Gli incontri: l’artista e il suo soggetto alla National Portrait Gallery

Young Boy Wearing a Round Cap, attributed to Annibale Carracci, 1580s. Photograph: Chatsworth Settlement Trustees

Chi dice che il disegno preparatorio è inferiore al quadro finito non ha mai visto gli schizzi di Holbein. O di Rubens. O di van Dyck. O di Annibale Carracci. E potrei continuare fino a nominare ciascuno dei 48 artisti i cui disegni compongono la piccola e preziosa mostra della National Portrait Gallery. Si chiama The Encounter: Drawings from Leonardo to Rembrandt. Gli incontri. Che in fondo che cos’è un ritratto se non l’incontrro di due persone e di due personalità quella del pittore e quella del suo soggetto? Schizzi fatti per gioco o in preparazione di un ritratto ufficiale; schizzi di amici, colleghi artisti, di alteri aristocratici o di amati membri della famiglia: questa mostra esplora il legame psicologico che si stabilisce (o meno) tra chi dipinge e chi è dipinto. E quando questo legame manca, anche se tecnicamente è un capolavoro, il ritratto fallisce.

La stella indiscussa del mostra è Hans Holbein il Giovane, di cui sono esposti ben sette disegni provenienti dalla Royal Collection. Adoro Holbein, si tratti di ritratti finiti o delle sue miniature (il museo in cui lavoro possiede il ritratto miniato di Anne de Cleves che tanto dolor causò tanto al tedesco – che, a sentire Enrico VIII l’aveva dipinta troppo bella, che a colui che il ritratto l’aveva commissionato, il cancelliere Thomas Cromwell che per questo perse la testa). Ma i suoi disegni sono di un’altra lega. Holbein costituisce un’eccezione nel mondo dell’arte in quanto oltre un centinao dei disegni eseguiti durante i suoi due soggiorni alla Corte di Enrico VIII sono arrivati fino a noi, anche grazie alla lungimiranza della Regina Carolina, la consorte di Re Giorgio II che scoperta questa collezione in un mobile di Kensington Palace (dove allora risiedeva la corte) decide di esporla alle pareti (come si trattasse di opere d’arte finite) invece che rimetterla nei cassetti. Si tratta di ritratti di nobili e dame di corte, ma anche di mercanti e di semplici membri della servitù di corte. Sono una vera rarità, visto che all’epoca i disegni erano considerati unicamente meri strumenti preparatori finalizzati all’opera finita, non un’opera d’arte in sé, e nel corso dei secoli moltissimi sono andati perduti. Ma quando sopravvivono ci raccontano un scacco di cose – dal colore di un abito ai dettagli dello sfondo: veri e propri piccoli promemoria scritti di pugno da alcuni artisti.

Generalmente realizzati con il torso in schizzato in matita, questi i disegni di Holbein presentano solo i tratti del visto con tracce di colore a pastello. E se questo pare impossibile, sembrano ancora più visi e pulsanti dei quadri finiti.

E che dire dei disegni di Gianlorenzo Bernini? Con il fatto che il nostro toscano è un tale maestro nell’architettura e nella scultura, si tende a dimenticare che, come Michelangelo (ovviamente anche lui presente nella mostra…) anche Bernini era un artista completo e sapeva pure dipingere e disegnare molto bene. I suoi schizzi, uno dei quali e’ quello di colui si pensa sia il fratello Luigi, sono pieni dello stesso plasticismo, della stessa vita pulsante che anima le sue sculture.

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Insomma, una mostra davvero da non perdere! #TheEncounter

 

Londra// fino al 22 ottobre 2017
The Encounter: drawings from Leonardo to Rembrandt
National Portrait Gallery, Londra

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Object In Focus: Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546

Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Young Man among Roses, by Nicholas Hiliard, 1587.

 

I have always been fascinated by Elizabethan England. Like Italian art, it revelled in hidden symbols; but, unlike the Italians, the Elizabethans had no use for the kind of realistic visual art that existed in contemporary Italy.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, LondonDuring the Elizabethan times, the visual arts retreated in favour of a series on symbols as signs, they become a sort of visual text. While in Italy frescos and canvases in large dimensions were the norm, in England Nicholas Hiliard was painting his little portable gems. To me, he was the greatest master of the English miniature.

Hiliard’s portrait miniatures are the perfect examples of the visual arts of a country very different from 16th century Italy. They were exchanged as a symbol of love, friendship and loyalty: they were intimate objects, not for show, but to be carried everywhere, like a photo today. They have the immediacy of a snapshot and the preciousness of a jewel and, like contemporary Italian art, they are steeped in hidden symbols.

My favourite is the Young Man among Roses in the British Galleries, at the Victoria and Albert Museum. It was made in 1587, when the tradition of falling in love with the monarch was still alive and Elizabeth exerted her authority on her male courtiers according to the rules of Courtly Love. This young man wears the Queen’s colours, the black and white, therefore declaring his secret passion for her and, with hand on heart, swears his eternal devotion. The man is presumed to be Robert Devereux, 2nd Earl of Essex, the Queen’s young favourite, who at this date was seventeen years old to the Queen’s sixty. Only a few years later, however, in 1601, he would be at the centre of a conspiracy to overthrow Elizabeth and take power. It all ended very badly, with the Queen heartbroken and Essex losing his head on Tower Green, the last person to be beheaded in the Tower of London. Nothing is what it seems…

 

A Londra, la biblioteca di John Dee

Studioso, cortigiano, mago: a Londra in mostra la biblioteca perduta di John Dee

London SE4

IMG_0929L’epoca Tudor rappresenta un periodo molto fervido, caratterizzato da speculazioni intellettuali, un rinnovato interesse per gli studi umanistico-scientifici, e l’espansione imperialistica del regno di Elisabetta I. Tuttavia, è anche un’epoca di contraddizioni, spionaggio ed intrighi.
Nessun intellettuale e studioso incarna il tardo Rinascimento inglese meglio di John Dee.
Un vero esperto universale, Dee è stato un distinto matematico, geografo, astronomo, promotore di una riforma del calendario, cortigiano, medico e precettore di Elisabetta I, ma anche spia, astrologo, alchimista, e sostenitore del potere mistico dei numeri.
Dee era un devoto cristiano, ma fu considerato un mago da molti contemporanei, e persino arrestato, accusato di tradimento ed imprigionato, nel 1555, per aver redatto l’oroscopo della regina Maria.
Dal momento che l’astrologia faceva parte della pratica medica, molti punti di vista del Dr Dee non erano affatto eccentrici per l’epoca.
Le doti straordinarie di questo studioso, hanno ispirato a Shakespeare il…

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Elisabetta I e l’età d’oro dei Tudor.

Quando nel 1507 Pietro Torrigiano sbarcò in Inghilterra, fuggito da Firenze per aver rotto il naso a Michelangelo, doveva aver pensato di aver fatto un balzo indietro nel tempo. Ed in un certo senso era vero: dopo centocinquant’anni di guerre, l’Inghilterra semplicemente non aveva avuto tempo per l’arte. In quella remota isola del Nord dell’Europa, gli artisti non erano celebrità come in Italia, ma anonimi artigiani. Bisognerà attendere i primi sovrani Tudor, perché le cose cambino. Consci infatti dell’importanza delle arti visive per trasmettere alla nazione un messaggio di potere e legittimità, Enrico VII e Enrico VIII spalancarono le porte del loro regno agli artisti europei.

Ma se l’Inghilterra di Enrico VIII aveva goduto di proficui scambi culturali con l’Europa – almeno fino alla rottura con Roma, il Paese che Elisabetta I (regna 1558-1603) eredita dai suoi fratelli – il malaticcio re-bambino di Edoardo VI (regna 1537-1553) e Maria I (regna 1553-1558) detta La Sanguinaria per aver fatto giustizare almeno trecento oppositori protestanti, incluso l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, è un Paese demoralizzato ed economicamente distrutto, politicamente debole e internamente lacerato da sanguinose guerre civili e furiose persecuzioni religiose scatenate a turno dal fratellastro e dalla sorellastra. Il turno di Elisabetta arriva nel 1558, quando Maria muore senza lasciare eredi; una volta sul trono e circondatasi di personaggi fidatissimi come William Cecil, I barone Burghley e suo figlio Robert Cecil, Elisabetta è libera di dedicarsi a ciò che le riesce meglio: glorificare la propria persona. E lo fa con un gusto ed uno splendore che non si vedeva dall’epoca dell’Impero Bizantino.

Elizabeth I(Armada Portrait) 1588

Elizabeth i (Armada portrait) 1588

Il suo regno, lungo ben quarantacinque anni, è generalmente riconosciuto come l’età d’oro della storia e della cultura inglese. Questi sono anni di grandi esplorazioni e scoperte geografiche, di corsari e navigatori come Francis Drake (1540-1596) che quando non era impegnato a combattere l’Invincibile Armata di Filippo II in nome della Regina, derubava i galeoni spagnoli nel Mar dei Caraibi con il suo (di lei) segreto benestare; o Walter Raleigh (1554-1618), poeta, corsaro e grande favorito di Elisabetta (ma non abbastanza da preferirlo a Drake al comando della flotta inglese) famigerato per aver introdotto il tabacco in Inghilterra – e da lì nel resto del mondo, con buona pace di nostri polmoni.

Ma ancora più delle imprese di corsari e navigatori, che pure donano al XVI secolo un’ineffabile esotismo, l’aspetto più significativo dell’epoca elisabettiana fu la riscoperta della lingua inglese portata dalla Riforma protestante. Sebbene il Latino continuasse ad essere essenziale per ogni persona di cultura, in questo periodo poeti e scrittori si accorgono quasi all’improvviso che, nelle mani giuste, l’inglese poteva diventare una lingua incredibilemente malleabile e capace di sublime bellezza. Non a caso gli anni compresi tra 1558 e il 1601 videro un fiorire starordinario della letteratura, poesia, musica e, soprattutto, del Teatro con William Shakespeare , Christopher Marlowe e Ben Johnson. A Londra poi, città in forte espansione economica e culturale, cominciano a sorgere in questi anni i primi teatri stabili come il Curtain Theatre (1577), il Rose (1587), lo Swan (1595) e il Globe (1599).

The Globe by Paola Cacciari

The Globe Theatre, London © Paola Cacciari

Ma l’importanza della parola scritta ha un grosso impatto anche sulle arti visive. L’arte di questo periodo, infatti, è aulica e altamente simbolica: è un’arte che sceglie di ignorare le conquiste del Rinascimento per ripiegarsi su se stessa. Questo è vero soprattutto per la pittura, che rimane fondamentalmente ancorata ad un’estetica di tipo medievale, dominata da colore e linea di contorno. Non sorprende per cui, che la più grande espressione dell’arte inglese si verifichi in quell’arte essenzialmente medievale che è il ritratto miniato. Quest’arte tutta inglese, non nacque tuttavia in Inghilterra, ma – come molte altre cose dell’epoca – fu una disciplina largamente d’importazione, che i primi ritratti miniati furono dipinti alla corte di Enrico VIII dal fiammingo Lucas Horenbout (c.1490/1495–1544), e dal tedesco Hans Holbein (1497-1543).

Nicholas Hilliard, Self-Portrait, 1577.

Nicholas Hiliard, Self-portrait. 1577. Victoria and Albert Museum

Ma sarà con l’inglese Nicholas Hiliard (c.1547-1619) che, durante il regno di Elisabetta I, il ritratto miniato raggiungerà il massimo splendore. Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello. Ma i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici come il giovane vestito di bianco e nero (colori della regina) ritratto in The young man among the roses (1577) forse il Robert Devereux, II Conte di Essex, allora diciassettenne che, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, London

Young Man Amongst Roses, by Nicholas Hiliard. 1585-9. Victoria and Albert Museum

Ma gli elisabettiani non volevano questa collezione di simboli solo nelle loro tasche, o a collo. La volevano anche alle pareti delle loro case. E questo amore per il simbolo e per la parola scritta è più che mai evidente nel ritratto, un genere che in Inghilterra diventa particolarmente popolare in seguito alla Riforma protestante, quando la pittura si allontana dai soggetti esclusivamente sacri per dedicarsi a quelli secolari. Come Hiliard aveva già capito nelle sue stilizzata miniature, l’Inghilterra della fine del XVI secolo, costantemente in guerra con la Spagna e governata da una monarca non più giovane e senza figli che si ostinava a non nominare un erede per paura di un colpo di stato, aveva bisogno di essere rassicurata. E allora, con un’idea geniale, Elisabetta crea il personaggio di Gloriana, la Regina Vergine ed eternamente giovane, donna, madre e icona irraggiungibile, simbolo dell’Inghilterra stessa. Inevitabilmente, gli stretti parametri a regolamentare la produzione delle immagini della Regina, imbrigliano la creatività di artisti e pittori, costringendoli a ricorrere alla complessa serie di simboli che dona al ritrattismo Tudor la ieratica bidimensionalità di tipo quasi bizantino che li contraddistingue.

Ma la pittura non era la sola arte dell’epoca elisabettiana che ignora volutamente l’esistenza del Rinascimento. Che si trattasse di nuovi edifici, di castelli modernizzati o di monasteri convertiti, anche l’architettura della seconda metà del XVI secolo non mostra nessuna traccia della rivoluzione artistica che, partita dall’Italia, stava impazzando per l’Europa. Al contrario: invece di guardare avanti, al classicismo di Palladio, l’architettura elisabettiana si rivolge al passato per i suoi modelli, ai grandi edifici dei primi sovrani Tudor ispirandosi a palazzi come quelli di Richmond e Hampton Court , costruiti da Enrico VII ed Enrico VIII e dove Elisabetta (tanto parsimoniosa quanto suo padre era spendaccione) continua felicemente a vivere, lasciando ai nobili della sua corte il compito di costruire nuovi, sfarzosi edifici che l’avrebbero ospitata nei suoi spostamenti. Questo, unito alla lunga pace che caratterizza il suo regno, da’ vita a quel boom architettonico la cui massima espressione è la country house, la casa di campagna, il simbolo architettonico della struttura del potere dell’Inghilterra della post- Controriforma. Impegnate come sono nel costruire la “loro” Inghilterra, le nuove casate nobiliari non hanno tempo da perdere con le conquiste del Rinascimento e, come era accaduto con i primi sovrani Tudor, anche all’epoca di Elisabetta gli elementi decorativi dell’inizio del secolo sono opportunamente integrati a quelli nuovi. Mentre nel 1567 in Italia Palladio costruiva quel capolavoro di classicimo rinascimentale che è Villa Capra (la Rotonda), con le loro torri, torrette e fossati, le abitazioni della nobiltà britannica continuano ad mantenere in tutto e per tutto un aspetto ancora medievale.

Hardwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Hadwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Un tempo il cuore e l’anima della comunità, nella seconda metà del XVI secolo le nuove dimore si allontanano progressivamente da villaggi e centri abitati per ergersi in loro splendido isolamento nel mezzo di parchi e terreni. Un’esempio di questa esuberanza architettonica è Hardwick Hall, nel Derbyshire, costruita tra il 1590 e il 1597 dall’antenata dei duchi di Devonshire, la formidabile Elizabeth Talbot (c. 1527-1608), la Contessa di Shrewsbury e la donna più ricca d’Inghilterra dopo la Regina. Costruita su tre piani, con ogni piano più alto di quello precedente in modo da rispecchiare gerarchicamente l’accrescersi dell’importanza dei suoi occupanti, Hardwick Hall è la rappresentazione fatta mattone dello stato sociale della sua proprietaria e della sua ricchezza, evidente nelle molte (e molto grandi) finestre in vetro, un lusso che all’epoca solo pochi eletti potevano permettesi…

Naturalmente tutto questo non poteva durare, che tutte le cose arrivano alla fine – anche le età dell’oro. Come i suoi fratellastri che l’avevano preceduta, anche Elisabetta muore senza eredi il 24 Maggio 1603, l’ultima della dinastia Tudor. Gli succede sul trono il nipote Giacomo Stuart, il Re di Scozia figlio di quella Maria Stuart opportunamente decapitata dalla stessa Gloriana. Il secolo seguente sarà davvero molto, molto diverso.

Pubblicato su Londonita

2016 © Paola Cacciari

 

 

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Il Rinascimento secondo i Tudor

Il Rinascimento arriva in Inghilterra tardi e in punta di piedi, tanto da portare alcuni studiosi ad affermare che gli artisti inglesi non avessero compreso la grande rinascita del Classicimo avvenuta in Italia ed in Europa a partire dal XV secolo. In realtà il Rinascimento in Inghilterra fu compreso benissimo, ma le sue caratteristiche principali furono adattate al gusto locale (come spesso accade quando un elemento straniero è importato in una diversa realtà culturale) e incorporate nelle strutture gotiche preesistenti. E il risultato è quello stile eccentrico ed eclettico noto come stile Tudor, dal nome dal fondatore della dinastia, Enrico VII Tudor (1457-1509). Distratta per anni da lunghi e sanguinosi conflitti come la Guerra dei Cent’anni (1338-1453) e quella delle Due Rose (1454-1485) tra le due casate rivali di Lancaster e York, l’Inghilterra dell’XV secolo non avaveva né il tempo né le risorse per dedicarsi seriamente all’arte, almeno a quella nuova arte imbevuta di classicismo che arrivava dall’Europa. Bisognerà aspettare la vittoria di Enrico VII Tudor su Riccardo III di York a Bosworth Field nel 1485 e il suo successivo matrimonio con Elisabetta di York che pone fine alla guerra tra le due casate rivali, perché l’Inghilterra possa finalmente rilassarsi e guardare a quanto stava succedendo in Italia.

Henry VIII by Hans Holbein the Younger

King Henry VIII, 1536. Hans Holbein, the Younger. ©Museo Thyssen-Bornemisza

Ma, ironia della sorte, fu la Francia, non l’Italia a dominare la cultura artistica del tempo dei Tudor. Tutta colpa di Enrico VIII (1491-1547) e della sua testarda passione per Anna Bolena (1507?-1536) per sposare la quale non esita a tagliare i ponti con il Papato, solo poi per farla decapitare tre anni dopo e tentare la fortuna sentimentale con altre quattro mogli. A nulla valsero i sanguinosi tentativi di Maria I (1516-1558), figlia di Caterina d’Aragona di ritornare al Cattolicesimo: con Elisabetta I (1533-1603) il Protestantesimo diventa una realtà stabile e permanente e Roma si fa più lontana che mai. Se Enrico VII era più simile ad un ragioniere che ad un sovrano per la pignola accuratezza al limite della spilorceria con cui gestiva le finanze dello stato, suo figlio Enrico VIII era (almeno in gioventù) un giovanotto amante dello sport e in possesso di una vasta cultura umanistica, oltre che di un notevole talento musicale e linguistico (parlava correttamente Latino, Spagnolo e Francese). Quello che il giovane sovrano non aveva era un’interesse per le questioni di stato, che era ben felice di lasciare al suo braccio destro, il Cardinale Thomas Wolsey (1473-1530). Enrico VIII sarà stato “sfortunato” in amore, ma fu certamente fortunato con i suoi ministri visto che, oltre al suddetto Wolsey ebbe al suo servizio anche quella straordinaria eminenza grigia che fu Thomas Cromwell (1485-1540). Ma essendo Enrico l’irascibile, bilioso e narcisista personaggio che tutti conosciamo, finì con il liberarsi di entrambi con conseguenze disastrose…

Angel, Benedetto da Rovezzano, 1524–1529 © Victoria and Albert Museum, London

Angel, Benedetto da Rovezzano, 1524–1529 © Victoria and Albert Museum, London

Tuttavia, se Cromwell era contento di gestire il potere nell’ombra, non c’era nulla di modesto o dimesso in Wolsey, che indossava la sua magnificenza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. Figlio di un commerciante di Ipswich, forse un macellaio Thomas Wolsey domina la scena politica e religiosa inglese per oltre un decennio. Diventato ricco e potente nonostante le umili origini, il cardinale non esita a mostrarlo e, come la sua personalità e la sua ricchezza, tutto nella sua vita era esagerato. Persino la grandiosa tomba in marmo e bronzo dorato che commissiona allo scultore pistoiese Benedetto da Rovezzano (1474 – c. 1552) e mai completata, che sarebbe stato il primo monumento interamente in stile rinascimentale realizzato in Inghilterra (e i cui quattro angeli bronzei superstiti si possono ammirare nelle sale del Rinascimento del Victoria and Albert Museum). Ma niente mostra la vera natura del Cardinale meglio del magnifico palazzo che si fece costruire nel 1515 appena fuori Londra, ad Hampton Court per mostrare agli ambasciatori stranieri che il Lord Cancelliere di Enrico VIII (nonché Arcivescovo di York ) non viveva meno splendidamente dei cardinali romani. Sfortunatamente per lui, Wolsey cadde famosamente in disgrazia per non essere riuscito a convincere il Papa a concedere al Re il divorzio da Caterina D’Aragona e fu costretto per questo a rinunciare, oltre al suo titolo di Lord Cancelliere e alla sua sontuosa residenza londinese, York Place (opportunamente trasformata nel palazzo di Whitehall in tempo per l’incoronazione di Anna Bolena nel 1533) anche al suo meraviglioso palazzo di Hampton Court. Non che Enrico ne avesse bisogno, che già allora il re possedeva oltre ad una sessantina si palazzi e residenze. Ma al sovrano non erano sfuggite le potenzialità architettoniche dell’edificio, che tra il 1529 e il 1535 fu ampliato con l’aggiunta della Great Hall, la grande sala da pranzo e da ricevimento tipica delle residenze nordiche, delle grandi cucine e di un campo da tennis, il più antico del mondo ancora in uso.

Hampton Court Tudor Facade by Paola Cacciari

                                                      Hampton Court Tudor Facade by Paola Cacciari

Hampton Court è con Greenwich Palace il più grande dei numerosi palazzi reali dei Tudor. Costruito nello stile in voga nel periodo, in mattoni rossi e circondato da un fossato e caratterizzato da un’infilata di cortili interni, Hampton Court è tuttavia decorato nel nuovo stile rinascimentale che stava spopolando in Italia dove, nel XIV secolo la riscoperta dell’antichità classica aveva riportato in auge putti e grottesche. Questi motivi decorativi che appaiono in Inghilterra già dal 1460, raggiungono la massima popolarità attorno al 1520 grazie al movimento di studiosi, religiosi e, soprattutto, dei numerosi artisti italiani ricercatissimi in Inghilterra per la loro maestria. Uno dei motivi per cui il Rinascimento arrivò tardi in Inghilterra fu in parte dovuto alla scarsità di artisti e artigiani locali specializzati nel nuovo stile – scarsità a cui i sovrani Tudor fecero fronte invitando artisti ed artigiani europei ad attraversare la Manica nella speranza che costoro potessero insegnare agli artisti inglesi i segreti del loro mestiere. Tra questi il fiorentino Pietro Torrigiano che, ingaggiato da Enrico VII per scolpire il suo monumento funebre, abbandonò l’Italia dove sarebbe per sempre rimasto all’ombra di Michelangelo (ma non prima di aver rotto il naso all’irritante rivale durante una scazzotta tra artisti) per l’Inghilterra. Wolsey, che aveva visto per la prima volta l’uso dei motivi classici alla corte di Francesco I di Valois (1494 –1547), affida prontamente la decorazione di Hampton Court al toscano Giovanni da Maiano (c.1486-c.1542), a cui commissiona una serie di tondi di terracotta con le teste degli imperatori romani che ancora fanno bella mostra di sé sui muri dei palazzo.

Fragment of terracotta decoration, figure of Cupid London, England, ca 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum

Fragment of terracotta decoration, figure of Cupid London, England, ca 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.

Il fatto che ci fossero pochi architetti nell’Inghilterra dei Tudor si spiega con il fatto che, al contrario di quanto avviene in Italia con Leon Battista Alberti, ancora nel XVI secolo, l’architettura non era vista come una disciplina rinascimentale. Per questo bisognerà attendere quasi un secolo, quando Inigo Jones (1573-1652) porterà il classicismo romano e l’opera di Andrea Palladio (1508-1580) oltremanica alla corte di Giacomo I Stuart. Quello che interessava ai costruttori Tudor era il repertorio decorativo offerto dal Rinascimento italiano- repertorio che, dopo la rottura di Enrico VIII con Roma, continua ad arrivare in Inghilterra filtrato dal flamboyant gusto della Francia dei Valois e coadiuvato, oltre che dall’influenza di artisti e artigiani stranieri, anche dalla crescente circolazione di stampe e incisioni.

Spesso utilizzati “creativamente” fuori dal loro costesto originale elemnti come putti, grottesche, trofei e divinità mitologiche, sono per gli artisti inglesi una nuova elettrizzante fonte d’ispirazione per decorare gioielli, tazze e mobilio, o per creare le vivaci decorazioni in terracotta così largamente utilizzate nelle facciate dei palazzi dell’epoca. Ma contrariamente all’Italia, dove la qualità dei dettagli e delle rifiniture è ancora oggi un elemento importantissimo in un oggetto, i committenti britannici erano più interessati alla novità costituita dal Rinascimento piuttosto che all’accuratezza dei dettagli dell’intarsio di una colonna o di una lesena; questi elementi decorativi erano destinati ad essere visti da lontano, parte di uno schema decorativo più vasto: non era necessario fossero perfetti. Inoltre, vista la facilità con cui gli edifici passavano di mano in mano e la velocità con cui erano prontamente ridecorati, gli architetti Tudor semplicemente non avevano tempo da perdere in finezze inutili e in altrettanto inutili dettagli.

Terracotta relief, London, England (probably, made) ca. 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.

Terracotta relief, London, England (probably, made) ca. 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.

Ciò che si richiedeva ad un edificio Tudor era di essere elegante e pratico piuttosto che grandioso, e questo rimane ancora oggi il più grande fascino dell’architettura inglese del XVI e XVII secolo. Con la riforma agraria promossa da Elisabetta I il numero e la grandezza delle residenze di campagna aumentò considerevolmente e la decorazione si fece più elaborata, anche se la struttura di base rimase fondamentalmente immutata. Invece di costruire grandi palazzi per se stessa come amava fare suo padre Enrico VIII, l’oculata Elisabetta lasciò che fossero i nobili della sua corte a costruire lussuose dimore in suo onore. Ma questa è un’altra storia…

Paola Cacciari © 2015 Tutti i diritti riservati

pubblicato su Londonita

Hampton Court Palace http://www.hrp.org.uk/HamptonCourtPalace/

Per saperne di più sui Tudor visitate le British Galleries del Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL vam.ac.uk