Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

vam.ac.uk

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Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi come me ne ha uno davvero molto bravo e simpatico. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

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A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini. Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

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Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale. Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 😉

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth

@ Wellcome Collection

I viaggi di James Cook alla British Library

Sono trascorsi 250 anni dalla partenza da Plymouth dell’ HMS Endeavour, la mitica nave  britannica comandata dal tenente James Cook tra il 1769 e il 1771 durante il suo primo, intrepido viaggio di esplorazione in Australia e Nuova Zelanda. E la British Library celebra con una nuova grande mostra che ripercorre i tre grandi viaggi di Cook alla scoperta di nuove terre e di nuovi oceani, andando oltre al tradizionale motivo “uomo bianco-scopre-nuova-terra”, e includendo le prospettive della gente che Cook ha incontrato, inclusi i disegni del sommo sacerdote polinesiano e il navigatore Tupaia.

Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.
Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.

James Cook era nato nel 1728 in un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Le sue prime, durissime esperienze per mare lo aiutarono a diventare un abile marinaio e lo spinsero a documentarsi sull’astronomia, la geografia e la cartografia. Dopo aver ottenuto il suo primo imbarco come mozzo sulle navi che trasportavano il carbone dal Nord dell’Inghilterra verso Londra, Cook si arruolò nella marina militare inglese.

Non essendo un aristocratico e non avendo compiuto studi adeguati, dovette cominciare dal grado di marinaio scelto; ma in poco più di due anni fece una brillante carriera e fu destinato in America Settentrionale dove gli Inglesi erano in guerra con la Francia per la conquista del Québec. Qui si mise in luce per le sue straordinarie capacità di pilota guidando le navi da guerra inglesi nella difficile navigazione del San Lorenzo, un fiume quasi impraticabile. La carta del San Lorenzo disegnata da Cook avrebbe poi permesso agli Inglesi di risalire il fiume e prendere di sorpresa i Francesi, sconfiggendoli in battaglia. Il merito di quella importante vittoria fu dunque anche suo.

Omai by William Hodges © Royal Museums Greenwich

Nell’agosto del 1768 il comandante Cook era pronto a partire dal porto di Plymouth, in Inghilterra, a bordo dell’Endeavour (“Tentativo”) per il suo primo viaggio nel Pacifico. La sua spedizione incarnava lo spirito dei tempi: con l’Illuminismo, infatti, si andava affermando nella società, nella scienza e nella politica un nuovo modo di pensare, che metteva la ragione al centro di ogni ricerca. E proprio per approfondire le conoscenze scientifiche dell’epoca a bordo dell’Endeavour s’imbarcò anche una missione di scienziati: botanici, naturalisti, astronomi, geografi. Tra loro vi erano anche alcuni artisti assoldati per disegnare le particolarità delle nuove terre scoperte.

Per i suoi viaggi Cook aveva bisogno di una nave molto solida e capiente, con un’attrezzatura leggera, capace di ospitare un equipaggio di almeno settanta uomini.

Nel suo primo viaggio (1768-71), dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e toccato la Terra del Fuoco, circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì ed esplorò la costa orientale dell’Australia. Durante il viaggio di ritorno l’Endeavour rischiò il naufragio sulla barriera corallina, ma grazie al fondo piatto e poco profondo dello scafo l’ostacolo fu superato. Questa prima spedizione mise in dubbio la credenze dell’epoca circa un leggendario continente meridionale collocato nell’emisfero australe.

The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library
The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library

Il secondo viaggio di Cook (1772-75) confermò questa tesi: non esisteva nessun continente a sud del Circolo Polare Antartico. Con la sua flotta di due navi, infatti, Cook superò per ben due volte la linea del Circolo Polare Antartico. Dopo aver esplorato alcuni gruppi di isole del Pacifico (la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Marchesi), Cook fece ritorno in Inghilterra doppiando Capo Horn.

Nel luglio del 1776 Cook partì per il suo ultimo viaggio. Lo scopo era quello di trovare un passaggio dal Pacifico all’Atlantico a nord dell’America Settentrionale, il mitico passaggio di nord-ovest. Dopo aver esplorato le coste settentrionali dell’America affacciate sul Pacifico, Cook raggiunse e oltrepassò lo Stretto di Bering. Il freddo e i ghiacci lo costrinsero però a invertire la rotta: lo scontro e la frizione tra gli iceberg mettevano a repentaglio le imbarcazioni. Non riuscendo a passare lo stretto, Cook decide di fermarsi alle Hawaii, scoperte appena un anno prima. Qui venne ucciso in uno scontro con le popolazioni indigene. La leggenda vuole che sia stato mangiato dai nativi…

Alla fine ci si sente completamente sminuiti dall’immensità del mondo che Cook e i suoi uomini hanno navigato e dai popoli che hanno incontrato. Di li’ a poco sarebbe arrivato l’imperialismo in tutta la sua coloniale violenza. Eppure quello e’ stao forse il primo momento in cui popoli estranei si sono guardati l’uno con l’altro con occhi aperti e mente attenta e curiosa.

(fonte www.treccani.it)

Londra// fino al 28 Agosto 2018

James Cook: The Voyages @ British Library

Le Tre Grazie di Canova

“Forse (o ch’io spero!) artefice di Numi,
nuovo meco darai spirto alle Grazie
ch’or di tua man sorgon dal marmo.”

declama Ugo Foscolo nel suo carme Alle Grazie. Il nostro Ugo nazionale fu colpito dalla morbida sensualità di questre tre leggiadre fanciulle di marmo scolpite da Antonio Canova (1757-1822). E non fu il solo. Che non passa giorno senza che qualche pellegrino (italiano e non) giunga in visita al mio bellissimo museo per ammirare la bianca bellezza di questre tre signorine. Ma come sono arrivate qui? Pazientate e leggete qui sotto.

Nel 1814 John Russell, VI duca di Bedford, a Roma in occasione del consueto Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni aristocratico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione politica, accademica o professionale, visitò Canova nel suo studio e vide la scultura. Colpito dalla bellezza del marmo, tentò di acquistare la scultura. Non riuscendoci, commissionò allo scultore veneto una seconda versione, quella che si trova a Londra, esposta al museo in cui lavoro e a cui (in giornate come oggi) mi ritrovo (con un certo piacere) a fare la guardia.

Ma andiamo per ordine.

La prima versione delle Tre Grazie, scolpita tra il 1813 e il 1816, è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Canova l’aveva scolpita per l’imperatrice Josephine Beauharnais, la moglie separata di Napoleone Bonaparte, che gliel’aveva commissionata nel 1812. Ma Josephine, morta nel Maggio 1814, non vide mai la scultura finita, e il Duca trovandosi a passare il quel di Roma in quello stesso anno, si offrì di comprare da Canova il gruppo scultoreo oramai orfano della sua regale committente.

Ma Bedford non aveva fatto i conti con il figlio di Josephine, Eugene Beauharnais, che reclamò la scultura portandola in Francia, dove rimase fino a quando la sconfitta di Napoleone non lo fece approdare in Russia. Deciso ad avere la sua scultura, il Duca convinse Canova a scolpirne una seconda versione, molto simile ma differente in alcuni dettagli, per la stessa somma di denaro pagata da Josephine. Completata tra il1814 e il 1817 e installata nella sua residenza di campagna, Woburn Abbey, nella contea del Bedfordshire, nel 1819 da Canova in persona, che arrivò in Inghilterra per supervisionare l’installazione in un Tempio delle Grazie appositamente progettato dove è rimasto fino a quando, negli anni Ottanta, l’ultimo proprietaro, il Marchese di Tavistock decise di venderlo al migliore offerente.

Nel 1994, l’opera fu acquistata dal Getty Museum di Los Angeles, ma un’eccezionale campagna pubblica promossa da The Art Fund (un’organizzazione indipendente che non riceve aiuti da parte del governo o della Lotteria Nazionale, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche e il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) ne fermò l’esportazione. Fortunatamente una seconda campagna pubblica che ha visto, oltre a quella dell’Art Fund, donazioni da parte di numerose istituzioni e membri del pubblico, è riuscita nell’intento e l’opera è stata acquisita unitamente dal Victoria and Albert Museum di Londra e dalle National Galleries of Scotland di Edimburgo.

2018 ©Paola Cacciari

 

Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate
Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.
From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London
Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

2036

John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

2017 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk

Fine di un’epoca: Fleet street

Se Chancery Lane è il cuore pulsante della Londra legale, Fleet Street è quello della Londra letteraria. Collegando lo Strand a Ludgate Circus, Fleet Street fu l’epicentro del giornalismo britannico dal XVIII agli anni Ottanta del XX secolo. Chiamata così per via del fiume Fleet, il più grande degli affluenti del Tamigi (che scorre ancora sotterraneo), era anche chiamata the Street of ink e non a caso, visto che già dal 1500 Wynkyn de Worde (allievo di William Caxton) vi stabilì la prima stamperia della capitale, seguito a ruota da molti altri librai ed editori.

Fleet Street in London looking east towards St Paul's Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.
Fleet Street in London looking east towards St Paul’s Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.

La zona attorno a Fleet Street era già abitata in epoca romana, ma fu solo nel XIII secolo che la strada, come la conosciamo adesso, comincia a prendere forma. In realtà all’epoca si chiamava Fleet Bridge Street ed era un insieme sconnesso di taverne, bordelli, botteghe e lavorarori di tintori. La sua associazione con la carta stampata avvenne solo più tardi, nel XV secolo, grazie al gia’ citato Wynkyn de Worde (l’apprendista del più famoso William Caxton), che dal suo laboratori vicino a Shoe Lane sfornava libri stampati a ritmo serrato. Presto altri stampatori ed editori seguirono il suo esempio, attirati dal fiorente commercio legato ai quattro Inns of Courts di Londra, le associazioni a cui ogni avvocato deve appartenere per esercitare la professione in Inghilterra e Galles che erano situate attorno alla Court of Chancery, la Cancelleria (il cui toponimo rimane ancora oggi nella vicina strada di Chancery Lane che unisce Fleet Street con Holborn). Ma se le pubblicazioni legali la facevano da padrone, non mancavano anche testi religiosi (vietati e non) e opere teatrali.

London, 2016 © Paola Cacciari
St Bride Church, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Nel XVI secolo Fleet Street era così affollata da rendere necessaria la promulgazione di un editto reale del 1580 che proibiva la costruzione di altre case che si affacciavano sulla strada – editto regolarmente ignorato da padroni di casa senza scrupoli desiderosi di arricchirsi (e in questo nulla è cambiato in oltre 500 anni).  Ci vollero le fiamme del Grande Incendio di Londra che nel 1666 distrusse la parte orientale della strada, a porre un improvviso freno a questa espansione selvaggia.

Dalle ceneri dell’incendio nacque St Bride Church. Nascosta in una quieta stradina laterale, St Bride è un’oasi di pace a due passi dal frastuono di Fleet Street. Detta anche la chiesa dei giornalisti per la sua (ovvia) vicinanza alla strada in questione, è anch’essa una delle chiese ricostruite da Christopher Wren dopo il Great Fire e pare che proprio il suo elegante campanile abbia fornito l’ispirazione per le torte nuziali!

Ma se la strada era già sede di stampatori nel XVI secolo, fu solo nel XVIII secolo che diventa la sede del primo quotidiano britannico, The Daily Courant fondato nel 1702. Fleet Street doveva essere davvero incredibile all’epoca, l’ombelico del mondo della carta stampata della Capitale, popolato da pub, taverne e nascenti coffee houses dove giornalisti, intellettuali e scrittori si incontravano per scambiarsi notizie e pettegolezzi in un epoca ancora priva di internet e del telefono.

La diffusione dei giornali era tuttavia fortemente limitata dalle tasse  sulle carta, che nel XIX secolo erano altissime; solo con la loro abolizione nel 1861 si arrivó ad un vero e proprio boom della parola stampata. L’avvento del XX secolo Fleet Street e la zona circostante erano dominate dalla stampa nazionale e dalle industrie connesse, tanto che su quella grande arteria stradale di Londra presto non rimasero altro che le sedi dei giornali e i pub in cui i giornalisti andavano a dissetarsi tra un articolo e l’altro. Che su Fleet Street, non lontano da Gough Square e dalla casa del Dr Samuel Johnson, Ye Olde Cheshire Cheese è uno dei più antichi pub di Londra, nonché uno dei primi ad essere stati ricostruiti dopo l’incendio del 1666. Prende il nome dal Cheshire, uno dei formaggio più antichi prodotti in Inghilterra e uno dei più popolari nel tardo XVIII secolo. Pare che tra i clienti abituali di questo caratteristico pub ci fossero Samuel Jonhson (ancora lui) e Charles Dickens. E se la presenza del Dottore non è mai stata accertata (ma ci piace pensare che fosse il suo ‘local’), quella di Dickens  pare invece più sicura, visto che lo cita nel suo A Tale of Two Cities.  Alla fine di Fleet Street, altro pub storico è The Punch Tavern dove nel 1841 nacque il giornale satirico Punch; il pub attuale fu ricostruito nel 1894-5, ma mantiene ancora molte delle caratteristiche originali, tra cui la sua atmosfera accogliente (lo so, l’ho provato diverse volte… 🙂 ).

Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari
Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Ma tutto ciò pose una brusca fine la decisone di Rupert Murdoch che nel 1986 decise di trasferire i suoi quotidiani, The Sun e The Times a Wapping, dando inizio ad un esodo terminato solo di recente con la chiusura dell’ultimo quotidiano rimasto in Fleet Street, lo scozzese Sunday Post. Gli splendidi edifici Art Déco che si trovano al n.135 e al n. 128 e che ospitarono rispettivamente le sedi del Daily Telegraph (1927-28) e del Daily Express (1932) prima che i quotidiani si trasferissero altrove, restano a testimoniare il glorioso passato della strada. E anche della fine di un’era.

2016 ©Paola Cacciari

Il pittoresco geniale di Capability Brown

Oltre a  Shakespeare, al Grande Incendio e alla nascita del Punk, Londra quest’anno celebra anche i trecento anni di Capability Brown. E se non sapete chi e’ leggete questo illuminante articolo di Claudia su London SE4 … 🙂

London SE4

wp-1472628340780.jpegLancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la…

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La casa del Dr Johnson

E  anche quest’anno siamo arrivati all’Open House London, uno degli eventi che prediligo, un week-end in cui palazzi storici (e non), musei, gallerie ed edifici di culto di tutte le fedi aprono al pubblico quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio, la Royal Court of Justice o il Foreign Office) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso.

 Dr Johnson's House. London, 2014 © Paola Cacciari
Dr Johnson’s House. London, 2014 © Paola Cacciari

E se l’anno scorso è stata la volta del periodo vittoriano, dell’Arts and Crafts e dell‘Estetismo, quest’anno armati di guida, mappa e scarpe comode io e la mia dolce metà ci siamo avventurati alla scoperta della Londra di re Giorgio (II e III) quella della metà del XVIII secolo per intenderci, quella di Handel e del Dr. Samuel Johnson. Ed è proprio costui l’autore della mitica frase “when a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford”, coniata mentre, con l’amico James Boswell (avvocato e scrittore scozzese, a cui si deve la biografia appunto di Samuel Johnson – grazie Wikipedia!) discuteva i vantaggi del vivere nella capitale. Ed evidentemente di vantaggi Londra ne aveva molti, perché il Dr Johnson non lascio mai più.

Nato a Lichfield nello Staffordshire nel 1709, Samuel Johnson frequentò il Pembroke College di Oxford per poco più di un anno prima di essere costretto ad abbadonare gli studi per mancanza di fondi. Tornato a Lichfield depresso e senza un soldo, si dedica all’insegnamento aprendo nel 1735 un’accademia privata che peró contava solo tre allievi, tra cui il diciottenne David Garrick, che diverrà uno dei più famosi attori del suo tempo.

E fu proprio in compagnia del suo ex-allievo David Garrick che Johnson il 2 Marzo1737 partì alla volta della Capitale. Inutile dire che entrambi fecere fortuna…

Se l’insegnamento non era il suo forte, Samuel Johnson (1709-1784) si rifece ampiamente in altri settori. Oltre ad essere critico letterario, poeta, saggista e biografo, il Dr. Johnson fu uno tra i più importanti lessicografi britannici, passato alla storia per avere pubblicato nel 1755 il monumentale A Dictionary of the English Language che pur non essendo stato il primo dizionario della lingua inglese, fu di certo considerato per anni il più importante, fino a quando nel 1928 fu soppiantato dall’uscita dell’Oxford English Dictionary (OED).

Samuel Johnson by Joshua Reynolds.jpg

Costruita nell’anno 1700 circa, la casa in cui Samuel Johnson visse dal 1748 fino 1759 (miracolosamente sopravvissuta alle bombe incendiarie della II Guerra Mondiale) si trova al numero 17 di Gough Square, una minuscola piazzetta nascosta dietro Fleet Street ed è una delle poche costruzioni dell’epoca rimaste intatte nella City of London, il cosiddetto ‘Square Mile’ che ci sono molte altre case di questo periodo altrove a Londra; certamente è l’unico edificio originale che si affaccia su Gough Square.

L’interno è arredato in modo semplice, quasi spartano per riflettere le circostanze a volte indigenti del nostro eroe. Ma basta guardare i ritratti, i paesaggi e gli oggetti che la popolano per avere un’idea della sua mente brillante sono un’affascinante testimonianza della vita di uno dei più spiritosi, carismatici e studiati personaggi della storia britannica. Come il bel servizio da tè appartenuto a Mrs Thrales, una delle più care amiche di Johnson che era famoso per la sua predilezione per il tè, e un ritratto che si pensa rappresenti Frances Barber, il servo giamaicano del dottore che gli lasciò in eredità gran parte del suo patrimonio. In quella che ora è la biblioteca (e che forse una volta era la camera da letto del Dr Johnson), è possibile sfogliare un facsimile del suo dizionario in due parti (che abbonda di voci peculiari che non raggiunsero mai la gloria lessicografica, ma che sono nondimento deliziosamente divertenti).

Trasformato in un piccolo museo, la Dr Johnson’s House è una meravigliosa testimonianza della vita nella Londra settecentesca. Consigliato agli amanti di storia sociale e di decorazione d’interni…

east-end-2014-089

Non perdetevi la piccola statua in bronzo di Hodge, uno dei suoi gatti prediletti, seduto sul famoso Dizionario di Johnson e con un paio di gusci di ostriche vicino.