Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

Il libro dei bambini (The Children’s Book) A.S. Byatt

Figlia unica, dal carattere chiuso e solitario a tratti apertamente asociale e pertanto condannata (a sentire le maestre delle elementari) ad una vita solitaria, ho sempre avuto il pallino della Storia. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. Mi è sempre piaciuto sapere il perchè e il percome delle cose, la cause e l’effetto e anche se sono sempre stata un fiasco con le date e i nomi delle battaglie, mi sarebbe piaciuto avere una macchina del tempo per saltare qua e là tra le epoche e passare un po’ di tempo, chessò, nella Roma Repubblicana tra Cicerone e Cesare e Ottaviano, nella Francia di Eleonora d’Aquitania a godermi il fior fiore della letteratura provenzale, nella Firenze di Dante e nella Mantova di Isabella d’Este. Non avendo la DeLorean di Ritorno al Futuro mi accontento del museo. Che a pensarci bene è la cosa più vicina ad una macchina del tempo. Basta avere un po’ di fantasia.

Gilded copper alloy candlestick, known as the 'Gloucester Candlestick', England, UK, early 12th century. Museum no. 7649-1861Oggi per esempio ho trascorso la giornata nell’Inghilterra della Regina Vittoria, quella dell’Estetismo, di Oscar Wilde e Aubrey Beardsley. Quella di William Morris e delle Arts and Crafts, dell’Orientalismo e dei Preraffaelliti. Mi aggiro tra le bacheche sfavillanti di gioielli e argenti Liberty, coloratissime ceramiche William de Morgan, delicati bicchieri di Philip Webb, abiti di velluto, mobili laccati in stile giapponese e mi sembra di essere uno dei personaggi del libro di A.S. Byatt che ho finito da poco di leggere e che tra le altre cose ha come protagonista anche questo museo. Basta aggirarsi al museo la mattina presto o la sera tardi per accorgersi che con le sue sterminate collezioni, il Victoria & Albert Museum è già di per se’ un luogo incantato. Ma nel libro lo diventa in tutto e per tutto.

220px-TheChildrensBook Qui, tra le infinite sale del museo di South Kensington, la scrittrice di libri per l’infanzia Olive Wellwood viene con i suoi figli per trarre ispirazione per la sua nuova storia. E qui, mentre conversa con Prosper Cain, curatore del museo, nota la misteriosa figura di un ragazzo intento a disegnare il candelabro di Gloucester, uno dei miei oggetti preferiti. Realizzato per la cattedrale di Gloucester all’inizio del XII secolo, è uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio

È il 1895 e da questo semplice episodio parte un romanzo che, attraverso le vicende di quattro famiglie e di molti altri personaggi, porta il lettore fino alla Prima Guerra Mondiale. Una miriade di personaggi ‘secondari’ circondano i Wellwood di Todefright, tra cui quella dello stravagante artista vasaio Benedict Fludd, il cui personaggio è modelato su quello del ceramista del rinascimento francese Bernard Palissy, mentre innumerevoli piccoli cammei sono dedicati anche a personaggi storici come William Morris e Oscar Wilde, ammalato e distrutto dopo essere uscito dal carcere e prossimo alla morte (avvenuta nel 1900), e ancora le suffragette, G. B. Shaw, Virginia Woolf e James Barrie, il ‘padre’ di Peter Pan.

Un periodo eccezionale quello, nel bene e nel male. Ora più che mai mi chiedo chissà cosa rimarrà di questa nostra epoca. Ai posteri l’ardua sentenza…

Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

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Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

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Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

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Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

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I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi – ora preziosissimi – abiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione è stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

ftmlondon.org

London 2016 © Paola Cacciari

 

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Eric Ravilious e il Modernismo romantico

Se dicessi che conosco l’opera di Eric William Ravilious (1903-1942) direi una bugia, che prima di lavorare al museo (il mio bellissimo, adorato museo!) non ne avevo mai sentito parlare. E se qualche giornata trascorsa nelle sale della ceramica, mi ha illuminato su quella parte della sua arte che riguarda la sua collaborazione con Wedgwood, la famosa manifattura inglese di ceramica fine con sede nello Staffordshire per cui il nostro pittore ha realizzato una serie di tazze per celebrare l’incoronazione di Re Edoardo VIII (tazze che poi furono opportunamente modificate dopo la sua abdicazione con il nome del fratello, salito al trono come Giorgio VI) o quelle deliziose mugs con l’alfabeto create nel 1937, la mostra della Dulwich Picture Gallery è stata una piacevole scoperta.

Eric Ravilious (designer) Wedgwood (maker) Victoria and Albert Museum

Eric Ravilious (designer)
Wedgwood (maker) Victoria and Albert Museum

Adoro questo piccolo museo nel Sud di Londra, uno dei più antichi della capitale costruito dall’architetto John Soane e aperta al pubblico nel 1817. Ma arrivarci da casa mia è davvero scomodo, e cerco di andarci solo quando c’è davvero qualcosa che voglio vedere – e anche questo non è un’assicurazione che il viaggio ne valga la pena (una mostra su James Abbott McNeill Whistler che davvero volevo vedere si è rivelata essere una vera fregatura). Ma ieri, ombrello e occhiali da sale nello zaino che a Londra non si sa mai, io e la mia dolce metà ci siamo avventurati nel profondo Sud-Est londinese, per una volta completamente all’oscuro sul cosa avremmo trovato, semplicemente basandoci sulle recensioni lette nel Time Out London e contagiati dell’entusiasmo di una collega del museo che su Ravilious ha finito per scriverci la tesi di Master. E davvero ne è valsa la pena…

The Westbury Horse' by Eric Ravilious, 1939, watercolour on paper

The Westbury Horse’ by Eric Ravilious, 1939, watercolour on paper

Non ci sono tazze o insalatiere e tantomeno le incisioni per cui era (a quanto pare) così famoso in tutta la Gran Bretagna in mostra alla Dulwich Picture Gallery, ma solo un’ottantina di luminosi acquerelli che uno non si stancherebbe mai di guardare. Si tratta della prima grande retrospettiva dedicata a questo artista che ha per oggetto solo ed esclusivamente la sua attività di pittore. È un mondo magico e delicato quello di Ravilious, fatto di sfumature transparenti, di cieli plumbei e di raggi di sole e di campagne verdi in cui il vecchio e il nuovo si incontrano e convivono.

Ravilious photo by Phyllis Dodd from Fry Art Gallery

Eric Ravilious photo by Phyllis Dodd from Fry Art Gallery

Ravilious era un pittore tipicamente britannico – una sua foto che ho trovato in internet lo ritrae in tweed, il ciuffo biondo leggermente spettinato, come se fosse appena sceso dalla sua biciletta dopo una pedalata nella verde campagna di uno dei paesaggi delle South Downs inglesi che tanto amava dipingere. Forse è stata proprio questa sua delicatezza tipicamente britannica nell’uso dell’acquerello è una delle ragioni per cui questo geniale pittore è praticamente sconosciuto al di fuori di confine della Gran Bretagna. Questo e il fatto che morì a soli 39 anni: troppo presto per farsi un nome all’estero.

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Train landscape 1939 (3rd Class, Westbury Horse) by Eric Ravilious

Nominato artista ufficiale di Guerra nel 1939 e Capitano onorario nei Royal Marines, a differenza di altri grandi artisti di guerra come Paul Nash o Singer Sargent, Ravilious non muta il suo stile per adeguarsi al lugubre e severo soggetto della Guerra che resta quello gioioso e colorato dei suoi acquerelli dipinti in tempo di pace – il che non fa altro che accentuare il senso di sinistra irrealtà delle immagini. L’aereo su cui era partito per una missione di salvataggio sull’Islanda precipita in mare e lui è dato per disperso. Con la sua morte la sua prolifica produzione di immagini cessa bruscamente e così la mostra. E mentre guardo i suoi gioiosi acquerelli mi chiedo cosa sarebbe sarebbe diventato se fosse vissuto.

Ravilious Dangerous Work At Low Tide

Ravilious Dangerous Work At Low Tide

fino al 31 Agosto,

Dulwich Picture Gallery Gallery Road, London SE21 7AD

dulwichpicturegallery.org.uk

Il Derby di Epsom e il popolo delle corse

Tutti conoscono Royal Ascot, ma una delle più prestigiose corse di galoppo della Gran Bretagna si tiene il primo fine settimana di Giugno ad Epsom, nella contea di Surrey a poco più di mezz’ora di treno da Londra. Qui, dal 1779 si corre il Derby, la famosa corsa di galoppo che prende il nome da Edward Smith Stanley, XII Conte di Derby. In passato si correva di Mercoledì o di Giovedì e la folla accorreva da Londra e dintorni per assistere alle corse dei cavalli. Il Derby era così popolare che tra la fine del XIX e l’inizio del XX il parlamento britannico aveva persino deciso di aggiornare le sedute in quei giorni per permettere ai suoi membri di partecipare all’evento!

Epsom Derby © Paola Cacciari

Epsom Derby © Paola Cacciari

Ma la passione del popolo britannico per le corse dei cavalli è di lunga data, importata pare dai soldati romani di stanza nello Yorkshire nel III secolo D.C. , anche se il prima testimonianza scritta che cita “cavalli da corsa” pare risalire al IX-X secolo. E se già nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII furono promulgate una serie di leggi per regolare l’allevamento di questi splendidi animali, fu solo nel XVIII secolo che le corse di cavalli raggiunsero l’apice della popolarità con la fondazione nel 1750 di The Jockey Club. Si trattava di una struttura di controllo nazionale riservata allo sport e che ancora oggi esiste con il nome di British Horseracing Authority (Federazione Britannica degli Sport Equestri) e che ha lo scopo di proteggere la tradizione e l’allevamento dei purosangue da corsa.

Emily Davison

Emily Davison

Certo è che corse di cavalli sono sicuramente uno dei passatempi preferiti della regina Elisabetta II e da sempre la famiglia reale possiede una scuderia di cavalli vincenti. Tra questi c’era anche Anmer, il cavallo di re Giorgio V (1865-1936) cavalcato dal fantino Herbert Jones, i cui nomi però sono entarti nella storia del Derby per aver travolto, il 4 Giugno 1913, la suffragetta Emily Davison. Entrata nel recinto dell’ippodromo mentre i cavalli erano lanciati al galoppo, la donna cercò di afferrare le briglie del cavallo forse con l’idea di attaccarvi la bandiera viola, bianca e verde del WSPU (Women’s Social and Political Union) per farla sventolare fino al traguardo per promuovere, in occasione di un avvenimento tra i più importanti del calendario britannico, con questo gesto così audace la causa del movimento delle Suffragette e del voto alle donne. Cavallo e fantino caddero, ma si ripresero entrambi furono in grado di correre ad Ascot due settimane più tardi, mentre la donna ebbe la peggio e morì all’ospedale di Epsom quattro giorni dopo.

Il Derby era anche una di quelle occasioni (davvero pochine nel calendario vittoriano) in cui le barriere sociali cadevano e persone di classe sociali diverse si ritrovavano per un giorno o due a frequentare lo stesso ambiente; e basta guardare la confusion colorata del dipinto di William Powell Frith (1819-1909) intitolato guarda caso The Derby Day per avere un’idea dell’atmosfera specialissima di questa giornata.

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WilliamPowell Frith, The Derby Day. Tate Britain

Ancora oggi non molto sembra essere cambiato dall’epoca vittoriana: ogni anno migliaia di spettatori si riversano all’ippodromo per assistere ad una delle corse più prestigiose della Gran Bretagna, inclusa la sottoscritta. Ma oggi come ieri, la socializzazione è solo apparente. E mentre i comuni mortali (come io e il mio boyfriend) se ne stanno sul prato a fare il pic-nic bevendo birra, i V.I.P.  (o chi per loro) se ne stanno tranquilli in tribuna con in guanti e cappello a sorseggiare champagne. Con buona pace dell’uguaglianza.

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By Paola Cacciari

Amici miei: I ritratti di John Singer Sargent alla National Portrait Gallery

Quando penso ai personaggi dei romanzi di Henry James (1843-1916), li immagino con i volti eleganti e le mani allungate dei ritratti di John Singer Sargent (1856–1925). Nella mia mente i due sono inscindibili. Forse perché entrambi provengono da famiglie ricche e giramondo, sono entrambi americani, entrambi espatriati, artisti e appartenenti a quell bel mondo dorato ed elegante che era l’Inghiterra di Edoardo VII. Con tanto in comune non sorprende che i due fossero diventati grandi amici.

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Carolus-Duran by John Singer Sargent, 1879. Copyright: Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts, USA (photo by Michael Agee)

Affascinato dalla bellezza, sin da bambino Sargent vuole diventare un artista. A Firenze, dove nasce nel 1856, frequenta i corsi all’Accademia di Belle Arti, con buona pace del padre, un noto chirurgo di Philadelphia, che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica. Ma la testardaggine del giovane John paga, e nel 1874 entra nello studio del pittore ritrattista Carolus-Duran, allora molto popolare tra gli studenti d’arte americani espatriati a Parigi.

In breve tempo Sargert acquisisce numerosi clienti sia americani che francesi, tra cui il drammaturgo Edouard Pailleron (1834-1899) di cui ritrae i due figli, Edouard e Marie Louise (1881) in un inquietante doppio ritratto che combina eleganza nervosa e una straordinaria capacità di intuizione psicologica: freddi e seri come due bambole nella loro passiva aggressività, i due bambini sembrano usciti dalle pagine di The Turn of the Screw di Henry James (e non a caso, visto che il racconto fu scritto nel 1998, diciassette anni dopo la realizzazione del dipinto…).

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Édouard and Marie-Louise Pailleron by John Singer Sargent, 1881. Copyright: Des Moines Art Center, Des Moines, Iowa

Ma la fulminante ascesa della sua stella è bruscamente interrotta dallo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) esposto al Salone di Parigi del 1884. Ad un passo dalla rovina, Sargent abbandona Parigi per Londra, incoraggiato in questo dal suo amico Henry James. E nella Capitale britannica si dedica pazientemente a rimettere insieme i pezzi della sua brillante carriera. O quantomeno di ciò che ne rimane…

Nella campagna del Cotswolds, dove trascorre le sue estati, Sargent dipinge all’aperto e i suoi esperimenti con l’impressionismo dell’amico Monet risultano in dipinti come Carnation, Lily, Lily, Rose (1885-6) in cui Simbolismo e Impressionismo si combinano con Estetismo e preraffaellitismo e con le influenze giapponesi tanto in voga all’epoca, o Group with Parasols (1904-05) in cui lo spazio piatto della scena e la composizone in primo piano guardano avanti al Modernismo del nuovo secolo.

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Robert Louis Stevenson by John Singer Sargent, 1887. Copyright: Courtesy of the Taft Museum of Art, Cincinnati, Ohio

L’inizio del Novecento vede Sargent diventare il pittore più conteso dall’alta società da entrambi i lati dell’Atlantico, il ‘van Dyck dei nostri tempi’, come l’aveva definito Auguste Rodin. Ma l’artista che dipinge la società elegante alla maniera di van Dyck non piace al secolo delle Avanguardie che lo relega al dimenticatoio senza pensare che criticare Singer Sargent per non essere Picasso o Matisse è come criticare Henry James per non essere James Joyce o Marcel Proust, che Sargent è un ritrattista ed un ritratto è quello che si aspettano da lui i suoi clienti.

E che ritrattista è il nostro americano! Sargent dipinge circa 600 ritratti, oltre a dipinti e acquerelli di soggetti diversi, diventando l’artista prediletto del bel mondo. Come quelli di van Dyck, i ritratti di Sargent si preoccupano di esprimere lo status del soggetto attraverso l’abbigliamento, i gioielli e la posa del personaggio. Ma come spesso accade nei ritratti ‘ufficiali’, il virtuosismo della composizione e l’attenzione alla resa dello status del personaggio finiscono con il prevalere, a scapito dell’espressività.

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William Butler Yeats, 1908

Per questo Sargent: Portraits of Artists and Friends alla National Portrait Gallery è una vera rivelazione. Dipingendo amici e cognoscenti, Sargent può finalmente essere se stesso. E libero di rispondere solamente alle esigenze della pittura invece che a quelle del committente e del suo status sociale, l’artista ci regala un’abbagliante carrellata di volti appartenenti al mondo dell’arte, della musica e della letteratura, come gli artisti Auguste Rodin e Monet, il musicista Gabriel Fauré, lo scrittore R.L. Stevenson, e naturalmente lui, il suo grande amico Henry James. E non mancano anche splendini ritratti femminili come quello dell’attrice Eleonora Duse, nota nel mondo del teatro semplicemente come “La Duse”, reso con una pennelatta larga e soffice, che ricorda quella di Giovanni Boldini – quel Boldini a cui Sargent, abbandonando Parigi, aveva lasciato campo libero.

L’unico ritratto da cui non traspira nulla del carattere del soggetto è il suo autoritratto. Elegante e raffinato, Sargent parlava quattro lingue, era un lettore accanito e un bravo musicista: eppure il personaggio che ci osserva da questo ritratto è un libro chiuso. Gelosamente protettivo della sua privacy, sembra quasi che l’artista abbia volute evitare di proposito di aprire un benché minimo spiraglio che potesse gettare luce sulla sua personalità: e non a caso tutti gli autoritratti da lui completati furono commissionati da terzi, piuttosto che frutto di una spontanea auto-osservazione…

Sargent non si sposò mai, ma continuò a viaggiare tra l’Europa e gli Stati Uniti, circondato dall’affetto e dalla compagnia degli amici e della famiglia. Una famiglia che continua a ricordarlo e ad onorarlo anche adesso, e che annovera tra i suoi discendenti anche lo storico dell’arte Richard Ormond, qui nei panni di curatore della mostra.

Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Fino al 25 Maggio.
Sargent: Portraits of Artists and Friends.
National Portrait Gallery, St Martin’s Place, London WC2H 0HE
Orario: dal martedi al venerdì dalle 10 alle 18; giovedì e venerdì fino alle 21

Diaghilev e la storia dei Balletti Russi: l’altra rivoluzione russa

Venerdì sera alternativo, passato per una volta non al museo, ma ad un concerto della London Philarmonic Orchestra a sentire  La  sagra della  Primavera (Le Sacre du printemps) di Igor Stravinskij.

Ma questa di Stravinskij, lungi dall’essere una nuova sinfonia in realtà era la musica per il balletto da lui creato con la coreografia di Vaslav Nijinsky per i Balletti Russi di Djaghilev nel 1913. Come spesso accadde con i Balletti Russi, la prima rappresentazione al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare una vero e proprio pandemonio tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano come la nascita della musica moderna. Ma Stravinskij non sarebbe stato nulla senza il supporto di quel personaggio geniale che era Sergei (Serge) Pavlovich Diaghilev (1872-1929).

Nato in Russia nel 1872 da una famiglia aristocratica di Novgorod, Diaghilev studia legge all’università prima di dedicarsi alla pittura, al canto e alla musica. Critico d’arte e affascinato dal balletto, diventa consigliere artistico dei teatri Imperiali di Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Il mondo dell’arte.

Affascinato dal balletto, che occupa nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea (incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo), nel 1909 Diaghilev si imbarca nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Avventura che è stata sapientemente raccontata da Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929, un’elettrizzante mostra al Victoria and Albert Museum di Londra. Circa trecento oggetti che vanno da scenari teatrali cubisti a costumi originali disegnati da geni come Picasso, De Chirico, Bakst e Matisse, accompagnati da poster e filmati d’epoca cronologicamente organizzati nelle tre sale, ad esplorare la storia della compagnia e soffermandosi occasionalmente, su temi personaggi o tematiche.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg

“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Critico d’arte e consigliere artistico dei teatri Imperiali di Pietroburgo, Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

E per chi come me è un po’ una profana in fatto di balletto (ma sto studiando molto…), la mostra del Victoria and Albert Museum è davvero illuminante. Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel!

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo del danzatore Vaslav Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, soli quattro anni dopo si trovano improvvisamente esililiati e senza patria in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Ma non tutto il male viene per nuocere. Perchè questi sono gli anni vedono l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti.

Materiali e costumi riflettono le alterne fortune dei balletti Russi – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. Ma è il potere evocativo dei piccoli oggeti quotidiani presenti nella mostra che cattura l’immaginazione e ricorda il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi. Un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia.

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Illustrations by Léon Bakst

La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico.

Di Picasso il V&A si è assicurato la presenza del monumentale (10.4mx11.7m) sipario de Le Train Bleu, disegnato dallo spagnolo nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire. E se le dimensioni sono sorprendenti, ancora di più lo sono i segni dell’usura, le pieghe sulla sua superficie. Un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

Nell’agosto del 1929, Diaghilev (1872 –1929) si spegne, povero ed esausto, al Grand Hotel di Venezia.  Cosi povero che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi resta un’insostituibile risorsa per coreografi di tutto il mondo. Un miracolo, che ancora adesso cattura l’immaginazione.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011

Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929,

vam.ac.uk

Singer Sargent e il mare. Alla Royal Academy di Londra.

John Singer Sargent, ‘En Route pour la pêche
(Setting Out to Fish)’, 1878

dal 10 Luglio al 26 Settembre 2010
Sargent and the Sea
Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.
Orario: da sabato a giovedì ore 10-18 (ultimo ingresso alle ore 17.30); venerdì ore 10-22(ultimo ingresso alle ore 21.30).
Ingresso: intero £10; ridotti £ 9/8.
Info: +44 020 7300 8000
www.royalacademy.org.uk/

Fuori dagli itinerari turistici: Chartwell

Da lui acquistata per la magnifica vista sulle colline del Kent, Chartwell fu la residenza di Sir Winston Churchill dal 1924 fino alla sua morte. Le stanza sono rimaste a tutt’oggi perlopiù com’erano durante la sua permanenza,  con quadri, libri e ricordi personali che evocano l’eccezionale carriera e i vari interessi di questo incredibile personaggio. Per gli amanti della storia (e di un pic-nic all’aria aperta…).

Chartwell, panorama. 2010©Nebbiadilondra
L’orto e il giardino. 2010©Nebbiadilondra

Lo studio di Winston Churchill ©NTPL / Andreas von Einsiedel

Sala da pranzo a Chartwell ©NTPL / Andreas von Einsiedel

Direzioni: in treno da Victoria Station a Bromley South, bus 246 fino a Chartwell.

www.National Trust.org.uk