Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di e osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel nel 1936 in collaborazione con Dorothea Lange, in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno in florida, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolente convivenza (pare che Hemingway abbia continuato a vivere anche con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944 andare al fronte on le truppe per coprite lo sbarco in Normandia e Martha decide di seguirlo al fronte, nonostante l’esercito americano disapprovasse delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema) . Hemingwya tentò di ostacolarle il viaggio rifiutandosi di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo, costringendola ad attraversare l’Atlantico come clandestina su una nave ospedale. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, la prima donna ad entrare nel campo di concentramento di Dachau poco dopo la sua liberazione – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo”

Henri Cartier-Bresson è considerato un pioniere del fotogiornalismo. Ribattezzato l’”occhio del secolo”, è stato uno degli esponenti più importanti della cosiddetta Fotografia umanista. Teorico dell’istante decisivo, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista ad un pubblico più ampio… Continue reading Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo” at Uozzart.

Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo”

Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag

Sarà l’atmosfera del Covid, satura di metafore relative alla guerra (battaglia, nemico, vittoria etc etc) e di dolore, sarà che le letture che sto facendo in questo momento vanno anch’esse in quella direzione, ma mi e’ venuto da riflettere su una delle mie passioni, il fotogiornalismo, e in particolare sulla fotografia come documneto di guerra.

In un vecchio post del 2015, scritto di getto sull’onda delle emozioni suscitate in me dalla visita di una stupenda mostra a Tate Modern dedicata a 150 anni della fotografia di guerra intitolata Conflict, Time, Photography, rifletto che “Il potere evocativo della fotografia è immenso, ti costringe a guardare alle cose dal punto di vista del fotografo anche se a volte le cose fotografate non sono belle. Ma questa mostra bella lo è davvero, per quanto sembri assurdo mettere nella stessa frase il termine “guerra” e l’aggettivo “bella.”

Può la fotografia di guerra essere “bella”? Me lo sono chiesto molte volte. E pare se lo sia chiesto anche Susan Sontag (1933-2004) in questo suo magnifico saggio, Regarding the Pain of Others (tradotto in italiano da Hoepli come Davanti al dolore degli altri nel 2003). Pubblicato nel 2003, prima della sua morte avvenuta nel 2004, Regarding the Pain of Others è stato l’ultimo libro della Sontag (una sorta di continuazione ideale del suo precedentescritto On Photography del 1977) in cui si propone di rispondere a una delle tre domande poste nel libro Le Tre Guinee di Virginia Woolf:Come possiamo, secondo te, prevenire la guerra?

Non c’è forse qualcosa di perverso nel vedere la bellezza nel dolore degli altri, nell’osservare la sofferenza e la distruzione altrui con gli stessi canoni estetici in cui osserviamo una delle tante versioni pittoriche del San Sebastiano o de Lo scuoiamento di Marsia? E’ possibile guardare al dolore degli altri (persone vere, morte o morenti e che forse moriranno) senza vederlo, o almeno senza vederlo più? E’ qualcosa che continua a stupirmi. Ma la fotografia, anche se di guerra, è pur sempre un’arte visiva e come tale soggetta ad un canone estetico – anche se c’è chi sostiene che un certo tipo di fotografia non dovrebbe essere affatto bella in quanto distrae dal soggetto. Quello tra documento e opera d’arte è un delicato equilibrio destinato a dare segnali confusi.

Sono una grande appassionata di fotogiornalismo e le immagini di grandi fotografi come Robert Capa e Don McCullin sono splendide – anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando è usato per descrivere il viso immobile e lo sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile sulla copertina dell’edizione inglese del libro della Sontag. Quest’immagine non cessa mai di stupirmi e al tempo stesso farmi sentire un’intrusa nell’anima violentata del soldato. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. In quella tragedia c’è un provocatorio tipo di bellezza che punta il dito contro l’inutilità della guerra.

Ogni fotoreporter che abbia sperimentato in prima persona l’orrore del campo di battaglia, ha la speranza che le sue immagini possano comunicare a chi le osserva le stesse emozioni, suscitare lo stesso orrore, la stessa repulsione. Ma, conclude la Sontag, coloro che non hanno vissuto queste cose in prima persona “non possono capire, non possono immaginare” le esperienze che tali immagini rappresentano. vero. quando la realtà diventa troppo, possiamo sempre cambiare canale o chiudere il libro.

2020© Paola Cacciari

Scazzottata notturna

I topolini nella metropolitana di Londra non sono una rarità, anzi. Ma a quanto pare le lotte per il cibo lo sono – il che dimostra quanto abbondante devono briciole e avanzi seminate dall’umanità varia ed eventuale che quotidianamente popola la London Tube….

Station squabble © Sam Rowley, UK

Station squabble © Sam Rowley, UK

Il che rende questa foto scattata dall’inglese Sam Rowley ancora più speciale. Per una settimana, infatti Rowley si è appostato ogni notte in una diversa stazione della metropolitana, sdraiato lungo la piattaforma del binario, nella speranza di scattare la foto perfetta. La sua pazienza ha dato i suoi frutti quando due topolini si sono azzuffati per una briciola. Una lotta fulminea, durata una frazione di secondo prima che uno dei due, avuta la meglio, scappi a tutta velocita’ con il prezioso bottino. 🐭 Per quache strano motivo, la posa dei due topolini mi ha ricordato le gioiose scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill…

Inutile dire che questa foto di Sam Rowley, esposta alla Wildlife Photographer of the Year il concorso annuale che si tiene al Natural History Museum di Londra e giunto al suo 55esima edizione, ha ricevuto 28.000 voti dagli appassionati della fotografia naturalistica. Inutile dire che anch’io ho votato per lui… 🙂

2020 ©Paola Cacciari

Il cibo nelle fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perchè sono una buona forchetta, ma perchè il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti , sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…! E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

 

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

 

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

Don McCullin

Guerra, morte, fame e povertà: se non fossero così incredibilmente magnifiche le foto di Don McCullin potrebbero rappresentare ciò che resta dopo il passaggio dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E Mccullin è lì, presente e allo stesso tempo invisibile e neutrale (per quanto si possa restare neutrali in mezzo a tanta tragedia) a fotografare e tramite i suoi occhi noi assitiamo alla la storia nel suo accadere. È lì presente a fotografare la costruzione del Muro di Berlino, la guerra in Vietnam, a Cipro, nel Congo, gli scontri nell’Irlanda del Nord, il Libano e il Biafra – sempre così vicino da rischiare spesso la vita, come racconta la sua vecchia Nikon esposta in una teca di vetro, colpita da un proiettile AK47. McCullin dice che la tiene come ricordo di quanto sia fortunato ad essere sopravvissuto a sei decenni di conflitti.

Near Checkpoint Charlie, Berlin 1961 Don McCullin born 1935

Eppure per qualcuno che si è trovato tanto spesso sotto il fuoco nemico le scene d’azione sono davvero poche: la potenza di McCullin sta proprio nella solenne immobilità delle sue immagini. Nello sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile possiamo leggere morte, distruzione e di un’anima completamente violentata. È un’immagine che non cessa mai di stupirmi e di farmi mancare il respiro: un inno all’ inutilità della guerra. Certo non fu una buona pubblicità per la guerra in Vietnam.

Shell-shocked US Marine, The Battle of Hue 1968, printed 2013 Don McCullin, born 1935

Questa della Tate Britain è un mostra difficile e dolorosa, soprattutto considerando che queste foro sono state commissionate ada giornali di cronaca per raccontare gli orrendi effetti della guerra e della miseria e si prestano male ad essere appese in sequenza alle pareti di una galleria d’arte. Ammiro il lavoro di McCullin e non sono nuova alle sue immagini, ma devo ammettere che alla fine del percoso mi sembrava di essere uscita dalla centrifuga di una lavatrice e sono dovuta correre a tirarmi su il morale con qualche sognante immagine preraffaellita.

Protester in Whitechapel
 

Detto questo le sue fotografie sono splendide, anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando e’ usato per descrivere il viso di un barbone irlandese dell East End di Londra o una manisfestazione di protesta. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. Sono solo molto, molto difficile da guardare. davanti ai nostri occhi ci sono persino vere, morte o morenti e che forse moriranno.

Catholic Youths Attacking British Soldiers in the Bogside of Londonderry 1971, Don McCullin born 1935

Ed è il passare dall’ammirare la bellezza della composizione alla realizzazione che si sta guardando il corpo di un giovane soldato ferito a morte che ti colpisce all’improvviso come un pugno nello stomaco. Non vuole essere etichettatao come fotografo di guerra Don Mccullin, ma ne ha fotografate troppe per fare qualcosa completamente diverso e anche le sue foto non di guerra come quelle dell’East End di Londra, sembrano foto di guerra.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 6 Maggio 2019
Don McCullin 
www.tate.org.uk

Essere umani, secondo Martin Parr

Mentre questa maratona di autolesionismo che si chiama Brexit si avvia alla non specificata data fatidica che segnerà l’uscita (o meno) della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il cantore per antonomasia dell’identità nazionale del Paese approda alla National Portrait Gallery. Naturalmente sto parlando di Martin Parr. E non è una coincidenza. Che per gli ultimi tre anni, a partire dal referendum nel 2016, Parr ha puntato il suo obiettivo su vari aspetti della nazione per capire cosa significhi il concetto di “Brexitness”.

Il risultato, come ci si può aspettare, è qualcosa che va ben oltre la semplice retrospettiva che oltre alle immagini della Brexit, ci sono ritratti celebri, strani autoritratti, ritratti di gruppi di persone che condividono gli stessi interessi o ruoli e che riflettono e rappresentano la ricca diversità delle comunità che vivono nel Regno Unito che sono spesso impegnate nelle più eccentriche e disparate attività (snorkelling in una pozza di fango, birdwatching, ballo indiano) che Parr ha girato per la BBC, un negozio di merch e un caffè dove puoi avere una tazza e un pezzo di torta battenberg. Il risulato è un caos colorato e frammentario, ma lo è anche il Regno Unito in questo momento, quindi va bene così.

Martin Parr
Martin Parr

Parr è sempre stato un acuto osservatore delle contraddizioni dell’essere umani, e di come queste contraddizioni siano amplificate e distorte da altri fattori come l’età, il genere, la razza o la classe sociale (che dovesse non esistere più e che invece è viva e vegeta e gode di ottima salute), quindi amplificate e distorte da una generalistica idea di nazionalità. Quindi la Brexit è molto importante come al solito per lui. Ci sono le bandiere di San Giorgio, le persone che festeggiano a modo loro il matrimonio degli ultimi rampolli della famiglia reale, i tatuaggi, i mas-paradenti di carnevale e i pensionati sfortunati.

L’effetto totale è una sorta di scorrazzata sul pianeta-Parr – un pianeta popolato da abitanti-stereotipi più simile a personaggi delle pantomime natalizie, ma che tuttavia hanno la peculiarità di essere anche persone in carne ed ossa. Parr è bravissimo ad invitare chi osserva le sue foto a vedere le cose dal suo punto di vista, tanto che alla fine anche a chi osserva pare di abitare sul pianeta-Parr, un pianeta in cui la realtà appare cupa o sgargiante a seconda del come la vede lui. Una cosa mi pare chiare: che i semi della Brexit sono germogliati ovunque attorno a noi, toccando le nostre vite più di quanto immaginiamo. Parr sonda le contraddizioni di Brexit con occhio curioso e affascinato regalandoci un acuto ritratto di un momento chiave di un epoca. In fondo anche questo fa parte dell’essere umani.

Martin Parr
Martin Parr

#MartinParr

2019 © Paola Cacciari
Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Only Human: Martin Parr @ National Portrait Gallery

 

L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendente è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo anche nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si può dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine. Uh!

Un antidoto a tutto questo testosterone si trova fortunatamente nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte in mesta mostra che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, la Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominanza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca. 

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1