Brexit, fine della storia 😔

La Brexit è finita, Lunga vita alla Brexit! mi verrebbe da dire parafrasando la famosa frase “Il re è morto, lunga vita al re!” la frase tradizionale utilizzata per annunciare la morte del sovrano e al tempo stesso annunciarne il successore (un po’ come dire “Morto un papa, se ne fa un altro”). Ma le similitudini ci sono eccome, se non altro nel fatto che il 2021 segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. E come nell’avvicendarsi dei sovrani, nessuno può dire con certezza cosa ci riserverà il futuro.

Girl with Balloon, Banksy

Per molti in Gran Bretagna primo di Gennaio 2021 è stato un giorno da celebrare. Che l’uscita dall’UE, per coloro che l’hanno voluta almeno, è un momento di riconquista dell’indipendenza e di ripresa del controllo, l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del Paese lontano dall’interferenza dell’Unione Europea.

Ma per tutti altri, per quelli che hanno votato per restare o che nel 2016 erano troppo giovani per votare (come le mie nipoti), oltre che per le migliaia di cittadini europei (me inclusa) che, nonostante abbiano vissuto in Gran Bretagna per anni, non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro opinione in merito – per tutti gli altri dicevo, è stato un giorno molto triste. La partenza della Gran Bretagna rimane “un tragico errore nazionale” scrive il Guardian, aggiungendo che la nazione si è auto-espulsa da “un’unione che faceva bene a questo Paese e al mondo”. Dal canto suo, Michael Heseltine, il carismatico ex vice primo ministro conservatore, non modera le parole: per lui la Brexit è semplicemente “la peggiore decisione del nostro tempo.”

E comunque paradossalmente, lungi dall’esserne la fine, il per molti il primo Gennaio 2021 è solo l’inizio dei grattacapi – anche se la portata degli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE si vedrà solo nei mesi a seguire, quando le minuzie dell’accordo, le cosidette “small prints” cominceranno ad emergere, portando alla luce tuta una serie di futuri grattacapi che prima non esistevano per la politica britannica. Come i nuovi controlli sull’immigrazione, per esempio. O il mantenimento dell’allineamento normativo, lo stato delle industrie fornitrici di servizi, la pesca, l’accesso ai database, la cooperazione per la difesa. Senza dimenticare l’ambigua posizione dell’Irlanda del Nord all’interno dell’accordo.

E non dimentichiamo il motivo principale per cui l’UE è stata istituita, per riparare agli orrori e alle distruzioni della seconda guerra mondiale. Sulla scia del risultato del referendum sulla Brexit, è stato spesso ripetuto che le generazioni più anziane siano state le più propense a votare per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Ma come mostra un interessantissimo articolo della London School of Economics (LSE), pare che tra i veterani della Seconda Gerra Mondiale, l’amore per l’UE sia quasi paragonabile a quello dei giovani. La vera responsabilita’ della Brexit risiede, oltre che con la destra conservatrice e populista, con le generazioni immediatamente successive a coloro che la guerra l’hanno fatta in prima persona, e che hanno lottato per un ideale di libertà e pace. Come sempre la storia spiega molte cose. Le generazioni crescute nel dopoguerra, e negli anni Sessanta e Settanta si trovarono ad affrontare eventi epocali come la perdita dell’Impero Britannico, così come la prima immigrazione di massa dal Commonwealth, la cosidetta Windrush Generation – eventi che hanno inciso non poco nell’alimentare una crescente insicurezza sull’identità britannica. Insicurezza espressa dapprima nell’ Immigration Acts del 1962 e poi, sem[pre piu’ violentemente, nel famigerato discorso di Enoch Powell tenuto nell’Aprile 1968 a Birmingham (passato alla storia come Rivers of Blood Speech, anche se Powell lo chiamò sempre “il discorso di Birmingham”) in cui il politico criticava l’immigrazione di massa, in particolare l’immigrazione quella proveninete dagli stati ex Commonwealth verso il Regno Unito.

Basterebbe guardare indietro, alla storia recente per vedere che durante i periodi in cui le identità nazionali sono minacciate, che queste ultime diventano armi letali nelle mani di politici populisti (Farage, Salvini) che come si è visto fin troppo bene nel caso della Brexit, ne fanno ampio so per plasmare le opinioni degli individui a lungo nel futuro.

Gia’ nel gennaio del 2020 gli attivisti anti-Brexit di Led By Donkeys avevano detto addio all’Unione Europea (che allora entrava nel periodo di transizione) con un commovente video proiettato sulle bianche scogliere di Dover in cui Sid, 95 anni, e Stephen 98 anni, due ex veterani della Seconda Guerra Mondiale, parlano all’Europa.

Rivolgendosi all’Europa Sidney, tiratore scelto che ha combattuto in Francia, Olanda, Belgio e Germania durante il conflitto, ha detto: “Guardate dalla vostra parte alla nostra, guardate a queste bianche scogliere: avrete la sensazione che vi stiamo guardando e che vogliamo stare insieme, e saremo insieme tra non molto, ne sono sicuro.”

“Questa è la nostra stella, prendetevene cura” 💔🇬🇧 🇪🇺

Paola Cacciari © 2021

Letteratura straniera – Il Novecento in quattro grandi libri — Uozzart

Last Updated on 15/12/2020 La letteratura straniera del Novecento in quattro grandi opere: Gente di Dublino di James Joyce, La metamorfosi di di Franz Kafka, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Memorie di Adriano di Margherite Yourcenar. La letteratura straniera del Novecento in quattro grandi opere: Gente di Dublino di James Joyce, La metamorfosi…

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Teatro e Covid-19: 3 poltrone su 4 tagliate per il distanziamento sociale

La foto è stata al Berliner Ensemble di Berlino. Saranno così le nuove platee nell’era del Coronavirus, per rispettare il distanziamento sociale? E quali saranno quindi le prospettive di vita per i teatri più piccoli? Posti tagliati per garantire il distanziamento sociale, con una o due sedute vicine, così da soddisfare sia i singoli che…

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Dai Musei Vaticani al Louvre, mostre e musei da visitare online — Uozzart

Dai Musei Vaticani di Roma alla Pinacoteca di Brera a Milano, dal Louvre di Parigi alla National Gallery of Art di Washington: dieci musei, in Italia e all’estero, da visitare comodamente dal vostro divano… Io resto a casa, certo, ma ciò non significa che si debba sacrificare arte e bellezza. E, grazie alla tecnologia, la…

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Febbraio 😷

“Anno bisesto, anno funesto!” direbbe mia nonna, se fosse qui ad assistere a tanta catastrofe. Che il  2020 ha solo due mesi, ma tra uragani, allagamenti e Coronavirus (etc, etc etc) questi due mesi sembrano ormai quasi due anni….

Turist taking a selfie in Milan
Tourist taking a selfie in Milan

More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)
More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)

E mentre Bernie Sanders ha il suo da fare a convincere i Democratici che lui e’ il candidato giusto per portare avanti la lotta per portare via la Casa Bianca a trump e al suo stuolo di repubblicani naftalinici,

almeno una buona notizia, quella che Harvey Weinstein è stato giudicato colpevole di violenza sessuale e stupro.

 

Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Biennale d’Arte di Venezia 2019, le 10 cose da non perdere

Anche quest’anno per questioni logistiche non riesco ad andarci a La Biennale, e allora mi consolo con questo interessantissimo post di Davide Astegiano. Buona lettura!

looking for europe

L’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia giunge quest’anno alla 58° edizione. Il titolo è May You Live In Interesting Times per la curatela dell’americano Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra. L’esposizione resterà aperta ai visitatori sino al 24 novembre 2019. Ecco cosa non perdere tra le 87 partecipazioni nazionali e le 79 proposte della mostra collettiva dei Giardini della Biennale e dell’Arsenale.

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Come sono andate le elezioni europee 2019 — Asiablog.it

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Manfred Weber, candidato del PPE alla Presidenza della Commissione Europea, saluta i sostenitori a Berlino. Foto Gregor Fischer Dopo 40 anni Popolari e Socialisti hanno perso la maggioranza assoluta nell’Europarlamento, ma Bruxelles ha resistito all’assalto delle forze euroscettiche, anche grazie alla crescita di Liberali e Verdi, che diventano un importante ago della bilancia (Asiablog.it) — Il Partito…

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