Angelo Minghetti, ceramista e bolognese

Chi l’avrebbe mai detto! Che proprio nelle sale delle ceramiche del “mio” museo ci fosse un pezzo di Bologna! Anzi non uno, ma tre, che questi grandi busti in terracotta invetriata raffiguranti gli imperatori Tiberio, Caligola e Domiziano furono prodotti nientemeno che dal mio concittadino Angelo Minghetti tra il 1858 e il 1885.

Angelo Minghetti, Busto dell’imperatore Calingola. Victoria and Albert Museum, Londra 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Bologna il 16 giugno 1822 il quinto di nove figli, Angelo Minghetti è costretto, ancora fanciullo, a sbarcare il lunario lavorando presso un fornaio per contribuire alle finanze famigliari, che erano nettamente peggiorate quando il padre fu fu chiamato a servire nelle campagne d’Italia, Spagna e Russia nel periodo napoleonico.

Dopo l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si era iscritto alle classi di elementi d’ornato ed elementi di figura, Minghetti si trasferì ad Ancona, diventanto nel 1841 fuciliere e scrivano dell’esercito pontificio. Ma nel capoluogo marchigiano fu vittima di una calunnia e, accusato di furto, fu processato dal tribunale militare di Ancona – accusa dalla quale fu assolto nel 1843.

Il danno, tuttavia, era fatto e nel febbraio del 1842 il nostro eroe fece ritorno a Bologna dove, dopo la morte del padre, lavorò come imbianchino, decoratore e liquorista. Nel 1848 Minghetti combatte sulle barricate durante i moti risorgimentali bolognesi e l’8 agosto partecipò alla battaglia della Montagnola, combattuta l’8 agosto 1848 tra i cittadini bolognesi e le truppe dell’impero austriaco.
Terminati gli scontri, l’inquieto Minghetti iniziò la produzione di ceramiche collaborando con la fabbrica Bucci di Imola nel 1848 per poi tonare a Bologna una volta appresi i segreti del mestiere.

E fu nella città felsinea che, nel 1858, Minghetti aprì la sua prima fornace in palazzo Pepoli, in via Castiglione. L’ampliamento dell’attività richiese una nuova fornace che nel 1864 lui aprì in palazzo Malvasia in via Zamboni e successivamente, dal 1878, in via S. Vitale 87.

Minghetti si dedicò anche alla produzione di ceramiche ispirate a modelli rinascimentali, specialmente a quelli dei Della Robbia, presentando per la prima volta le sue opere nel 1869 all’Esposizione dell’agricoltura industriale di Bologna, dove fu premiato con una medaglia d’argento. Nel 1870 espose anche all’International Exhibition of world a Londra e nello stesso anno alla Mostra d’arte a Roma. Il successo crebbe ulteriormente all’Esposizione universale di Vienna del 1873, dove fu premiato con medaglia al merito per aver presentato un vaso di maiolica alto m 2,30, un’opera dall’altezza mai proposta a quel tempo e la cui decorazione era ispirata al Trionfo di Bacco carraccesco della galleria Farnese. L’opera colpì perché la realizzazione e la decorazione facevano sembrare la ceramica un vero vaso antico, tanto che Minghetti fu considerato il rinnovatore della ceramica italiana e gli fu conferito il diploma d’onore. All’Esposizione nazionale di Milano del 1881 fu premiato con medaglia d’oro.

Morì a Bologna nel febbraio 1885 e riposa nel cimitero della Certosa in una tomba in ceramica che ricorda la tipologia dei Della Robbia, secondo il volere dei figli Gennaro e Arturo, divenuti titolari della ditta Minghetti nel 1885. La manifattura fu attiva fino al 1967. Nel 1949 fu aperto in piazza Galvani a Bologna un negozio di ceramiche Minghetti, che cessò l’attività nel 1989

2020 © Paola Cacciari

Dizionario Biografico degli Italiani Minghetti

Statuary: Heritage or Modern Horror? — HistorianRuby: An Historian’s Miscellany

The dumping of the statue of slave trader Edward Colston into the harbour at Bristol has brought into question the veritable army of statues that Britain displays in towns and cities. Many of us walk by without giving them a second glance. Many of them are relics of Britain’s defunct Empire and proudly display men […]

via Statuary: Heritage or Modern Horror? — HistorianRuby: An Historian’s Miscellany

Il mito di Troia colpisce ancora

«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.»

Sono passati molti anni dalle lezioni di Epica alle scuole medie, ma il proemio dell’Iliade ancora me lo ricordo. L’Iliade, il poema della guerra di Troia una storia di violenza, gelosia, inganno e stupido orgoglio: con questi ingredienti non sorprende che il poema di Omero sia ancora attuale! Era pertanto solo questione di tempo prima che il British Museum ci facesse sopra una mostra.

The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Come tutte le strie che si rispettino, si comincia dall’inizio, dalle nozze di Teti e Peleo, al ratto di Elena, rapita al marito Menelao perchè Venere aveva promesso a Paride l’amore della donna più bella del mondo se le avesse dato il pomo d’oro, prima di passare alla discordia e dalla guerra, per arrivare poi all‘ira di Achille. Che l’Iliade non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell’intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra che copre l’arco di 51 giorni, l’ira di Achille (causata dal fatto Agamennone avesse deciso di prendere per se stesso la sua schiava, Briseide ferendo Achille nell’orgoglio-nessuno naturalemnete aveva chiesto l’opinione di Briseide…). Ne segue una colossale battaglia tra greci e troiani nel quale Achille viene ucciso (non prima di aver vendicato l’amico Patroclo morto per mano di Ettore), ma Troia capitola solo grazie all’inganno del cavallo escogitato dallo scaltro Odisseo.

Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum
Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum

Ma quando i greci vittoriosi decidono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno, cominciano i guai, e comunque questa è un’altra storia, l‘Odissea. Naturalmente non mancano episodi dall’Odissea, che in fondo le avventure di Ulisse e C. costretti a vagare per vent’anni per il Mediterarrneo in balia di dispettosi dei, forniscono una ricchissima fonte di immagini ampiamente utilizzate per la decorazione di vasi a figure rosse come questo qui sotto che mostra Ulisse (nome latino) che, dopo aver tappato le orecchie ai compagni, si fa legare all’albero maestro della nave per udire il canto delle sirene – un canto che  uccide tutti coloro che lo ascoltano.

Con il Rinascimento e la riscoperta della letteratura classica, le vicende della guerra di Troia come l’episodio del cavallo e la fuga di Enea dalla città in fiamme con il padre Anchise sulle spalle) diventano particolarmente popolari nelle mani di maiolicari come Francesco Xanto Avelli da Urbino,

 

mentre in pieno Neoclassicismo il pittore George Romney contemporaneo del piu’ noto Heinrich Füssli, immortalerà la famosa bellezza di Emma Lady Hamilton, dipingendola nei panni di Cassandra, sfortunata figlia di Priamo e che ebbe da Apollo la facoltà della preveggenza, ma che per il fatto di prevedere terribili sventure, era invisa a molti.

 

 

George Romney, Lady Hamilton as Cassandra
c.1785–6. Tate.

 

Ma l’interesse per Troia resta, e nel 1871 l’archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), seguendo le indicazioni e le descrizioni dei testi omerici, credette di trovarla in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. I suoi scavi si concentrarono sulla collina di Hissarlik, dove era avvenuto un precedente scavo archeologico della scuola francese guidata da Calvert, poi interrotto per mancanza di fondi. Qui si trovò di fronte a più strati, che corrispondevano a differenti periodi della storia di Troia. Arrivato al secondo strato (a partire dal basso), aiutato solo dalla moglie, la greca Sophia Engastromenou, riportò alla luce un immenso tesoro e pensò di aver scoperto il leggendario tesoro di Priamo che il Re di Troia aveva nascosto prima della distruzione della città e che era narrato nell’Iliade.

Sophia Schielmann wearing Helen's jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
Sophia Schielmann wearing Helen’s jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Inutile dire che queste scoperte scatenarono un vera e propria mania per la mitica città e il suo altrettanto mitico passato. Poco importava che Schliemann avesse in realtà trovato qualcosa di molto più antico che i suoi ritrovamenti risalivano infatti a un periodo precedente a quello della Troia omerica, collocata intorno al XIII secolo a.C. (la città narrata nei poemi omerici era collocata al settimo strato).

Ora come allora la storia di Achille, Ettore, Elena e Cassandra, di Enea ed e compagni continua ad affascinare e, a giudicare dalle centinaia di persone che hanno visitato questa mostra, a treceno anni di distanza siamo ancora vittime del suo incantesimo.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// fino all’8 Marzo 2020

Troy: Myth and Reality @ British Museum, London,

Da Christina Rossetti a Evelyn De Morgan: la Confraternita delle Preraffaellite

Ora vi racconto una storia.
C’era una volta una volta un piccolo gruppo di giovanotti che, stanchi del modo tradizionale di fare arte, quello rigido e imbalsamato dell’Accademia, decisero di formare un loro club privato, tanto esclusivo da chiamarlo ‘Confraternita’. Per farne parte bisognava giurare di tornare a dipingere alla maniera medievale, quella prima di Raffaello, priva di prospettiva, ma piena di abiti coloratissimi e cappelli appuntiti che facevano tanto Gothic Revival. Qualche anno dopo la Confraternita dei Preraffaelliti si era già disintegrata, distrutta da laudano, adulteri, divorzi e generale mancanza di soldi e/o di successo. L’Estetismo, il movimento nato dalle ceneri ancora calde dell’arte preraffaellita, che sostieneva che l’unico scopo dell’arte era l’arte stessa diventa a sua volta una sorta di preraffaellitismo elevato all’ennesima potenza, un distillato di donne imbronciate dalla chioma fluente che tengono in mano fiori o frutta. Fine della storia.
Almeno la storia conosciuta fino ad ora. Che Pre-Raphaelite Sisters, la mostra della National Portrait Gallery racconta tutta un’altra storia. Una storia che oltre a rivendicare le figure di dodici donne strettamente associate alla Confraternita in qualità di artiste, modelle, poetesse e muse, riscrive radicalmente la storia di questo movimento artistico artistico così britannico. E lo fa mostrando che la Confraternita dei Preraffaelliti non era costituita solo da un piccolo gruppo di artisti uomini, ma era molto più vasto e complesso.
La mostra si apre con i nomi più noti, quelli di Christina Rossetti, la celebre sorella poetessa del ragazzo terribile dei prerafaelliti, Dante Gabriel Rossetti ed Effie Grey Millais, la sfortunata moglie di John Ruskin passata alla storia per essere riuscita ad avere l’annullamento da Ruskin per non aver mai consumato il matrimonio, e per sposare in seguito John Everett Millais. E naturalmente Elizabeth Siddal, la tormentata compagna di Rossetti più nota per essere l’Ofeliadipinta da Millais – e che per questo quasi muore di polmonite a causa del freddo preso nella vasca da bagno mentre posava per questo dipinto – che come artista.
Una vera sorpresa per me è la figura di Fanny Eaton, figlia di un ex schiavo della Giamaica e arrivata a Londra da adolescente dove lavora come cameriera e dove e’ notata da Millais e da Rossetti. Grazie alla sua pelle chiara, Fanny Eaton diventa la modella per eccellenza per ogni tipo di personaggio esotico, dalle eroine bibliche alle insegnanti indiane. La sua inclusione in questa mostra mette in discussione quella che da sempre è considerato il canone tipico della bellezza preraffaellita.
Fanny Eaton by Joanna Boyce Wells, 1861. Yale Center for British Art, Paul Mellon Fund
Fanny Eaton by Joanna Boyce Wells, 1861. Yale Center for British Art, Paul Mellon Fund
Georgiana Burne-Jones (1840-1920), moglie del celeberrimo Edward Burne-Jones è invece il tipico esempio di donna che, in quanto sposata ad un grande artista, finisce per passare la vita nell’ombra. Lei stessa un’artista promettente, una volta sposata abbandona ogni speranza di sviluppare la sua creatività, che la societa vittoriana era chiara e una volta moglie e madre, il ruolo di una donna era quello di sostenere il marito e prendersi cura dei figli. Cosa che Georgiana ha sempre rispettato, mantenendo un dignitoso silenzio anche durante la devastante infatuazione del marito per la bellissima artista e modella di origina greca Maria Zambaco (1843-1914). Inutile dire che per la povera Georgiana, la vita conugale per cui dovette sacrificare il suo talento fu una grande delusione. La sua unica forma di ribellione nei confronti della societa’ vittoriana fu mettersi con determinazione a studiare il Latino, materia che (come i classici in genere) era considerata inadatta alle donne in quanto troppo difficile.
Georgiana Burne-jones studying Latin, by Edward Burne-Jones
Georgiana Burne-jones studying Latin, by Edward Burne-Jones
Il meglio, tuttavia, arriva alla fine, quando incontriamo due personaggi eccezionali come Marie Spartali Stillman ed Evelyn De Morgan, le cui opere invitano ad una drammatica rivalutazione delle vecchie idee sul preraffaellismo come movimento di uomini impegnati a dipingere donne silenziose.
Evelyn De Morgan (1855-1919) era l’energica moglie del ceramista e novellista William De Morgan, collaboratore di William Morris oltre ad essere una grandissima artista. I Morris e i De Morgan erano amici oltre che collaboratori, e il rapporto di affettuosa amicizia esistente tra i due William si estendeva anche a Jane ed Evelyn. Questo ritratto della Jane Morris a 74 anni, ancora bellissima con la sua lussureggiante chioma bianca dipinto da Evelyn è per me uno dei piu’ belli dell’intera mostra. Varrebbe la pena riscrivere questo capitolo della storia dell’arte solo per lei.
Jane Morris by Evelyn De Morgan
Jane Morris by Evelyn De Morgan
Per troppo tempo, il modo in cui questi artisti, sia uomini che donne, si sono sostenuti a vicenda alternandosi nel ruolo di mentori, amici, confidenti, è stato trascurato. Mostrando quanto fosse essenziali le “sorelle” preraffaellite, anche come artiste a in sé per sé, questa nuova mostra dipinge il movimento nel suo insieme in una luce diversa, certamente molto migliore.
2019 Paola Cacciari
Londra// fino al 26 Gennaio 2020
Pre-Raphaelite Sisters @ National Portraat Gallery

 

 

Architettura e salute in mostra alla wellcome Collection

Parliamo del bagno. O delle tubature interne che portano acqua corrente (quell’acqua corrente che solo qualche decennio fa era ancora un lusso per molti) ai nostri rubinetti. O del sistema di ventilazione, delle finestre con i doppi vetri e di tutte le altre cose che rendono le nostre case confortevoli e che sono utili alla nostra salute. Che chiunque si sia mai trovato a fare i conti con una caldaia rotta la vigilia di Natale, o un buco nella grondaia che ci allaga il soffitto durante l’immancabile temporale che ne segue, saprà com’è facile dare per scontato il funzionamento di una casa. Almeno fino al quando qualcosa non smette di funzionare.

E probabilmente dovremmo passare un po’ di più a lodare cose che diamo per scontate, come l’umile WC per esempio. Perché, come racconta la mostra della Wellcome Collection di Londra, le comodità sanitarie a cui siamo tutti così abituati non sono un lusso che abbiamo sempre avuto. Certamente non lo era al tempo delle mie nonne o subito dopo la guerra, quando mia madre era una bambina alla periferia di Bologna e il bagno era piccolo, buio e freddo, e stava nel cortile di casa.
Ho sempre pensato che la relazione tra architettura e salute fosse una scoperta recente. Come mi sbagliavo! Già Charles Dickens ci aveva pensato (e chi senno’??) nell’Ottocento quando aveva descritto i bassifondi della Londra vittoriana in Oliver Twist:

“Non si può fare nulla di efficace per migliorare le condizioni di vita dei poveri di Londra fintanto che le loro abitazioni non saranno costruite e in modo decente.”

Ma, nonostante avesse più volte denunciato la miseria dei poveri, Dickens non era un riformista sociale e il suo interesse si ferma qui. D’altronde, le descrizioni degli slums dell’East End di Londra sono sintomatiche di un periodo di rigida distinzione sociale, in cui le differenze tra chi ha è chi non ha sono a dir poco abissali. E basta leggerle insieme alla mappa di Londra redatta dal Sociologo e armatore britannico Charles Booth (1840-1916) per averne la conferma. Attento osservatore dei problemi economici riguardanti la senescenza dell’epoca vittoriana, Booth fu il primo ad individuare la relazione tra miseria e depravazione.

Part of Booth’s map of Whitechapel 1889. The red areas are “well-to-do”; the black areas are “semi-criminal”.

Dallo squallore vittoriano si passa poi al tentativo degli architetti modernisti di rivoluzionare l’edilizia residenziale con palazzoni dalle linee semplici e pulite situati in città giardino e villaggi modello. In un periodo in cui la tubercolosi dilaga, i benefici del sole e dell’aria pulita (in netto contrasto all’inquinamento della capitale vittoriana) diventano sempre più evidenti soprattutto per costruzione di edifici adibiti alla cura della malattia, i cosidetti sanatori, come quello creato da Alvar Aalto nel 1932 a Paimio, in Finlandia, con tanto di sedie speciali realizzate in compensato (come la cosiddetta sedia Paimio) progettatte esplicitamente per aiutare la respirazione dei pazienti sofferenti di tubercolosi.

Paimio chair designed by Alvar Aalto in the 1930

E se dalla lista di nomi di famosi riformatori e architetti, naturalmente non poteva mancare Le Corbusier (1887-1965), sono presenti anche idealisti come John Cadbury (1801-1889) il fondatore della famosa fabbrica di cioccolato e di Bournville, il villaggio modello a sud di Birmingham per gli operai che vi lavoravano, ed Henry Wellcome (1853-1936), imprenditore farmaceutico e fondatore della collezione che porta il suo nome che ha provato a progettare un nuovo modo di vivere con il Wellcomeville, mai realizzato. Reappresentanti del dopoguerra sono i casermoni “brutalisti” in cemento armato degli anni Sessanta e Settanta, come la Balfron Tower di Poplar progettata da Ernő Goldfinger (1902-1987) e la Pepys Estate a Deptfort, entambi quartieri deprivati della zona Est di Londra, considerate all’epoca come esempi pionieristici di case popolari e al giono d’oggi, come il simbolo del fallimento di quegli ideali

Ernő Goldfinger
Ernő Goldfinger

Il tributo alla Grenfell Tower alla fine della mostra mi lascia un po’ perplessa, che più che tra architettura e salute, la tragedia del grattacielo di Londra mi sembra un problema di architettura e sicurezza. Ma esco dalla mostra in testa le parole usate da Jack London ne Il popolo degli abissi  per commentare il suo “viaggio” nella selvaggia umanità nell’East End della Londra edoardiana, si chiede come fosse possibile che all’apice della sua potenza, glorioso” Impero britannico potesse ignorare in modo così plateale i bisogni di una parte cosi grande dei suoi sudditi (forse non era stato nella Russia degli zar…).Che sara’ anche passato un secolo, ma certe cose non sono cambiate poi cosi tanto e basta guardarsi un po’ attorno anche nel nostro super-tecnologico e civilizzato mondo contemporaneo, per realizzare che questa domanda è pertinente adesso come lo era nel 1903.

2018©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Marzo 2019

Living with Buildings @ Wellcome Collection

 

La pittura senza tempo di Edward Burne-Jones

La mia preferita tra le opere esposte alla Tate Britan nella mostra dedicata al Preraffaellita Edward Burne-Jones (1833-1898), ironicamente appartiene al “mio” Victoria and Albert Museum. Raffigura uno sfinito Edward “Ned” (non ancora baronetto o, come si dice qui, “Sir”) accasciato su una sedia, stremato dall’energica lettura di una poesia da parte del suo altrettanto energico amico, compare e socio, William Morris (1834-1896).

William Morris reading poetry to Burne-Jones, 1861. Victoria and Albert Museum

È una scenetta buffissima quanto insolita, soprattutto se si pensa che è stata disegnata dallo stesso Burne-Jones. Le differenze con i soggetti delle sue altre opere che lo hanno reso famoso non potrebbero essere più marcate: un chiarissimo esempio di come per tutta la vita l’artista  sia riuscito a dipingere soggetti amati dal pubblico, conservando gelosamente per se’ e per gli amici il proprio mondo. E, aggiungerei, anche il suo senso dell’umorismo. Che a guardare i corpi statuari e i visi cerei dagli occhi fissi nel vuoto dei suoi soggetti, l’aggettivo “spassoso” non è certo uno immediatamente associabile con Burne-Jones …

 Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)
Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)

Nato a Birmingham nel 1833, Burne-Jones   odia praticamente fin dalla nascita la periferia industriale in cui cresce, il che lo spinge in modo quasi automatico verso la cerchia dei preraffaelliti con le loro idealizzate idee del passato medioevale. Ad Oxford, dove studia teologia (cos’altro verrebbe dia chiedersi…) incontra Morris;  i due diventano amici. Nella città universitaria i due vengono a contatto con il pensiero di John Ruskin che, supponente e puritano qual’era, era tuttavia il più grande esponente della critica d’arte dell’epoca e, tramite Ruskin, con l’opera del suo protetto, Dante Gabiel Rossetti che, sebbene invecchiato non aveva perso nulla del suo fascino. Sedotti dal carisma del fondatore dei Preraffaelliti, Morris e Burne-Jones decidono di dedicarsi all’arte entrando a far parte della confraternita dei Preraffaelliti.

Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London
Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London

E mentre oltremanica Monet e i suoi campari impressionisti stavano proiettano l’arte nel futuro, Burne-Jones   si impegna a tenerla fermamente nel passato. Che al contrario degli altri Preraffaelliti Holman Hunt, Millais e dello stesso Rossetti, che periodicamente si permettono una sbirciatina nella società vittoriana in cui si trovano a vivere, Burne-Jones  per tutta la sua carriera non permise mai neanche ad un lampione di fare capolino nel rarefatto classicismo delle sue tele. Anche se devo dire che nonostante il classicismo michelangiolesco delle sue figure togate, la loro linea sinuosa e il decorativismo di certe sue opere (come i pannelli della serie di Perseo) lo tradisce per quello che è: un abitante della fine del secolo, soggetto come tale alle influenze dell’Art Nouveau e della Secessione Viennese.

The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery
The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery

Che se i preraffaelliti erano nati dal comeune amore per il Medioevo, per l’arte prima di Raffaello, Burne-Jones eleva questo amore all’enesima potenza prendendo in prestito da varie epoche ciò che gli occorreva, lasciando altri aspetti che non trovava interessanti – una atteggiamento tipicamente vittoriano. Il suo è un mondo popolato da figure michelangiolesche, avvolte da toghe classiche, su cui troneggiano volti impassibili (che il nostro eroe non era famoso, diciamocelo, per la sua espressività, ne voleva esserlo…) che si muovono tra prati fioriti più simili a quelli degli arazzi fiamminghi che a veri prati. Che infondo Burne-Jones era prima di tutto un decoratore, un artigiano prima ancora che pittore, avendo iniziato la sua carriera artiostica creando vetrate, arazzi, libri, mobili e piastrelle per la premiata ditta Morris & C. Per lui non esisteva differenza tra pittura e arti decorative, tra le arti maggiori e le cosidette arti minori adattando le sue idee ai materiali diversi con cui lavora. E per gran parte della sua vita proprio le entrate provenienti dalla Morris & C gli forniranno il denaro necessario per dedicarsi alla pittura.

Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection
Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection

Neanche a dirlo, i vittoriani amavano il suo melodramma, ragion per cui che tante delle sue opere si trovano sparsi in moltissimi musei britannici, da un capo all’altro dell’isola, comprati da banchieri, filantropi, ma anche dalle giunte comunali e da chiunque se ne potesse permettere una. La moglie Georgiana, oltre a sopportare i suoi numerosi tradimenti e ripetute infatuazioni che Burne-Jones sembrava innamorarsi in continuazione di donne che non erano sua moglie, ha posato per lui in molte occasioni. Mai tuttavia quanto langlo-greca Maria Zambaco, con cui il pittore ebbe un’intensa relazione tra il 1866 e il 1869 e per cui tentò persino di lasciare la moglie, ma lo scandalo che ne seguì lo fece desistere (anche se il viso di Maria continuò ad apparire nei dipinti di Burne-Jones nei panni di una maga o una tentatrice). E visto che, a guardarci bene, la fisionomia di Georgiana e quella delle altre modelle, sembra quasi indistinguibile, mi viene da pensare che per l’artista anche nella vita le sue donne fossero un po’ interscambiabili.

 The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery
The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery

Ancora più straordinaria, la serie The Legend of Briar Rose, creati dall’artista tra il 1874 e il 1890, illustrano una storia dei fratelli Grimm, in cui l’eroe scopre un regno i cui abitanti sono tutti immersi in un sonno incantato – una perfetta metafora per l’arte di Burne-Jones. Circondato da dipinti di sognatori sdraiati tra le braccia di Morfeo, lasciando che il tuo sguardo si sovrapponga ai modelli intrecciati di figure addormentate e fogliame avvolgente, potresti sentirti in uno stato di quasi sonnambulismo. Non sorprende che Burne-Jones abbia subito un’enorme ondata di popolarità nell’era della psicadelia: questa mostra è un viaggio – in tutti i sensi… Ma devo dire che se trascorrerci un paio d’ore è stato esteticamente molto gratificante, non vorrei viverci nel mondo di Burne-Jones. Preferisco Chalie Brown.  

Londra// fino al 24 Febbraio 2019

Edward Burne-Jones, Pre-raphaelite visionary @ Tate Britain

tate.org.uk

Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

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Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

vam.ac.uk

Il castello gotico di Jimmy Page

Nascosta tra il verde dell’elegante quartiere di Kensington, nella zona Ovest di Londra c’è una casa che mi ha sempre affascinato. Sembra un mini-castello, costruito in mattoni rossi, con tanto di torre rotonda sormontata da un tetto appuntito, un elaborato portale e magnifiche vetrate colorate. Quando ci sono passata davanti per la prima volta quasi vent’anni fa, in rotta per la mia prima visita a Leighton House, non avevo idea di chi ci vivesse. Ho estratto la mia macchina fotografica per fare una foto, e mentre puntavo l’obbiettivo un giovane che passava di lì si è fermato e con una punta di orgoglio nella voce, mi ha detto: “Quella è la casa di Jimmy Page, il chitarrista dei Led Zeppelin.” E se n’è andato con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, lasciandomi sbalordita, la macchina fotografica a mezz’aria. Da allora sono passate molte altre volte davanti a quella casa e non solo nella (fin’ora vana) speranza di intravedere il mitico Jimmy, ma perchè mi affascina.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

La “casa” fu progettata dall’architetto vittoriano William Burges tra il 1875 e il 1881, nello stile gotico francese del XIII secolo. Burges aveva viaggiato molto ed era tanto meticoloso nella ricerca e nei dettagli, quanto intransigente nell’uso dei materiali. Come molti in quel periodo, anche lui era ossessionato dal Medioevo ed era un abile orafo e designer prima di diventare architetto. Tra i suoi amici troviamo artisti e scultori membri dell’Estetismo e della Confraternita dei Preraffaelliti come il suddetto Lord Frederic Leighton, Dante Gabriel RossettiEdward Coley Burne-Jones etc; era socievole, cronicamente miope e persino i suoi migliori amici lo descrivevano come brutto. Aveva un certo senso dell’umorismo e non era assolutamente un architetto a buon mercato. E tutto quello che appreso e amato nel corso della sua carriera artistica è stato distillato in questa casa-torre. Perché questa sarebbe stata la sua casa.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

Ma come spesso accade, la vita è un po’ bastarda e Burgess non ebbe tempo di godersi la sua casa che morì tre anni dopo essersi trasferito, a soli 53 anni. Morì nel suo letto rosso nella Sala delle Sirene. Perchè qui nella Tower House tutte stanze principali hanno un tema (Tempo, Amore, Letteratura etc) e raccontano una storia e hanno vetrate colorate, elaborati intagli, affreschi, fregi. Insomma, ogni superficie decorabileè stata utilizzata e decorata – ovviamente utilizzando i migliori materiali. Persino i comignoli sono scolpiti con figure tridimensionali: quello in biblioteca raffigura i Principi di parola nella pietra di Caen. Al primo piano, sotto fregi dipinti con motivi marini e un soffitto di stelle dorate tempestate di specchi convessi.

Inside story: Page in the drawing room where William Burges, who designed the house, entertained his arty friends in the 1870s. Photograph: Alex Telfer for the Observer

Page aveva 28 anni quando compro’ la Tower House dall’attore Richard Harris; ora ne ha 74 di anni e continua a prendersene cura come di un bambino delicato. E delicati gli interni lo sono davvero tanto che, per evitare le vibrazioni, Page suona sempre solo la chitarra acustica in casa, non organizza feste o ricevimenti lì e non ha la televisione. E’ persino riuscito a ricomprare l’armadio dipinto che un tempo si trovava accanto al letto di Burges, e l’ha rimesso nel punto esatto voluto dall’architetto.

Ma da quando Robbie Williams si è trasferito nel villone accanto non c’è pace per il nostro Jimmy. L’ex Take That infatti vuole scavare un grande seminterrato sotto casa sua (i cosiddetti basements flats) che arriverà ad essere pericolosamente vicino alla Tower House. Page, preoccupato da fatto che i lavori di costruzione del vicino posasano danneggiare irrimediabilmente gli interni unici e insostituibili della casa, ha fatto ricorso.Che dire? Spero che vinca!!! 🙂

2018 © Paola Cacciari

Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi come me ne ha uno davvero molto bravo e simpatico. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

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A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini. Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

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Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale. Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 😉

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth

@ Wellcome Collection