Camerieri, cuochi e valletti: le uniformi di Soutine a Londra

Guardando le facce dei cuochi, valletti, portieri e camerieri che abitano le tele di Soutine, non credo vorrei rischiare un soggiorno nellā€™albergo in cui questi figuri lavorano… I sorrisi distorti, gli occhi tristi fissi in quelli dello spettatore, a volte abbassati a celare (male a dire il vero) rabbia, umiliazione e noia. Anni di servizio e di abusi hanno indubbiamente lasciato il segno insieme alla rassegnazione ad una vita che non avrebbero scelto se avessero avuto la possibilitĆ  di fare altro. Questi dipinti da Soutine sono gli appartenenti alla nuova classe sociale che nasce tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quella del personale di servizio, una sorta di settore terziario ante litteram insomma, che abbandonati i grandi palazzi delle dell’aristocrazia offre i propri servizi ad alberghi e ristornati di lusso. Gli sconvolgimenti sociali portati dalla Prima Guerra Mondiale e le possibilitĆ  offerte da impieghi alternativi come il commercio soprattutto nei Grandi Magazzini per le donne, e gli impieghi statali portarono ad un drammatico crollo del numero di personale di servizio (anche se la Grande Depressione tra le due guerre portarono negli Anni Trenta molte persone, soprattutto donne di nuovo nel settore dei servizi domestici.

Valet, c.1927 Ā© Courtauld Gallery, Lewis Collection

La tecnica di Soutine non fa altro che enfatizzare il disagio del soggetto: la pennellata larga, carica di colore ā€“ un colere denso e piatto, fatto di blu oltremare, di bianchi abbaglianti, di rossi accesi ā€“ fa apparire queste figure piĆ¹ come fantocci svuotati che come esseri umani. Non mi meraviglia che il Ā suo stile influƬ soprattutto sugli espressionisti austriaci e, nel dopoguerra, sui pittori del gruppo Cobra (specialmente Karel Appel), su Willem de Kooning e su Francis Bacon.

Inutile dire che visto che io stessa indosso per lavoro unā€™uniforme, il soggetto di questa mostra mi ha colpito non poco. Cosa ha spinto ChaĆÆm Soutine ( 1893-1943), questo bielorusso trapiantato a Parigi, amico di Modigliani e Chagall, a dipingere il personale di un albergo? Pigrizia? Mancanza di fondi per pagare una modella di professione? O semplicemente un progetto pittorico come un altro?

La cosa mi ha fatto riflettere molto che, siamo onesti, non capita spesso che le uniformi (militari o civili che siano) attraggano molta attenzione ā€“ a meno che non si tratti di quelle degli ufficiali di altro grado che spessorisplendono di medaglie e decorazioni come alberi di natale ambulanti. Gli altri, i soldati dei reggimenti, i servitori in livrea prima e le masse di funzionari statali poi e che ne indossano una quotidianamente per lavoro, non hanno mai attirato l’attenzione di nessuno. Famosamente Benedict Cumberbatch in un episodio di Sherlock ha detto che uno ricorda l’uniforme e non il viso di chi la indossa. Confermo per esperienza. D’altra perte scopo della divisa ĆØ rendere immediatamente identificabile il personale appartenente ad una specifica societĆ , banca, ufficio postali, compagnia aerea, hotel, ristorante e, nel mio caso, istituzione museale (almeno questa ĆØ lā€™intenzione, anche se visto il numero di persone che quotidianamente mi chiedono ā€œScusi, ma lei lavora qui?ā€ mi sorge qualche dubbio al riguardo. Comunque…). La definizione che il vocabolario daā€™ dellā€™uniforme (o divisa) ĆØ

ā€œabito uguale per tutti coloro che fanno parte di un corpo, di un collegio, di una miliziaā€.

In inglese al contario esiste solo il termine uniform, mentre il termine “divisa” ha il significato piĆ¹ di livrea. Sta di fatto che indossare un uniforme non ĆØ mica cosa da poco: Lo so per esperienza, visto che da anni per lavoro ne indosso una.Ā Unā€™uniforme comporta certi doveri (comportarsi in un certo modo, non fare o dire cose che possano screditare l’organizzazione etc etc etc) e spesso nel caso degli impiegati statali pochi diritti che al contrario di quelle militari che ispirano rispetto e soggezione,Ā  le uniformi del personale civile sembrano essere un invito agli abusi da parte del pubblico. I postini, gli autisti degli autobus, il personale dei supermercati, i gallery assistant e i pasticcieri di Soutine ne sanno qualcosa.

Qualche anno addietro il fotografo Davide Pizzigoni ĆØ capitato al museo in cui lavoro e ha immortalato alcuni colleghi con la sua macchiana fotografica, ma a parte questo eccentrico progetto fotografico chiamato Guardiani, volto a ā€œindividuare le relazioni che si stabiliscono tra i soggetti fotografati e il particolare contesto in cui abitano durante la loro giornata lavorativaā€ e sfociato in un magnifco (e costoso) catalogo illustrato e una mostra fotografica al Museo Bagatti Valsecchi di Milano, la nostra esistenza come rappresntanti del settore terziario ha mai interessato nessuno. Ragion per cui questa serie di dipinti dedicati ad un gruppo di persone tanto normali quanto insignificanti come il personale di un albergo mi ha colpito molto. Ma a differenza di molti che si abituano all’anonimato che questo settore ragala, i cuochi e portieri di Soutine sono persone che non sembrano accettare di buon grado il fatto di essere visti ma non uditi e di svanire sullo sfondo. Intrappolati nelle loro divise e costretti a interpretare la loro parte sul palcoscenico della vita, i personaggi di Soutine diventano il simbolo della vulnerabilitĆ  della condizone umana tra le due guerre. Questo da solo basta a trasformare questi dipinti da graffianti caricature in potenti testimonianze di dolorosa umanitĆ .

Londra// fino al 21 Gennaio 2018

Soutineā€™s Portraits: Cooks, Waiters & Bellboys review

Ā The Courtauld Gallery

James Ensor @ Royal Academy

Due scheletri si contendono un’aringa affumicata. Altri si litigano il corpo di un uomo impiccato. Altri stanno andando ad un ballo in maschera. Non solo: lo stesso artista si ritrae nei panni (se mi si concede il gioco di parole…) uno scheletro. A questo punto mi scuserete se mi viene da pensare che James Ensor (1860-1949) sia parecchio strano.

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Ensor’s Skeletons Fighting Over a Pickled Herring (1891), at MoMA.

Non me lo ricordavo questo aspetto dell’opera di questo proto-espressionista quando l’ho studiato al scuola un po’ di anni fa. Certo lā€™aver vissuto praticamente per tutta la vita nellā€™appartamento che condivideva con la madre sul piccolo negozio di famiglia nella triste e ventosa cittĆ  costiera di Ostenda, circondato da maschere, cineserie, ventagli, porcellane a dipingere la strana paccottiglia per turisti venduta dalla madre non lo ha aiutato a cambiare genere…

La cosa sorprendente ĆØ che, essendo mezzo inglese, Ensor aveva un passaporto britannico, ma visitĆ² Londra solo una volta nel 1887, anche se lā€™influenza della grande tradizione della satira britannica resta una presenza costante nei suoi dipinti. Tutto ciĆ² che lo circonda trova posto nei suoi quadri, ma sono le maschere e (come si ĆØ visto) gli scheletri a fare la parte del leone. Ensor era affascinato dal Carnevale con il suo sovversivo ribaltamento delle strutture sociali e dell’autoritĆ  che le governa. I suoi quadri sono popolati da gruppi di figure con i volti coperti da maschere grottesche come quelle de Lā€™Intrigo (1890) o da nature morte come La razza (1892) dipinte con colori acidi innaturali.

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James Ensor, The Intrigue, 1890
Antwerp, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Photo KMSKA (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw. Photography: Hugo Maertens / (c) DACS 2016

La violenza deformante e lo splendore cromatico sono infatti i due pilastri dellā€™opera di Ensor. Nello strano mondo di Ensor, si ritrova lā€™intera magia della tradizione fiamminga di Bruegel e Bosch, in cui il nostro eroe trova certamente due anime gemelle come dimostra il suo I bagni a Ostenda (1890) con la spiaggia densamente popolata di bagnati che si divertono nellā€™acqua, ma un attento esame rivela tutta una serie di divertenti episodi in atto.
Una breve parentesi a Brussel tra il 1877 e il 1880 per studiare all’Accademia di Belle Arti basta a fargli capire che la vita di cittĆ  non gli si addice e che lā€™imbalsamato ambiente dellā€™Accademia, con i suoi critici dā€™arte borghesi e snob non fa per lui. Cosa che il nostro non esita a fare loro sapere, dipingendoli come una crudele folla inferocita o come scheletri che, ripugnanti figure simbolo dellā€™autoritĆ , si contendono lā€™aringaā€“artista. Il tutto reso con colori brillanti, puri e aspri, stesi con esasperati colpi di pennello. L’effetto e’ grandioso.

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Maurice Antony, James Ensor surrounded by his paintings, 22 June 1937.
Mu.ZEE, Ostend
Photo (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw / (c) DACS 2016

Ma la sua vita da ribelle emarginato non dura a lungo che anche se la fama lo raggiunge tardi, quando non ci sperava piĆ¹, gli regala successo di pubblico, di critica e persino il titolo di barone. Ensieme alla povertĆ , tuttavia, questa nuova celebritĆ  si porta via anche la rabbia che caratterizzava i sui quadri e dai 40 anni in avanti il nostro eroe trova sempre meno piacere nella pittura. Eventualmente, nella sua solitudine, la sua passione si sposta dalla pittura al comporre musica ā€“ una passione che prende molto seriamente costringendo, pare, chiunque gli capitasse a tiro ad ascoltarle, ma senza riuscire a convincere nessuno della sua grandezza. Forse avrebbe dovuto continuare a dipingere. Capita.

Londra// fino al 29 gennaio 2017

Ā Intrigue: James Ensor by Luc Tuymans

royalacademy.org.uk