Il popolo delle corse: il Derby di Epsom

Tutti conoscono Royal Ascot, ma una delle più prestigiose corse di galoppo della Gran Bretagna si tiene il primo fine settimana di Giugno ad Epsom, nella contea di Surrey a poco più di mezz’ora di treno da Londra. Qui, dal 1779 si corre il Derby, la famosa corsa di galoppo che prende il nome da Edward Smith Stanley, XII Conte di Derby. In passato si correva di Mercoledì o di Giovedì e la folla accorreva da Londra e dintorni per assistere alle corse dei cavalli. Il Derby era così popolare che tra la fine del XIX e l’inizio del XX il parlamento britannico aveva persino deciso di aggiornare le sedute in quei giorni per permettere ai suoi membri di partecipare all’evento!

Epsom Derby © Paola Cacciari
Epsom Derby © Paola Cacciari

Ma la passione del popolo britannico per le corse dei cavalli è di lunga data, importata pare dai soldati romani di stanza nello Yorkshire nel III secolo D.C. , anche se il prima testimonianza scritta che cita “cavalli da corsa” pare risalire al IX-X secolo. E se già nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII furono promulgate una serie di leggi per regolare l’allevamento di questi splendidi animali, fu solo nel XVIII secolo che le corse di cavalli raggiunsero l’apice della popolarità con la fondazione nel 1750 di The Jockey Club. Si trattava di una struttura di controllo nazionale riservata allo sport e che ancora oggi esiste con il nome di British Horseracing Authority (Federazione Britannica degli Sport Equestri) e che ha lo scopo di proteggere la tradizione e l’allevamento dei purosangue da corsa.

Emily Davison
Emily Davison

Certo è che corse di cavalli sono sicuramente uno dei passatempi preferiti della regina Elisabetta II e da sempre la famiglia reale possiede una scuderia di cavalli vincenti. Tra questi c’era anche Anmer, il cavallo di re Giorgio V (1865-1936) cavalcato dal fantino Herbert Jones, i cui nomi però sono entarti nella storia del Derby per aver travolto, il 4 Giugno 1913, la suffragetta Emily Davison. Entrata nel recinto dell’ippodromo mentre i cavalli erano lanciati al galoppo, la donna cercò di afferrare le briglie del cavallo forse con l’idea di attaccarvi la bandiera viola, bianca e verde del WSPU (Women’s Social and Political Union) per farla sventolare fino al traguardo per promuovere, in occasione di un avvenimento tra i più importanti del calendario britannico, con questo gesto così audace la causa del movimento delle Suffragette e del voto alle donne. Cavallo e fantino caddero, ma si ripresero entrambi furono in grado di correre ad Ascot due settimane più tardi, mentre la donna ebbe la peggio e morì all’ospedale di Epsom quattro giorni dopo.

Il Derby era anche una di quelle occasioni (davvero pochine nel calendario vittoriano) in cui le barriere sociali cadevano e persone di classe sociali diverse si ritrovavano per un giorno o due a frequentare lo stesso ambiente; e basta guardare la confusion colorata del dipinto di William Powell Frith (1819-1909) intitolato guarda caso The Derby Day per avere un’idea dell’atmosfera specialissima di questa giornata.

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WilliamPowell Frith, The Derby Day. Tate Britain

Ancora oggi non molto sembra essere cambiato dall’epoca vittoriana: ogni anno migliaia di spettatori si riversano all’ippodromo per assistere ad una delle corse più prestigiose della Gran Bretagna, inclusa la sottoscritta. Ma oggi come ieri, la socializzazione è solo apparente. E mentre i comuni mortali (come io e il mio boyfriend) se ne stanno sul prato a fare il pic-nic bevendo birra, i V.I.P.  (o chi per loro) se ne stanno tranquilli in tribuna con in guanti e cappello a sorseggiare champagne. Con buona pace dell’uguaglianza.

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By Paola Cacciari

Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde, Franny Moyle

Poco si sapeva di Constance Wilde prima che la scrittrice inglese Franny Moyle le dedicasse una biografia. La sua esitenza – come spesso accade a quella delle mogli e delle compagne di uomini famosi – diventa funzionale al personaggio del marito, una sorta di Luna al sole del compagno. 

Lo stesso accade a Cosntance, per anni rimasta prgioniera del personaggio di moglie paziente, fedele al marito Oscar anche quando fu accusato di=el reato di omosessualità, processato e condannato a due anni di carcere e lavori forzati.

Ma non fu sempre così. Attingendo ad una fino ad’ora poco esplorata miniera di lettere scritte dall’instancabile Constance, Franny Moyle ci regala un affascinante ritratto di una donna la cui vita e le cui conquiste sono state troppo a lungo dimenticate.

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Constance Wilde. Photograph: Williams Andrews Clark Memorial Library, University of California

È la Primavera del 1895. Constance Lloyd (1858-1898) – giornalista, autrice di letteratura per l’infanzia, modello di stile e moda e femminista attivamente impegnata nella lotta per i diritti delle donne – vede la sua vita sconvolta oltre ogni aspettativa quando suo marito, Oscar Wilde, si trova coinvolto in un processo che lo vedrà condannato per crimini omossessuali.
Già nel 1991 Lord Alfred Bosie Douglas detto “Bosie”, aveva preso il suo posto nel cuore dell’adorato Oscar. Colta nel mezzo di uno scandalo pubblico di dimensioni epiche, Constance (che è pur sempre una donna vittoriana e come tale prigioniera di certe convenzioni) è costretta a fuggire, abbandonando Londra e l’Inghilterra, portando con se i suoi figli Cyril e Vyvyan e lasciandosi dietro la sua bella casa, le sue lotte politiche e sociali ed una brillante carriera letteraria. Deve lasciare persino il suo cognome, Wilde, che la donna cambia in Holland, per dissociarsi dallo scandalo che aveva distrutto la sua vita. Morì a Genova nel 1898, e la sua tomba si trova tutt’ora nel Cimitero monumentale di Staglieno

Per chi legge in inglese: Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde.

2015 ©Paola Cacciari

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Amici miei: I ritratti di John Singer Sargent alla National Portrait Gallery

Quando penso ai personaggi dei romanzi di Henry James (1843-1916), li immagino con i volti eleganti e le mani allungate dei ritratti di John Singer Sargent (1856–1925). Nella mia mente i due sono inscindibili. Forse perché entrambi provengono da famiglie ricche e giramondo, sono entrambi americani, entrambi espatriati, artisti e appartenenti a quell bel mondo dorato ed elegante che era l’Inghiterra di Edoardo VII. Con tanto in comune non sorprende che i due fossero diventati grandi amici.

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Carolus-Duran by John Singer Sargent, 1879. Copyright: Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts, USA (photo by Michael Agee)

Affascinato dalla bellezza, sin da bambino Sargent vuole diventare un artista. A Firenze, dove nasce nel 1856, frequenta i corsi all’Accademia di Belle Arti, con buona pace del padre, un noto chirurgo di Philadelphia, che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica. Ma la testardaggine del giovane John paga, e nel 1874 entra nello studio del pittore ritrattista Carolus-Duran, allora molto popolare tra gli studenti d’arte americani espatriati a Parigi.

In breve tempo Sargert acquisisce numerosi clienti sia americani che francesi, tra cui il drammaturgo Edouard Pailleron (1834-1899) di cui ritrae i due figli, Edouard e Marie Louise (1881) in un inquietante doppio ritratto che combina eleganza nervosa e una straordinaria capacità di intuizione psicologica: freddi e seri come due bambole nella loro passiva aggressività, i due bambini sembrano usciti dalle pagine di The Turn of the Screw di Henry James (e non a caso, visto che il racconto fu scritto nel 1998, diciassette anni dopo la realizzazione del dipinto…).

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Édouard and Marie-Louise Pailleron by John Singer Sargent, 1881. Copyright: Des Moines Art Center, Des Moines, Iowa

Ma la fulminante ascesa della sua stella è bruscamente interrotta dallo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) esposto al Salone di Parigi del 1884. Ad un passo dalla rovina, Sargent abbandona Parigi per Londra, incoraggiato in questo dal suo amico Henry James. E nella Capitale britannica si dedica pazientemente a rimettere insieme i pezzi della sua brillante carriera. O quantomeno di ciò che ne rimane…

Nella campagna del Cotswolds, dove trascorre le sue estati, Sargent dipinge all’aperto e i suoi esperimenti con l’impressionismo dell’amico Monet risultano in dipinti come Carnation, Lily, Lily, Rose (1885-6) in cui Simbolismo e Impressionismo si combinano con Estetismo e preraffaellitismo e con le influenze giapponesi tanto in voga all’epoca, o Group with Parasols (1904-05) in cui lo spazio piatto della scena e la composizone in primo piano guardano avanti al Modernismo del nuovo secolo.

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Robert Louis Stevenson by John Singer Sargent, 1887. Copyright: Courtesy of the Taft Museum of Art, Cincinnati, Ohio

L’inizio del Novecento vede Sargent diventare il pittore più conteso dall’alta società da entrambi i lati dell’Atlantico, il ‘van Dyck dei nostri tempi’, come l’aveva definito Auguste Rodin. Ma l’artista che dipinge la società elegante alla maniera di van Dyck non piace al secolo delle Avanguardie che lo relega al dimenticatoio senza pensare che criticare Singer Sargent per non essere Picasso o Matisse è come criticare Henry James per non essere James Joyce o Marcel Proust, che Sargent è un ritrattista ed un ritratto è quello che si aspettano da lui i suoi clienti.

E che ritrattista è il nostro americano! Sargent dipinge circa 600 ritratti, oltre a dipinti e acquerelli di soggetti diversi, diventando l’artista prediletto del bel mondo. Come quelli di van Dyck, i ritratti di Sargent si preoccupano di esprimere lo status del soggetto attraverso l’abbigliamento, i gioielli e la posa del personaggio. Ma come spesso accade nei ritratti ‘ufficiali’, il virtuosismo della composizione e l’attenzione alla resa dello status del personaggio finiscono con il prevalere, a scapito dell’espressività.

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William Butler Yeats, 1908

Per questo Sargent: Portraits of Artists and Friends alla National Portrait Gallery è una vera rivelazione. Dipingendo amici e cognoscenti, Sargent può finalmente essere se stesso. E libero di rispondere solamente alle esigenze della pittura invece che a quelle del committente e del suo status sociale, l’artista ci regala un’abbagliante carrellata di volti appartenenti al mondo dell’arte, della musica e della letteratura, come gli artisti Auguste Rodin e Monet, il musicista Gabriel Fauré, lo scrittore R.L. Stevenson, e naturalmente lui, il suo grande amico Henry James. E non mancano anche splendini ritratti femminili come quello dell’attrice Eleonora Duse, nota nel mondo del teatro semplicemente come “La Duse”, reso con una pennelatta larga e soffice, che ricorda quella di Giovanni Boldini – quel Boldini a cui Sargent, abbandonando Parigi, aveva lasciato campo libero.

L’unico ritratto da cui non traspira nulla del carattere del soggetto è il suo autoritratto. Elegante e raffinato, Sargent parlava quattro lingue, era un lettore accanito e un bravo musicista: eppure il personaggio che ci osserva da questo ritratto è un libro chiuso. Gelosamente protettivo della sua privacy, sembra quasi che l’artista abbia volute evitare di proposito di aprire un benché minimo spiraglio che potesse gettare luce sulla sua personalità: e non a caso tutti gli autoritratti da lui completati furono commissionati da terzi, piuttosto che frutto di una spontanea auto-osservazione…

Sargent non si sposò mai, ma continuò a viaggiare tra l’Europa e gli Stati Uniti, circondato dall’affetto e dalla compagnia degli amici e della famiglia. Una famiglia che continua a ricordarlo e ad onorarlo anche adesso, e che annovera tra i suoi discendenti anche lo storico dell’arte Richard Ormond, qui nei panni di curatore della mostra.

Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Fino al 25 Maggio.
Sargent: Portraits of Artists and Friends.
National Portrait Gallery, St Martin’s Place, London WC2H 0HE
Orario: dal martedi al venerdì dalle 10 alle 18; giovedì e venerdì fino alle 21

Diaghilev e i Balletti Russi

Venerdì sera alternativo, passato per una volta non al museo, ma ad un concerto della London Philarmonic Orchestra a sentire  La  sagra della  Primavera (Le Sacre du printemps) di Igor Stravinskij.

Ma questa di Stravinskij, lungi dall’essere una nuova sinfonia in realtà era la musica per il balletto da lui creato con la coreografia di Vaslav Nijinsky per i Balletti Russi di Djaghilev nel 1913. Come spesso accadde con i Balletti Russi, la prima rappresentazione al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna. Ma, diciamocelo: Stravinskij non sarebbe stato nulla senza il supporto di quel personaggio geniale che era Sergei (Serge) Pavlovich Diaghilev (1872-1929).

Nato in Russia nel 1872 da una famiglia aristocratica di Novgorod, Diaghilev studia legge all’università prima di dedicarsi alla pittura, al canto e alla musica. Critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Il mondo dell’arte.

Affascinato dal balletto, che occupa nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea (incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo), nel 1909 Diaghilev si imbarca nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Avventura che è stata sapientemente raccontata da Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929, un’elettrizzante mostra al Victoria and Albert Museum di Londra. Circa trecento oggetti che vanno da scenari teatrali cubisti a costumi originali disegnati da geni come Picasso, De Chirico, Bakst e Matisse, accompagnati da poster e filmati d’epoca cronologicamente organizzati nelle tre sale, ad esplorare la storia della compagnia e soffermandosi occasionalmente, su temi personaggi o tematiche.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

E per chi come me è ancora un po’ una profana in fatto di balletto (ma sto studiando molto…), la mostra del Victoria and Albert Museum è davvero illuminante. Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel!

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente as essere esililiati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Ma non tutto il male viene per nuocere. Perchè questi sono gli anni vedono l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti.

Materiali e costumi riflettono le alterne fortune dei balletti Russi – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. Ma è il potere evocativo dei piccoli oggeti quotidiani presenti nella mostra che cattura l’immaginazione e ricorda il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi. Un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia.

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Illustrations by Léon Bakst

La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico.

Di Picasso il V&A si è assicurato la presenza del monumentale (10.4mx11.7m) sipario de Le Train Bleu, disegnato dallo spagnolo nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire. E se le dimensioni sono sorprendenti, ancora di più lo sono i segni dell’usura, le pieghe sulla sua superficie. Un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

Diaghilev (1872 –1929) si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al Grand Hotel di Venezia. Cosi povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi resta un’insostituibile risorsa per coreografi di tutto il mondo. Un miracolo, che ancora adesso cattura l’immaginazione.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011

Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Singer Sargent e il mare. Alla Royal Academy di Londra.

John Singer Sargent, ‘En Route pour la pêche
(Setting Out to Fish)’, 1878

dal 10 Luglio al 26 Settembre 2010
Sargent and the Sea
Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.
Orario: da sabato a giovedì ore 10-18 (ultimo ingresso alle ore 17.30); venerdì ore 10-22(ultimo ingresso alle ore 21.30).
Ingresso: intero £10; ridotti £ 9/8.
Info: +44 020 7300 8000
www.royalacademy.org.uk/

Gite fuori porta: Chartwell

Da lui acquistata per la magnifica vista sulle colline del Kent, Chartwell fu la residenza di Sir Winston Churchill dal 1924 fino alla sua morte. Le stanza sono rimaste a tutt’oggi perlopiù com’erano durante la sua permanenza,  con quadri, libri e ricordi personali che evocano l’eccezionale carriera e i vari interessi di questo incredibile personaggio. Per gli amanti della storia (e di un pic-nic all’aria aperta…).

Chartwell, panorama. 2010©Nebbiadilondra
L’orto e il giardino. 2010©Nebbiadilondra

Lo studio di Winston Churchill ©NTPL / Andreas von Einsiedel

Sala da pranzo a Chartwell ©NTPL / Andreas von Einsiedel

Direzioni: in treno da Victoria Station a Bromley South, bus 246 fino a Chartwell.

www.National Trust.org.uk

Frederick Cayley Robinson: Acts of Mercy

Frederick Cayley Robinson, Pastoral, 1923–4. Oil on canvas, Tate Britain

I curatori della National gallery lo definiscono misterioso, anche se forse la parola più adatta sarebbe ‘sconosciuto’. Certamente Frederick Cayley Robinson (1862-1927) sconosciuto lo era a me prima di imbattermi nei quattro grandi dipinti di Acts of Mercy, da lui realizzati tra il 1916 e il 1920 per il Middlesex Hospital.
La sua calma contenuta, espressa in campiture di colore quasi piatto delineate da una ferma linea di contorno raccontano dell’influenza dei grandi del Rinascimento italiano e di Puvis de Chavannes – i cui murali per l’Hotel de Ville Robinson aveva visto a Parigi, mentre la consistenza gessosa dei colori e linea morbida delle figure che popolano ci parlano del preraffaellismo di Edward Burne-Jones. Assolutamente da vedere!

Frederick Cayley Robinson: Acts of Mercy
14 Luglio – 17 Ottobre 2010
Sunley Room
Ingresso libero

www. nationalgallery.org.uk

J.W. Waterhouse: The Modern Pre-Raphaelite. Alla Royal Academy of Arts di Londra

Quaranta opere. Schizzi, disegni, libri e foto d’epoca. Per una grande retrospettiva a Londra. A celebrare il grande dimenticato dell’epoca vittoriana…

 Nato a Roma da genitori inglesi negli anni in cui i giovani artisti della Pre-Raphaelite Brotherhood si ribellano alla pittura accademica corrente, John William Waterhouse (1849-1917) comincia la sua carriera sotto l’influenza di Edward Burne-Jones. Promotore di una ripresa del preraffaellismo negli anni Settanta, Burne-Jones interpreta le idée estetizzanti di Dante Gabriel Rossetti in opere di sapore simbolista. Da lui Waterhouse eredita lo stile morbido e il gusto per Tennyson, Keats e Shakespeare. Ma di fatto Waterhouse preraffaellita non lo è mai stato. Perchè, quando nel 1970 entra Royal Academy Schools di Londra, la Confraternita non esiste più (dissoltasi nel 1853) e dei preraffaelliti non apprezza l’intensità emotiva fino al 1886, quando visita una retrospettiva di Millais e scopre Ophelia. Ed è una rivelazione.

 John William Waterhouse Circe Invidiosa: Circe Poisoning the Sea, 1892. Art Gallery of South Australia

J. W. Waterhouse
Circe Invidiosa: Circe Poisoning the Sea, 1892
Art Gallery of South Australia

 

Con le sue oltre quaranta opere avvolte dalle pareti rosso-caldo della Royal Academy, J.W. Waterhouse: The Modern Pre-Raphaelite esplora il momento fondamentale dello sviluppo dell’artista e il suo avvicinarsi ai temi preraffaelliti nel momento in cu assorbe la spontaneità pittorica del Naturalismo francese.

Sulle orme di Lawrence Alma-Tadema, promotore negli anni Settanta di un nuovo approccio pittorico verso l’antichità classica, nelle composizioni di questi anni Waterhouse ripropone l’archeologica accuratezza dell’olandese. Ma i suoi sono dipinti più drammatici, di grandi dimensioni, popolati da soggetti eruditi tratti da Omero e Ovidio e dalla storia cristiana (come St Eulalia (1885), dal corpo bianco e seminudo dipinto con agghiacciante realismo e sensualità al limite dell’eroticismo) resi con una pennellata più ampia e definita, e da ombre e luci più marcate.

Affascinato dall’occulto, a partire dal 1890 Waterhouse crea immagini di metamorfosi di sapore simbolista, scenari incantati in cui si muovono la sacerdotessa di The Magic Circle (1886) e The Lady of Shalott (1888), sirene dai lunghi capelli, e dalle labbra carnose che diventano il suo ‘marchio di fabbrica’. E Circe Invidiosa: Circe Poisoning the Sea (1892), la cui cupa narrazione enfatizzata dal formato verticale è resa con la pennellata veloce e quadrata del Naturalismo francese.

Ispirato dalla letteratura greca e dai poemi di Shelley, in questo periodo Waterhouse abbandona i complessi fondali architettonici e la luce brillante dei suoi lavori precendenti per sostituirli con le divinità pagane della natura, opportunamente trasferite da un contesto mediterraneo al paesaggio inglese, come Hylas and the Nymphs (1896).

Con l’arrivo nuovo secolo tuttavia il passato mitico e le sue donne fatali passano di moda: non più oggetto di dibattito tra Ruskin e Dickens e oscurata dal modernismo delle avanguardie, l’arte dei preraffaelliti è sommariamente archiviata da Roger Fry come “parrocchiale e illustrativa.”

Come altri pittori vittoriani, Waterhouse non abbraccia lo spirito modernista del Novecento. Al contrario. Ritorna ai temi storici e letterari cari ai preraffaelliti e che si materializzano in sogni dipinti come i più tardi Tristram e Isolde (1916) e The Decameron (1916) -in cui la catastrofe della Prima Guerra Mondiale è paragonata alla peste- resi con la tecnica compendiaria e il colore brillante e leggero degli ultimi anni.

John William Waterhouse- Hylas and the Nymphs- 1896- Olio su tela- 98.2 x 163.3 cm- Manchester City Galleries. Purchased 1896-Photo copyright Manchester City Galleries
John William Waterhouse- Hylas and the Nymphs- 1896. Manchester City Galleries. Photo copyright Manchester City Galleries

Modesto, tranquillo e felicemente sposato, nella vita privata Waterhouse non è per nulla tormentato dalle sensuali bellezze che popolano le sue storie. Perchè i suoi quadri non vogliono essere niente più di quello che sono: storie. E quando la storia finisce, finisce anche il dipinto. Sesso, ossessione, tradimento, debolezza: questo raccontano le immagini senza tempo di Waterhouse. Ed è proprio questa capacità di rappresentare la fragilità della condizione umana che lo rende davvero speciale.

Paola Cacciari. Articolo pubblicato su Exibart

Londra// fino al 13 settembre 2009

J.W. Waterhouse: The Modern Pre-Raphaelite

Orario: da sabato a giovedì ore 10-18 (ultimo ingresso alle ore 17.30); venerdì ore 10-22 (ultimo ingresso alle ore www.royalacademy.org.uk/

 

 

paola cacciari mostra visitata il 25 Novembre 2007