Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

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La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Guerra e Pace di Lev Tolstoj

Il 2016 passerà alla mia storia personale come l’anno in cui ho conquistato Guerra e Pace. Ho sempre voluto leggerlo, il capolavoro di Lev Tolstoj, da quando alle scuole medie la professoressa di italiano ce ne fece leggere alcuni brani sull’antologia. Da allora, la scena del ballo, quello in cui il Principe Andrei Bolkonsky balla con la giovane Natasha Rostova e si innamora di lei mi è rimasta scolpita nel cuore: è una delle scene più romantiche della storia della letteratura mondiale. Davanti a loro, Cenerentola e il principe azzurro sembrano due dilettanti…

Lily James and James Norton in War and Peace

Ricordo di aver chiesto alla mamma di comprarmi il libro, che da brava secchiona qual’ero volevo leggerlo tutto, ma dopo aver guardato con puro sgomento quel mastodontico romanzo in edizione integrale che lei mi aveva comprato, l’ho messo da parte e da allora quei quattro volumi dell’Einaudi, giacciono nascosti da qualche parte in cantina a Bologna, dimenticati. Che in fondo avevo tredici anni…

E da allora non ho più avuto il coraggio di avvicinarmici a quel libro, intimidita dalle proporzioni epiche di quei quattro volumi – un’impresa erculea. D’altra parte chi non ha mai esclamato riguardo alla lunghezza di qualcosa: “È lungo come Guerra e Pace!”? Le metafore sulla lunghezza del romanzo si sprecano. Eppure i libri di Ken Follet non sono molto più brevi. Lo stesso si puo’ dire di Wolf Hall di Hilary Mantell. E l’anno scorso ho letto Il Cardellino di Donna Tart che di pagine ne conta quasi 1000 e l’ho fatto in una settimana che davvero non riuscivo a staccarmici da quel libro, anche se quando ho raggiunto la fine ero quasi isterica per la mancanza di sonno…

Ma grazie alla BBC e al suo meraviglioso sceneggiato trasmesso di recente, la mia vecchia curiosità di sapere “tutta” la storia, senza scorciatoie, è tornata più prepotente che mai che per quanto sei puntate siano certamente poche per condensare il meraviglioso romanzo di Tolstoj, proprio l’inevitabile semplificazione della trama (che tanto ha irritato chi il libro l’aveva già letto e si era fatto un’idea ben precisa dei personaggi) ha tuttavia reso accessibile la trama ai profani come me. E così, non potendo sopportare il pensiero che lo sceneggiato fosse finito e con loro le vicende di Pierre, Andrei e Nathasha in preda ad un’impulso irrefrenabile, il giorno dopo sono andata da Waterstones (la Feltrinelli londinese) e ho acquistato il romanzo. “Visto lo sceneggiato, eh?” Mi ha sorriso il commesso con aria complice quando, con aria vagamente imbarazzata, ho appoggiato il tomo sul banco per pagarlo. Chissà quanti ne hanno venduti nell’ultimo mese agli addolorati orfani dello sceneggiato della BBC…

Paul Dano, Lily James and James Norton

Paul Dano (Pierre), Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei)

E fin dalla prima pagina sono iniziate le sorprese, che ero pronta ad una battaglia e mi sono ritrovata a fare una passeggiata in campagna – sebbene lunga quasi 1400 pagine. Mi aspettavo un testo difficile e ostico, e con mia grande sorpresa ho trovato una prosa fluida, personaggi vivi, vicende, intrighi, passioni, sentimenti universali. Guerra e Pace  è un romanzo ancora oggi attuale come lo è stato nel XIX. I personaggi principali sono tutti giovani alla soglia della maturità (Natasha è ancora una bambina quando la incontriamo) e Tolstoj ci accompagna con loro in questi anni cruciali, quando le emozioni sono più intense, si forgiano amicizie che durano un vita e si commettono errori che avranno effetti devastanti sulle loro vite.

James Norton as Prince Andrei in War and Peace

James Norton as Prince Andrei in War and Peace

Pierre, il figlio illegittimo del conte Bezhukov, l’uomo più ricco di Russia, considerato uno sciocco e un semplicione in società, è amato e rispettato per la sua onestà dal Principe Andrei Bolkonsky che, giovane, bello e ricco, è già irrimediabilmente cinico e terribilmente infelice per la vita che conduce e che considera vuota e priva di significato. Cosi’ tanto che preferisce andare in guerra piuttosto che trascorrere tempo con la giovane moglie e i suoi insipidi amici. Natasha Rostova è bella, frizzante, impulsiva e appassionata. Generosi, affettuosi e caldi, i Rostov sono una famiglia adorabile, una di quelle a cui tutti vorrebbero appartenere. Nikolai, il fratello di Natasha è cosi abituato ad essere amato da tutti che non riesce e credere che, durante la sua prima battaglia, i francesi stiano davvero tentando di ucciderlo. È una scena quasi comica se non fosse per la tragedia della Guerra

I cattivi poi non mancano, e sono splendidi: il Principe Vassily Kuragin e i suoi depravati figli Anatole e Helene, l’autodistruttivo Dolokov che riesce a rovinare sempre per sé e per gli altri tutto ciò di buono che gli capita nella vita, la scheming Anna Pavlovna che dirige le serate del suo salotto di San Pietroburgo con la stessa abilità tattica impiegata dal Generale Kutuzov con le armate di Napoleone.

Natasha, Andrei, Pierre e tutti gli altri resterrano con me per sempre. E chissà, forse un giorno lo rileggerò. Che in fondo, come ha detto Italo Calvino, è per questo che si rileggono i classici: perchè sono libri che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire.