Ma che sorpresa! La Brexit sta colpendo il commercio britannico! 😠

Domenica. Ho dato una veloce scorsa al giornale e sono già di cattivo umore. Difficile non esserlo quando il titolo di prima pagina dell’Observer è “FURY AT GOVE AS EXPORTS TO EU SLASHED 68% SINCE BREXIT”. Come se questa fosse una sorpresa!

Da mesi, anzi da anni, anzi da quando la Gran Bretagna ha votato Leave in quel infausto referendum del 2016 industriali e commercianti , i cosidetti “esperti del settore” lo dicono che uscire dall’EU trade agreement sarebbe stato un suicidio per l’economia. Ma no. Grazie a Michael Gove, Boris Johnson e a un gruppo di Tories convinti di abitare ancora la a sia ancora la stessa potenza imperiale che dominava i mari nel Settecento e nell’Ottocento, ora la GB è davvero un’isola. Solo, non sono sicura che ritornerà mai ad essere quella “sceptred island” descitta da Shakespeare in Richard II e tantomeno la Rule Britannia di Elgar. Che ora India, Australia e tutti i paese dell’ex Commonwealth britannico sono indipendenti, e dubito che siano interessati a scambi di stile coloniale.

Gli effetti della Brexit cominciano già a farsi sentire. Il commercio con i paesi dell’UE sta diminuendo rapidamente causa dell’aumento dell’IVA e delle spese di gestione, cosa che ha portato acquirenti da entrambi i lati della manica a rallentare o a cessare le vendite per mancanza di convenienza, mentre al supermercato c’è meno scelta di verdure e di carne, i prezzi salgono lentamente, di poco alla volta, ma salgono, e i rifornimenti sono più lenti.

E non parliamo del settore dello spoettacolo. Le tournees internazionali si sono interrotte con la pandemia, insieme a tutti gli spettacoli dal vivo, e non solo non si sa quando ripranderanno ma SE riprenderanno. E se lo faranno, resta da vedere il come che grazie alla Brexit le nuove normative e costi relativi a visa, permessi di lavoro per artisti, tecnici del suono e dell’illuminazione (etc etc) richiesti per i paesi dell’UE significano più scartoffie e più scartoffie significano più costi per ogni viaggio. Costi che, nel caso di musicisti emergenti, sono spesso proibitivi, come lo sono per gli orchestrali meno pagati che lavorano a chiamata.

E quando si parla delle arti non stiamo parlando di bruscolini, che nel 2019 solo il settore della musica ha portato 5,8 miliardi di sterline nelle casse dello stato. I sindacati dei musicisti hanno chiesto nuove disposizioni per fornire permessi a breve termine e per velocizzare lo sdoganamento dei veicoli. La loro ricerca mostra che il 44% dei musicisti britannici guadagna una parte sostanziale del proprio reddito nell’UE. I

Oltre 100 musicisti, tra cui personaggi come Elton John, Ed Sheeran e Sir Simon Rattle hanno firmato una lettera aperta al Governo in cui sostengono che l’accordo della Brexit ha “vergognosamente rovinato” il settore. Da parte loro, 283.000 persone (tra cui la sottoscritta) hanno firmato una petizione per consentire ai professionisti del settore dello spettacolo di viaggiare senza visto – cosa che a quanto pare il Governo aveva rifiutato, almeno inizialmente, in quanto esentare gli artisti dal visto sarebbe stato incompatibile con la promessa di “riprendere il controllo” dei confini del Regno Unito. Non manca neppure quell’iprocrita di Roger Daltrey, che dopo aver votato Leave, si lamenta dell’impatto dell’accordo Brexit sui musicisti…

E mentre EU e UK discutono sul di chi sia la colpa di questo caos, il mitico Simon Rattle, tornato a Londra da Berlino ( dove era successo a Claudio Abbado come direttore principale della Berliner Philharmoniker ) per diventare nel 2017 direttore musicale della London Symphony Orchestra, ha prontamente fatto le valigie per tornare in Germania. E questa volta forse per restarci.

2021 Paola Cacciari

Vita e Destino di Vasily Grossman

“Qui si scrive, non si va a zonzo” avrebbe detto Tolstoj se avesse letto Vita e destino. E davvero qui non si va a zonzo, che ognuna delle 790 pagine di questo sterminato capolavoro ha un preciso peso specifico, come Guerra e Pace. E come Guerra e Pace, anche questo di Vasily Grosman è un romanzo profondamente russo, che rientra in pieno nella tradizione del grande romanzo russo – quella appunto di Tolstoj e di Dostoevskij. E che come questi, raggiunge vette ineguagliate.

Vivendo in Inghilterra tendo a leggere libri in inglese – più semplice procurarseli e certamente più economico che farsi arrivare libri italiani anche se Amazon. Ma con ogni pagina, ero sempre più convita che la mia scelta mirata di leggerlo in italiano anziche in inglese sia stata quella giusta che quel poco di russo che ho imparato nell’ultimo anno mi ha convinta che la nostra lingua, con la sua grammatica complicata e la sua ricchezza espressiva (oltre che il genere, numero e formale/informale) sia molto più adatta ad esprimere le sottili sfumature dall’anima slava della diretta razionalità anglosassone.

Inutile dire che il libro mi ha stregata dall’inizio, fin dalla prima pagina. Tanto che arrivata a metà, già mi scoprivo a rallentare la lettura, che non volevo finirlo troppo presto, per assaporare meglio ogni parola, ogni frase. E tornare indietro e rileggere un brano semplicemente perce’ era troppo bello per andare avanti subito. Che nella scrittura di Grossman non sembrano esserci parole inutili, ma al contrario, tutto sembra essere necessario per descrivere grandi temi come l’amore tutto russo per la Madrepatria e per la bellezza della natura, che fanno da drammatico contraltare alla crudeltà e all’orrore della guerra. L’amore, ma soprattutto per raccontare la necessità di ogni singolo individuo a continuare a lottare perconservare la propria umanità. Nonostante i lager, i gulag, Hitler e Stalin.. Nonostante le bombe e la paura. Restare umani. Nonostante tutto.

“Soviet soldiers attack”. Soviet soldiers on the attack on the house, Stalingrad 1943. RIAN archive

E’ un libro esigente, nel senso che esige tempo e concentrazione e magari anche una carta geografica, ma bello come pochi. Quando l’ho chiuso per l’ultima volta, ho deciso di tenerlo ancora sul comodino, di non metterlo subito via sullo scaffale: semplicemente non riuscivo a lasciarli andare così, subito – Strum, Zenja, Krymov – e tutti gli altri centinaia di personaggi che li accompagnan in questo sterminato viaggio, tutti provvisti di nome, cognome, patronimico e diminutivo, grado militare e appartenenza a divisioni, unità, reggimenti, battaglioni – tanto che io dovuto stampare una lista dei personaggi da Wikipedia e tenerla alla mano durante la lettura. Un’umanità quella raccontata da Grossman, sterminata come la Russia; un vortice di vite segnate da un unico destino.

Nel 2012 la televisione russa ha prodotto il primo adattamento cinematografico del romanzo «Vita e destino». Il film consiste di dodici puntate andate in onda sul canale Rossija, e’ disponibile su Prime Video (con sottotitoli in inglese).

Paola Cacciari © 2021

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

Il capolavoro di Elsa Morante, pubblicato da Einaudi nel 1974. La tragica esistenza di Ida Ramundo e dei suoi due figli Nino e Useppe nell’Italia degli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale. Continue reading Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante at Uozzart.

Il capolavoro letterario del 1974: La Storia di Elsa Morante

Ladoga: la Strada della Vita

La quarantena ha decisamente allargato i miei orizzonti in fatto di cinema e TV, soprattutto internazionale e durante questo periodo di riposo forzato mi sono dilettata con sceneggiati storici e gialli islandesi, tedeschi, francesi e soprattutto, russi.

E tra gli innumerevoli programmi disponibili su Amazono Prime mi sono imbattuta in questo bellissimo Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story (in russo, con sottotitoli in inglese), la storia di come, nel 1941, un gruppo di coraggiosi, uomini e donne, ha rifornito la città di Leningrado che i tedeschi cercavano di far capitolare con la fame.

Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story

Per 900 giorni l’antica capitale di Pietro il Grande fu sottoposta ad un assedio feroce, durante il quale i suoi abitanti furono sottoposti a fame, freddo e bombardamenti continui raccontato magnificamente dallo storico Harrison E. Salisbury nel suo libro I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad).

L’unica speranza (e l’unico accesso) all’assediata città di Leningrado, altrimenti circondata su tutti i fronti dagli eserciti tedesco e finlandese che ne impedivano gli approvvigionamenti, era data dalla Strada della Vita.

Si trattava di una strada sul ghiaccio e neve che correva per circa 48 km attraverso il lago ghiacciato di Ladoga, di cui una parte della sponda orientale era rimasta in mano sovietica, permettendo così il trasporto di rifornimenti a Leningrado tramite camion sul ghiaccio in inverno, e in barca in estate. Inutile dire che il percorso era incredibilmente pericoloso che alle insidie del ghiaccio che si poteva rompere in ogni momento, si aggiungevano i continui bombardamenti dell’aereonautica tedesca, e nella sola prima settimana del loro utilizzo, più di quaranta camion di rifornimento erano sprofondati nel ghiaggio con il loro carico di uomini e materiali. Ma non c’era altra via, che oltre a trasportare migliaia di tonnellate di munizioni e provviste di cibo ogni anno, la Strada della Vita era anche la principale via per evacuare i milioni di sovietici intrappolati nella città affamata. La strada oggi fa parte del patrimonio mondiale dell’umanità.  E con giusta ragione.

Lo sceneggiato in 4 puntate Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story  è disponibile su Amazon Prime

Monuments Men di Robert M. Edsel e Bret Witter

Li chiamavano ‘Monuments Men’, ma il nome intero della task-force militare organizzata dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale era Monuments, Fine Arts, and Archives (MFAA, letteralmente “Monumenti, Belle Arti e Archivi”). Il loro ruolo? Proteggere i beni culturali e le opere d’arte nelle zone di guerra.

Nel film George Clooney (sotto in versione Clark Gable) interpreta il curatore Frank Stokes che, insieme ad un gruppo di uomini come lui di mezza eta’,  come l’architetto Richard Campbell (Bill Murray), lo scultore Walter Garfield (John Goodman), James Granger (Matt Damon) e Preston Savitz (Bob Balaban).

I nomi sono inventati, ma i personaggi su cui sono basati su persone reali: Frank Stokes è modellato su George Stout; Campbell su Robert K. Posey; Garfield su Walker Hancock; Granger su James Rorimer e Savitz su Lincoln Kirstein che, una volta tornato dalla guerra, andra a fondare insieme a George Balanchine, il New York City Ballet. Il diciottenne soldato Sam Epstein (Dimitri Leonidas), è basato su Harry Ettlinger, ebreo tedesco fuggito in America prima dell’inizio della guerra e naturalizzato americano giusto in tempo per essere arrualato nell’esercito e partire alla volta dell’Europa.

Un esiguo plotone di topi di biblioteca, professori universitari, curatori, storici dell’arte, direttori di musei, il gruppo originale degli ufficiali MFAA era composto da 11 uomini, sette americani (tra cui i suddetti Hancock, Posey, Rorimer e Stout e quattro inglesi, tra cui l’accademico Ronald Balfour, ucciso insieme a quattro civili tedeschi, mentre stava evacuando opere d’arte da una chiesa danneggiata a Clèves, in Germania. Isolati, con poca disponibilità di uomini e mezzi, erano partiti volontari con lo scopo di salvare i capolavori dell’arte, limitare i danni dovuti ai combattimenti, e localizzare i beni trafugati dalle truppe di Adolf Hitler per il suo Il Führermuseum, il grande Museo progettato da Hitler stesso a Linz, la città della sua gioventù e destinato ad essere uno dei più grandi musei europei.

Aiutati da collaboratori determinati – come la storica ed esperta d’arte Rose Valland (nel film interpretata da Cate Blanchett), sorvegliante del Museo Jeu de Paume al tempo dell’occupazione tedesca della Francia, quando le truppe naziste iniziarono il sistematico saccheggio di opere d’arte da musei e collezioni d’arte private in tutto il Paese e il Jeu de Paume divenne il luogo di deposito centrale e smistamento dei capolavori in attesa destinati alla Germania. Tendendo segreto il fatto che capiva il tedesco, Rose Valland per anni riuscì a documentare in segreto e a rischio della propria vita le opere d’arte passate dal Jeu de Paume, molte delle quali provenienti non solo ai musei, ma rubate alle famiglie ebree deportate nei campi di sterminio.

London, 2020 ©Paola Cacciari
London, 2020 ©Paola Cacciari

In realtà il numero dei partecipanti al programma era molto più alto e comprendeva 345 civili, professionisti dell’arte, provenienti da 13 nazioni diverse uniti sul campo sotto il ramo operativo del Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force (Quartier generale Supremo delle Forze di Spedizione Alleate) comandato dal Generale Dwight Eisenhower.

La MFAA operò dal 1943 al 1951, riuscendo a recuperare circa 5 milioni di opere d’arte – tra dipinti, sculture e opere d’arte varie, circa 4 milioni dei quali erano stati rubati. Tra le opere recuperate,  il Polittico dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck, la Madonna di Bruges di Michelangelo e il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt.

Il tutto raccontato in Monuments men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia di Robert M. Edsel e Bret Witter, edito da Sperling & Kupfer.

2020 ©Paola Cacciari

 

Lady Death: la storia di Lyudmila Pavlichenko

“Eleanor Roosevelt: E voi chi siete?
Ljudmyla: Sono un cecchino.
Eleanor Roosevelt: Una donna cecchino?
Ljudmyla: Nel nostro Paese le donne combattono in guerra insieme agli uomini.
Eleanor Roosevelt: E quanti uomini ha ucciso?
Ljudmyla: Nessun uomo, solo fascisti. Trecentonove.”

Questo scambio di battute mi ha bloccato mentre, prima di scaricarlo, stavo cercando di capire se questo film mi sarebbe piaciuto. A pronunciarle erano la moglie del Presidente degli Stati Uniti, Eeonor Roosvelt e una donna soldato dell’esercito dell’Armanta Rossa, piccola e dai lineamenti delicati come quelli di una bambina. Mi sono incuriosita.

Confesso che non guardo molti film, soprattutto se si tratta di film di guerra, preferisco i documentari o, in una vita pre-COVID-19, l’opera e il balletto. Ma visto che i documentari non sono infiniti e il teatro è ancora fuori questione, sto esplorando altre alternative online. E ieri, complice quel pozzo senza fondo che sembra essere Amazon Prime, mi sono imbattuta su questo Battle for Sevastopol. Uscito nel 2015, il fim, una produzione congiunta russo-ucraina che quasi ha rischiato di non uscire affatto nelle sale cinematografiche a causa del conflitto esploso proprio in quel periodo tra le due nazioni sulla penisola di Crimea.

E sarebbe stato davvero un peccato che, sebbene molto romanticizzato, con vari personaggi fittizi e molte deviazioni dal vero, il film racconta la storia di Lyudmila Pavlichenko il cecchino che a soli 25 anni divenne una leggenda durante gli Assedi di Odessa e Sebastopoli nel 1941-42 per aver ucciso 309 nemici – tanto da guadagnarsi il nomignolo di “Lady Death”.

Ma chi era questa Lady Death? Prima di diventare tale, Lyudmila Pavlichenko (1916-1958) era una ragazza come molte nell’U.R.S.S di Stalin: seria, studiosa e amante dello sport e della Patria con la ‘P’ maiuscola. Di giorno lavorava in fabbrica e di sera studiava con ottimi risultati. Era anche molto competitiva e proprio per dimostrare ad un conoscente che una donna poteva sparare bene come un uomo, si iscrisse al tiro a segno locale. Neanche a dirlo, con risultati sbalorditivi.

Dopo la parentesi di un breve e insoddisfacente matrimonio all’età di sedici anni da cui nacque un figlio, Lyudmila si iscrive alla facoltà di storia all’Università di Kiev. Ed e’ li’ che la sorprende l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Come le donne raccontate da Svetlana Aleksievic in La Guerra non ha un volto di donna, anche la giovane Lyudmila corre ad arruolarsi volontaria per servire la Patria.

Ma non e’ facile per una donna, anche se una con un diploma di tiratrice scelta e una mira infallibile come la sua, convincere i capi dell’esercito dell’Armata Rossa che sarebbe stata più utile come fuciliere che come infermiera. E solo dopo molte insistenze le e’ finalmente permesso unirsi alla fanteria e combattere in prima linea – anche se la mancanza di armi da fuoco significo’ che inizialmente dovette aiutare a scavare trincee.

Quando riusce a mettere le mani su un fucile e a dimostrare ai suoi compagni di saperlo usare anche meglio di loro, Lyudmila si rivela cecchino eccezionale, diventanto presto notoria anche tra l’esercito tedesco, che cerca piu’ volte di convincera a cambiare parte con promesse di incredibili onori militari. Promesse che, al suo rifiuto, furono trasformate nella minaccia di farla in 309 pezzi, come il numero delle sue vittime. Se i tedeschi pensavano di spaventarla si sbagliavano: pare infatti che la minaccia l’abbia lusingata moltissimo, poiché significava che il suo conteggio era esatto!

Lyudmila Pavlichenko
Lyudmila Pavlichenko

La sua carriera di tiratrice scelta finisce nell’estate del 1942 quando, ferita gravemente da una granata, la Pavlichenko e’ trasferita nelle retrovie per addestrare i nuovi cecchini. Considerata troppo preziosa per essere rimandata al fronte la giovane diventa un po’ la ‘poster girl’ dell’Armata Rossa e, alla fine del 1942, viene spedita negli Stati Uniti e in Canada insieme ad una delegazione sovietica per un tour di conferenze che avevano lo scopo di convincere gli americani ad inviare più truppe in Europa in supporto degli alleati.

Alla Casa Bianca (la prima cittadina sovietica a metterci piede) la Pavlicencko fu ricevuta dal presidente Franklin Roosevelt e da sua moglie Eleanor che a sua volta la invitò a girare il Paese per parlare delle sue esperienze in combattimento. Non sorprende che Eleanor Roosevelt, lei stessa una donna fuori dal comune restò molto colpita dal giovane cecchino e tra le due donne nacque una profonda amicizia che durò per tutta la vita.

Герой Советского Союза снайпер Людмила Павличенко до войны закончила школу снайперов Осоавиахима. Свою боевую работу она начала в боях под Одессой. Отважная патриотка уничтожила свыше 300 фашистских офицеров и солдат.

Inutile dire che la stampa americana (soprattutto quella femminile) ebbe, almeno all’inizio, non poche difficoltà a prendere sul serio la Pavlichenko concentrandosi invece che sui suoi trionfi sul campo di battaglia e sulle sue prodezze con il fucile, sul suo aspetto fisico, sulla lunghezza della gonna dell’uniforme, sulla sua biancheria, se si truccasse in trincea e su quale smalto per unghie facesse uso. L’atteggiamento dei giornalisti americani la lasciò completamente di stucco. Abituata all’Unione Sovietica dove l’uguaglianza tra i sessi aveva fatto passi da gigante e il suo ruolo come cittadina, combattente e soldato era inquestionabile, il fatto che negli Stati Uniti fosse considerata come una sorta di fenomeno da baraccone in quanto donna, fu per Lyudmila Pavlichenko un vero shock. E Chicago, davanti una una folla di spettatori e giornalisti a per sentirla parlare, famosamente disse:

“Signori, ho 25 anni e ormai ho ucciso 309 nemici fascisti. Non pensate, signori, che vi nascondiate da troppo tempo alle mie spalle?”

 

2020 ©Paola Cacciari

Alphaville – Big in Japan

Big in Japan (1984)

Alzi la mano chi ricorda gli Alphaville. Non molti? Non mi sorprende, che almeno in Italia non si senta parlare di questo gruppo musicale tedesco dagli anni Ottanta. Big in Japan, e’ stato il singolo di debutto del gruppo. Buon ascolto! 🙂

Deutschland 83 🇩🇪

 Devo dire che l’essere stata a Berlino l’anno scorso non ha fatto che acutizzare un interesse per un periodo della mia vita la cui Storia con la “S” maiuscola mi e’ passata accanto come un fantasma. Parlo della Guerra Fredda, della Cortina di Ferro e del disatro nucleare che pendeva sulle nostre teste come una spada di Damocle. A Berlino avevo portato con me anche1983: The World at the Brink dello storico inglese Taylor Downing che, parlando di spie e affini mi sembrava appropriato al luogo che avrei visitato, e che non ha fatto altro che raffozare il fascino per quel periodo e per una parte della Germania che avevo cmpletamente ignorato.  Una visita al DDR Museum (Museo della DDR) ha rispolverato dalla memoria un passato che ricordavo a malapena, come quello delle due germanie (con tanto di due nazionali di calcio), mentre quello della Deutsches Spionagemuseum (Museo dello spionaggio tedesco) mi ha fatto realizzare che ci fossero altre spie con la licenza di uccidere oltre a James Bond

Per cui ho preso come un segno del “fato” che in questi giorni di arresti domiciliari da COVID-19 in cui mi sto dedicando al binge watching della spropositata quantità di vecchie serie televisive messe a disposizione online dalle varie reti televisive, per aiutare i prigionieri a fronteggiare meglio l’emergenza coronavirus, sia incappata in Deutschland 83. E sono completamente presa.Deutschland 83 è una miniserie televisiva tedesca cooprodotta con l’americana SundanceTV che ha per tema gli eventi del 1983. Wikipedia mi dice anche che è  stata trasmessa per la prima volta negli Stati Uniti, Germania e Italia nel 2015.

È  l’autunno del 1983, il culmine della guerra fredda, quando la NATO annuncia delle manovre militari nell’Europa occidentale. Tra i vertici moscoviti e di Berlino Est scoppia il panico in quanto si presume che queste mosse siano progettate per colpire l’est con il cosiddetto primo colpo nucleare. Il servizio segreto di spionaggio all’estero del Ministero per la Sicurezza di Stato, l’Hauptverwaltung Aufklärung (HVA), invia per questo motivo una spia nell’ovest, con l’obiettivo di spiare i piani della NATO e del Bundeswehr. Per questa missione è stato selezionato il sergente maggiore delle Truppe di frontiera della RDT Martin Rauch, il quale accetta, a malincuore, l’incarico, con la promessa che lo Stato avrebbe ricollocato la madre ai primi posti della graduatoria per un trapianto di reni. Nella Germania Ovest, Rauch si sarebbe infiltrato sotto falsa identità come tenente e aiutante di campo del generale Edel del Bundeswehr e avrebbe dovuto rivelare la posizione dei missili americani Pershing II e altri piani della NATO.

Come sempre accade quando la storia è coinvolta, anch’io mi sono chiesta quanto attinente ai fatti accaduti fosse realmente Deutschland 83 , soprattutto dopo aver letto alcune recensioni di esperti della Germania orientale, che avevano descritto il modo in cui il protagonista Martin viene reclutato dalla Stasi (la polizia segreta della Germania orientale) come un mucchio di fesserie. D’altra parte persino una fanatica del fact checking storico come lo sono io capisce che, come esiste la licenza poetica, ne esiste anche una “simbolica”, che permette agli autori di drammi storici di comunicare informazioni complesse in modo rapido, senza che queste interrompano il ritmo narrativo. Soprattutto quando si tratta di un thriller di spionaggio!

La colonna sonora poi è uno sballo, soprattutto per chi come me, la musica di quel periodo la ricorda bene, a cominciare dal tema iniziale “Major Tom (Coming Home)” uscita nel 1983 del tedesco Peter Schilling liberamente ispirata al “Major Tom”, protagonista della più famosa Space Oddity di David Bowies 1969.

2020 ©Paola Cacciari

1983: Il mondo sull’orlo del precipizio

A tredici anni ero troppo preoccupata dalla scuola e dalla mia cotta di turno per realizzare in pieno quanto vicini siamo stati ad una guerra nucleare.
Che il 1983 è stato un anno davvero pericoloso, persino più pericoloso del 1962, l’anno della crisi dei missili cubani. Negli Stati Uniti, il presidente Ronald Reagan che non era esattamente il più democratico e sottile degli oratori, aveva aumentato enormemente le spese per la difesa e aveva descritto l’Unione Sovietica come un evil empire, un’impero del male e aveva annunciato il suo programma Star Wars – che non era il film di fanstascienza che mi face conoscere Harrison Ford, ma uno scudo spaziale che doveva difendere gli Stati Uniti dai missili in arrivo. Uh!

9780349143040A fare da contrapposto alla retorica guerrafondaia di Regan, dall’altra parte c’era Yuri Andropov, il leader sovietico, che paranoico com’era vide in tutto questo un segno di aggressione americana. Convinto che gli Stati Uniti volessero davvero attaccare l’Unione Sovietica, Andropov mise allerta il KGB che a sua volta sguinzagliò i suoi agenti per trovare i segnali di un imminente attacco nucleare.

Come spesso accade in questi casi, la fortuna (o in questo caso, la sfortuna…) ci mise lo zampino e, quando il volo KAL 007 della Korean Air Lines, che aveva sbagliato rotta deviando su un’area militare sovietica, fu abbattuto da un jet da combattimento sovietico, il presidente Reagan descrisse questo tragico incidente come un “atto terroristico” e “un crimine contro l’umanità”. La temperatura mondiale saliva rapidamente. Ed io mi preouccupavo del mio esame di matematica.

Questa è una storia straordinaria e in gran parte sconosciuta della Guerra Fredda, popolata da spie e agenti segreti che impegnati in pericolosi atti di doppio gioco, di missili, di straordinati fallimenti, incomprensioni e panico dei leader mondiali.
Grazie all’accesso a centinaia di nuovi, straordinari documenti appena resi pubblici negli Stati Uniti,  Taylor Downing ha per la prima volta potuto raccontare la storia avvincente, ma soprattutto vera, di come nel 1983, il mondo sia arrivato vicino all’orlo della guerra nucleare. Per chi legge in inglese.

L’eredità del terzo Reich collegata alla xenofobia odierna e all’intolleranza politica — ORME SVELATE

Lo studio trova prove che i tedeschi di oggi che vivono vicino ai campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale sono più xenofobi, più propensi a sostenere la politica di estrema destra e meno tolleranti verso gli immigrati e le minoranze religiose.

via L’eredità del terzo Reich collegata alla xenofobia odierna e all’intolleranza politica — ORME SVELATE