Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

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Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Pro EU + Free Biscuits March

Anche a Londra c’è stata una marcia anti-Brexit e a favore dell’Europa a Londra questo 25 Marzo in concomitanza dell’anniversaro del Trattato di Roma, ma nessuno ne ha saputo nulla fino a ieri in quanto la BBC non ne ha parlato affatto. La Tv nazionale è stata duramente criticata per questa ommissione. Queste foto provengono dal blog A LIfe in London.

A Life In London

There was a pro-Europe march in London this weekend.

My favourite sign is the one held by the boys in the middle picture: free biscuits!

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Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

Anno bisesto, anno funesto. Addio 2016.

Tutto è cominciato con la morte di David Bowie in Gennaio. Da quel momento il procedere del 2016 è stata un’inesorabile discesa nell’apocalisse, interrotta da occasionali momenti di gloria (stringere la mano al divino Brian May di passaggio al museo per una conferenza, o avere Simon Callow come vicino sul prato al Derby di Epsom) e di puro inferno culminato con ‘la’ Brexit (perchè in Italia si è deciso che Brexit sia femminile?) e l’elezione di Donald Trump. Mica roba da poco a cui poi bisogna aggiungere tutto il resto – gli attentati, naufragi, migrazioni, allagamenti, bombardamenti, terremoti, esplosioni, sparatorie, kamikaze alla guida di camion impazziti, aerei dirottati. Roba da boccheggiare ogni volta che si  accende la TV o si legge un giornale.

Tutto ciò basterebbe da solo a giustificare il festeggiamento della fine del 2016 (un anno che ha seminato lutti e malattie anche nella mia di famiglia e in quella della mia dolce metà e che si è portato via amici, parenti e colleghi) con un’ubriacatura formidabile. Ma bere per ubriacarmi non mi è mai piaciuto (in più non reggo l’alcool, il che non aiuta soprattutto se si lavora il primo dell’anno, che il museo non si ferma mai….) e sia io che la mia dolce metà odiamo i cenoni di Capodanno. Per cui resteremo in casa e festeggeremo la fine di questo annus horribilis con tanto cibo con un bicchiere di spumante a Mezzanotte guardando i fuochi artificiali lungo il Tamigi alla TV. Che il 2016, oltre a David Bowie, si è portato via anche tanti altri personaggi i cui volti mi hanno accompagnato in momenti diversi della mia vita, a cominciare da quelli di Bud Spencer, il gigante della scazzottatura di cui da bambina adoravo i film in coppia con Terence Hill, e di Umberto Eco, per anni professore di Semiotica all’Univesità di Bologna di cui ho amato il Nome della Rosa sopra ogni cosa e contro la cui emerita pancia ho avuto l’onore di scontrarmi una certa violenza una fredda mattina d’inverno mentre uscivo correndo a tutta velocità dal Dipartimento di Italianistica.

E poi ci sono tutti gli altri. Il merviglioso Alan Rickman, il grandissimo Prince, il divino Johan Cruyff, la straodinaria Zaha Hadid, e il mitico Glenn Frey il cantante degli Eagles (Hotel California) e Rick Parfitt il chitarrista degli Status Quo, che per sua ammissione non sapeva suonare la chitarra ma pieno di carisma. E quando pensavo che fosse tutto per quest’anno, ecco che con un ultimo colpo di coda il 2016 si è portato via pure Carrie Fisher, la Principessa Leia di Star Wars e George Michael, e con loro anche un pezzo della mia adolescenza. 😦 Davanti a tutto questo lo spumante non basta più ci vuole ben altro. Qualcosa di forte e allo stesso tempo consolatorio. Come la Nutella. Altro che champagne! Aspetterò la fine di quest’anno con un barattolo extra-large in una mano ed un cucchiaio nell’altra. E credetemi, non sarà un cucchiaino da caffè.

E allora Happy New Year year everybody! E speriamo che il 2017 sia più clemente con il mondo intero.

Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker

Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker

(la lista completa dei personaggi inclusi nel poster la trovate qui)

 

 

 

Dalla Brexit britannica alla “Brexit plus” americana. Enrico Franceschini

Dopo quello di Brexit, un’altro brutto risveglio quello di ieri, che ha confermato che Donald Trump sara’ il futuro inquilino della Casa Bianca. Enrico Franceschini, l’inviato di Repubblica a Londra, ma che per molti anni ha vissuto anche negli Stati Uniti, ci ha scritto un post sul suo blog My Tube. Non ho la forza di raccogliere le idee e scrivere qualcosa di mio, per cui ve lo riporto qui, pari pari. Buona lettura.

“Donald Trump l’aveva previsto nel suo ultimo comizio (come segnalato nel mio blog di ieri): le presidenziali americane avrebbero avuto come risultato una “Brexit plus plus plus”, una Brexit all’ennesima  potenza, una sorpresa ancora più grande di quella del referendum del giugno scorso con cui la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione Europea. Ci sono certamente differenze tra i due eventi, ma anche importanti somiglianze.

Da un lato, un diffuso scontento economico: come scrive Martin Wolf sul Financial Times di oggi, il crescente gap ricchi-poveri e il calo del reddito medio delle famiglie (sceso negli Usa in termini reali ai livelli precedenti il 2000) sono fra le ragioni di un voto di protesta contro l’establishment che accomuna Stati Uniti e Regno Unito (e che vale anche per altri paesi in procinto di votare nei prossimi mesi, Italia, Francia, Germania).

Ma l’economia non spiega tutto, come Jonathan Freedland nota stamane sul Guardian:  Trump ha vinto il 63 per cento dei voti fra gli uomini bianchi e il 52 per cento fra le donne bianche. Non tutti questi cittadini bianchi possono essere vittime di un declino economico. Molti di essi, scrive Freedland, sono stati attirati da un messaggio che in parte e in codice prometteva di restaurare il privilegio bianco. Un desiderio di rivincita probabilmente accentuato negli Usa dalla presenza alla Casa Bianca per 8 anni del primo presidente nero della storia. Ma un desiderio presente anche altrove in Occidente di fronte allo sviluppo di un modello di società multietnica, multiculturale e globalizzata.

La Brexit britannica, come la “Brexit plus” americana, come analoghi movimenti anti-establishment, anti-globalizzazione, anti modello di capitalismo democratico liberale, sono un rifiuto del multiculturalismo: un “fermate il mondo, voglio scendere”, per ritornare a un presunto mondo migliore, più tradizionale e sicuro, del passato. Se qualcosa si può fare, anzi si deve fare, per rispondere allo scontento economico (riducendo il gap ricchi-poveri, aiutando la classe media a recuperare ottimismo e capacità d’acquisto, chiudendo i privilegi fiscali delle multinazionali e le speculazioni fini a se stesse della finanza), non si può invece fermare il mondo per riportarlo a un arcaico passato monoculturale. Farlo o tentare di farlo è altamente pericoloso. Chi continua a credere nel modello democratico liberale, nei mercati senza frontiere, nella globalizzazione, dovrà ora difendere ostinatamente il multiculturalismo dalle sirene del nazionalismo populista.”

 

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

Ora è l’estate del nostro scontento

Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York” proclama un cupo Benedict Cumberbatch nei panni di Riccardo III nella serie televisiva The Hollow Crown. È stato trasmesso solo due mesi fa dalla BBC per celebrare i 400 anni della morte di Shakespeare, ma sembra un’altra vita. Forse perché lo era.  Ma “l’inverno del nostro scontento” di Shakespeare invece di mutarsi nella splendida estate auspicata da Riccardo di Gloucester, si sta rivelando essere una vera e propria “estate del nostro scontento”, il cui già timido sole è stato in sole due settimane completamente offuscato dal post-Brexit.
Il mio blog si chiama Vita da Museo perché questo è quello che faccio per lavoro (lavorare in un museo) ed è quello che mi piace fare nel mio tempo libero (andare per ALTRI musei). La rubrica di attualità varia ed eventuale che ho battezzato Life in UK doveva essere un’occasionale sguardo sul mondo che mi circonda, una finestra aperta sulla società (quella britannica) e sulla città (Londra) in cui vivo da quasi un paio di decadi. Per cui mi scuso con chi mi legge se insito sul fattore Brexit, ma con la politica britannica, di solito così sonnolenta, in caduta libera tutto il resto, incluso il Bardo e i musei sono passati in secondo piano.

Le conseguenza di Brexit poi mi toccano in prima persona, se non altro per la posizione ambigua assunta da Theresa May, ministro degli Interni proprio oggi eletta leader dei conservatori e prossimo Primo Ministro al posto di David Cameron, nei riguardi dei circa tre milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna. La May infatti si ostina a non fare nessuna promessa formale sul fatto che i diritti di noi europei (mi ci metto in mezzo anch’io) non saranno alterati e che potremo restare nel Regno Unito a tempo indeterminato. E se è chiaro che il temporeggiamento della May è tattico, ovvero ottenere analoghe garanzie per il milione e mezzo di cittadini britannici residenti negli altri 27 paesi della UE, vivere in questa terra di nessuno che è la Gran Bretagna dell’estate del 2016 non è piacevole.

Home Secretary Theresa May Getty

Home Secretary Theresa May Getty

Ma la vita continua e il primo segnale che il peggio dello shock è passato è l’improvviso ritorno tra amici e colleghi, soprattutto britannici, del senso dell’umorismo – e con esso la constatazione (ma sarebbe meglio dire assegnazione) he alla fine non ci sarà un secondo referendum sull’Unione Europea, nonostante una petizone che circolava online abbia raccolto più di 4 milioni e 100 mila firme visto che la legge sul referendum non stabilisce una percentuale minima per l’approvazione, quindi la richiesta avanzata dalla petizione non può essere accolta.

La cosa più assurda che uno alla volta sono spariti tutti i fautori di questo casino, neanche fossimo in un surreale rifacimento di Dieci piccoli indiani di Agatha Chistie. Il primo a scomparire è stato David Cameron, dimessosi immediatamente dopo la vittoria di Brexit; poi è stata la volta di Boris Johnson, ritiratosi dopo l’infame “tradimento” di Michael Gove, dapprima suo socio nella missione Brexit poi pugnalatore fratricida degno di un dramma shakespiriano (“Et tu, Brute?” gli avrebbe fatto dire il Bardo in Giulio Cesare…). E infine Nigel Farage che, compiuta la sua missione di fare saltare in aria la Gran Bretagna, ha deciso di lavarsene le mani come Pilato e di prendersi un “meritato riposo visto che ora non c’è più bisogno di lui.” Quello del riordinare questo pasticcio e rimettere insieme i cocci di un’intera nazione, sarà il compito di Theresa May.

Michael Gove and Boris Johnson

Sembra una battaglia navale scrive Enrico Franceschini nel suo blog My Tube, o “Tre uomini in barca – per tacere del quarto, Jeremy Corbyn, che in nome di non si sa quale ideologia di sinistra non ha fatto niente per fermare Brexit e ora non ne sembra nemmeno tanto dispiaciuto, ma potrebbe presto a sua volta dimettersi.” Ci sarebbe da ridere se non fosse che ad affondare non è una barchetta qualsiasi, ma l’ammiraglia del Regno Unito. Michael Heseltine, membro del parlamento dal 1966 al 2001 e figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major è spietato nella sua condanna di Boris Johnson che accusa di aver fatto a pezzi il partito conservatore e di aver creato la più grande crisi costituzionale in tempo di pace degli ultimi tempi. Per non parlare della svalutazione che della sterlina il cui valore non era cosi basso dal 1985. Boris Johnson, continua Lord Heseltine, si è comportato come un generale che marcia con il suo esercito, ma che quando vede il campo di battaglia lo abbandona. La metafora sembra appropriata.

E mentre metà della nazione cerca di farsi una ragione del fatto di essersi addormentata in un Paese e di essersi svegliati in un altro, l’altra metà – quella che ha creduto alle balle di Boris, Gove e Farage e ha votato Brexit, resta senza leader sul campo di battaglia, abbandonata ad una Scozia infuriata che minaccia la seccessione. Spero vivamente che tutte queste persone si stiano chiedendo se per caso non abbiano fatto una cazzata a votare Leave. Come ha scritto un mio amico bolognese sul suo profilo FB: “Dopo la “tragedia greca”, “la commedia all’italiana”… è arrivata la farsa all’inglese!”

Nigel-Farage

Nigel Farage