran parte del suo tempo sulla sua passione per la nuova forma d’arte della fotografia (fu eletto alla Photographic Society di Londra nel 1869 ).

Nonostrante il museo in cui lavoro abbia sempre (e dico SEMPRE) una selezione dei suoi deliziosi disegni in esposizione, non ho mai prestato molta arttenzione a Beatrix Potter come persona. Fino a quando, lo stesso giorno della mia scoperta, Prime Video mi ha messo sotto il naso il film Miss Potter – quello tutto scarina con Renée Zellweger e Ewan McGregor. Il film si concentra solo su pochi anni nella vita della Potter, a partire dal 1901 quando pubblicò privatamente il suo primo libro, “The Tale of Peter Rabbit“. Il libro si rivelò così popolare da convincerla a portalo all’editore Frederick Warne che lo aveva originariamente rifiutato, e che lo accettò una volta che Beatrix Potter acconsentì a ri-illustrarlo a colori.

Pubblicato nel 1902, fu un enorme successo, e i soldi che guadagnò da esso e dalla merchandise era un passo verso l’indipendenza economica dalla sua pretenziosa famiglia di nouveau-riche vittoriani. In questo suo rifiutarsi di rassegnarsi al matrimonio a tutti i costi come unica “carriera” accettabile per una donna, Beatrix Potter è molto simile a Jane Austen, ma più fortunata di quest’ultima in quanto a differenza della sua collega, la Potter riesce a vivere dei proventi della sua penna. Anzi, da abile donna d’affari qual’era, diverta persino piuttosto ricca. Il che, ancora adesso nel caso di una donna, è un passo necessario verso la libertà e l’autonomia. Nel 1909, attraverso l’acquisto della prima delle numerose proprietà che finira’ con l’acquistare nel Lake Distrik, Beatrix Potter incontrò William Heelis, un avvocato del luogo che diventerà suo marito nel 1913 nonostrante le obiezioni dei suoi genitori che non approvavano la sua relazione della figlia con “un avvocato di campagna.”

Alla sua morte nel 1943, Betrix Potter lasciò quasi tutte le sue proprietà al National Trust, inclusi oltre 4.000 acri (16 km2) di terra, sedici fattorie, cottage e mandrie di bovini e pecore di razza Herdwick – uno dei più grandi lasciti dell’epoca al National Trust, che ha permesso la conservazione della terra ora inclusa nel Lake District National Park e la continuazione dell’agricoltura. L’ufficio centrale del National Trust a Swindon è stato chiamato “Heelis” nel 2005 in memoria di William Heelis, che continuò la sua gestione delle loro proprietà e dell’opera letteraria e artistica della moglie per i venti mesi in cui le sopravvisse. Quando morì nell’agosto del 1945, lasciò il resto al National Trust.

2021 Paola Cacciari

Quando Nilde Iotti divenne la prima donna Presidente della Camera

Nilde Iotti era stata una staffetta porta-ordini durante la Resistenza ed entrò nella Costituente e poi in Parlamento con la Repubblica. Fu la prima donna a ricoprire una delle tre massime cariche dello stato, per questo la ricordiamo oggi che il partito a cui apparteneva non ha espresso neanche una donna nel Governo Draghi. Nilde […]

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Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di e osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel nel 1936 in collaborazione con Dorothea Lange, in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno in florida, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolente convivenza (pare che Hemingway abbia continuato a vivere anche con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944 andare al fronte on le truppe per coprite lo sbarco in Normandia e Martha decide di seguirlo al fronte, nonostante l’esercito americano disapprovasse delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema) . Hemingwya tentò di ostacolarle il viaggio rifiutandosi di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo, costringendola ad attraversare l’Atlantico come clandestina su una nave ospedale. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, la prima donna ad entrare nel campo di concentramento di Dachau poco dopo la sua liberazione – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

Madre migrante: la vera storia dello scatto di Dorothea Lange

E’ Florence Leona Christine Thompson (1903 – 1983), operaia statunitense, la famosa “Madre Migrante” immortalata dalla fotografa Dorothea Lange. Ecco la sua storia… Continue reading Madre migrante: la vera storia dello scatto di Dorothea Lange at Uozzart.

Madre migrante: la vera storia dello scatto di Dorothea Lange

Le violenze maschili contro le donne in tempo di guerra e in tempo di pace

Ogni giovedì, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, la professoressa Pina Lalli, insieme all’Avvocatessa Milly Virgilio, coordina online un ciclo di seminari sulle violenze maschili contro le donne al quale partecipano studiosi ed esperti per un approfondimento interdisciplinare delle questioni e dei temi connessi a questo fenomeno. Lo scorso 19 novembre, Marco Balboni, […]

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Eleanor Roosevelt

L’amicizia verso sé stessi è di fondamentale importanza, perché senza di essa non si può essere amici di nessun altro New York, Stati Uniti d’America Anna Eleanor Roosevelt nota semplicemente come Eleanor Roosevelt, nacque a New York – Stati Uniti d’America – l’11 ottobre 1884. Morì nella stessa città il 7 novembre del 1962. Eleanor […]

Eleanor Roosevelt

Marie Antoinette: Girls want to have fun

Non ho mai avuto molta simpatia per Maria Antonietta (1755-1793): frivola, superficiale, manipolatrice e spendacciona, passava il suo tempo a giocare a fare la pastorella a Versailles invece di preoccuparsi della sorte del suo popolo. Non era forse la sua la famigerata frase“Se non hanno pane, che mangino brioches!”  riferita al popolo affamato? E se poi, nell’ottobre del 1789, una folla armata aveva marciato su Versailles per chiedere pane al re. In fondo era colpa sua, ho sempre pensato. Almeno fino a qualche settimana fa quando, tornata al museo dopo mesi di chiusura forzata causa covid, mi sono trovata a spartire le sale dell’Europa settecentesca proprio con lei, con la disgraziata Regina. E per la prima volta mi sono fermata a guardarla. A guardala DAVVERO, dico.

E questa è stata una vera sorpresa: che sebbene questa citazione sia tradizionalmente attribuita a Marie Antoinette (l’ho sentita per la prima volta alle scuole elementari), in realtà la frase è di Jean-Jacques Rousseau che la scrive nelle Confessioni, in riferimento ad un evento del 1741, quando Maria Antonietta non era neppure nata. In tutti questi anni l’idea di verificarne la provenienza non mi aveva neppure sfiorata, che se lo dicevano i libri di storia, doveva essere vero. Ma la storia, si sa è scritta dai vincitori. E i vincitori, soprattutto in passato, sono sempre stati gli uomini. Mi sono fatta la nota mentale di non mai perdere l’abitudine di mettere in discussione le cose, soprattutto quelle radicate.

Marie Antoinette, Queen of France. London, Victoria and Albert Museum

In questo ritratto di François-Hubert Drouais, Marie-Antoinette ha 17 anni e da tre era già la moglie infelice e annoiata del Delfino di Francia, il futuro Luigi XVI. Regina o no, un’adolescente resta un’adolescente. Sposata a quattordici anni ad un tizio che non aveva neppure mai incontrato e che non voleva una moglie austriaca, costretta a lasciare la famiglia, il Paese e persino il suo cane, per essere catapultata nel formalissimo mondo della monarchia francese, in cui persino il togliersi una forcina dai capelli è strettamente regolato dall’etichetta, non sorprende che la povera Marie-Antoinette abbia finito con il darsi alle feste, ai pettegolezzi e allo shopping per non morire di frustrazione e di noia! 😬 🙄  Il delfino Luigi poi, raramente dormiva con lei, e il matrimonio non sarà consumato per anni. E naturalmente, in quanto donna, tutti gli occhi sono puntati su di lei e sul suo al ciclo mestruale, la cui apparizione ogni mese costituiva la prova della sua  incapacita’ di moglie di suscitare passione nel marito, di restare incinta e di produrre, insieme ad un erede al trono, una solida alleanza franco-austriaca. Cosa che l’imperatrice sua madre, Maria Teresa d’Austria, non sembra perdere occasione di farle notare.

Trovo difficile difficile abituarmi all’idea che all’epoca Marie Antoinette aveva soli diciassette anni. Mi chiedo io, quanti adolescenti che non si chiamino Greta Thunberg sono più interessati (davvero interessati, dico al punto da lasciare tutto) alla politica mondiale che quello che faranno nel fine settimana. Io alla quell’età certamente interessata alla politica non lo ero. Marie Antoinettena ragazzina travestita da Regina, ad una perenne festa in maschera, oblivia del resto, di quello che avveniva fuori dalle mura di Versailles, la fame, la furia del popolo. Le maldicenze dell’antica nobiltà di corte, offesa dal comportamento infantile e dalla mancanza di rispetto della Regina per l’anzianità e il rango, faranno poi il resto.

Guardo il ritratto di quella ragazzina sola e isolata a cui la vita aveva dato tutto, tranne uno scopo e mi viene da pensare che la povera Marie Antoinette ha avuto la grossa sfortuna di essere una teenager al momento sbagliato. Se fosse nata qualche secolo dopo si sarebbe stata l’anima della festa.

2020 ©Paola Cacciari

La Bielorussia ti chiama, Maria.

Una sera dell’inizio di Settembre, un’immagine stilizzata della leader dell’opposizione bielorussa, Maria Kolesnikova, è stata proiettata sul muro di un condominio di Minsk. Flautista e insegnante di musica, Maria Kolesnikova, è diventata una delle figure di riferimento delle proteste contro il regime autoritario di Alexander Lukashenko.

L’immagine, creata dall’artista Ania Redko mostra la donna vestita di rosso, con in mano il suo passaporto strappato – un riferimento alla sua azione quando i servizi di sicurezza di Lukashenko hanno cercato di deportarla dal suo stesso Paese. “La Madrepatria ti chiama, Maria” dice il testo. E Maria è determinata a rispondere, nonostante dopo il fallito tentativo di trasportarla a forza in Ucraina, gli agenti di sicurezza le abbiano detto che sarebbe stata rimossa dalla Bielorussia “viva o in pezzi”.

A poster of Maria Kolesnikova with her torn-up passport created by the illustrator Anna Redko. Photograph: Anna Redko
A poster of Maria Kolesnikova with her torn-up passport created by the illustrator Anna Redko. Photograph: Anna Redko
Maria Kolesnikova è rappresentata nella stessa posa di un famoso poster sovietico della Seconda Guerra Mondiale, “La Madrepatria sta chiamando!” Creato nel 1941 dall’artista sovietico Irakli Toidze per incoraggiare la coscrizione, dopo l’invasione a sorpresa dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, mostrava una donna vestita di rosso, fiancheggiata dai fucili e con in mano una lettera di coscrizione, che incoraggiava i cittadini a iscriversi allo sforzo bellico. In un epoca pre-internet e pre-televisione, i manifesti erano un mezzo efficace ed economico largamente utilizzato dalla propaganda per influenzare la coscienza pubblica.
"The Motherland Is Calling," says a World War II Soviet military recruitment poster by Irakly Toidze featuring Mother Russia holding out the Red Army Oath of Allegiance in 1941. Photo by Laski Diffusion/Getty Images
“The Motherland Is Calling,” says a World War II Soviet military recruitment poster by Irakly Toidze featuring Mother Russia holding out the Red Army Oath of Allegiance in 1941. Photo by Laski Diffusion/Getty Images

L’ispirazione al famoso poster sovietico non è casuale, e non solo perché il regime autoritario di Alexander Lukashenko ha tentato più volte di imbavagliare i dimostranti interrompendo Internet, divenuto uno dei mezzi più efficaci usati per far conoscere la protesta all’estero. Come la donna simbolo della Madrepatria del poster sovietico, Maria Kolesnikova è divenuta il simbolo dell’opposizione bielorussa.

Lukashenko, al potere dal 1994,  continua a mantiene l’appoggio di Vladimir Putin, il suo alleato chiave. Finora l’Occidente è stato cauto nell’intraprendere un’azione decisa che potrebbe provocare un intervento russo, sebbene l’UE stia stilando un elenco di funzionari bielorussi da colpire con sanzioni. Nel frattempo si continua a non sapere nulla della sorte di Maria Kolesnikova. Le ultime notizie la danno trattenuta in una prigione del KGB a Minsk, dopo il suo rapimento, avvenuto nella capitale bielorussa lo scorso 7 Settembre. Dita incrociate.

Isabel Allende

La vita è un arazzo e si ricama giorno dopo giorno con fili di molti colori, alcuni grossi e scuri, altri sottili e luminosi, tutti i fili servono Isabel Allende Liona, nata a Lima – capitale del Perù, il 2 agosto 1942, è una scrittrice cilena naturalizzata statunitense. E’ una delle autrici latinoamericane di maggior […]

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OTTO DOMENICHE IN RUSSIA, OVVERO QUALCHE RIFLESSIONE SU QUESTA PRIMA SPLENDIDA LETTURA DI GRUPPO Leggere Anna Karenina non è mai stato nei miei piani. Ho una lista infinita di libri che vorrei leggere, un buon cinquanta per cento è composto da grandi classici ma Anna non era in cima alla lista. Ad un certo punto, […]

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